IN HOC SIGNO VINCES

Il re poi scrisse al 10 di maggio la lettera seguente al cardinale.

Questa lettera storica, o che merita di diventarla, spiega le

esecuzioni di Napoli, alle quali Ruffo volle opporsi formalmente, e

che, sventuratamente pel suo onore e pel mio, Nelson volle eseguire,

convinto che il dritto fosse dalla parte del sovrano decaduto, e che le

sue vendette fossero giustizia.

Se difatti una tale lettera non era scritta nella piena convinzione che

i monarchi di diritto divino hanno diritto di vita e di morte sui loro

sudditi, sarebbe ancor più di un’amara irrisione del dispotismo, un

insulto del più forte al più debole, e più ancora, una sfida a Dio.

Ecco la lettera, interamente scritta di pugno del re, che quasi mai non

voleva scrivere.

«Palermo, 1 maggio 1799.

«Eminentissimo mio. Dopo di aver letta e riletta e con la massima

attenzione considerata quella parte della vostra lettera del 1

aprile, che riguarda il piano da formarsi sul destino dei molti

rei caduti e che possono cadere nelle nostre forze, sia nella

provincia, sia quando col divino aiuto ritornerà sotto il mio

dominio la capitale; debbo prima di tutto dirvi che ho trovato

quanto mi scrivete sull’assunto pieno di saviezza e di quei lumi,

intelligenze, ed attaccamento, delle quali cose mi avete dato, e

state dando indefessamente le più certe e non equivoche riprove.

Vengo quindi a palesarvi quali siano le mie determinazioni

sull’assunto.

«Convengo pienamente con voi che non bisogna inquirire molto,

tanto più che, come molto bene voi dite, si sono svelati in modo i

cattivi soggetti, che è facile in breve tempo essere al giorno de’

più perversi.

«La mia intenzione e volontà dunque si è che siano arrestate

e cautamente custodite le seguenti classi di principali rei,

cioè: «Tutti quelli del governo provvisorio, e della commissione

esecutiva e legislativa di Napoli, tutti i membri della commissione

militare e di polizia formata da’ repubblicani, quelli che sono

delle diverse municipalità, e che hanno ricevuta una commissione

in generale dalla Repubblica o dai Francesi, e principalmente

quelli, che hanno formata una commissione per inquirire sulle

pretese depredazioni da me e dal mio governo fatte; tutti quelli

uffiziali che erano al mio servizio, e che sono passati a quello

della sedicente Repubblica o de’ Francesi; ben inteso però, che

è mia volontà, che quando i detti uffiziali venissero presi con

le armi alla mano, contro le mie forze o quelle de’ miei alleati,

sieno dentro il temine di 24 ore fucilati, senza formalità di

processo e militarmente; come egualmente quei baroni, che coll’armi

alla mano si opponessero alle mie forze od a quelle de’ miei

alleati; tutti coloro, che hanno formato o stampato Gazzette

repubblicane, proclami ed altre scritture, come opere per eccitare

i miei popoli alla rivolta, e disseminare le massime del nuovo

governo. Arrestati egualmente debbono essere gli eletti della

città e i deputati della piazza che tolsero il governo al passato

mio vicario generale Pignatelli, e lo traversarono in tutte le

operazioni con rappresentanze e misure contrarie alla fedeltà

che mi dovevano. «Voglio che siano ugualmente arrestati una certa

Luisa Molines Sanfelice, ed un tal Vincenzo Cuoco, che scoprirono

la contro-rivoluzione de’ realisti, alla testa della quale erano i

Backer, padre e figli.

