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ANTON GIULIO BARRILI
LA LEGGE OPPIA
COMMEDIA TOGATA
IN TRE ATTI
GENOVA
COI TIPI DI ANDREA MORETTI
1873
Tutti i diritti riservati.
_Legge 25 giugno 1865, N. 2337._
A EDMONDO DE AMICIS,
_A te, che hai veduto nella mia_ LEGGE OPPIA _alcun che di buono, a
te, che hai cuore pari allo ingegno, a te, che io amo sopra tutti i
miei fratelli nell'arte, è dedicata l'opera mia._
_Certo, avrei dovuto intitolarti una cosa migliore. Senonchè, ad
aspettare che l'ingegno mio dèsse frutto veramente degno di te, avrei
dovuto durarla di troppo, e questa pubblica testimonianza di affetto
sarebbe stata anco rimandata_ «al limitar di Dite». _Abbiti dunque,
lontano amico, questa mia_ LEGGE OPPIA, _e fàlle il buon viso, che
solevi fare al tuo_
Di Genova, il 21 dicembre del 1872.
ANTON GIULIO BARRILI.
INTERLOCUTORI
BIRRIA, servo.
MIRRINA, liberta.
CLAUDIA VALERIA, moglie di L. V. Flacco.
MARZIA ATINIA, figlia di Claudia.
VOLUSIA, figlia di Claudia.
ANNIA LUSCINA, matrona romana.
MARCO FUNDANIO, tribuno.
LICINIA, moglie di M. P. Catone.
FULVIA, sorella di Catone.
LUCIO VALERIO, tribuno.
TITO MACCIO PLAUTO, poeta comico.
MARCO PORCIO CATONE, console.
ERENNIO, littore.
IL CÒRAGO.
MATERINA, moglie di Erennio.
IL BANDITORE.
Donne--Magistrati--Popolo.
La scena è in Roma--anno 557 _ab Urbe còndita_.
Consoli L. V. Flacco e M. P. Catone.
ATTO PRIMO
La scena rappresenta l'interno di un tablino e parte
dell'atrio, nella casa del console Lucio Valerio Flacco, sul
Velia.--Pareti ornate di fregi e dipinti; soffitto a
cassettoni dorati; solaio a musaico.--Nel fondo, a destra e a
manca del tablino, le fauci, che mettono all'interno della
casa; sui lati, l'una a riscontro dell'altra, due cortine
alzate.--In mezzo alla sala, un monopodio di marmo, con suvvi
uno scrigno ed altri arnesi di lusso; tutto intorno,
seggioloni e scanni.--Lateralmente, distribuite a giuste
distanze lungo le pareti, alcune edicole, che recano,
effigiate in maschere di cera, le immagini degli antenati
della Gente Valeria.--Verso il proscenio, a sinistra del
riguardante, il Larario, colle statuette degli Dei Lari,
sorretto da una mensola di marmo, che ha da piedi un'ara da
incenso.--In un angolo del tablino, il canestro da lavoro,
coi gomitoli e coi rocchetti dentro.
SCENA PRIMA
BIRRIA, _con uno spolveraccio di penne di pavone alla mano, sta
ripulendo gli arredi del tablino.--Indi_ MIRRINA, _con un canestro di
fiori_.
(Birria è vestito di una tunica bigia, con maniche corte,
stretta ai lombi da una cintura nascosta sotto le pieghe
ricadenti dal petto. Capegli rossi e ricciuti. Calzari di
cuoio.--Mirrina è vestita di una tunica talare e del peplo.
Capegli pettinati alla greca. Braccia ignude. Suole allacciate,
al collo del piede da maglie e correggiuoli intrecciati).
BIRRIA
Ah, giuro pel Dio Saturno che non è lieta cosa servire in casa di
consoli. Onor de' padroni, carico alle spalle dei servi! Ecco qua; due
volte al giorno lo si spolvera, questo tablino del malanno. E
l'essèdra, poi, s'ha da tenerla sempre in assetto, pei ricevimenti
magni. Poi c'è da curare il triclinio, poi da badare all'uscio di
casa, che è sempre affollato di visite. Come son farfalline, coteste
matrone! Su e giù, qua e là, continuamente in volta come le rondini,
«Filò la lana, stette in casa sua»; così canta l'epitaffio. Ma gua',
delle mie padrone non si potrà dire il medesimo?
(mettendo da banda il canestro da lavoro)
Filarono la lana, quando non le ci avevano altro a che fare; stettero
in casa, quando aspettavano visite. E avanti a ripulire; avanti a
spolverare!
MIRRINA
(passando attraverso la scena)
Tu brontoli sempre, peggio del tuono.
BIRRIA
Venere ti guardi, Mirrina liberta! Son essi per me, quei fiori?
MIRRINA
Vedete che ceffo da inghirlandare di rose! E' sono per gli dei Lari;
va via!
BIRRIA
Mirrina, che modi son questi? Da ieri vendicata in libertà per grazia
profumata del Console, che non sa negar niente alla moglie, già metti
contegno col tuo amato Birria?
MIRRINA
Amato!... quel coso!... Rosso di pelo e buono a nulla è tutt'uno.
BIRRIA
Non hai sempre detto così, ed io potrei ricordarti....
MIRRINA
Lasciami pe' fatti miei, mal arnese.... schiavo.... delizia dello
staffile!
(divincolandosi da lui, per andare al
Larario)
BIRRIA
Non ci hai proprio altro di meglio a profferirmi per colazione,
stamane?
(accostandosi timidamente, mentre ella sta
disponendo i fiori sulla mensola)
Mirrina, o come s'è fatto leggiadro il tuo collo, dacchè non ha più
tema del collare di bronzo!
MIRRINA
E tu ammiralo!
BIRRIA
Farei meglio ancora....
MIRRINA
(senza voltarsi)
Che cosa?
BIRRIA
Vi coglierei il fiore che non hai voluto darmi pur dianzi.
(chinandosi per baciarla sul collo)
MIRRINA
Numi, ei lo vuole davvero! Eccoti il fiore!
(assestandogli una guanciata)
BIRRIA
Ah, gli è di cinque foglie e pizzica come quel dell'ortica. Or dunque,
la è rotta?
MIRRINA
Tienla per tale.
BIRRIA
Vedete, che albagìa! Se non par Tanaquilla regina....
MIRRINA
Regina sicuro! Impara ad obbedire, perchè, quind'innanzi, comanderanno
le donne.
(andandosene gravemente col suo canestro
tra mani)
BIRRIA
Ah, sì, ci hai ragione; fin da ier sera me ne ero avveduto.
MIRRINA
(voltandosi indietro)
E da che?
BIRRIA
Oh bella! da che il padrone è partito. Ah, povero Console! Egli va
sicuro e tranquillo a combattere i Galli Boi; ma non sì tosto egli ha
messo il piede fuor della porta Nomentana, che in casa sua spadronan
le femmine. Ma bada; il padrone non è partito, e per Ercole, egli ha
da sapere ogni cosa.
MIRRINA
Che inventi tu adesso? Il padrone è a quest'ora colle legioni sulla
via di Reate.
BIRRIA
Era, ma gli è tornato in fretta e in furia stamane. Lo ha veduto il
figliuolo di Erennio littore, che è passato or dianzi di qua, mentre
io stavo in sull'uscio. E' pare che il padrone avesse a indettarsi di
cose gravi col suo collega Marco Porcio Catone, poichè gli è corso da
lui ed eglino sono tuttavia in istretto colloquio. E credi tu che,
tornato in città, non vorrà dare una scorsa a casa? Ah, tu la smetti
adesso? Or bene, e noi lo avvertiremo, noi che nulla sappiamo; gli
diremo noi di una certa porticina sul vicolo, a cui s'è tolto il
catenaccio; gli daremo noi la lista delle persone che hanno ad entrar
di soppiatto in casa.
