Di un ghiotto discorso che facevano insieme Aloise di Montalto e il
Pietrasanta, innanzi di mettersi in carrozza.
Il dottor Mattei aveva dato nel segno, commettendo la guarigione di
Aloise di Montalto a quella gran medichessa che è la natura. Quindici
giorni dopo il duello, Aloise era già fuori dal letto; e non solo
poteva uscir di casa, ma il savio discepolo di Esculapio glielo aveva
raccomandato, perchè rinfrescasse le forze all'aria aperta, usando
tuttavia la precauzione di andare per le prime volte in carrozza.
Quindici giorni in casa sono peggio che la morte, per un giovanotto;
ma il poter uscire, dopo quei quindici giorni, gli è come una
risurrezione.
Il ferito aveva ricevuto in quelle due settimane moltissime visite; ma
quel via vai di persone, le quali facevano tutte la stessa dimanda,
non aveva certamente potuto divertirlo molto. Soltanto il Pietrasanta,
co' suoi sproloquii di capo scarico, e Lorenzo Salvani, co' suoi modi
schiettamente amorevoli, consolavano all'ammalato taluna di quelle
lunghe ore che il tedio gli faceva centellare minuto per minuto.
Il Salvani gli era andato proprio a' versi, tra perchè era stato suo
avversario (la qual ragione parrà strana e non è) e perchè, così alla
gagliarda prova dei fatti come nel tranquillo ricambio di affettuosi
pensieri, ci aveva avuto agio di conoscerne i pregi. Egli pensava
spesso a quel baldo giovinotto, e quasi non sapeva capacitarsi che
fosse nato senza titoli di nobiltà.
Perchè, bisogna confessare un difetto di Aloise, e i lettori non
gliene facciano gran carico, essendo l'unico che avesse, e mal digesto
avanzo di educazione aristocratica, anzi che matura convinzione
dell'intelletto. Egli credeva ancora che i titoli natali dessero ogni
maniera di virtù, come quei tali sacramenti che imprimono carattere ai
buoni cattolici.
Qual è l'uomo tra noi, il quale non abbia una o due di queste fisime
in capo, mai discusse a mente tranquilla e sempre citate a guisa di
assiomi! E non è a dire che manchi lo ingegno per discernere l'errore;
ma gli è che certe cose, succhiate, stiamo per dire, col latte,
rimangono nel cervello, come fondo di bottega, e l'occhio, avvezzo a
vederle, non si ferma a discuterne il pregio.
Ora nessuno può fare ad Aloise il torto di credere che egli, con
quello ingegno che aveva, se si fosse posto a meditare un tratto su
quel dirizzone, non avrebbe durato fatica a scorgere le corna del
pregiudizio. Per giungere a ciò sarebbe bastato il guardarsi
d'attorno, nella gente del suo ceto, e considerare se tutti i suoi
pari avevano quella scienza infusa, o quella innata nobiltà di sentire
che gli pareva privilegio del nome patrizio.
Ma in fin dei conti, come si sarebbe potuto ragionevolmente domandare
che Aloise facesse queste considerazioni, se lo storto concetto
dell'universale non fa che aiutare a questa illusione? A Genova, come
in molti luoghi, si fa di cappello ai milioni, anche quando non
abbiano altre virtù che li rincalzino; ma a Genova, più che altrove,
si fa di cappello al titolo di marchese, e a tutti i privilegi della
nascita, non badando se siano posti su d'un uomo da nulla, come il
mantello o la giubba sulle smilze grucce d'un attaccapanni.
Maniere di adorazione storte ambedue; laonde si può dire che se in
altri luoghi il concetto della rivoluzione è stato volto a profitto
dei ricchi, della gente nuova e dei subiti guadagni (per dirla con
Dante), qui a Genova non ne è pur giunto un soffio, ed abbiamo
accettato due maniere di aristocrazia, in cambio d'una.
