Ecco dunque i nostri due personaggi uno d’avanti l’altro, da un lato
la regina, bella, altiera, graziosa, distinta, delicata, sensuale, un
po’ pedante, facile ad irritarsi, difficile a pacificarsi, sprezzante
di suo marito per la rozzezza della sue parole e per la imbecillità
del suo spirito; dall’altro il re, brutto, ingenuo fino all’ignoranza,
libero fino alla rozzezza, senza alcuna cura della persona, senza
delicatezza ne’ suoi modi, che somigliava non già ad un sovrano nè ad
un principe, e nemmeno ad un semplice gentiluomo, ma ad un lazzarone.
Una delle cose che metteva alla disperazione la regina Carolina, e che
la condusse a privarsi quasi intieramente dello spettacolo, era il
modo con cui il re vi si conteneva, facendosi fra un atto e l’altro
l’attore del popolaccio. Fra l’opera ed il ballo gli si portava la
cena nel palco; uno degli elementi di questa cena era sempre un piatto
di maccheroni. Il re prendeva il piatto, ed avanzandosi al parapetto
del palco, in mezzo ai grandi applausi della platea, facendo smorfie
e gesti da Pulcinella, il gran mangiatore di maccheroni napolitani,
inghiottiva tutto il piatto servendosi delle dita invece di forchetta,
e rispondeva con saluti alle acclamazioni degli spettatori.
La regina credette da principio di aver preso su di lui un impero più
grande di quello che aveva in realtà e che prese in seguito.
Un giorno che era adirata contro il duca d’Altavilla favorito di
Ferdinando, colmò d’ingiurie quel gentiluomo, e l’accusò di non
mantenere il suo credito presso il re, che impiegando mezzi indegni di
un gentiluomo. Il duca, offeso nella sua dignità, si dolse presso il
re delle ingiurie della regina, e gli chiese il permesso di ritirarsi
nelle sue terre; il re irritato del contegno di sua moglie, andò da
lei e la rimproverò vivamente. Ma essa invece di calmarlo, l’irritò
talmente colle sue risposte, che la discussione terminò con un vigoroso
schiaffo, di cui la regina portò il lividore alla guancia per tre o
quattro giorni.
Allora, come Achille, essa si ritirò nella sua tenda, ma il re tenne
duro, e la regina dovette umiliarsi, al punto di essere costretta ad
implorare il favore del duca d’Altavilla per ritornare in grazia. Fu
l’Imperatore Giuseppe che allora viaggiava in Italia e che arrivando a
Napoli riuscì a riconciliare i due sposi.
Per qualche tempo il re si rammaricava dello sdegno della regina, ma
presto risolse di consolarsi facendo senza di lei, cosa che fu per
essa un dispiacere; per non sapere come ed in qual momento potesse
riprendere la sua influenza sul marito.
Ferdinando, gran cacciatore, lasciava di rado passare un giorno senza
andare alla caccia. Aveva fatto costruire in ogni angolo dei suoi
boschi delle grandi capanne internamente addobbate con semplicità e
comodo. Quando vi entrava col pretesto di prendere riposo, vi trovava
sempre qualche giovane villanella elegantemente vestita alla foggia
della contadine dei dintorni di Napoli, che andava là pel buon piacere
di Sua Maestà; soltanto aveva gran cura di raccomandare ai compiacenti
servitori incaricati di questo servizio, di fare le cose con tale
discrezione che la regina non venisse istruita di questo particolare
amoroso.
— Ma, — gli disse una volta un cameriere al quale aveva permesso di
parlare liberamente, — a che servono tanti misteri, quando la regina fa
altrettanto, e chi sa forse anche più di voi?
— Taci, taci, lasciamola fare, disse il re, così s’incrociano le razze.