MIRRINA
Birria, tu non dirai nulla.
BIRRIA
E perchè di grazia?
MIRRINA
Perchè.... tu sei buono.
BIRRIA
Rosso di pelo? Eh via!
MIRRINA
Il rosso è color senatorio.
BIRRIA
Ma io sono un mal arnese, delizia dello staffile.... uno schiavo....
MIRRINA
Che può diventar liberto da un momento all'altro, e tra liberti.... Ma
che siete voi, uominacci stupidi, da non intender mai per loro verso
le nostre parole?... Mirrina, quantunque fatta libera, è sempre
Mirrina. Tu pure, se andrai a' versi alle padrone.... Una parola detta
alla nobile Claudia Valeria dalla sua prediletta ornatrice, mentre sta
acconciandole il capo, e la tua sorte è cangiata.
BIRRIA
(porgendole la guancia)
Briccona! Dà il pegno!
MIRRINA
Eccotelo!
(dandogli della mano sul volto)
BIRRIA
Un altro schiaffo?
MIRRINA
No, una carezza. Non hai notato il divario?
BIRRIA
Poh, non guari; ma spiegata così, può anche passare. Basta, sappi; non
è niente vero del ritorno del Console.
MIRRINA
Ah, furfante di tre cotte! M'hai dunque ingannata?
BIRRIA
Ti restituisco i tuoi doni.
(accennandole una guanciata)
MIRRINA
Grazie; non ripiglio mai nulla.
BIRRIA
Suvvia, Mirrina, figlia di Venere, o sorella, o nipote, che certamente
qualcosa le sei, facciamoci a parlar chiaro. Che è questa ascosaglia
della porticina? s'inganna il Console qui?
MIRRINA
Oh, non c'è niente di male, sai? Non far giudizii temerarii! Ma ecco
le padrone; odo la lor voce; va via; il tuo lavoro è finito.
BIRRIA
Mi dirai tutto?
MIRRINA
Sì, tutto, ma vattene.
BIRRIA
Un altro di quegli schiaffi!...
MIRRINA
Va in tua malora!
BIRRIA
Udite, o Dei Lari, i dolci augurii di quelle labbra di rosa?
(esce dalla fauce a sinistra)
SCENA II.
CLAUDIA VALERIA, MARZIA ATINIA, VOLUSIA e MIRRINA
(Con poche differenze ne' particolari, Claudia Valeria, Marzia
Atinia e Volusia, sono vestite ad un modo. Stola di lana bigia,
per Claudia, bianca per Marzia e Volusia. Maniche lunghe,
serrate al pugno con una fibbia. Due cinture; la prima sotto il
seno, l'altra sui fianchi. Capo scoperto. Calzari di cuoio.)
CLAUDIA
Che ora?
MIRRINA
(guardando in alto, all'orologio solare,
fuori della scena)
Siam presso alla quinta.
CLAUDIA
Così tardi? Le nostre vigile non istaranno molto a giungere. Bada,
Mirrina, tien d'occhio tu stessa l'uscio là in fondo!
(accennando dietro la scena a Mirrina, che
esce dalla fauce a destra)
Ah che la vada bene, figliuole mie! Ci siam messe ad una bella
impresa!
MARZIA
Eh via, di che temi? Il dado è tratto.
CLAUDIA
Pur troppo! Ma che dirà vostro padre, quando saprà che s'è aspettata
la sua partenza, per metter mano in un intruglio cosiffatto?
MARZIA
Eh via! Il babbo ci ama e ci perdonerà questa alzata
d'ingegno.--Infine, che gran male si fa? E operiamo noi diverso da
quante sono, non dirò matrone, ma femmine in Roma? Tutte, sai, tutte
ad una! Albina Lutazia, Giulia Flaminia, le tre di casa Cornelia, il
meglio di Roma, sempre dopo la casa Claudia donde tu nasci, dànno
l'esempio alle altre. Oramai la è una corrente, e noi non facciamo che
andar pel suo verso.
CLAUDIA
Sì, sì, sta bene; ma tutte quelle che mi hai noverate fin qui, non son
donne di magistrati.
MARZIA
Ci vengo. Anna Luscina, moglie a Fabrizio Luscino, pretore civile; io,
io Marzia Atinia, moglie di Caio Atinio Labeone, pretor peregrino;
eccotene due, donne di magistrati. E non puoi esserci tu, moglie di
console, segnatamente dopo che le donne di casa Claudia, tua sorella e
tua cognata, hanno mostrato di voler fare lo stesso?
VOLUSIA
Ed io, mamma?
CLAUDIA
Tu? sentiamo un poco che cosa sei tu.
VOLUSIA
Non sarò io moglie, appena torni il babbo, a Caio Claudio Pulcro, mio
cugino, eletto e consacrato àugure l'altro dì?
CLAUDIA
Ah, sì, dimenticavo che esistevi tu pure.
MARZIA
Insomma, non temere. Il babbo tornerà vincitore dei Galli e non gli
dorrà troppo di trovarsi vinto in cosa di minor conto. E poi, non
saremo noi che glielo diremo, e neppure Marco Fundanio nostro alleato.
CLAUDIA
Un tribuno! È pur dolorosa! La gente Claudia ha sempre avuto a dirla
con questi tribuni; e adesso...
MARZIA
E adesso si è fatta la pace. Storia romana in tre libri! Da principio
furono i re. Poi comandò il Senato. Ora, la mercè dei tribuni,
comanderanno un pochino le donne.
SCENA III.
ANNIA LUSCINA, e _Dette_.
(Vestita come le precedenti, ma colla giunta del ricinio sul
capo, i cui lembi le scendono sugli òmeri.)
ANNIA
Che gli Dei ascoltino l'augurio, mia bellissima, e custodiscano te al
nostro amore, nobilissima Claudia, e te Volusia, facciano felice col
più leggiadro degli Auguri.
MARZIA
Come sei rossa in volto, Dei buoni!
ANNIA
Ah lasciatemi stare! Dal Viminale fin qua! Un tremila passi a piedi,
nè più, nè meno. È una indegnità. Vorrei averlo io tra le mani, quel
tribuno che ci vietò d'andare in cocchio. A piedi! e con questi cenci,
poi....
CLAUDIA
Ah, i tribuni! Stavo per l'appunto ragionando dei fatti loro con
Marzia.
ANNIA
Ma, domando io, che cosa gli avean fatto le donne? E' doveva esser
brutto, ma brutto assai, questo Caio Oppio! Tu certamente lo hai
conosciuto, nobilissima Claudia, poichè la legge è.... recente.
CLAUDIA
Eh.... Di venti anni fa. Li ho contati tutti, io, e con essi se n'è
andata la mia gioventù. Gli era brutto davvero, più brutto di
Annibale, e parve anche peggio, quando la sua legge fu promulgata. I
tribuni! Io non li ho mai potuti patire, e quando penso che per voi,
pazzerelle, dovrò accoglierne uno in mia casa..... Sarà la prima
volta, io credo, che un tribuno varchi la soglia di un Console.
ANNIA
Perdonami, Claudia. Anche Lucio Valerio è tribuno, insieme con Marco
Fundanio e coi due Bruti. Or non va egli in casa del collega di tuo
marito, del ruvidissimo e burberissimo Marco Porcio Catone?