Noi ripeteremo una cosa detta fin dal principio di questo racconto:
amiamo i bei nomi quando sono ben portati, e null'altro. La nobiltà
che noi intendiamo, è privilegio sempre difficile ad ottenersi; ma si
ottiene per fermo con la mistura di questi tre ingredienti: onestà,
ingegno e generosità di propositi. Sia patrizio o plebeo l'uomo posto
in alto dalla riverenza dell'universale, se quelle virtù non
soccorrono, povero a lui! nè le ricchezze sfondate, nè il fasto della
cieca liberalità, possono farci dimenticare la sua pochezza
d'intelletto e di cuore. E allora la carrozza stemmata, la coppia di
leardi, o di sauri, superbamente attaccata, e la poveraglia più
superbamente tenuta ad ornamento del portone di casa, ci fanno
sorridere malinconicamente, come avviene per tant'altre miserie del
mondo.
Questi pensieri abbiamo voluto dirveli, perchè li mettiate insieme con
altri parecchi, e a noi si tolga il fastidio di doverci spiegare per
lungo e per largo, sì quando avremo aria di lodare la nobiltà e la
ricchezza, sì quando avremo aria di buttarle tra le ciarpe dei
ferravecchi.
Ora torniamo ad Aloise. Le ricchezze del giovine marchese di Montalto
erano più che modeste, e forse in questo senso il dottor Collini
intendeva la frase detta a Lorenzo: «un tale che non ha il becco di un
quattrino». Il fitto di alcune case poste in città gli dava un'entrata
di forse ottomila lire. Palazzo non ne aveva, essendo la dimora
cittadina de' suoi vecchi già da lunga pezza andata in mano d'altri, e
gli rimaneva soltanto, inutile arnese, il palazzotto campestre della
sua famiglia, posto in cima ad una di quelle tante gole di monti che
fiancheggiano la Polcevera.
Si possono fare di molte cose, con otto mila lire, in una città come
Genova. Si può, verbigrazia, avere una bella casetta, arredata con
elegante semplicità, tenere due persone di servizio ed anche la balia
in casa, se si è ammogliati e consolati di prole; ma in questo caso
non c'è da pensare a sciali, bisognando stare per molt'altre cose a
stecchetto. Ma si possono fare altresì poche cose con ottomila lire,
quando non si abbia il conforto e le modeste costumanze della vita
domestica. Abbiate un appartamento pulito in una delle vie principali;
contentatevi di un solo servitore; andate a desinare alla Concordia;
tenete uno scanno a teatro; fatevi vestire, o spogliare da un sarto di
grido; siate socio al Casino, anche senza far altro che una partita a
biliardo; rendete a tempo e luogo servizio ad un amico, e poi mi
saprete dire dove si arrivi con ottomila lire d'entrata. All'uscita,
non è vero? e senza troppo aspettare.
La casa di Aloise, in via Balbi, non era grande, ma bella e bene
arredata. Il buon gusto del giovine si faceva notare in ogni cosa, e
perfino nella disposizione delle suppellettili. Nella sala d'entrata
erano pochi gli arredi, ottenendovi lo spazio maggiore una pedana per
assalti di scherma, e tutti gli altri arnesi pertinenti a quell'uso.
Da un lato, fermata alla parete, vedevasi una lavagna quadrata ed
incorniciata, dove gli amici che venivano a cercar di Aloise e non lo
trovavano in casa, potessero scrivere il nome o quello che loro
piacesse meglio.
Da quella stanza si entrava in un salottino, vero esemplare di
eleganza, parato di seta azzurrognola, coi mobili tutti dorati. Sulla
spalliera del lettuccio da sedere e di tutte le seggiole, come
sull'alto della cornice di uno specchio inclinato, era intagliato lo
stemma dei Montalto, un leone coronato, rampante su d'uno scoglio, con
la breve leggenda «__Altius__», ossia, per dirla in volgare, «più
alto». Quegli arredi eleganti, e una Madonna attribuita al pennello
del Dolci, che si vedeva di rincontro allo specchio, decoravano un
tempo il salotto della madre di Aloise, e il giovinotto le serbava
gelosamente come preziose reliquie di un caro passato.
Nella sala da studio, a sinistra del salotto, gli occhi erano
abbarbagliati e rallegrati ad un tempo dal più pittoresco
guazzabuglio. Anzitutto avevate a cansare una gran tavola rotonda,
coperta con superba sprezzatura da un magnifico sciallo persiano,
sulla quale erano posti, apparentemente a rinfusa, libri dalle carte
dorate, sfere, mappamondi di porcellana, portasigari ed altri graziosi
nonnulla, in mezzo ai quali regnava un telescopio, il quale, posto
com'era, non aspettava altro che la notte e l'apertura della finestra,
per ispecolare le stelle.
