Queste notizie resero la salute alla regina e stesero un secondo
lenzuolo, sulla tomba del povero principino, quello dell’obblìo.
Ho detto come passavamo le nostre serate, il re a querelare il
presidente Cardillo, il presidente Cardillo a strapparsi i bottoni
dell’abito, il duca S...... a tener il banco ed a far brillare i suoi
anelli e le sue spille, io ad esprimergli il desiderio di averli,
Nelson e sir William a comperarli.
La regina non giuocava, si teneva in disparte colle principessine,
e ricamava una bandiera dedicata ai Calabresi, che voleva inviare al
cardinale non appena fosse terminata.
Le nostre giornate, specialmente quando vennero i primi soffi ed i
primi soli di primavera, non la cedevano in nulla alle nostre serate.
La fine di febbraio ed il principio di marzo sono magnifici a Palermo.
Due o tre volte per settimana si organizzavano delle passeggiate nel
porto, si facevano delle colazioni a bordo di un vascello, si pranzava
a bordo dell’altro. La regina prendeva poca parte a queste feste: dopo
la disfatta dell’armata napoletana, dopo il singolare ritorno di suo
marito, dopo la fuga forzata da Napoli, era divenuta ancor più triste e
più che mai concentrata nel suo odio, da cui non usciva che con eccessi
di furore che spaventavano tutti quelli che la circondavano, e durante
i quali io sola poteva penetrare fin da lei; quando vi era qualcuna di
queste feste, la vera regina era io.
Difatti in queste passeggiate, in cui prendevano parte, cinquanta
o sessanta barche pavesate, e montate dalle dame e dai cavalieri
della corte, Nelson ed io, anche quando il re prendeva parte alla
navigazione, eravamo sempre in testa alla comitiva, in una barca con
dieci o dodici rematori, mentre il re non ne aveva che otto. È vero
però, che appena prendevamo il largo, il re si dirigeva da un qualche
lato, e invece di ascoltare i nostri suonatori ed i nostri cantanti, si
metteva a dar la caccia agli uccelli marini: in quanto a noi, dopo una
prima passeggiata in mare, ci arrestavamo a bordo del _Culloden_, ora
bordo del _Minotauro_; poi terminato l’asciolvere, ritornavamo in mare,
in mezzo al suono degli strumenti e tra i canti; talvolta chiudendo gli
occhi e trasportandomi nell’antichità, mi compiaceva di credere che non
era la prima volta che la mia anima era venuta ad abitare il mondo,
e che una volta io era stata Cleopatra, e Nelson Antonio; e allora
mi ricordava qualcuno dei bei versi del dramma di Shakespeare, e li
gettava a quella brezza che ci arrivava curvando le palme e togliendo
i profumi degli aranceti della Bagheria. Poi quando gli ultimi raggi
del sole coloravano di rosa la cima del monte Pellegrino, si riprendeva
la via verso il _Vanguard_ illuminato a giorno; una lunga tavola
copriva il ponte da un capo all’altro; i cannoni sparivano sotto i
buffetti coperti di argenterie, di fiori e di pasticcerie; ci mettemmo
a tavola, io in faccia al re come se fossi la regina, fra Nelson ed il
capitano Troubridge o il comandante Thomas. Il pranzo durava anche una
parte della notte, e ad ogni brindisi che noi facevamo i cannoni della
batteria inferiore tuonavano, e l’artiglieria dei forti rispondeva alle
nostre salve.
Nelson era sovente inquieto e preoccupato; sentiva bene che la sua
coscienza lo rimproverava della sua inazione, e gli gridava che dovea
essere altrove; allora si levava da tavola col pretesto di dare qualche
ordine, e se ne andava solo sul cassero a fantasticare; un giorno lo
seguii e me gli avvicinai senza che mi vedesse; lo intesi mormorare:« —
miserabile pazzo che son io; davvero il mio bastimento ha più l’assetto
di una bottega da pasticciere, che d’un vascello della squadra
azzurra.» — Allora gli misi il mio braccio intorno al collo, e lo
ricondussi al suo posto, vergognoso e disperato di essere stato inteso.
Il carnevale si avvicinava; le notizie del cardinal Ruffo diventavano
sempre più soddisfacenti; si diede qualche ballo in maschera alla
corte. Ciò fece nascere a Nelson, che cercava visibilmente di
divagarsi, l’idea di andare travestito con me per le strade: noi
facemmo per due o tre volte queste follie; ma un accidente, che poteva
aver delle conseguenze gravi, ci guarì subito.