CLAUDIA
Ah, sì, quegli ci va, se la voce è vera, per sposarne la sorella.
MARZIA
Ma sì! Che te ne pare, bellissima?
(volgendosi ad Annia)
Valerio, l'elegante Valerio, innamorato della nostra Fulvia, di quella
campagnuola, che, due mesi or sono, non era anche uscita da Tuscolo!
ANNIA
Ma!... così è. Catoneggia, sia detto con tua licenza, o Claudia,
catoneggia Valerio, console e patrizio; catoneggia Valerio, tribuno e
plebeo. Ora, tra i varii modi di catoneggiare, c'è quello di
corteggiar la sorella del Tuscolano. Dov'ella è, si può metter pegno
che egli sia, o non istia molto a capitarci.... L'altro dì, ai giuochi
Megalensi, l'avete veduto?
MARZIA
E dove?
ANNIA
In teatro, alla recitazione dell'_Epidico_, di quel loro Tito Maccio
Plauto. In cambio di rimanere a posto co' suoi colleghi, il leggiadro
tribuno, già così alieno dalle donne, da passare in proverbio, è
andato a sedersi più in alto, presso a lei, cogli occhi rivolti al suo
òmero, anzichè alla scena. Si sarebbe detto che volesse contar le
pieghe del suo velo.... o le lentiggini del suo collo. E si gonfiava,
la superba; facea la ruota, come i pavoni di Giunone.
MARZIA
Eh, queste cose s'imparano presto ed ella si fa in breve agli usi
delle gran dame. Tu la vedrai, Annia Luscina; tra poco ella sarà
qui.... A proposito, veniamo all'essenziale. Ci abbiamo di grandi
cose... che sono in relazione colla nostra congiura. Abbiamo..., sta
attenta!.... abbiamo un grande arrivo dalla Grecia.
ANNIA
(facendo il viso scontento)
Ah, filosofi?
MARZIA
Meglio ancora.
ANNIA
Manco male; mi avevate già fatto paura. E chi dunque?
MARZIA
Una....
ANNIA
Una?
MARZIA
Te la darei alle cento, e non ti apporresti. Una mercantessa di mode.
ANNIA
Qui? colla legge Oppia?
MARZIA
Sì, e per merito della legge Oppia ne avremo noi le primizie.
Figùrati; appena giunta, l'avean fatta carcerare. Ma Caio Atinio
Labeone, nostro marito, non è pretore dei forastieri per nulla. Egli
l'ha fatta chiamare a sè ed ha sequestrato la merce. E la greca e la
merce, saranno qui, per opera mia, entrando dall'uscio sul vicolo.
Tutto ciò per vedere, s'intende.... e per toccare eziandio.
ANNIA
Ah, sia lode agli Dei immortali! La legge Oppia avrà fatto una cosa
buona.... l'unica da vent'anni in qua. Vediamo dunque; io spasimo
dalla voglia.
MARZIA
Tosto che giunga. Chetati ora! Ma che è? Forse la greca?
(vedendo Birria comparso dalla fauce a
destra)
BIRRIA
No; è Marco Fundanio, tribuno.
CLAUDIA
Per te, figliuola, per te!
(volgendosi a Marzia)
MARZIA
Grazie, ed anche un pochino per te. Non sei tu sempre più bella di
noi?
CLAUDIA
Adulatrice!
SCENA IV.
MARCO FUNDANIO e _Detti_, BIRRIA _in disparte_.
(Marco Fundanio indossa una tunica bianca, listata di porpora,
che scende poco oltre il ginocchio. Calzari allacciati sul collo
del piede con striscie di porpora. Toga portata con garbo sugli
òmeri. Cappello di feltro a tesa stretta, che toglie nello
entrare. Mazzetta nera tra mani).
BIRRIA
Tra male gatte è capitato il sorcio!
(tra sè)
ANNIA
Salve, speranza e presidio delle matrone romane.
FUNDANIO
Meglio amerei esser desiderio di una tra esse; ma valgo troppo poco,
lo so. Comunque sia, son cosa vostra.
VOLUSIA
(sotto voce a Claudia)
Senti, mamma, com'è carino? E' non par nemmeno uno di quelli che
mettono il veto da per tutto.
FUNDANIO
(che ha udito le ultime parole di Volusia)
Bella fanciulla, io, se potessi, non metterei che un veto solo in mia
vita.
VOLUSIA
E a che cosa?
FUNDANIO
Alle tue nozze con Claudio Pulcro. Ma, per ciò fare, oltre il tuo
beneplacito, mi bisognerebbe esser nobile, come uno della gente
Claudia, della nobilissima tra tutte.
CLAUDIA
(dopo un grazioso inchino)
Egli è pur vero che, di cotesti veto voi ne pronunziate troppo spesso,
o tribuni.
FUNDANIO
Ma egli è vero altresì che se fossero consoli le matrone, il
laticlavio ci avrebbe più ossequenti a gran pezza.
ANNIA
Oh, egli dee pur venire, il gran giorno! Dimmi, tribuno, non c'è' egli
un'isola, dove le donne regnano sole, dopo aver messo gli uomini al
bando?
FUNDANIO
Dicono, e invero, mi pare un po' troppo.
ANNIA
Ah, non dico già di mandarli via inesorabilmente....
FUNDANIO
Meno male!
ANNIA
Ma di tenerli in freno e di far le leggi un po' noi.
FUNDANIO
Dolcissime leggi! Esse hanno la mia tribunizia approvazione fin d'ora.
CLAUDIA
Or dunque, Marco Fundanio, poichè a queste giovani donne la è girata
così, e tutta Roma femminile lo vuole, siedi e narraci come stanno le
cose.
BIRRIA
Ah, sentiamo!
(da sè, stropicciandosi le mani)
MARZIA
(avvedendosi della sua presenza)
Che fai tu qui? Va al tuo posto.
BIRRIA
Alla porticina?
MARZIA
No, all'ingresso dell'atrio, al balcone che guarda sulla strada, e
chiunque venga, corri a darcene avviso.
BIRRIA
Che peccato! E' voleva esser gustoso, questo tribuno delle donne.
(esce)
FUNDANIO
Da dove comincierò? Che tutta Roma femminile vuole l'abrogazione della
legge, tu l'hai detto, nobilissima Claudia. Io dirò che; nel Foro,
alla Basilica, alle Botteghe vecchie, al tempio di Càstore, nel borgo
de' Toscani, al Velabro, non si parla più d'altro. Il popolo, così in
di grosso, non mi pare che veda di mal occhio la cosa. E lo si
capisce; tutti hanno donne, cui andare a' versi. Ma i vecchi...., i
vecchi son duri. Basta; s'andrà ai comizi e là ci vedremo. I senatori,
son nostri; già m'immagino che le belle matrone avranno fatto il poter
loro, che è molto....
MARZIA
Di ciò non darti pensiero; sanno il debito loro.
ANNIA
Io, tra ier l'altro, ieri e stamane, ho già veduto sessanta mogli di
senatori. E ho girato senza cocchio! Ecco qui le mie tavolette; vedi?
la Pubblia, le Cornelie, la Bebia; e qui la Giunia, le Flaminie, le
Claudie.... insomma, ho detto sessanta. E tutte, ognuna dal canto suo,
hanno fatto altrettanto. I mariti tentennano, ed è già molto che non
ardiscano dire di no, come facevano prima.
FUNDANIO
In casa, sta bene; ma, nei comizi, come si diporteranno costoro? Ecco
il guaio. Ma incominciamo dal meno. I comizi possono essere levati
innanzi di conchiudere. Il rito dell'assemblea offre appigli e
gretole agli avversarii, più che non vi pensiate.