«Fatto questo, è mia intenzione di nominare una commissione

straordinaria di pochi ma scelti ministri sicuri, i quali

giudicheranno militarmente i principali rei fra gli arrestati, con

tutto il rigor delle leggi; e quelli che verranno creduti meno rei

saranno economicamente deportati fuori dei miei dominj. E su questo

proposito debbo dirvi, che ho trovato molto sensato quanto mi avete

rappresentato rispetto alla deportazione, ma bilanciati tutti

gl’inconvenienti, trovo, _che val meglio di disfarsi di quelle

vipere, che di guardarle in casa propria_, giacchè se io avessi

una isola di mia pertinenza, molto lontana dai miei dominj del

continente adotterei volentieri il sistema di rilegarveli; ma la

somma vicinanza delle mie isole ai due regni renderebbe possibile

qualunque trama che costoro potessero ordire co’ scellerati e

malcontenti che non si sarà riuscito a stirpare dai miei stati;

d’altronde, i rovesci considerabili, che i Francesi, grazie a Dio,

hanno sofferti, e che speriamo abbiano maggiormente a soffrire,

metteranno i deportati nell’impossibilità di nuocerci. Converrà

però ben pensare al luogo della deportazione, ed al modo col quale

effettuarla, con sicurezza; e a questo mi sto ora occupando.

«Riguardo alla commissione, che dovrà giudicare quelli che sono

maggiormente rei, subito che avremo in mano Napoli, non mancherò

di pensarci, contando per quella capitale farli andare da qui.

Rispetto poi alle province per i luoghi dove voi siete, può

continuare de Fiore, quando voi ne siate contento, e così crediate.

Inoltre, quelli tra gli avvocati provinciali e regi governatori,

che non han preso partito con i repubblicani, che sono attaccati

alla corona e che sieno persone d’intelligenza, possono venir

destinati con tutte le facoltà straordinarie inappellabili e

delegate; non volendo che i ministri tanto provinciali che della

capitale, i quali hanno servito sotto la Repubblica (anche come

voglio sperare spinti da un’irresistibile necessità) giudichino

i felloni col quali la mia clemenza soltanto non li situa. Anche

per quelli, che non sono compresi nelle classi che in questa vi

ho specificate, vi lascio la libertà di far procedere con tutto il

rigor delle leggi, quando li giudicherete veri e principali rei, e

che crederete necessario il loro pronto ed esemplare castigo.

«I ministri togati dei tribunali della capitale, quando non

abbiano accettato commissioni particolari da’ Francesi e dalla

ribelle Repubblica, e non abbiano fatto che continuare le loro

funzioni, di render giustizia ne’ tribunali ne’ quali sedevano, non

verranno molestati. Queste sono per ora le mie determinazioni, che

v’incarico di fare eseguire nel modo che giudicherete possibile, e

ne’ luoghi nei quali ne avrete la possibilità.

«Mi riserbo, subito che riacquisterò Napoli, di fare qualche

aggiunta che gli avvenimenti e le cognizioni, che si acquisteranno,

potranno determinare. Dopo di che, è mia intenzione, seguendo

i doveri di buon cristiano, e di padre amoroso de’ popoli, di

dimenticare interamente il passato, ed accordare a tutti un intero

e general perdono, che possa rassicurare tutti da ogni traviamento

passato, che proibirò ben anche d’indagarsi, lusingandomi che

quanto hanno fatto sia pervenuto, non da perversità di animo, ma

da timore e pusillanimità. Bisogna però che le cariche pubbliche

nelle province siano soltanto affidate a persone che si siano

sempre ben condotte colla corona, e che in conseguenza non abbiano

mai vacillato, perchè così solo potremo esser sicuri di conservare

quello, che si è riacquistato. Prego il Signore che vi conservi pel

bene del mio servizio, e per potervi dimostrare in tutti i tempi le

mia vera e sincera gratitudine. Credetemi intanto sempre lo stesso

vostro affezionato,

«FERDINANDO B.»

Si vede bene, non soltanto il re designava le categorie che intendeva

di dover perseguitare, ma designava anche nominativamente alcuni

colpevoli. Ma ancora diffidando dei giudici in Napoli, annunziava

di volere inviare dei giudici in Sicilia, per fare servire alla sua

vendetta l’odio naturale dei Siciliani pei Napolitani.

Del resto egli aveva già mandato nella persona del famoso Speciale,

un modello di giustizia; e questo giudice inaugurò le sue funzioni con

una tale asprezza, da spaventarne lo stesso Troubridge, che non era poi

tanto facile a spaventarsi.

Questo giudice arrivò. Troubridge dopo aver parlato con lui scriveva a

Nelson:

«A bordo del _Culloden_ in vista

di Procida, 13 aprile 1799.