Una notte che andavamo così travestiti per le vie di Palermo, Nelson
che aveva bevuto molto, dopo il pranzo, secondo l’abitudine degli
Inglesi, mi condusse in una casa sospetta, molto frequentata dagli
uffiziali della squadra; essi però non ci riconobbero, ma un nostromo
ed un marinaio che bevevano in un angolo, ebbero dei sospetti, e quando
Nelson ed io uscimmo, ci seguirono, e ci videro entrare nel palazzo
dell’ambasciata. In quel momento ne usciva il re, e vedendo quei
due giovanotti, che sembravano di buon umore, chiese loro che cosa
facessero là; il nostromo balbettava un poco d’italiano, e divertì
assai il re, raccontandogli tutta l’avventura: il re gli promise di
ricordarsi di lui, e gli chiese in che cosa gli potesse far piacere; il
nostromo gli rispose, sempre ridendo, che la sua ambizione dopo la sua
nascita era di esser fatto cavaliere.
— Ebbene, gli disse il re, sta tranquillo e lo sarai; e gli chiese il
suo nome ed a qual bastimento apparteneva.
Il nostromo rispose che si chiamava John Baring e apparteneva
all’equipaggio del _Vanguard_, e ricordò al re qualche piccolo servizio
che aveva avuto la fortuna di rendergli, durante il suo passaggio da
Napoli a Palermo.
— Difatti, disse il re, me ne ricordo.
— Bene, rispose il nostromo, credeva che Vostra Maestà l’avesse
dimenticato.
— E perchè? chiese Ferdinando.
— Perchè nè io nè l’equipaggio, rispose il nostromo incoraggiato dalla
bonomia del re, non abbiamo mai avuto il piacere di bevere alla salute
di Vostra Maestà, con monete di effigie diversa da quella del nostro
grazioso sovrano Giorgio III.
Il re si morse le labbra.
Difatti una volta a terra, colla sua ingratitudine abituale, egli aveva
dimenticato il pericolo, dal quale sfuggiva, ed i servigi ricevuti.
— Ebbene, gli disse il re, dimani beverai alla mia salute con denaro
che porta la mia effigie; ed i tuoi camerata bevendo alla tua, ti
chiameranno cavaliere.
Siccome il re era molto ciarliero, raccontò nella stessa sera tutta la
storia alla regina, come fossi uscita travestita con Nelson da una casa
che egli nominò con un titolo più espressivo di _sospetta_, come ci
avesse seguiti un nostromo inglese, che lo aveva talmente divertito che
gli promise di farlo pel giorno seguente cavaliere dell’ordine di San
Giorgio Costantiniano.
Poi nella stessa sera, scrisse un ordine, che alla mattina del giorno
seguente dovea essere consegnato al Principe Luzzi, ministro delle
finanze, per far portare mille e trecento once di oro, all’equipaggio
del _Vanguard_ a titolo di gratificazione.
Il principe Luzzi doveva dare avviso di questa decisione all’ammiraglio
Nelson, e di prevenirlo, che pei servigi ricevuti durante la
traversata, nominava il nostromo John Baring cavaliere di S. Giorgio
Costantiniano.
Nelson divise queste mille e trecento once nel modo seguente:
Cento ai marinai che vennero a prendere la famiglia reale nei due
canotti, e l’aiutarono ad imbarcarsi.
Cento ai domestici dell’ammiraglio.
Cento ai marinai della barca dell’_Alcmena_.
Cento ai Wardroom.
Cento otto ai ventisette gentiluomini di poppa, e ai bassi uffiziali,
vale a dire quattro per ciascuno.
Settecento settantadue ai soldati di marina, ai marinai in numero di
579.
Tredici ai mozzi, in numero di ventisei.
Le sette rimanenti per la zuppa.
Nelson annunziò inoltre al nostromo il favore che gli accordava il re.
Sventuratamente per il povero diavolo, il re, come già dissi, aveva
raccontato tutto alla regina, e la regina aveva raccontato tutto a
me, dicendomi di stare più attenta per l’avvenire, poichè era stata
veduta e riconosciuta. Essa non mi potè dire il nome dell’uomo che ci
aveva seguiti, ma non fu difficile trovarlo; il re aveva detto di aver
decorato quella bella storia.
Appena vidi Nelson, gli raccontai tutto quanto mi disse la regina;
il decorato, come dissi, era John Baring. L’ammiraglio, in un primo
momento di collera, giurava di farlo impiccare. Non so se ne aveva il
diritto; ma al suo bordo Nelson si credeva re assoluto, e certamente
avrebbe fatto quanto diceva.