Più oltre, dopo la tavola, un pianoforte verticale, che mostrava le
spalle al mezzo della camera e ad un divano turchesco, appoggiato alla
parete di rincontro. A sinistra dell'uscio, tra la tavola rotonda e il
divano, uno scrittoio, con tutto il bisognevole, e due statuette di
porcellana del Giappone, le quali sorridevano allo scrittore, e in
mancanza dello scrittore, alla seggiola sulla quale avrebbe potuto
sedersi. Tutt'intorno poi, incisioni, mensole che sostenevano
statuette di gesso, pipe con la canna di gelsomino, e via discorrendo.
Dall'altro lato del salotto, sollevando la portiera di seta, si vedeva
la camera da letto; ma in questa non metteremo piede, contentandoci di
restare, con maggior profitto per il nostro racconto, nella sala da
studio, a sentire che cosa dicesse Aloise col marchesino Pietrasanta,
aspettando che il servitore andasse a cercare una carrozza da nolo,
per condurli a diporto.
Su quel divano turchesco, che abbiamo accennato, era seduto, anzi
mezzo sdraiato il Pietrasanta, facendosi puntello del gomito alla
persona, e chiudendo beatamente gli occhi ad ogni boccata di fumo che
mandava fuori. Perchè, voi già l'avete indovinato, o lettori che
indovinate ogni cosa, egli fumava; e noi vi aggiungeremo che fumava i
due terzi del giorno, e un terzo delle seimila lire che gli dava il
marchese padre per le sue male spese. Il che è quanto dire che fumava
molto; non sigari di Avana, che si fabbricano a Malta, nè di Manilla,
che si fabbricano ad Amburgo, ma sigarette turche, ed autentiche.
Enrico Pietrasanta era un buon giovine; in fondo nè carne, nè pesce,
ma di ottima pasta. Non aveva mai fatto male ad alcuno; a parecchi
aveva anzi reso servigio; amava il suo cavallo e si lasciava amare da
una ballerina, aspettando che i suoi parenti gli scegliessero quella
donna che avrebbe dovuto amare per tutta la vita; andava spesso a
ragionare col sarto intorno alle nuove fogge della quindicina; non
s'impacciava di politica, ma non poteva patire la compagnia del prete
di casa e non parlava mai con irriverenza della rivoluzione, del
progresso e degli uomini più chiari per le opere della penna o della
spada a servizio della patria. Uomo insomma, che, con altro indirizzo,
avrebbe potuto diventar utile alla sua terra, ma che, stretto d'ogni
parte dalle consuetudini de' suoi pari, nè forte tanto da rompere il
freno, si rassegnava a vivere inoperoso.
Era però naturale che tra lui ed Aloise di Montalto corresse una
maggiore dimestichezza, sebbene non fosse pari la tempra dell'animo.
Nella cerchia de' suoi pari ognuno si legge quel compagno che gli
sembra più di suo gusto; Aloise aveva accettato, come suo Pilade, il
marchesino Pietrasanta, nobile come lui, sebbene a gran pezza più
ricco, generoso di sensi come lui, sebbene alquanto più fiacco.
Il Pietrasanta, che ci siamo studiati di far conoscere un poco, era
sdraiato sul divano, Aloise era seduto al pianoforte e per la prima
volta dopo la sua malattia stava suonando qualche melodia, così per
rifarsi la mano.
--Dunque tu dici,--esclamò egli, poichè fu giunto agli ultimi accordi
di una di quelle geniali romanze che andava appunto allora mettendo
fuori il Mariani,--che mi avevano già bello e spacciato, in casa
Pedralbes?
--Eh davvero! Non ti mancava più altro che il becchino per darti
quattro martellate sulla cassa. Figurati! In un momento di pazzia, o
di tedio andato in cancrena (che bene non si sapeva dire), tu avevi
voluto scendere dal letto. La ferita appena rimarginata si era aperta
da capo; d'onde il sangue a rigagnoli, lo svenimento, una febbre da
cani, il dottore Mattei con le mani nei capelli.... e tante altre
novelle di questa fatta.
