Due giorni dopo, il 30 aprile, ricevemmo dall’ambasciatore
d’Inghilterra dei viglietti per assistere all’apertura o piuttosto alla
processione degli Stati generali a Versaille.
La nostra partenza era fissata pel 5 aprile.
Se gli Stati venivano ritardati ancora un’altra volta, noi
continueremmo il nostro viaggio. Sir William non intendeva di
prolungare il suo soggiorno a Parigi.
Alle tre ore di sera andammo a dormire a Versaille. L’ambasciatore
d’Inghilterra aveva preso a pigione una casa per la metà dell’anno,
presumendo che era là particolarmente che si sentiva battere il polso
della nazione; ci aveva dato due camere al primo piano di questa casa,
situate lungo la via che doveva percorrere il corteggio.
Noi andammo prima in una tribuna per ascoltare la messa dello Spirito
Santo. Non so se molti pensarono a queste parole della Scrittura:
«Tu griderai ai popoli e la faccia della terra sarà mutata».
Un po’ prima, verso la fine del _Veni Creator_, uscimmo per andare a
prendere posto sul cammino della processione.
Le larghe vie di Versaille, tutte parate con tappezzerie della corona,
fiancheggiate da guardie francesi e svizzere non potevano contenere la
folla.
Tutta Parigi era a Versaille; le porte, le finestre, i tetti, gli
alberi stessi erano carichi di spettatori; i balconi coperti di stoffe
magnifiche, e scialli preziosi: i davanzali e le ringhiere piene di
signore cariche di piume e di fiori. Si sarebbe detto che al momento
di lanciarsi nell’arena della guerra civile, le donne, che poco dopo
doveano essere colpite dalle leggi sommarie dell’eguaglianza, avevano
preso quest’occasione per mostrarsi ancor una volta in tutta la loro
gloria e la loro eleganza.
Era evidente che un gran fatto cominciava: quale ne sarebbe stato il
risultato, tutto il mondo l’ignorava ancora.
Noi vedemmo da principio apparire in fondo alla via come un’onda nera:
era il terzo Stato. Cinquecentocinquanta deputati, fra i quali trecento
legali, avvocati, magistrati; tutti nomi ignoti o poco meno, eccettuato
uno che pei suoi scandali, — bisogna che io sia franca come sempre, —
era quello che io era principalmente venuta per vedere.
Onorato Riquetti de Mirabeau.
Il suo nome ed i suoi amori eransi resi celebri in Francia e fuori; i
suoi ratti, i suoi adulteri, le sue prigioni formavano un romanzo più
commovente, più spettacoloso, più terribile dei romanzi ideati nelle
immaginazioni dei poeti.
Non aveva che una sola dimanda:
— Dov’è Mirabeau? dov’è Mirabeau?
Me lo indicarono.
Lo vidi da lontano; stese indietro quella testa dominatrice, distinta
per la sua potente bruttezza, che scuoteva a guisa di un leone una
foresta di capelli. Era la società dell’epoca tutta intiera riassunta
in un uomo solo, lo ripeto in un uomo solo, perchè gli altri a lui
vicino non sembravano che ombre.
Lo seguii cogli occhi quanto lo potei lontano.
Il suo passaggio, o piuttosto quello del terzo Stato scatenò una
tempesta di applausi e di bravo, che cessò quando apparve la nobiltà.
All’opposto del terzo Stato rimarchevole per la semplicità ed
uniformità del suo vestire, la nobiltà vestita di seta e di velluto
presentava un assortimento di tutti i colori più vivi, ornati di
ricami sfarzosi. Dimandai il nome di una ventina di queste illustri
oscurità: nessun uomo mi era noto. Mi mostrarono Lafayette, l’eroe
dell’America; mi aspettava di vedere una di quelle vigorose nature
chiamate dalla provvidenza per sostenere colla parola, colla penna e
colla spada i grandi principii. Vidi invece un giovane smilzo, pallido
o piuttosto biondo e rosa, che non dava alcun indizio della parte che
avea rappresentato nel passato, e specialmente di quella che avrebbe
rappresentata nell’avvenire.
La nobiltà passò. Il duca d’Orleans solo fu applaudito freneticamente;
si sapeva di far disgusto alla regina, e s’inferocivano nella vendetta.
Da molto tempo vi era una guerra dichiarata fra Filippo d’Orleans e
Maria Antonietta; si davano a quest’antipatia i motivi più strani; essa
durava da otto o nove anni, e non doveva estinguersi che sul patibolo,
su cui salirono a ventidue giorni di distanza l’uno dall’altra.