Lo pregai tanto, che si accontentò di cacciarlo, e invano riuscii a
volergli far grazia completa.
Intanto venivano dalle Calabrie le migliori notizie: si era avuta la
notizia dell’entrata del cardinale in Monteleone, e successivamente a
Catanzaro e a Cotrone che fu messo a sacco e incendiato dalle truppe
Sanfediste.
Il cardinale aveva annunziato questo saccheggio e questo incendio, come
una notizia che doveva oscurare la gioia del trionfo; ma il re invece
aveva trovato che era la giusta punizione della ribellione di quella
città, e aveva scritto una lettera o piuttosto due, di cui ecco il
testo letterale.
L’imparzialità, a cui vi riconduce la fredda mano del tempo, mi spinge
a produrre al giorno d’oggi quelle lettere per provare che questi
massacri ed incendii, di cui si rammaricava il cardinale, consolavano
il re.
«Palermo, 9 marzo 1799.
«Eminentissimo mio.
«Non so esprimervi la gioia che provammo ieri sera nel ricevere le
vostre lettere dal 27 dello scorso al 2 del corrente, per le ottime
nuove che in essa mi date della continuazione del felicissimo
esito che ha la vostra Commissione, e che sicuramente diverrà
sempre più protetta, e benedetta dal Signore per vostra gloria
ed onore e felicità di tutta l’Italia, come vado lusingandomene.
Non posso che approvare la savissima condotta che tenete nella
vostra marcia, e gli editti che avete stimato di pubblicare; ma ai
cari emissarii, che vi riesce di aver nelle mani, vi prego di non
perdonarla affatto, e punirli senza pietà per esempio degli altri,
quando sia avverato il fatto; perchè la troppo indulgenza usata
in questa materia, è causa che noi ci troviamo in questo stato;
e quando voi dite del sistema tenuto dagli infami rivoluzionari
di far beneficare e metter in carica a forza di maneggi quei
soggetti guasti, e loro aderenti, rovinando quelli che erano
fedeli ed attaccati a forza di calunnie, non è che un Evangelo,
è il sistema da essi adottato per tutto rovesciare e distruggere
ogni cosa; per cui se Iddio si compiacerà di farci veder terminar
felicemente questa maledetta faccenda, bisognerà far da capo.
Quanto mi accennate della provincia di Salerno mi ha fatto
grandissimo piacere, ed essendosi vociferato, subito sono corsi da
me diversi padroni, che qui giunti erano pochi giorni fa, fuggendo
da Vietri, e si sono esibiti di ripartire immediatamente per darvi
la mano, locchè farò loro eseguire immediatamente. Desidererei
ben di cuore che presto possiate aprirvi la comunicazione della
Puglia o Lecce per sentir cosa abbiano fatto con que’ banditi,
mentre altra notizia non abbiamo, che da un bastimento Svedese il
quale, proveniente da Gallipoli, dice che quella città si è già
controrivoluzionata, fugando e massacrando i Giacobini, e che tutta
questa provincia era nella massima mestizia, mal soffrendo l’attual
governo repubblicano. Già colla posta avrete saputo la nuova,
che, nel momento della spedizione, ricevemmo con una corvetta
inglese venuta in 17 giorni da Costantinopoli, della prossima
venuta della truppa Russa ed Albanese: Dio faccia che giungano
con effetto presto. Tutte queste nuove sollevano i buoni, e non
fanno aver tanta boria ai malvagi; è molto tempo che soffriamo, e
soffriamo davvero; speriamo che il Signore siasi finalmente mosso
a compassione di noi, e voglia esaudirci e proteggere chi lo serve
fedelmente. Godo sentire che, eseguendosi i miei ordini, da Messina
finalmente si sia mandato quanto avete richiesto, e siate sicuro,
che per quanto dipenderà dalla mia attività nell’ordinare, non
vi mancherà niente. Avrete a quest’ora ricevuto i miei saluti da
vostro fratello. Conservatevi, continuate a mandarmi buone nuove, e
credetemi sempre lo stesso vostro affezionato.
«FERDINANDO B.»
Ecco la seconda lettera:
«Palermo, 11 aprile 1799.