MARZIA
O come?
FUNDANIO
Vedete, se già tutte le centurie fossero adunate e la discussione
avviata, e ad un tratto sparisse lo stendardo inalberato sul
Gianicolo, sarebbe sciolta l'assemblea senza fallo. Ciò si è veduto
altre volte, chè non si fece buona custodia lassù.
MARZIA
Oh! ma si provvede. Una guardia di donne al Gianicolo!
ANNIA
E chi leverà lo stendardo sarà bravo, fosser pure gli apparitori di
Marco Porcio Catone.
FUNDANIO
Oh, di questo non temo. Il console è uomo di virtù antica e non
tenterà cose illegali. Egli, e ciò temo davvero, ci fulminerà colla
sua maschia eloquenza. Un altro pericolo, e grave....
ANNIA
E quale?
MARZIA
E quale?
FUNDANIO
Mangieranno, i polli sacri?
VOLUSIA
Come? Bisognerà che i polli mangino?
FUNDANIO
I polli, sicuro. Tu sei giovinetta ancora e nol sai; ma nessuna cosa
di rilievo può farsi nella repubblica, senza aver favorevoli gli
auspicii. Anche una assemblea è valida, se sono propizii i segni del
cielo; se no, no. Ora, dico io, mangieranno, come a bestie ben
costumate si addice? Può importare ai padri il contrario, e Giove ed
Esculapio, patrono dei galli, possono vedere la cosa con occhio....
senatorio.
MARZIA
Non ci avevo pensato. Sì, questa è grave.
VOLUSIA
Ma.... se io potessi dire....
CLAUDIA
Sentiamo la tua.
VOLUSIA
Non è Claudio Pulcro l'àugure?
CLAUDIA
Sì, e che perciò?
VOLUSIA
Stassera egli verrà da noi....
FUNDANIO
A prender gli auspicî ne' tuoi occhi, a leggervi che il suo fato è
felice....
VOLUSIA
E i miei occhi non gli lascieranno leggere un bel nulla, fino a tanto
i suoi polli non promettano ai mangiare a modo.
FUNDANIO
Possiamo dunque andarne sicuri. Egli dee conoscere i suoi polli, il
tuo Claudio, ed ama certamente i tuoi occhi. Fin qui, dunque, tutto
andrebbe a gonfie vele. Ma, egli c'è....
ANNIA
Ancora un ma?
FUNDANIO
Sì, e il più grosso. Io non ho collega ad aiutarmi. I due Bruti sono
contrarii. Già, gente Giunia, sempre avversi alle novità e duri come
macigni!
MARZIA
Ma non hai dunque parlato a Valerio?
FUNDANIO
Se gli ho parlato!.... Averlo lui dalla nostra, lui, il più eloquente
dei romani dopo Catone, sarebbe un trionfo sicuro, come se io lo
tenessi nelle pieghe della toga.... Ma che volete? l'eloquenza del mio
amico è incatenata al carro del futuro cognato. Lo pregai, lo
scongiurai; ma invano. E mi troverò solo, e non son punto
eloquente....
VOLUSIA
Tu?
FUNDANIO
(inchinandosi)
Io, certo. Colle donne ho le parole più facili; il mio estro
s'accende; ma cogli uomini.... ah, cogli uomini, mi cascan le braccia.
Farò quanto posso; ma prevedo male.
VOLUSIA
Oh brutto, questo Valerio! Mi duole perfino ch'ei porti il nostro
nome. E Fulvia gli ha da voler bene?
ANNIA
Fulvia è sorella a Catone; catoneggia anche lei.
MARZIA
Lo credi?
ANNIA
Ma!.... E tu?
MARZIA
Io credo che la donna è ciò che vuole; e l'uomo la segue.
FUNDANIO
Questo ha da esser vero.... per gli uomini che hanno la fortuna....
(con aria languida inchinandosi verso
Marzia)
MARZIA
Di meritare....
(ridendo)
FUNDANIO
Di esser tirati. L'ho detta.
MARZIA
Cattivo! e che altro si è fatto, se non tirar dalla nostra il tribuno
Marco Fundanio? Vuoi di più? Sappiamo il debito nostro. Ti si
intreccieranno corone; ti si porterà in trionfo come Bacco.
FUNDANIO
(a Marzia)
Oh tigri! Parole, parole, e poi non sarà niente.
BIRRIA
(in fretta dalle quinte)
Due matrone si son fermate all'ingresso, precedute da due schiavi
piccini e bistorti.
MARZIA
Fa entrare.
(Birria esce)
ANNIA
Ah! dovrebbero essere di Marco Porcio Catone, che ci ha i più brutti
schiavi di Roma.
FUNDANIO
Stravaganze del grand'uomo. Ma, come qui le sue donne?
MARZIA
Avevo preveduto la tua mala sorte con Valerio. Ora vedremo d'esser noi
più fortunate.
FUNDANIO
Che non posson le donne?
MARZIA
Or dunque, un gran colpo! Si va incontro al nemico. Tu, mamma, bada a
Licinia; chè la va da consolessa a consolessa. Noi ci incaricheremo di
Fulvia.
SCENA V.
LICINIA, FULVIA _e Detti, con_ BIRRIA _in disparte_.
(Licinia e Fulvia indossano la stola, stretta all'imbusto da due
cinture. Quella di Licinia, di color bruno; quella di Fulvia di
color cenerognolo, o bianco. Ambedue portano in capo il
ricinio).
CLAUDIA
(muovendo incontro a Licinia)
Ben vieni, o Licinia. La casa di Lucio Valerio è tua.
LICINIA
Tu sei sempre cortese, o nobile Claudia. Marco Porcio rammenta sempre
ciò che deve a Lucio Valerio.
CLAUDIA
E noi, mogli a tai valentuomini, ci siamo sempre amate.
LICINIA
Bontà tua! Noi povere campagnuole....
CLAUDIA
Zitta! La virtù non conosce differenze di villa e di città, di
patriziato e di plebe. Tuo marito dalla sua virtù fu tratto in alto,
non dal favore di Lucio Valerio.
(sotto voce a Marzia)
Me ne fate dire, voi altre!
VOLUSIA
(a Fulvia)
Come ti sei fatta bella!
FULVIA
Ah, credi? Ne godo.
ANNIA
(a Marzia)
Come lo dice: «ne godo!» Vedete che contadina rifatta!
MARZIA
La bellezza, te lo dirò con mia madre, non conosce differenze di villa
e di città....
ANNIA
Salvo le lentiggini!
MARZIA
Ah sì, ne ha qualcheduna; ma certi uomini vogliono che sia questa una
bellezza di più.
ANNIA
Che gusti!
VOLUSIA
(a Fulvia)
Ti rammenti di Tuscolo e dei nostri bei campi? E di quella fontana,
dove c'era un'eco meravigliosa, che ci rimandava tante belle cose? Io
ero molto piccina....
FULVIA
Ed io molto grande.
VOLUSIA
Oh, vediamo! Quanti anni hai!
FULVIA
Indovina.
VOLUSIA
Diciotto. Io ne ho quasi sedici.
FULVIA
Sono più vecchia.
VOLUSIA
Venti?
FULVIA
Va innanzi.
VOLUSIA
Ventuno?
CLAUDIA
Zitta là! non si chiedon gli anni a nessuno.
FULVIA
Perchè, nobilissima madre? Lasciala dire. Amo parerle giovine tanto;
ma in verità, carina mia,
(volgendosi a Volusia)
ne ho venticinque.