Ed oggi che ho permesso di non celare nulla della verità, bisogna dire
che il vecchio cameriere non mentiva; la regina, il cui primo amante
fu il principe di Caramanico, ebbe in seguito Acton, e nello stesso
tempo, senza che Acton se ne preoccupasse, più di quanto si preoccupava
Potiemkine degli amanti di Caterina II, aveva il duca della regina,
il cui nome sembra averlo predestinato, e Pio d’Ameni che se non ha
inventato ha però perfezionato i Batilli in Italia, come la grande
Caterina voleva ricompensare i suoi amanti; ma meno ricca di lei si
rovinava, e per questa ragione si trovava sempre senza un ducato.
Torniamo al re.
Oltre le sue fermate di caccia, che erano affari d’istinto sensuale, il
re aveva di volta in volta dei gusti passaggieri per le dame di Corte,
o di altra condizione; la regina non era punto gelosa di suo marito,
che non solamente non amava, ma anzi disprezzava; però temeva che
qualche donna più abile delle altre, s’impossessasse di una influenza
sul re che a nessun prezzo non voleva lasciarsi sfuggire; in certi
momenti allora aveva un’accortezza ed una insistenza tutta femminile,
gli carpiva i segreti dei suoi intrighi amorosi, e poi si vendicava
delle sue rivali; in tal modo dopo qualche mese d’intimità colla
duchessa di Lusciano, il re confessò questa intimità a Maria Carolina.
Essa allora fece esiliare la Duchessa nelle sue terre; sdegnata la
Duchessa si vestì da uomo, e mettendosi sul passaggio del re, lo
coprì di rimproveri; il re, debole al suo cospetto, come era debole
al cospetto della regina, confessò i suoi torti; ma la Duchessa non
fu meno obbligata di ritirarsi nelle sue terre, ove ancora si trovava
all’epoca del mio arrivo a Napoli.
Lo stesso accadde per la duchessa Cassano Serra, benchè vi fossero dei
motivi totalmente opposti. Il re si occupava di lei; e malgrado tutte
le sue cure e tutte le sue promesse, essa rifiutò costantemente di
arrendersi ai suoi desiderii. Il re si dolse con sua moglie di questo
rigore. E la regina trovò mezzo di farla esiliare per essere stata
troppo virtuosa, come aveva trovato mezzo di far esiliare la duchessa
di Lusciano per non esserlo stata abbastanza.
Ahimè! la povera duchessa pagò due volte più cara la sua virtù, che
un’altra non avrebbe pagato le sue colpe, e sventuratamente per lei,
ritornò nel ’99 dal suo esilio.
Abbiamo detto che il principe di San Nicandro si era preoccupato di
fare del suo allievo il primo cacciatore ed il primo pescatore del
regno, e ciò nello scopo egoista ispirato da Tannucci, per impedire
al giovane principe di prendere parte agli affari di Stato; difatti
quando assisteva al consiglio, vi portava la preoccupazione della pesca
e della caccia al punto di non permettere che si mettesse il calamaio
sul tappeto delle deliberazioni, per timore che venisse l’occasione
di redigere qualche decreto che il re dovesse firmare; per questi
casi aveva fatto incidere la sua firma che egli applicava, o faceva
applicare sotto la deliberazione presa o no in sua presenza.
Anzi, per esempio, qualche giorno dopo il mio arrivo a Napoli, vi
trovai fresco fresco questo aneddoto.
Il re teneva consiglio di Stato a Caserta. Vi assistevano la regina,
il ministro Acton, Caracciolo e qualche altro. Si trattava di un
affare della più alta importanza che però ignoro; nel momento della
discussione si udì bussare alla porta; l’interruzione sorprese tutti;
chi era mai l’uomo ardito di venire a disturbare un consiglio di Stato
in funzione? ma il re che aveva riconosciuto la maniera di bussare,
corse alla porta, l’aperse ed uscì, e ricomparse poco dopo dando segni
della gioia più viva.
Signori, disse, vi prego di terminare al più presto la discussione,
perchè io ho un affare di un’importanza ben maggiore di quella per cui
v’intrattenete.
La seduta fu levata, il re si ritirò presto, e si coricò per levarsi il
giorno seguente prima dell’alba.