«Eminentissimo mio
«L’altro ieri ricevei di sera la vostra lettera del 29 scorso mese,
scrittami da Cotrone, dove mi fa pena di sentire il saccheggio
dato in quel modo, benchè, a dir il vero, lo avessero ben meritato
quegli abitanti, colla resistenza fatta, mentre, vi replico, non
ci vuol misericordia con chi dichiaratamente si è mostrato ribelle
a Dio ed a me. Per i Francesi che ci avete trovato, spedisco
immediatamente l’ordine perchè si mandino a casa loro, che anche io
trovo che sia il migliore che si possa fare, dovendosi riguardare,
dovunque si tengano, come un genere assolutamente impestato. Quanto
mi dite esservi stato narrato della morte del preside di Lecce, mi
ha fatto inorridire; ma ancora voglio credere che non sia vero, per
l’onor della famiglia: e che il pover’uomo sia morto di malattia,
essendo già da gran tempo molto malandato. Per l’affare del
principe biondo, che si era creduto prima mio figlio, e a voi si
era fatto supporre esser il cavalier di Sassonia, già a quest’ora
saprete chi sia e tutta la sua storia, ed ora si trova qui in
Palermo ritornato da Tunisi. Due spedizioni già ci sono state fatte
dal Comodoro Troubridge da Procida, la prima giunta qui domenica,
e l’altra ieri l’altro. Subito ho fatto tradurre le lettere da
lui scritte a Nelson, che copiate mi affretto di spedirvi, acciò
siate inteso del felicissimo esito che finora ha trovato quella
spedizione, e le notizie che ho potuto raccogliere fino al giorno
dell’ultima data, che son certo non vi faranno dispiacere: tutto
quanto hanno richiesto si è spedito immediatamente, specialmente
il giudice, non facendo essi cerimonie, per cui quando riceverete
questa, molti casicavalli avranno fatti. Vi raccomando perciò
su quest’assunto di agire in conformità di quanto vi scrivemmo
lo scorso ordinario, tanto io che Acton, ed egli vi replica in
questa e colla massima attività: Mazzi e panelle fanno le figlie
belle. Stiamo ora colla massima premura aspettando notizie de’
cari Russicelli; se quelli vengono presto, spero tra breve faremo
la festa, e col divino aiuto finiremo questa maledetta istoria. Mi
rincresce infinitamente che il tempo continui così piovoso, perchè
questo sarà sempre di un grand’intoppo per le vostre operazioni. Mi
dite che, andando avanti verso Matera, vi tratterrete nelle terre
del principe nostro, a Potenza; quando mai egli ci stasse, spero
vi ricorderete essere stato un di quei due famosi eroi, e credo il
principale, che trattarono e conchiusero quel superbo armistizio,
e che per conseguenza non sarebbe stato mai più accorto. La nostra
salute è, grazie a Dio, perfetta, non di picciolo ristoro essendo
le sempre migliori nuove che ogni giorno ci pervengono. Il Signore
conservi voi e benedica sempre più le vostre operazioni come,
se pure indegnamente però ne lo prega e ve lo desidera il vostro
affezionato
«FERDINANDO B.»
Difatti si erano ricevute molte lettere di Troubridge inviate
dall’ammiraglio per riprendere le isole d’Ischia e di Procida, e
Troubridge coi suoi sentimenti di eguaglianza che non muoiono mai nel
cuore di un Inglese, e che la passione di Nelson per me potè soltanto
soffocare, aveva raccontato di essersi impadronito delle isole di
Ponza, e aggiungeva che pregava il re di mandare a Procida un giudice
_onesto_ per fare il processo a tutti i suoi prigionieri.
Una terza lettera di Troubridge, diretta a Nelson, era accompagnata da
una cassetta, che conteneva un dono singolare e un viglietto ancor più
singolare.
Il dono era una testa tagliata.
In quanto al viglietto era concepito in questi termini:
«Salerno, 26 aprile 1799.
«_Al Comandante della Stazione Inglese_
«Signore!
«Come suddito fedele al mio re Ferdinando IV (D. G.) ho la gloria
di presentare a Vostra Eccellenza la testa di D. Carlo Granozio di
Giffoni, che era impiegato nell’amministrazione diretta dall’infame
commissario Ferdinando Ruggi. Il detto Granozio è stato da me
ucciso in un luogo chiamato li Pugig, nel distretto di Ponte
Cagnaro, mentre si dava alla fuga.
«Prego Vostra Eccellenza d’accettare questa testa, e di considerare
tale azione come una prova del mio attaccamento alla Real Corona.
«Sono col rispetto che vi è dovuto, il fedele suddito del re
«GIUSEPPE MANUISIO VITELLA.»
Nelson fece parte a S. M. del dono che dovea consegnargli, e sopra
rifiuto del re di riceverlo, fece riempire la cassa di segatura, la
fece rinchiodare dal falegname e la gettò in mare.
Troubridge aveva scritto di suo pugno sulla cassa _a jolly fellow_.
Un allegro compagno!