--Ma chi le ha spacciate, queste frottole?--chiese Aloise, che non
poteva tenersi dalle risa.
--Credo il piccolo Riario, il quale a sua volta le aveva pescate sulla
piazza delle Fontane Amorose, nella fermata delle quattro. Insomma,
mio povero Aloise, tu eri morto, e in casa Pedralbes ti facevano
l'orazione funebre. C'era la Clelia, col marito, la Isabella, la
Clarice, e tutta la gente solita che t'ha imbalsamato di finissimi
unguenti come si usava nell'antico Egitto coi morti più illustri. E
sai? La signora Violante, quella stecchita padrona di casa che dice
una parola ogni mezz'ora, a guisa degli orologi da camera, si è
degnata di sentenziare che i Montalto erano una buona casata, e che le
doleva di vederla cadere a quel modo, per la tua fine immatura.
--E tu non hai risposto nulla?
--Io? bravo! e come vuoi che facessi, se non c'ero? Questa parte della
conversazione io l'ho dal Cigàla, che era presente, e sapeva benissimo
che quella era una frottola raccolta in piazza, ma voleva godersi la
scena, il manigoldo! Quando giunsi io, puoi immaginarti come tutti mi
si stringessero ai panni, per sapere se eri morto, o se ti disponevi a
morire da buon cristiano.--Non dubitate,--m'affrettai a
rispondere,--quello è un uomo che, messo al punto, non fallirà alla
fede de' suoi padri; ma fino ad ora, grazie a Dio, egli non è al punto
di tirare le cuoia. L'ho lasciato poc'anzi, vivo e fuori del letto,
con licenza del medico, e se non è morto per avventura dacchè sono
uscito di casa, io credo che egli terrà la promessa di venir domattina
a fare una gita in carrozza fino a Nervi.--
Qui il Pietrasanta buttò la sigaretta, che gli si era spenta nella
furia del discorso, ne prese un'altra, l'accese e continuò:
--Il piccolo Riario divenne rosso come una ciliegia, e dalle parole
che balbettò intesi che lo spacciatore di quella panzana era stato
lui. La signora Violante e tutte l'altre persone si rallegrarono, e fu
una festa da non dirsi a parole, come nel fine di tutte le favole che
mi raccontava la balia quand'ero piccino.
--Sei un bel pazzo!--soggiunse Aloise a mo' di commento.
--Ah, dimenticavo la più bella. Sai tu, Aloise, chi si cura molto di
te e della tua salute? Te la potrei dare alle cento, e non
l'indovineresti. Il taciturno tiranno di Quinto.--
All'udire quel nome, del quale daremo a suo luogo la spiegazione,
Aloise rizzò il capo, ed era lì lì per balzar dal sedile; ma si
contenne, pensando che l'amico avrebbe potuto farne le meraviglie e
cavarne appiglio a qualche arrisicata congettura.
--Il signor Antoniotto?--chiese egli allora con una cert'aria di
candore che pareva tolta a prestanza.
--Sì,--rispose il Pietrasanta,--il signor Antoniotto Torre Vivaldi,
tiranno di Quinto e dei paesi circostanti, schiuma di __paolotto__ e
assiduo ascoltatore di messe nella chiesa della Maddalena.
--Sta bene; ma che cosa ti ha detto egli?
--«Caro Pietrasanta, mi ha detto, non potete credere come mi prema di
quel giovine. Ho conosciuto molto suo padre, e ricordo __eziandio__
che ai tempi antichi i Montalto erano scritti nel nostro
albergo».--Avrebbe potuto dire nell'albergo di sua moglie, poichè da
lei prende il nome di Vivaldi; ma già tu sai che il marchese
Antoniotto si crede anco lui un discendente di quel navigatore....
aiutami tu a dire il nome, e la terra che avrà sicuramente scoperto.
--Voi dire Ugolino Vivaldi. E aggiungi il fratello Vadino. Ma anche in
due, non scopersero nulla, poveracci, e pare che naufragassero alle
coste della Guinea, dove un secolo e mezzo più tardi credette di
riconoscerne i discendenti un altro Antoniotto, del casato Usodimare.