MARZIA
Eh via!
FULVIA
Certamente. Son nata colla seconda guerra punica, sotto il consolato
di Livio Salinatore.... quando incominciò tanta carestia d'uomini. Il
che non era di buon augurio per me.
CLAUDIA
Cara ed ingenua sempre!
LICINIA
Ma, una così leggiadra adunanza?....
MARZIA
Comizii femminili!
FULVIA
Come sarebbe a dire?
MARZIA
Che qui si congiura.
FULVIA
(mostrando di vedere Fundanio)
Ah, per altro, fino a tanto egli c'è un tribuno della plebe, la
repubblica non ne avrà detrimento.
ANNIA
(sotto voce a Marzia)
Ben detto, per una contadina!
MARZIA
Or dunque, sediamo, con gravità romana. Vi dirò ora il perchè vi
abbiamo qui convocate. Tu, Licinia, e tu, madre, siete i consoli.
Fulvia, Annia, Luscina e Volusia, son le centurie.... un po'
smilze....
FUNDANIO
(sotto voce a Marzia)
Di numero?
MARZIA
Ci s'intende. Io, poi, sarò il tribuno, con tua licenza, o Fundanio.
FUNDANIO
Oh, di gran cuore; ma io?
MARZIA
E tu sarai il littore.
FUNDANIO
Sta bene; dunque incomincio. Non vengo attorno, o centurie, a
distribuirvi le tavolette pel voto, perchè questo già s'indovina.
FULVIA
Che ne sai tu, littore?
FUNDANIO
Possibile? Daresti tu il voto contrario alla dimanda.... d'un tribuno?
Basta, lasciamola lì. Dirò invece che non distribuisco tavolette,
perchè non ne ho. Sono côlto alla sprovveduta. Il voto lo darete ad
alta voce, nè ci sarà confusione.
(imitando il far dei littori)
Ora, se vi pare, fate silenzio, o Quiriti. Tribuno, esponi la causa.
MARZIA
(alzandosi)
Incomincio. Egli fu dopo la rotta di Canne, consoli Quinto Fabio
Massimo e Tito Sempronio Gracco, che i padri nostri votarono la
sciocca legge, proposta da Caio Oppio tribuno. Che dico sciocca?
scellerata ed iniqua. «Niuna donna abbia ne' suoi ornamenti più che
una mezz'oncia d'oro; nè usi vesti ricamate di varii colori; nè possa
andare in cocchio per Roma, o per altre città, ovvero a mille passi in
giro di quelle, se non per cagione di pubblici sacrifizii». E v'ebbero
cittadini, che la diedero vinta a quel pazzo!....
FUNDANIO
Per non dirne altro!
MARZIA
Le madri nostre si comportarono degnamente. La patria era in pericolo.
Rinunziarono agli ornamenti loro, non pure al superfluo, ma al
necessario eziandio; certe che gli uomini non sarieno stati da meno di
loro e che, rifiorite le sorti della patria, la legge sarebbe stata
cassata. Vent'anni sono trascorsi, e questa bellezza di legge è viva
pur sempre. E perchè, perchè si conserva, ora che le sorti di Roma
sono di tanto cangiate? Vônno ricondurci ai vieti costumi dei pastori
del Lazio; pretendono che i nostri ornamenti, il lusso nostro (se
lusso può dirsi un limbello di porpora, due libre d'oro lavorato sulla
persona e un cavalluccio da tiro, due alle più grave, per fare le
nostre visite) guasterebbero, farieno tralignare questi forti Romani!
Ma, per Quirino e per Venere genitrice, chi è che li fa, questi forti
Romani?
VOLUSIA
Noi!
FUNDANIO
(sotto voce, da sè)
Finora no.
ANNIA
I nostri mariti trionfano in cocchio; noi andiamo umilmente a
piedi.... e non c'è mica occasione di trionfi, per noi.
FUNDANIO
(sotto voce, ad Annia Luscina)
Eh via, s'ha da credere?
ANNIA
Eglino in tuniche palmate, in toghe ricamate, listate di porpora; noi
in lana greggia, e d'un solo colore. Se capita un forastiero a Roma,
torrà noi per uomini, e per matrone romane i nostri mariti.
FUNDANIO
Se capita un forastiero con questa sorta d'occhi, io, nella mia
qualità di littore, lo accoppo!
MARZIA
Conchiudo. Le cause che fecero proporre la legge, dato che ragionevoli
cause ci fossero, non esistono più. E per dignità nostra, e per decoro
del nostro sesso, e per ragione d'uguaglianza cogli uomini, si chiede
la cassazione della legge. E la si concederà, se non si vuole la
nostra vergogna. Ho detto.
(segni di approvazione di tutti, salvo da
parte di Fulvia, che è rimasta sovra
pensieri)
FUNDANIO
Ottimamente,... tribuno. Ma consenti ad un amico del vero di mettere
in sodo, che, bene o male in arnese, siete poi belle del pari.
MARZIA
Grazie,... littore, sebbene, a te non spettasse parlare; ma vedi? come
la bruttezza può esser scemata, così la bellezza può essere
accresciuta, da un po' d'ornamenti. Olà, Birria!
(a Birria)
BIRRIA
Padrona!
MARZIA
Vanne a Mirrina, tu, e dille che si faccia innanzi. Or ora vedrai.
(a Fundanio)
BIRRIA
(da sè)
Ah, questa poi di fargliela vedere!.... Che volesse invescarlo di
Mirrina?
MARZIA
Non vai?
BIRRIA
Vo, corro, volo.
(esce)
FULVIA
(a Marzia)
Che è ciò che prepari?
MARZIA
Tu pure vedrai. La donna bella che può diventare bellissima; la natura
rinfiancata dall'arte!
SCENA VI.
MIRRINA _elegantemente vestita e Detti;_ BIRRIA _segue, con alcuni capi
di vestiario sulle braccia_.
ANNIA
Ah, buoni Dei, la leggiadra matrona!
LICINIA
In verità, l'ottava meraviglia! Ed è la tua ornatrice?
(a Claudia)
CLAUDIA
Sì, ed ornata alla sua volta da quella bricconcella di Marzia, colle
spoglie venute di Grecia.
(Tutti, tranne Fulvia che rimane in
disparte, vanno a considerare minutamente
Mirrina)
MARZIA
Eccovi; fo come Iperide, l'oratore ateniese, allorquando, per
guadagnare la causa della sua bella cliente, la messe in mostra
nell'Areopago. Questa è l'acconciatura greca, coll'anadèma ed i
capegli ricadenti a ricciolini sul fronte. A noi, con queste
tunicacce, non andrebbe; ma, con una veste sontuosa, fa spicco. Non è
egli vero? Eccovi; questa è la nostra stola, ma più aggraziata, colle
maniche serrate al pugno da armille d'oro, stretta da due cinture
all'imbusto e colla giunta dello strascico. Dite, non aggiunge maestà
al portamento?
(Mirrina fa alcuni passi lungo la scena)
Vedete adesso!
(pigliando un pallio diploide dalle mani di
Birria e aggiustandolo alla persona di
Mirrina)
Questo è il pallio che addoppiato si rafferma alla spalla con un bel
fermaglio d'oro. Togliete questo!
(come sopra, togliendo dalle mani di Birria
e spiegando un ampio velo di fine tessuto
di colore scarlatto, che aggiusterà sul
capo di Mirrina)
Abbiamo il velo porporino, i cui lembi si raccolgono sulle braccia, e
ravvolgono bellamente la persona. Guardate il grazioso meandro che
corre a' piè della stola! E questi sandali traforati!