Questo grande affare era un convegno di caccia, i colpi dati alla porta
del Consiglio di Stato era il segnale convenuto fra il re ed il suo
bracchiere che veniva ad avvertirlo che una torma di cignali era stata
veduta nel bosco verso lo spuntare del giorno, e che si erano fatti
stornare, e per trovarli il giorno dopo bisognava trovarsi pronto prima
dell’aurora.
Qualche giorno dopo, nelle medesime circostanze, tre fischi si fecero
udire in corte; era ancora un segnale tra il re ed il suo bracchiere;
il re interruppe il consiglio, aperse la finestra e diede udienza al
messaggiere, che gli annunziava un volo di uccelli, ed il luogo ove si
erano appostati: allora il re volgendosi a Carolina.
— Mia cara maestra, le disse, presiedi tu in mia vece e finisci
l’affare come credi, ti do carta bianca.
E correndo fuori della camera, andò a perseguire il suo volo d’uccelli.
Esiste fra il re di Napoli ed il margravio di Anspach una
corrispondenza interna, continuata, settimanale, su tutto ciò che
è relativo alla caccia. Ciascuno dei due principi tiene un registro
esatto in cui sono indicati, giorno per giorno, ora per ora, gli alti
fatti che li illustrano.
Uno stesso registro ed una corrispondenza simile sono tenute o
piuttosto erano tenute fra il re di Napoli ed il re di Spagna suo
padre; ora avvenne sovente che alcune differenze politiche disgustarono
i due monarchi, ma per quanto fossero disgustati, politicamente
parlando, il registro cinegetico non subiva mai nessuna interruzione.
La lista dei selvatici sagrificati al piacere dei monarchi fu sempre
tenuta regolarmente; la caccia minuta vi era numerata come gli
animali grassi, dal fagiano fino al beccafico; in una colonna per
le osservazioni vi erano esposte le difficoltà che si erano dovute
superare, gli accidenti che erano incorsi, le persone che avevano
accompagnato il re, e le menzioni onorevoli delle persone che
l’accompagnavano e che dopo di lui si erano distinte.
Quello dei due registri che era destinato al margravio di Anspach era
il registro preferito, per la ragione semplicissima che Ferdinando,
quantunque abilissimo, era men buon tiratore di Carlo III, mentre al
contrario era miglior tiratore del margravio di Anspach.
Il più dolce complimento che potesse accarezzare le orecchie del re,
era di dirgli che tirava meglio del margravio di Anspach, ciò che era
constatato dal numero degli animali uccisi da lui, e se il numero degli
uccisi da Carlo III, superava di molto il suo, ciò dipendeva non già
dalla sua bravura, ma dall’estensione della fecondità della selvaggina
nelle foreste spagnuole.
Riferirò ancora due aneddoti, che completeranno il ritratto che
intendiamo di fare del re, poi passerò immediatamente al racconto
degli avvenimenti che scossero il regno di Napoli, ed ai quali ho preso
parte, più per amicizia verso il re e la regina, che per un sentimento
di antipatia ragionata contro il popolo francese e contro i patrioti
italiani.
Il re, cacciando in uno de’ suoi boschi, incontrò una povera donna:
essa non lo conosceva e sembrava molto afflitta. — Senza avere nè il
cuore, nè lo spirito di Enrico IV, il re aveva una specie d’istinto
per le avventure popolari; si avvicinò ad essa e la interrogò; la buona
donna gli rispose che era vedova, che aveva sette figli da mantenere,
e che non possedeva che un piccolo campo che era stato poco prima
devastato dalla muta del re. — Ora converrete, signore, soggiunse la
vedova piangendo, che è ben duro di avere per sovrano un cacciatore, i
cui piaceri sono irrorati dalle lagrime dei suoi sudditi.
Ferdinando le rispose che le sue querele erano giuste, e che essendo
egli al servizio di Sua Maestà non avrebbe mancato di informarnelo.