«È giunto il giudice che m’ha fatto l’impressione della più

velenosa creatura che mi sia stato dato di vedere. Bisogna aver

perduto compiutamente la ragione: dice _che sessanta famiglie gli

sono indicate_, e che gli occorre assolutamente un vescovo che

sconsacri i sacerdoti perchè possano costoro essere giustiziati.

Gli ho detto d’impiccarli prima; chè, se non crede la forca

degradante abbastanza, ben io la credo tale.

«TROUBRIDGE.»

Cinque giorni dopo Nelson ricevette da Troubridge questa seconda

lettera sullo stesso argomento.

«18 aprile,

«Due giorni or sono, il giudice venne da me ad _offrirmi_ di

profferir sentenza. Solo mi diede ad intendere, che tal suo

procedere non _sarebbe del tutto regolare_. Dalla sua conversazione

potei comprendere che le sue istruzioni erano di procedere fino

al termine in un _modo sommario_ e SOTTO DI ME. Gli dissi che per

quest’ultimo punto s’ingannava a partito; poichè non si trattava

di sudditi inglesi. È curioso il suo modo di fare i processi:

al solito, i colpevoli sono assenti, di maniera che, capite

bene, la faccenda è presto terminata. Quello che chiaro risulta

da tutto ciò, si è che veggo volersi addossare a noi la parte

odiosa dell’affare; ma non è questo il parer mio, e camminerà

diversamente, ve ne do parola, o sarà malmenato da me, occorrendo.

«TROUBRIDGE.»

Infine il 7 di maggio, qualche giorno prima di ricevere l’avviso di

lord S. Vincent che annunziava il passaggio della flotta francese nello

stretto, mise in agitazione la Sicilia.

Nelson ricevette intorno allo stesso Speciale questa terza lettera:

«7 maggio 1799.

«Milord, ho avuto or ora un lungo colloquio col giudice: m’ha

detto che avrebbe terminato tutte le sue operazioni nella prossima

ventura settimana, e che era usanza dei suoi colleghi, e quindi la

sua, di non ritirarsi se non dopo aver condannato: le sue condanne

terminate, ha soggiunto, dovrebbe immediatamente imbarcarsi sopra

un _legno da guerra_ nostro. M’ha detto ancora che, mancando il

vescovo per sconsacrare i preti, si mandassero costoro in Sicilia

ond’esservi sconsacrati per ordine del re, e quindi ricondurli qui,

per impiccarli. _Un vascello inglese per questa bisogna_. Oibò!

E dimandarmi un impiccatore; ah! in quanto a questo ho rifiutato

ricisamente. Se non si può trovare un boia qui, se ne mandi uno da

Palermo. Veggo lo scopo. Uccideranno essi, ed il sangue ricadrà su

di noi. Non si ha idea della procedura di questi uomini, nè come si

fanno le deposizioni dei testimoni — quasi sempre, i colpevoli non

compariscono innanzi al giudice che per sentirsi condannare. Ma il

nostro giudice vi trova il suo conto, perchè la maggior parte dei

condannati è molto ricca.

«Del resto ho la coscienza tranquilla adesso, rispetto a

Caracciolo. Egli è senz’altro un _giacobino_. Vi mando una sua

lettera che non lascia alcun dubbio a questo riguardo.

«TROUBRIDGE.»

Consacro l’intiero capitolo a citare le lettere del re e di Troubridge,

per separare in questo grande massacro, in cui sono accusata di

aver messo mano, la parte di ciascuno. Mi confesso colpevole, e ben

colpevole oggi che dopo dodici o quattordici anni di tempo veggo

passarmi dinanzi alla mente gli uomini e gli avvenimenti, ma io non mi

confesso colpevole che della mia parte di colpa.

Queste colpe sono delitti? la bilancia è nelle mani di Dio, egli

giudicherà.

Intanto riprendiamo gli avvenimenti dove li abbiamo lasciati, vale a

dire nel momento in cui Nelson, disperato di avermi lasciato, incrocia

innanzi a Maretimo, ove la corte di Palermo trema di vedere sbarcare i

Francesi in Sicilia, e dove Ruffo seguitando il suo cammino trionfale,

non è che a poche giornate da Napoli.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 7/8 · 第 16 / 24 题