Presa questa decisione, la regina scrisse subito a lord Nelson, che
corse a palazzo colla sua solita premura.
La regina gli annunziò ufficialmente la sua partenza, ma non si era
ancor fissato il giorno.
Ma invece del giorno avrei dovuto dire la notte, perchè si era
stabilito che la famiglia reale lasciasse Napoli, senza far conoscere a
nessuno la sua fuga.
La regina si rivolgeva a Nelson e non a Caracciolo per molti motivi.
Il primo era forse l’antipatia che le ispirava il principe napolitano,
quantunque fosse obbligata a render giustizia alla nobiltà del suo
carattere. Ma il secondo, e probabilmente il principale, era che la
regina non voleva far conoscere ai napolitani le ricchezze che portava
seco, temendo che se ne spargesse la voce per la città.
Il trasporto degli oggetti più preziosi dovea farsi nella stessa sera,
e Nelson mandò nello stesso momento quell’ordine al capitano Hope
comandante l’_Alcmena_.
«_Secretissimo_
«Tre barche, e il piccolo cutter dell’_Alcmena_ armate con armi
bianche soltanto, per trovarsi alla Vittoria alle sette e mezzo
precise. — Una sola barca accosterà la banchina, le altre si
rimarranno ad una certa distanza — i remi drizzati — la piccola
barca del _Vanguard_ resterà alla banchina — tutte le barche sieno
riunite a bordo dell’_Alcmena_, pria delle sette, sotto gli ordini
del comandante Hope — _I grappini nelle scialuppe_.
«Tutte le altre scialuppe del _Vanguard_ e dell’_Alcmena_ armate
di coltellacci e i canotti con caronate riunite a bordo del
_Vanguard_, al comando del capitano Hardy che se ne allontanerà
alle otto e mezzo _precise per prender il mare a mezzo cammino
verso Molosiglio. — Ogni scialuppa deve portare da 4 a 6 soldati_.
«_Se nel caso avrete bisogno di assistenza, fate dei segnali per
mezzo di fuochi._
«O. NELSON.
«_L’Alcmena pronta a partire la notte se è necessario._»
Il ritrovo era stato fissato alla Vittoria, perchè la banchina
della Vittoria era precisamente in faccia al palazzo dell’ambasciata
d’Inghilterra, e che senz’essere osservati, vi si potea portare o far
portare le gioie più preziose della regina, che essa mi dovea mandare
nella giornata, racchiuse in due o tre cassette.
Ma siccome si contava di trasportare tutti gli oggetti più preziosi, le
statue, i quadri che si potrebbero riunire, bisognava trovare un’altra
via.
Un’antica tradizione diceva che esisteva sotto al palazzo un
sotterraneo che comunicava col mare.
Bisognava trovarlo; questa stessa tradizione diceva che il sotterraneo,
dal tempo della dominazione spagnuola, non era stato mai aperto.
La regina fece venire il più vecchio dei servi del palazzo; era un uomo
sui ottantaquattro anni, e per conseguenza era nato nel 1714, ed aveva
ventun anno quando il re Carlo III era stato nominato re di Napoli.
Egli era un fabbro del palazzo, e godeva il suo ritiro; ma suo figlio,
che aveva cinquantott’anni, lo aveva rimpiazzato nel suo posto al
palazzo.
Il vecchio si richiamò tutti i suoi ricordi, e promise di trovare
il passaggio coll’aiuto di suo figlio, di cui rispondeva come di se
stesso. Per quanto se lo poteva ricordare, questo passaggio era largo
una tesa ed alto otto o nove piedi.
Le statue ed i quadri potevano passare per di là.
Il vecchio ricevette l’ordine di mettersi alla ricerca del sotterraneo
e di prevenire la regina non appena l’avesse trovato.
Mezz’ora dopo il vecchio ritornò. La porta era stata riconosciuta;
suo figlio aspettava l’ordine della regina per aprirla, giacchè
naturalmente non si sapeva ciò che fosse divenuto della chiave.
La regina non voleva confidare l’esplorazione del sotterraneo a
nessuno, ma la sua presenza avrebbe dato una importanza troppo grande
all’operazione. Perciò me ne incaricai io; si presero delle torcie, e
discesi col vecchio.
Il sotterraneo comunicava colle cantine del palazzo, e la porta era
nascosta da una serie di barili vuoti, che caddero in polvere appena
che furono toccati, dopo circa tre quarti di secolo che erano là.
Ordinai al fabbro di aprire il cancello, il che si fece non senza una
certa difficoltà, poichè la ruggine aveva invaso la serratura ed i
cardini.
Infine cedette.
Per un istante, al momento d’inoltrarmi in questo passaggio oscuro
o mefitico, il coraggio mi mancava; mi sembrava che su quella terra
viscosa avrei trovato ogni sorta di rettili.
Inoltrai col più giovane dei due uomini, il vecchio rimase di guardia
alla porta.