— Glielo dite o non glielo dite, rispose la donna, io non spero nè
punto nè poco; non può essere che un uomo senza cuore chi distrugge per
suo piacere il bene del poveri, perchè sa che la povera gente non può
far nulla contro di lui.
Questa dichiarazione della vedova non tolse al re di accompagnarla fino
alla sua capanna, e di vedere coi suoi occhi il guasto che aveva fatto.
Giunto là chiamò due contadini, vicini della donna, e chiese loro
di stabilire una stima del danno; essi fecero i loro calcoli, e lo
stimarono a venti ducati.
Il re tirò di tasca sessanta ducati e ne diede quaranta alla vedova,
dicendo che era giusto che il re pagasse il doppio dei privati.
Gli altri venti ducati furono ripartiti fra i due arbitri.
Il re dava udienza un giorno per settimana a Capodimonte, palazzo
costruito da Carlo III espressamente per la caccia dei beccafichi; in
quel giorno ognuno poteva giungere fino al re senza dimanda d’avviso e
senza lettera d’udienza; non v’era che di aspettare il suo turno, tanto
le anticamere erano ingombre di gente.
Un vecchio prete dei dintorni di Capodimonte, avendo da chiedere una
grazia al re, risolse di approfittare di quel giorno di udienza e di
chiederla personalmente a Sua Maestà.
Ma dovendo fare anticamera per un tempo maggiore o minore, ebbe cura
di prendere le sue precauzioni contro la fame, e si pose in tasca
un pezzo di pane e di formaggio; non già che avesse l’intenzione di
mangiare quel pezzo di pane nell’anticamera, per tutto l’oro dal mondo
non avrebbe commesso una simile irriverenza, — ma avendo tre leghe da
fare a piedi per ritornare al suo villaggio, aveva stabilito che dopo
l’udienza si sarebbe fermato alla prima fontana, e mangiarsi il pane
ed il cacio seguito da qualche sorso d’acqua, e così ristorate le sue
forze, rimettersi in viaggio per il suo presbitero.
Dopo tre o quattro ore di attesa, venne il suo turno, ed entrò.
Il re era seduto in poltrona, ed ai suoi piedi stava coricato un grosso
bracco che era il suo prediletto per la finezza del suo olfatto.
Appena il prete ebbe spinta la porta il cane aperse le narici, sollevò
la testa, fece gli occhi teneri e dimenò la coda.
Tutte queste dimostrazioni di amicizia erano dirette al prete,
o piuttosto al pezzo di formaggio che aveva in tasca; è noto
l’irresistibile desiderio che i cani da caccia hanno per questo
commestibile.
Mano mano che il prete si avvicinava o faceva degli inchini, il cane si
alzava, e con tutta l’espressione amichevole andava incontro al prete.
Costui non credeva forse le dimostrazioni del cane così amichevoli come
lo erano realmente; lo vedeva con inquietudine, si cambiò in terrore
quando vide il cane passargli dietro.
Ma fu bene ancor peggio quando, in mezzo all’esposizione della sua
dimanda, sentiva il muso del cane introdursi insidiosamente nella sua
tasca.
L’amore del re per i suoi cani era noto. Non si trattava di liberarsi
con un colpo di piede del bracco favorito del re; eppure questi
cominciava a spingere l’indiscrezione fino all’importunità.
In quanto al re era nella sua più grande gioia insensibile ad uno
scherzo grazioso, si compiaceva oltre modo delle buffonate.
Interruppe il prete in mezzo alla sua arringa già sufficientemente
tormentata.
— Perdonatemi, padre mio disse egli, che avete in tasca, giacchè il mio
cane insiste tanto ad osservarla?
— Ahimè, Sire, rispose il prete con esitazione, un semplice pezzo di
formaggio, atteso che sono già le quattro dopo mezzogiorno, come potete
vedere, ed ho ancora tre leghe da fare per giungere alla mia casa; non
sono abbastanza ricco per pranzare in città.