--Vedi che combinazione! L'Antoniotto moderno se l'è proprio
dimenticata. Ma che i tuoi antenati fossero scritti nel suo albergo,
lo ha ben voluto ricordare. Ringrazialo della sua degnazione, come io
l'ho ringraziato in tuo nome della sua sollecitudine per te.
--Hai fatto benissimo;--rispose Aloise.--Ma come poteva trovarsi
iersera in casa Pedralbes, egli che non esce mai di casa senza.... sua
moglie?--
Queste ultime parole duravano fatica ad uscirgli di bocca; pure, gli
bisognava dirle, se voleva farsi intendere dal Pietrasanta.
--To',--rispose questi,--egli non ha mica il torto! Sua moglie è, per
tutti gli Dei, la più bella donna di Genova, e potrei aggiungere anco
di altri luoghi parecchi. Hai tu mai notato, Aloise, che grandi occhi
verdi?
--Verdi! Questa è nuova di zecca.
--Verdi, sì, verdi; e perchè no? Una volta mi erano parsi neri,
un'altra volta azzurri; e siccome io non amo vivere nel dubbio, ho
colto il destro di guardarli bene una mattina, alla luce del sole, e
ti asserisco che sono verdi, del più bel verde marino, come quelli di
Gulnara, la regina del mare, nelle __Mille e una notte__. Io son
venuto allora a capo d'intendere come il riflesso della luce o
dell'ombra, li possa far parere a volte azzurri, a volte neri. E che
magnifici capelli castagni! Tu sai, Aloise, che io non ho mai avuto
una gran tenerezza pei capelli castagni; ma quelli della marchesa
Ginevra, così fini, così abbondanti e lievemente increspati,
meriterebbero di essere posti nel firmamento, invece della chioma di
Berenice, se, a dir vero, non istessero meglio su quella testa
meravigliosa. E sono poi castagni? Chi lo sa? Sono neri.... sono
biondi....
--E dàlli con le stravaganze! Perchè non aggiungi che son bianchi?
--Eh, secondo il riflesso, perchè no?--rispose l'impertinente
sragionatore.--A me poi la marchesa Ginevra fa questo senso; che cosa
ne posso? E la persona! Come è svelta, senza dare nello scarno! Come è
piccino quel piede, e come è sottile quella mano! Io non so, Aloise,
se tu abbia mai considerato quel naso di purissima forma greca, le
grandi sopracciglia, e quei candidi denti e le labbra che paiono di
corallo tenero....--
Aloise, in quella che l'amico passava cosiffattamente in rassegna
tutte le bellezze della marchesa Ginevra, era rimasto assorto in certi
suoi pensieri; ma finalmente, veduto che il ritratto andava un po' per
le lunghe, disse al Pietrasanta:
--Ma tu non hai risposto alla dimanda che io ti avevo fatta.
--Ah, è vero, scusami. Ma tu potevi del resto argomentare che se c'era
il marchese Antoniotto, c'era anche la signora la quale era bella sai,
bella come se il marito fosse stato mille miglia lontano.
--Che altra novità è questa tua?
--Eh, lo sai pure! Un marito ai fianchi, è come una brutta veste od un
acconciatura disdicevole, che la più graziosa tra le donne ci scapita
a portarla.
--Pazzo!--esclamò un'altra volta Aloise, a cui gli sproloquii del
Pietrasanta avevano la virtù di rallegrar sempre lo spirito.--E come
accomodi tu tanta ammirazione per la marchesa Ginevra co' tuoi amori
da palco scenico?
--Ih, come corri! La mia ammirazione per lei è affetto legittimo del
senso artistico, e non altro. Che vuoi si faccia ella di me? Ed io in
fin dei conti che potrei farmene di lei? Io penso che sia la donna più
fredda del mondo. Già, non potrebbe essere diverso. Dio le fa belle, e
poi leva loro l'anima, perchè si conservino meglio, come gli uccelli
impagliati.
--Pietrasanta! Tu non sei giusto....
--Bravo, e che cosa ti ho da dire? A me fa questo senso. E poi.... e
poi....
--E poi, che cos'altro?
--E poi, mi paiono donne da lasciarle dove sono.
--Qui, forse, hai ragione;--disse, aggrottando le ciglia, Aloise.