Il sotterraneo faceva dei giri che ne raddoppiavano la lunghezza;
l’aria era umida, e alcune goccie gelate cadevano dalla volta.
M’accorsi che mi avvicinava all’estremità opposta dal volo di
tre o quattro pipistrelli che svegliai nel loro covo, i quali ne
risvegliarono delle centinaia. Di giorno si rifugiavano in quell’oscuro
passaggio, e di sera uscivano fra le sbarre del cancello che metteva al
porto militare.
Malgrado l’orrore che mi ispirava questo lugubre volo, continuai la mia
via, e vidi subito la luce.
Come si era detto, l’apertura opposta dava sul mare e sulla banchina
larga da dodici a quindici piedi al più, presentava tutta la facilità
possibile di trasportare tutto ciò che si voleva a bordo delle
scialuppe che potevano accostare lo scaricatoio.
Nella stessa sera si potrebbe incominciare il trasporto, facendo
portare le casse in cantina.
Salii per annunziare questa buona notizia alla regina, che dichiarò che
sarebbe morta di paura, avendo il più profondo orrore pei pipistrelli.
Difatti fu quest’orrore della regina per simili animali che impedì alla
famiglia reale di approfittare per la sua fuga del nuovo cammino, di
cui io era, se non il Cristoforo Colombo, almeno il Vasco de Gama.
Tutta la giornata fu impiegata a far le casse, in cui si racchiuse
tutto ciò che si potè procurare in oro al banco, al monte di pietà, e
in tutti gli stabilimenti pubblici e privati, ove si potè trovarne.
Del resto, fin dal 19, i maestri velieri erano stati incaricati di
preparare le cabine pel re, per la regina e per la famiglia reale
a bordo del _Vanguard_. I pittori erano stati posti al carré degli
uffiziali sotto la poppa quadrata, destinata a diventare il salone
della famiglia reale, e nella notte dal giovedì al venerdì le prime
casse furono portate a bordo.
Fu il conte di Thurn che si occupò di questo trasporto, pel quale, l’ho
già detto, non volle impiegare nessun napolitano.
La giornata di Venerdì 21 fu impiegata nello stesso lavoro che
si dissimulava più che mai all’esterno, perchè gli assembramenti
continuavano quasi ogni momento sulla piazza del palazzo, e si riempiva
di lazzaroni che gridavano: Viva il re! morte ai giacobini! morte ai
francesi!
La partenza fu fissata per la notte del 21 al 22. Il re non voleva
imbarcarsi; ma la regina, temendo che mutasse di risoluzione,
insistette, lo rampognò della sua vergognosa superstizione, e ottenne
che si imbarcasse nella stessa sera.
Qualche giorno prima Lord Nelson aveva scritto ufficialmente a sir
William la lettera seguente perchè venisse pubblicata.
«Napoli 14 dicembre 1798.
«Signore,
«Avendo appreso che il regno è stato invaso da una formidabile
armata francese, credo mio dovere informare Vostra Eccellenza,
che riceverò a bordo, in altro dei miei bastimenti, i negozianti
inglesi, o qualunque suddito di S. M. Britannica, che si trovassero
a Napoli, e che i trasporti che si trovano sotto i miei ordini
nella rada, riceveranno i loro effetti, come la squadra le loro
persone.
«Ho l’onore ecc.
«O. NELSON.
«Ben inteso che questi effetti saranno oggetti preziosi, e non
mercanzie o mobili.»
Fin dal 15 ciascuno aveva fatto portare a bordo dei trasporti ciò che
aveva di più prezioso, e verso il 20 le persone si erano recate a bordo
dei bastimenti di linea.
Al 20 l’ammiraglio Caracciolo aveva ricevuto l’ordine di tenersi pronto
a seguire il _Vanguard_, e gli si era fatto credere che la regina, la
famiglia reale, sir William ed io ci saremmo imbarcati a bordo del
_Vanguard_, ma che il re faceva il tragitto a bordo della Minerva,
ciò che avrebbe conciliato tutto, e non avrebbe fatto dell’ammiraglio
napolitano un nemico.
Al 21, verso mezzogiorno, Nelson ricevette l’avviso che la partenza era
fissata per la sera; ed egli da parte sua diede di conseguenza i suoi
ordini al conte di Thurn.
Inviò inoltre queste due lettere, una al marchese di Niza e l’altra al
capitano Hope. Esso aveva per iscopo di far incendiare i bastimenti
della marina napolitana che potevano diventare navi nemiche cadendo
nelle mani dei francesi, o navi ribelli cadendo nelle mani dei
patriotti.
«A. S. E. il conte Ammiraglio marchese di Niza.
«Napoli, 21 dicembre 1798.
«Colla presente siete invitato ad ordinare al Comodoro Stoue,
a Campbell e al capitano del Prince Royal di apparecchiarsi per
incendiare il _Guiscardo_, il _S. Gioachino_ e il _Tancredi_. Il
capitano Hope ha già ricevuto l’ordine di preparare a questo scopo
le fregate e le corvette. Voi veglierete all’esecuzione di questo
ordine, e senz’alcun pretesto non partirete ad opera incompiuta;
prenderete sotto la vostra protezione le navi che vorranno
accompagnarvi a Palermo, ove le condurrete al più presto possibile.