Difatti voi dite il vero, disse il re, perchè ecco che Giove, — tale
era il nome del cane, — è riuscito a prendervi il formaggio: continuate
dunque nella vostra domanda, perchè è probabile che intanto vi lascerà
tranquillo.
Il prete, mentre Giove mangiava il suo formaggio, continuava ciò che
doveva dire al re, che l’ascoltava con maggior attenzione.
— Va bene, disse il re, quando il prete ebbe finito.
— Noi siamo d’avviso che....
Ma contro la previsione di Sua Maestà, Giove dopo di aver mangiato il
formaggio, sembrava di non voler lasciare in pace il curato pel pane.
— Andiamo, andiamo, disse il re interrompendosi, non fate il sacrifizio
a metà, vuotate completamente le vostre tasche.
— Tutto ciò è bello e buono, Sire! disse il prete, ma mio Dio! ed io?
— Ma non inquietatevi per così poco, il buon Dio provvederà.
Il prete diede il suo pane al cane ed uscì.
Mentre Giove mangiava il suo pane, il re suonò il campanello.
— Trattenete, disse, quel prete che è uscito adesso, e dategli un buon
pranzo sicchè resti un’ora a tavola.
L’ordine di Ferdinando fu eseguito; in quell’ora il re ritornò a
Napoli, sbrigò l’affare del prete in modo che ritornando alla sua cura
già confortato da un buon pasto, trovò anche già accordato il favore
che egli aveva chiesto.
Mi sono estesa molto sulla caccia, ciò che mi fa trascurare la pesca.
Diciamo una parola sopra questo secondo divertimento, di cui il re è
quasi più fanatico del primo.
Dire il re pesca, non è nulla, ma dire che il vero piacere del re non
è la pesca, ma di vendere egli stesso il pesce, ecco quanto riconosceva
io stessa come inconcepibile per coloro che non hanno conosciuto questo
principe: ed io stessa ho veduto questo singolare spettacolo, non
soltanto una volta, ma più di dieci. Ecco come va la cosa.
Il re pesca ordinariamente in una parte riservata del mare, in faccia
ad una piccola casa che gli appartiene, del quartiere di Posilippo.
Quando ha fatto un’ampia cattura di pesce, ritorna a terra, fa portare
il suo pesce alla marina, chiama i compratori che di certo non mancano
mai di accorrere all’appello reale. Là si mette il pesce in vendita
come sulle panche del mercato; ciascuno può aggiungere un grano
all’asta; quando il re trova che il prezzo è troppo basso, lo spinge
egli stesso, e se il pesce resta per suo conto, lo conserva e lo si
mangia a palazzo; tutti in questa circostanza, come sempre altrove, si
avvicinano al re per parlargli, ed anche per questionare, cosa che non
mancano mai di fare nel loro dialetto i suoi amici lazzaroni, che non
si danno nemmeno la cura di chiamarlo Maestà, ma soltanto Nasone, pel
suo naso grosso tre volte quanto un naso ordinario.
Questa vendita è generalmente assai comica; il re vende caro quanto
più può, vanta il suo pesce, lo prende per le pinne per mostrarlo, e
schiaffeggiando quelli che gli offrono un prezzo troppo basso se si
trovano a portata; da parte loro poi i lazzaroni gli rispondono con
delle ingiurie, come se avessero a trattare con un vero pescivendolo;
queste invettive lo fanno ridere sgangheratamente. Finita la
vendita, inzuppato di acqua di mare, e col puzzo di pesce, ritorna
a palazzo, e prima di lavarsi e di mutar vestito, va a raccontar
tutto, sbellicandosi dalle risa, alla regina, la quale secondo
l’umore in cui si trova, lo ascolta pazientemente, o lo mette alla
porta, rimproverandogli quei piaceri grossolani, a’ quali però le
rincrescerebbe che rinunciasse, perchè grazie a questi piaceri plebei,
che interessano il re più degli affari, essa governa a suo talento il
regno.