Dopo la nobiltà veniva il clero; il silenzio era lo stesso. Nel clero
solamente sembravano riuniti i due ordini che noi avevamo poco prima
veduti a passare separati.
Nobiltà e terzo Stato.
Difatti precedeva una trentina di prelati in rocchetto e veste
pavonazza.
Poi un coro di musicanti.
Poi infine, dopo i musici, duecento curati circa colla loro veste nera
da prete.
A questi ultimi il popolo senza applaudirli si avvicinava
istintivamente. Erano il popolo della Chiesa che nei primi secoli non
ha soltanto rappresentato il popolo, ma anche tutelata la libertà del
popolo.
Forse si era un poco allontanato da questa missione, ma non si chiedeva
meglio che di perdonargli, tanto erasi ricondotto sulla buona via.
Il Re alla sua volta ottenne qualche applauso: ma era lontano da quelli
prodigati a Mirabeau ed al duca d’Orleans.
Poi venne la regina. Fra il mio primo e il mio secondo viaggio a
Parigi, si era fatto in lei un cambiamento terribile; Invece di quella
graziosa dolcezza del suo viso, aveva nella sua fisonomia qualche cosa
di secco, di smunto, d’ingrato.
Le si gridò alle orecchie: «_Viva il duca d’Orleans_,» ed in mezzo alle
grida si fece udire un fischio. Essa impallidì e pensò a svenire; fu
sostenuta.
Essa passò.
La storia di ciò che aveva sofferto era scritta sul suo volto, già
fatto di marmo, e non era ancora, povera donna, che al principio di ciò
che doveva soffrire.
Del resto quasi tosto, richiamando il suo coraggio, rialzò la
testa, mandò intorno ad essa uno sguardo di sfida più di odio che di
corruccio, poi riprese il suo fare abituale, sdegnoso ed indurito.
Passata la regina, lasciai la finestra ed andai a sedermi; io provava
lo stesso effetto come se mi avessero messo un pezzo di ghiaccio sul
cuore, e se mi avessero detto; questa spranga di ferro non volendosi
piegare, sarà spezzata, io non mi sarei punto maravigliata.
Ci riposammo un istante; poi avendo veduto ciò che volevamo vedere,
ripartimmo per Parigi.
Durante la via, sir William mi spiegò la situazione: era una vera lotta
che si agitava fra il basso clero, il terzo Stato ed i prelati e la
nobiltà sostenuti dal Re.
Tutte queste questioni erano troppo gravi per potervi fermare
lungamente il mio pensiero. La mia cattiva sorte volle che mi fossi
mischiata colla politica di un altro paese; ma io vi fui trascinata da
un doppio motivo: dalla mia profonda amicizia per la regina, e dal mio
amore irresistibile per Nelson. Lo so che un giorno nè l’uno nè l’altro
mi serviranno di scusa, ma voglio piuttosto, dovendo rendere un conto
così terribile, renderlo in nome del mio amore e della mia devozione,
anzichè in nome del mio interesse personale.
Lasciammo Parigi il giorno dopo, il 5 maggio 1789; prendemmo la via del
Belgio e della Svizzera; attraversammo il S. Gottardo, scendemmo pel
lago Maggiore, arrivammo a Livorno in posta, e vi trovammo la nostra
feluca, ed il 20 di maggio mettemmo piede all’Immacolatella.
Ritornando all’ambasciata, sir William trovò un viglietto del Re
concepito in questi termini:
«Il giorno dopo del vostro arrivo, mio caro sir William, vi aspetto
a pranzo con noi al palazzo di Caserta; ma la regina, che desidera
di fare una conoscenza colla vostra graziosa sposa, una conoscenza
più intima, che non si può fare in una presentazione ufficiale,
l’aspetterà fra le undici ore e mezzodì.»
«Restate dunque ai vostri affari fino a quattr’ore, ma inviateci
Lady Hamilton come la colomba dell’arca per annunziarci che voi
avete messo piede a terra.»
VOSTRO AFFEZIONATO
FERDINANDO B.
Sir William rispose:
«Sire,
«La colomba sarà da voi all’ora indicata, ma non aspettatevi che
vi porti il ramoscello d’ulivo. Credo che de qualche tempo non si
coltiva più quell’albero in Francia.
«Alla mia volta, nell’ora che mi è assegnata, verrò a ringraziare
Vostra Maestà di tutta la bontà che ha avuto per me.
«Ho l’onore di essere con rispetto,
«Di V. Maestà,
_Umil. ed obb. servo_
W. HAMILTON.
Come vedete, il mio trionfo era completo.