(Mirrina solleva il lembo della stola sul
collo del piede)
ANNIA
Le armille alla noce del piede! Oh bella! Le metto subito anch'io.
VOLUSIA
Ed io!
FUNDANIO
(a Marzia)
Così che, mi pare inutile di andare attorno pei voti. Hai il «come tu
chiedi» all'unanimità.
MARZIA
Ma.... egli pare.... cioè, non affatto.
(muovendo verso Fulvia)
Che ne sembra a te, mia divina, di questi ornamenti?
FULVIA
Bellissimi.
MARZIA
Con che aria lo dici! Pare che a te non farebbe caso di vestir più
sfoggiato? Invero, saresti la prima.... e l'unica, poichè il seme di
tai donne finirebbe con te.... Ma già si capisce; sorella di
Catone!...
FULVIA
Oh, egli non è per cotesto. Non farmi così austera per vezzo
d'imitazione. Mio fratello pensa a suo modo, ed io.... se pensassi
diverso, non mi terrei men buona sorella per ciò.
MARZIA
Ma allora....
FULVIA
Cara mia, a dirti schiettamente ogni cosa, non sento.... come
chiamarla?
MARZIA
La vanità; di' pure la brutta parola.
FULVIA
Non volevo andare tant'oltre. Non sento.... Via, mettiamo il
desiderio.... Non sento il desiderio di comparire. Questo è il mio
modo di pensare. O si piace, o non si piace; e gli ornamenti che
fanno?
MARZIA
Orgogliosetta! Lo sai, che piaci così disadorna, lo sai?
FULVIA
Io?
MARZIA
Non lo negare! Fosti veduta alla recita dell'_Epidico_.... e fu veduto
e notato anche un altro.
FULVIA
(arrossendo)
Ah!
MARZIA
Ma l'amico è dunque molto possente su te? Egli t'ha ammaliata a segno
di farti dimenticare la tua.... Come chiamarla?
FULVIA
Dignità; di' pure la gran parola.
MARZIA
Arguta! mi rendi la pariglia? Orbene, sì, io la dirò, senza cercarne
un'altra; la tua dignità femminile.
FULVIA
Io non t'intendo.
MARZIA
Sì; non è forse noto che Lucio Valerio (parlo del tribuno, e non del
babbo console) difende a spada tratta la legge? E non fu udito a dire
che le donne sono ornate anche troppo?
FULVIA
Eh, può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.
MARZIA
Sì, ma egli ha aggiunto che le donne sono fatte per la casa....
FULVIA
Anche qui....
MARZIA
Che egli, qualunque sia la donna che condurrà in moglie, l'avrà per
ottima, purchè governi la casa, sappia filare e distribuire il lavoro
alle fantesche.
FULVIA
Ah, è ben poca cosa che egli richiede, per trovare una moglie!
MARZIA
E non basta. Che l'uomo dee mantener fermo il suo diritto e la maestà
maritale contro l'orgoglio delle donne....
FULVIA
(con piglio d'incredulità)
Ha detto questo? Valerio tribuno? E a chi?
MARZIA
A Fundanio, qui presente, che voleva indurlo a caldeggiare la parte
nostra.
FULVIA
(scossa dalle parole di Marzia)
A te, Fundanio?
(Fundanio, che s'era avvicinato, rimane
alquanto dubbioso: Marzia gli accenna
ripetutamente degli occhi)
MARZIA
Rispondi! Ciò che hai narrato a me, non puoi ripetere a Fulvia?
FUNDANIO
Egli è che.... Infine, sì, ha detto questo ed altro ancora. O fosse il
suo pensiero, o non mirasse che ad entrare nella grazia del Console
tuo fratello, egli ha per giunta chiamato la donna: questo sesso
arrogante! questo indomito animale! Animale!
FULVIA
(con accento di corruccio)
Anche questo?
MARZIA
Cara mia, egli può aver torto; ma la è un'opinione come un'altra.
FULVIA
Non mi far celia! Cotesta non è più materia da scherzo. Che così parli
mio fratello, padrone; egli ha moglie; se la intenda con lei. Ma
Valerio, che non l'ha ancora!... Vuol trovarla, e a modino, se pensa e
ragiona così.
MARZIA
Pure, sarai tu quella.
FULVIA
Oh, nè egli mi ha chiesta, nè io....
FUNDANIO
Ti chiederà.
VOLUSIA
(facendosi innanzi con un velo di color
giallo e brillante, che ella ha già
indossato)
E tu porterai un flammèo di sposa come questo. Provalo! Io l'ho già
messo. Ah, come ti va bene! vuoi vederti allo specchio?
FULVIA
(respingendo il velo)
Lascia, te ne prego. A te, non a me, queste allegrezze nuziali!
(l'abbraccia)
FUNDANIO
(a Fulvia)
Ma dimmi; e che farai, quando Lucio Valerio chiederà la tua mano.
FULVIA
Tribuno, vuoi saper troppo.
VOLUSIA
Oh! quello che tu farai, lo so io.
FULVIA
Tu?
VOLUSIA
Sì, fatti in qua! Sai che l'abrogazione della legge sarà proposta nei
comizi. I comizi non sarebbero validi se i sacri polli non
mangiassero. La capisci tu, questa relazione tra i polli e i comizi?
Io no, ma così è. Ora, io te lo giuro, non accetterò la mano di Caio
Claudio Pulcro, se, il dì dei comizi, i suoi polli non mi useranno la
cortesia di mangiare.
FULVIA
Brava! Comincia così, tu che lo puoi; comanda agli uomini! A far
diverso, ci si perde della sua dignità e non ci si guadagna nulla in
compenso.
MARZIA
Tu sei nostra; ho capito. Il tribuno Valerio ha da tenersi saldo, se
può.
FULVIA
Ah, quanto a lui!... Ma mio fratello, piuttosto....
(con aria peritosa)
MARZIA
Vinci; è l'essenziale. Tuo fratello farà come mio padre, come mio
marito, come il marito di Annia Luscina, come tutti i senatori; se la
recherà in pace. Infine, che cosa domandiamo noi? Un po' di lusso non
guasta. Ci volete? Fateci belle!
ANNIA
Brava, ben detto; fateci belle! Ah, se le donne volessero sempre
mettersi d'accordo!
FUNDANIO
(da sè, mentre le donne si accomiatano nel
fondo della scena)
Primo guadagno; non si graffierebbero più!
FINE DELL'ATTO PRIMO
ATTO SECONDO
La scena rappresenta un tablino in casa di Marco Porcio Catone.
Soffitto di legno a cassettoni, senza ornamenti, o dorature;
pareti rozzamente dipinte; pochi e semplici arredi. Un
Larario nel fondo, con entro le immagini di Saturno e di Opi.
A destra uno stipo di ferro, con suvvi un gruppo di terra
cotta, che rappresenta la lupa e i gemelli. A sinistra una
tavola, su cui si vedono pezzi di stoffa e una scatola di
aghi da cucire. A fianco della tavola una sedia alta con
spalliera e senza bracciuoli, collo sgabello davanti, e
vicino ad essa un canestro da lavoro. Sulla tavola è anche un
codice dalle carte di legno.
SCENA PRIMA
VALERIO, _e un servo che sta per andarsene_.
(Lucio Valerio è vestito a un dipresso come il suo collega Marco
Fundanio nell'Atto primo. Per far varietà, può avere sotto
l'angusticlavio una tunica intima, di color violetto, e sovra
ambedue la toga anch'essa violetta).