Colà riceverete altri miei ordini.
«O. NELSON.
«Al capitano Hope comandante il brick di S. M.
l’_Alcmena_.
«Preparate le fregate e le corvette che devono essere incendiate
sotto gli ordini del marchese di Niza, avendo cura di non metter
vela prima che l’ordine sia compito. Vi raccomando una particolare
attenzione pei trasporti inglesi, che condurrete con voi a Palermo.
Colà riceverete altri miei ordini.
«O. NELSON.»
Si comprende quale disordine regnasse in palazzo durante questa
disgraziata giornata di venerdì: la regina, che avea voluto affrettare
la partenza, piangeva di rabbia, ed era pronta a dare un contr’ordine.
Si fece venire il principe Pignatelli, che fu nominato Vicario generale
del regno.
Erasi ricevuta una lettera di Mack, che diceva di recarsi a Napoli
per metterla in istato di difesa, e si lasciò per lui un brevetto di
luogotenente generale del regno.
Il principe Pignatelli chiese fino a quanto si estendevano i suoi
poteri.
Fino ad incendiar Napoli, rispose la regina: voi avete diritto di vita
e di morte sul mezzo ceto e sulla nobiltà. Qui non v’ha di buono che il
popolo.
La partenza fu fissata per le dieci della sera, e per conseguenza alle
dieci di sera tutta la famiglia reale si riunì negli appartamenti della
regina; inoltre v’era io, sir William, l’ambasciatore d’Austria colla
sua famiglia; il re aveva voluto condur seco il cardinale Ruffo; ma
la regina che lo detestava si era opposta; per cui il cardinale si era
imbarcato sulla _Minerva_.
Non fu che da Sua Eminenza che l’ammiraglio Caracciolo aveva saputo che
sarebbe privo dell’onore di condurre il re a Palermo. Il suo orgoglio
di principe ed il suo patriottismo di napolitano avevano ricevuto a
quella notizia una duplice ferita. Voleva mandare sul momento la sua
dimissione al re, ma Ruffo l’aveva determinato a compiere il suo dovere
fino all’ultimo, e risolse di non dare la sua dimissione che a Palermo.
La voce della partenza del re, quantunque tenuta segreta, si era sparsa
per la città; bisogna conoscere Napoli per farsi un’idea del tumulto
che si fece in tutta quella giornata. Nelle circostanze del palazzo, a
Napoli le grida d’amore rassomigliano così bene alle grida di odio, che
si sarebbe potuto credere che tutto questo popolo che temeva di perder
il suo re, erasi riunito nello scopo di scannarlo.
A dieci ore, come erasi convenuto, ci riunimmo negli appartamenti
delle loro Maestà, alle dieci e mezza il conte di Thurn apparecchiò
le scialuppe vicino alla scalea conosciuta sotto la denominazione
di scalea _del Ceracò_, e aperse la porta della scala superiore
che metteva agli appartamenti; ma volendo aprire la porta degli
appartamenti, il conte Thurn ruppe la chiave nella serratura, di
modo che fu obbligato di rompere la porta: allora il re si pose in
capo alla comitiva con una candela accesa in mano, ma giunto a metà
della scala, il re intese del rumore dalla parte della discesa del
Gigante, e temendo di essere veduto e conosciuto, spense il lume. Ci
trovammo allora in una oscurità spaventosa, in mezzo alla quale eravamo
obbligati di andar tastoni, e in tal modo arrivammo al Molosiglio; ma
il mare era così agitato che non si avventurò di uscire, ci ravvolgemmo
nei nostri mantelli e nei nostri scialli; e siccome erasi obbliato di
dar la cena alle giovani principesse, le quali morendo di fame chiesero
da mangiare, un marinaio diede loro delle acciughe, che mangiarono
col pane e bevendo dell’acqua infetta; infine, essendosi calmato il
mare, ci dirigemmo verso il _Vanguard_, ove abbordammo poco prima di
mezzanotte.
Il giorno seguente verso l’alba Nelson scrisse al comodoro Duckworth.
«Baia di Napoli, 22 dicembre 1798.
«Mio caro signore,
«Debbo dirvi soltanto che le loro Maestà Siciliane colla loro
augusta famiglia sono arrivate sane e salve a bordo del _Vanguard_
nella notte scorsa, divisamento molto necessario in tale
circostanza; fate sapere, vi prego, a tutti i bastimenti quanto ho
l’onore di parteciparvi, raccomandando a loro di non avvicinarsi
a Napoli, che colla maggiore precauzione: se avete occasione,
scrivete, vi prego, a lord Saint Vincent quanto vi scrissi,
perchè in quanto a me, non ho un sol bastimento inglese a mia
disposizione.
«_Sono il vostro devotiss_.
«O. NELSON.»