VALERIO
Bene, non importa; aspetterò. Va pure per le tue faccende, che,
tornando egli da Tuscolo, non abbia a sgridarti.
(il servo esce)
Se Fulvia venisse! Di solito, a quest'ora, ella si aggira per l'atrio.
Che è ciò?
(vedendo il codice sulla tavola)
Ah, il _Trinummo_, la nuova commedia di Plauto. Che vena, che
festività, che sale, in questo capo ameno di Sarsinate! E come il
popolo ha ragione di volergli bene! Sarà bello, come tutta la roba
sua, questo _Trinummo_; ma io preferirò sempre l'_Epidico_. E perchè?
Lo sai tu, Valerio tribuno, il perchè? Com'era bella Fulvia, l'altro
giorno, in teatro! Dei buoni! e che fatica ho durato, per salir fino a
lei! Quella benedetta scalinata non volea più finire. Ci aveva le
gambe impacciate, il tribuno Valerio! Egli, avvezzo ai frastuono delle
assemblee, si trovava lassù, tra il primo e il second'ordine di
sedili, come un pulcin nella stoppia. Ah, mai ho sudato tanto come
allora; e in fede mia, se non era la vergogna, avrei dato volta,
appena fatti i primi scalini. Ma quando giunsi da lei, come fui pagato
della mia costanza, al vedere imporporarsi la bella guancia,
all'udirmi dare il benvenuto da quella voce divina!... E tarda ancora!
Tra poco sarà qui il Console, e addio colloquio sperato! Pazienza,
leggiamo!
(squaderna il codice, leggicchiando a
spizzico)
Ah, se la piglia colla moda! «Volesse Dio che in questo paese, più che
alla moda, s'avesse un po' di rispetto al costume dei nostri vecchi e
alla parsimonia antica! Questa è la morale, oggidì: quel che ti piace,
è lecito. L'ambizione è santificata dall'uso; le leggi! poverine!
vedetele in Campidoglio; le sono impiccate al muro con chiovi di
ferro. La moda, sì, la moda maledetta, bisognerebbe impiccarvi!» La
scena è in Grecia; ma qui si parla di Roma. Questa piacerà a Catone.
Il suo amico poeta lo serve a puntino, con questi colpi di frusta....
Ma infine, perchè questo ritardo?
(alzandosi spazientito)
Ah, donne, donne!... E dicono che amate? Non è vero. Vi lasciate
amare, e voi.... voi non sentite un bel nulla. Infatti, se ella mi
amasse, sarebbe già qui!
(passeggia stropicciando il codice tra le
mani)
Figurarsi, se non lo sa! Son qui tutti i giorni!.... Ed io, sciocco,
che mi disponevo quest'oggi a chiederla in moglie.... che stavo
mulinando le parole da dire a Marco Porcio!... Stupido animale! Vedi
come corrispondono alle tue premure le donne! Per la prima che amo,
son bene conciato davvero.
(battendo stizzito il volume sulla tavola)
SCENA II.
MACCIO PLAUTO _e Detto_.
(Maccio Plauto, bel vecchio di cinquantott'anni, indossa una
tunica e una toga di color amaranto carico. Un bastonello tra
mani. Calzari di cuoio. Pètaso di feltro, pendente giù dalle
spalle).
PLAUTO
Orbene, e che ti ha fatto il mio povero _Trinummo_, da maltrattarlo in
tal guisa?
VALERIO
(da sè)
Eccone un altro! Addio colloquio!
PLAUTO
Tribuno della plebe, tu usurpi l'autorità degli Edili. Soltanto ad
essi spetta di ammettere, o di scartare la roba nostra.
VALERIO
Perdonami; ero sovra pensieri, per certe cose mie.... che non francano
la spesa d'essere raccontate. Ma, tu lo sai, Tito Maccio; io ti stimo
grandemente.
PLAUTO
E grandemente ami. Fai tutto alla grande.
VALERIO
Io amo? E chi, di grazia?
PLAUTO
Tale che non è lungi di qua. Non ho i più bei piedi, ma ho i due
migliori occhi di Roma.
VALERIO
Ed infatti tu hai veduto in me ciò che io non vedo, nè so.
PLAUTO
Saresti tu l'ultimo a conoscer te stesso? Non mi farebbe meraviglia.
L'uomo, sia detto sui generali, è il meno sagace degli animali.
VALERIO
Di' pure il più stupido! Io stavo per l'appunto dicendolo a me stesso,
quando tu sei entrato. Ma, poichè vuoi farmi innamorato per forza, che
pensi tu della donna!
PLAUTO
Dei buoni! io non potrei parlartene che per mia esperienza.
VALERIO
E quale è stata la tua esperienza?
PLAUTO
Grama assai, Lucio Valerio; oh, grama assai! Ne amavo una.... Tra
parentesi, non ne ho amato che una.... sul sodo. Ero giovine, venuto
a Roma per desiderio di gloria, con un viatico di baldanza, di fede,
di speranza e di amore; tutte cose da giovani, che non sono mai
troppe, a chi fa il viaggio della vita. Ne mangi oggi, ne mangi
domani, e, senza avvedertene, la vettovaglia si scema. Un bel dì, fai
per guardar nella sacca.... Addio roba mia; la è sfumata. Per fartela
breve, vidi la bella in teatro, alla recita della mia prima commedia,
che non dispiacque ai Romani. Gloria ed amore!... Queste due
allegrezze mi capitarono insieme. Ma come fare per giungere
fino a lei, e, giunto, per rimanervi? La poesia era una magra
raccomandazione, in quella casa di gabellieri arricchiti. Cerca cerca,
non trovai niente, più al fatto mio che di darmi al traffico, per
diventare un grosso mercatante. Lo vedi di qui, un poeta mercatante?
Io fui proprio quel desso e pigliai presto il tracollo. Fino a tanto
ne ebbi nel forziere, pagai; quando non ce ne furono più, mi diedi per
morto in balìa del mio ultimo creditore. Le dodici Tavole parlano
chiaro: «Se il debitore non paga, nè altri per lui, il creditore lo
porti via con sè, carico di ferri, del peso di quindici libbre; o meno
pesanti, se al creditore piace». Vedi che cortesia di Tavole! E
fortuna che di creditori io ne avevo uno solo! Se ne avevo due o tre,
c'era l'altro articolo che faceva proprio al caso mio: «Il creditore
tolga al debitore la sua libertà, e, se gli torna, lo venda di là dal
Tevere. Se poi ci sono più creditori, il terzo giorno del mercato, se
lo facciano a spicchi». E la legge pietosa aggiunge che, se un
creditore, poverino, ne tagliasse un po' più del necessario, non gli
si mandino per questo i littori a casa. Io dunque ebbi un solo
creditore e cansai di finire salciccia; ma ebbi il peggio che da un
solo mi potesse toccare; fui posto alla màcina, come un giumento.
VALERIO
Povero Tito Maccio! A tutti, in Roma ne seppe male.
PLAUTO
Ma non a lei, non alla donna per cui mi trovavo in quel guaio. Quando
ella udì della nuova arte che imparavo, rise, rise saporitissimamente.
Poverina! Aveva così bei denti!
VALERIO
Tu le hai perdonato?
PLAUTO
Che vuoi? Macinando grano pel mio creditore, macinavo filosofia per
me; non di quella greca, col mantello unto e bisunto, col bastone e
gli scartafacci; filosofia vera, filosofia paesana, che m'è andata in
tanto sangue. Meritai allora d'esser libero, poichè avevo vinto me
stesso. Dal creditore mi riscattai, tornando a scriver commedie, che
gli Edili accettarono e pagarono. Quanto agli amori, alla larga! Feci
come il cane, che non passa più rasente alle botteghe dove fu
bastonato.
VALERIO
Non amasti più?
PLAUTO
Amai sì, ma leggermente, pochin pochino, ad oncie, a scrupoli, come il
greco Arcàgato spaccia le sue medicine, che il malanno se lo porti.
L'amore, Valerio mio, non dee soggiogarci; non la passione ha da
vincer l'uomo, bensì l'uomo la passione.
VALERIO
Parole! Ci s'accosta al fuoco per riscaldarci, e la fiamma ci
s'appicca alla tunica.
PLAUTO
Ah sì! ti ho veduto infatti alla recita del mio _Epidico_, ed eri un
incendio. Via, Lucio Valerio, lascia correre tutto il male ch'io t'ho
detto delle donne. Era la vendetta d'un autore inascoltato, che ti
vedeva tutt'occhi e tutt'orecchi per lei.
VALERIO
Chi, lei?
PLAUTO
Oh bella! Lei; quella che è lei; l'unica che possa e debba esser lei.
Se non lo sai, t'istruisco; lei è un modo dittico e calzante di dire
F.... U.... L....
VALERIO
Basta! Se ti sente qualcuno....
PLAUTO
Eh, se mi sente lei, non le dorrà certo. Amate, ragazzi, amate; è
questa ancora la più bella commedia, anzi il più bel poema del mondo;
nè Omero l'ha scritto, nè Ennio, che è l'Omero latino, scriverà il
somigliante.
VALERIO
Ah, io temo che ella non mi ami!
PLAUTO
Davvero? Oh povero amico! Ma senti! il mio _Epidico_ t'ha fatto
servizio; vuoi che ti faccia servizio l'autore? Ne entro a lei, e....
VALERIO
No, non incomodarti, non c'è bisogno.
PLAUTO
Aah!... Al fratello dunque? L'ho lasciato nel Foro, dove siamo scesi,
tornando da Tuscolo; appena e' torni in casa, ti servo.
VALERIO
No, per amor del cielo! Questa passione del tuo amico è ancora un
segreto.
PLAUTO
Sì, come la tosse.
VALERIO
Perchè?
PLAUTO
Tutta Roma lo sa. Se tu fossi uno di quei vagheggini sconclusionati
che s'aggirano intorno a questa e a quella, nessuno avrebbe posto
mente alla cosa. Una più, una meno, chi ne fa conto? Ma veder cercata
da Valerio una donna, da Valerio, il benvoluto del popolo, da quel
Valerio, di cui era tanto più notevole l'austerità, quanto più era
appariscente la persona, chi non si sarebbe fermato a ragionarci su?
Caro mio, una cosa è da farsi, e presto; parlarne al Console.
VALERIO
Ci pensavo fino da ieri....
PLAUTO
Bravo; così va fatto.
VALERIO
Ma.... non ardisco.
PLAUTO
Tu, tribuno della plebe?
VALERIO
Io, sì, io, tribuno della plebe, non ardisco. Che c'entra l'ufficio,
nelle cose del cuore? Io non ardisco parlare, non ardisco confessare
il mio segreto a quell'uomo, da cui dipende la mia felicità.
PLAUTO
Ha da stiacciare la noce, chi vuole la polpa. Il guscio del Console è
un po' ruvido, concedo; ma il cuore è ottimo. Fa a modo mio, Lucio
Valerio, parlane a lui, e quest'oggi. Egli è tornato di buon umore
dalla campagna. Tutto era in ordine colà. Il grano promette; la vigna
ha fatto prodigi; sei altri vitelli son nati in questo mese; gli
schiavi di catena han lavorato di buona voglia a sterrargli un campo
che sarà messo a coltura; l'aia, il cortile, la stalla, sono lucenti
come uno specchio. Egli non ha avuto che a lodare e, rimontando in
cocchio, mi ha detto che se ne andava più contento all'impresa di
Spagna. Sai che partirà fra quattro giorni, appena sia respinta, com'è
da credersi, la proposta del tuo collega Fundanio. Vedrai, gli è
proprio il momento buono per entrargli del tuo negozio. Te la concede,
amico mio, te la concede; tu se' nato vestito.
VALERIO
Tu mi consoli, Tito Maccio; credo che avrò la forza di aprirgli
l'animo mio. Ma ecco; mi par la sua voce.
SCENA III.
MARCO PORCIO CATONE, ERENNIO _littore e Detti_.
(Catone indossa il laticlavio, tunica di lana bianca, partita
sul dinanzi da una larga striscia di porpora. Toga bianca di
lana. Petaso in capo, che deporrà nello entrare. Capegli rossi e
crespi. Calzari di cuoio.
Erennio ha tunica bigia, e toga. Capegli lunghi e barba. Fasci
senza scure, nella mano destra, appoggiati sull'òmero. Una verga
bianca nella mano sinistra.)
CATONE
(di dentro)
Per tutti gli Dei dell'Averno, che sì ch'io t'ho a conciar come
meriti, matricolato furfante!
PLAUTO
Ahi! gira il vento.
CATONE
(entrando, sempre rivolto indietro)
Non ammetto scuse. Fammene un'altra di queste e dal servizio della tua
padrona ti mando difilato a girare la màcina.
PLAUTO
È dura cosa, la màcina; io la conosco.
CATONE
Ah, non badare, Tito Maccio! Del resto tu avevi il debito. Chi non
paga di borsa paghi di persona.
ERENNIO
(in disparte)
Così sta scritto.
CATONE
Ma vedi questi bricconi! Se la va di questo passo in Roma, tra un
anno, o due, bisognerà darsi alla macchia.
PLAUTO
Con chi l'hai tu?
CATONE
Col mio servo, per Bacco, o, a dire più veramente, col servo di mia
moglie. Una perla, quando io l'ho comperato! Ed ecco, me l'hanno
guastato anche lui! Ah greci! Chi ci libera dai greci! Noi li abbiamo
vinti; essi ci ammorbano. L'è una vera peste ellenica. Ieri parto,
lasciando la casa sana. Torno, e già c'è penetrato l'inimico. Figùrati
Valerio.... Ohè, Valerio!
VALERIO
(che era andato verso la fauce a curiosare
nel peristilio, torna sollecito)
Son qua.
CATONE
Figùrati; entro in casa e trovo il servo di mia moglie che usciva. Si
tira da un lato, il manigoldo, e con la sua voce sguaiata mi sfrombola
un _chere despòtu_; mi saluta in greco! A me! Ma dove le imparano,
dico io? Perfino Erennio, il mio littore, ha impallidito dallo sdegno.
Non è egli vero?
ERENNIO
La lingua dei padri è sacra, come il diritto dei Penati di Roma.
PLAUTO
(da sè)
Bravo, il littore! O non pare una delle Dodici Tavole?
CATONE
Ma! Eppure egli c'è in Roma della gente che se ne dimentica, gente a
cui non è più sacro il Campidoglio, gloria e amore dei nostri antichi,
nè i numi laziari, nè i laziari costumi. Grecheggiano! È la loro
manìa. Nulla distingue più i giovani romani educati in Roma, dai
giovani greci educati in Atene. E il vecchio spirito romano se ne va,
cede di contro all'alito di questa genìa, la più perversa e
intrattabile del mondo, la quale non ha dato, che cicaloni,
spaccamonti, acchiappanuvole.
VALERIO
Pure, ha dato Leonida!