e più sotto.
— _Entrata degli artisti_. —
Io m’impossessai tutta contenta del palco.
— Aspettate, mi disse sir William; Tito ci fa l’onore di risponderci.
— Ah vediamo, e lessi:
«Il cittadino Talma è dolentissimo di non poter offrire
all’illustre sir William Hamilton ed a Milady Hamilton che il
suo palco posto sulla scena. Ma, come si trova, glielo offre
coll’espressione della sua riconoscenza la più tenera, per avere
voluto pensare a lui.
«27 aprile 1789.»
Era impossibile di contenersi meglio nei limiti della convenienza più
assoluta.
Alle sette ore e mezza precise noi eravamo in teatro. Il portiere che
ci attendeva al portone ci fece attraversare la scena, e ci condusse al
palco.
Era facile di vedere che colui che ce lo prestava ci aveva messo tutta
la galanteria di cui è capace un artista.
Un grande specchio decorava una parete; i mobili erano coperti da
stoffe turche ricamate in oro; questo palco mi ricordava in miniatura
lo studio di Romney.
Io era incantata di essere sulla scena, e aveva un piacere dieci volte
maggiore che se fossi stata nella sala, fosse stata pur messa a mia
disposizione la loggia reale.
Aspettava con impazienza che si levasse il sipario. Ma per questa
attesa ebbi anche uno spettacolo più curioso di quello della tragedia,
quello del dietro scena.
Tutti gli artisti si trattenevano dal loro collega Talma, e si facevano
dimande sulle nuove eccentricità della foggia di vestire che egli si
sarebbe permesso. Essi chiamavano eccentricità quel lavoro pieno di
scienza a cui si dedicava Talma per ricondurre il teatro alla verità
storica. In fine la campana si fece sentire, si diedero i tre colpi, il
direttore dispose gli artisti, e si levò il sipario.
Confesso che quando Talma entrò alla prima scena del secondo atto,
misi un grido di ammirazione. Mi sembrava di veder camminare una statua
romana.
La testa particolarmente era superba, i capelli tagliati corti ed
arricciati alla foggia antica, la corona d’alloro d’oro posava sui suoi
capelli; il mantello di porpora, non già attaccato ma gettato senza
cura sulle spalle, permetteva a chi lo portava di avvolgerselo in mille
guise; tutto ciò dava una singolare verità all’artista che riconduceva
gli spettatori a 1700 anni addietro.
Tutti gli altri commedianti mi sembravano maschere.
La parte di Berenice era sostenuta, per quanto mi posso ricordare, da
una giovine e bella artista chiamata madamigella Vestris; essa aveva un
abito all’antica, i capelli incipriati e il guardinfante.
Quando entrò alla quarta scena del second’atto, e si trovò in presenza
di Tito, fece dapprima un movimento di sorpresa, poi represse un
violento scoppio di riso; Tito aveva le braccia e le gambe ignude,
mentre gli altri avevano delle maglie di cotone, e dei calzoni di seta.
Pure declamò con tutta l’anima che potè mettere nella sua lunga
parlata, che cominciò con questo verso:
«Non ti lagnar, signor, se un indiscreto
zelo mi spinse.... ecc.
e finisce:
«Signor! presente almeno ero al pensiero?»
Ma finito questo verso, invece di ascoltare la risposta di Tito, lo
guardò da capo a piedi, mentre che Tito le diceva alla sua volta:
«Donna, non dubitar! n’attesto il Cielo,
Berenice a’ miei occhi è ognor presente,
Tempo od assenza ti rinnovo il giuro,
Non possono rapirti al cor che t’ama.
— Mi perdoni Iddio, Talma, mormorò la donna, ma voi non avete la
parrucca, ma voi non avete la maglia; ma voi non avete i calzoni.
Poi mentre Talma avea finito quanto doveva dire, le rispose:
— Cara amica, i Romani non ne portavano.
Ed essa ripigliava con una nuova tenerezza:
«E vuoi giurarmi
Un affetto immortal, se tu mel giuri
Freddamente così?
Confesso che mi gettai indietro sullo sfondo del palco per poter ridere
in tutta libertà, mentre Sir William, nella sua qualità di antiquario,
si sfiatava a dire:
— Ma ha ragione, ha perfettamente ragione. Bravo quel giovane, bravo;
voi sembrate una statua trovata ad Ercolano od a Pompei. _Perge sic
itur ad astra._
Il tragico fece un leggiero inchino verso di noi in segno di
ringraziamento.
— Chi sono quelli che hai nel tuo palco? chiese con un fare sgarbato
madamigella Vestris seguitando a recitare.
— Sono artisti inglesi, rispose Talma con un leggiero sorriso, che
faceva valere anche per conto dell’amore che Tito aveva per Berenice.
— Sì, sì, artisti, signor Talma, esclamai io applaudendo, avete
ragione, veri artisti.
I miei applausi raddoppiarono alla parlata di Tito; questa parlata,
che aveva insieme del disordine, dell’amore e della dignità, fu
ammirabilmente declamata dal giovine tragico.
Quando calò il sipario verso la fine del secondo atto, si udirono
grandi applausi nella sala, si gettavano quasi fuori dei palchi e
gridavano _bravo_. Ove noi eravamo non potevamo vedere; ma gli artisti
si avvicinavano al sipario e guardavano dal foro che vi era praticato.
— Che c’è, che c’è dunque? chiedevano gli altri commedianti, a quello
che aveva la fortuna di stare a quel foro.
— Bene, rispose, non ci mancava che questa.
— Ma che cosa?
— Ecco che quel pazzo di Talma ha trovato degli imitatori.
— Come? soggiunse uno del commedianti; vi sarebbe qualcuno in platea,
che per avventura sia senza calzoni?
— No, ma vi è un giovane presso l’orchestra, che dopo l’atto è andato
probabilmente a farsi tagliare i capelli: è acconciato _alla Tito_, ed
è lui che si applaudisce.
Fra il secondo ed il terzo atto l’esempio fu imitato da tre o quattro
giovani. All’ultimo atto Talma aveva una ventina di imitatori nella
sala.
È inutile dire che da quella sera venne la moda di portare i capelli
alla Tito.
Quando calò il sipario al quinto atto. — Dio mi perdoni questa empietà
sul mediocre intreccio della Berenice, — sir William, prevenendo
i miei desideri, fece dimandare dal portiere _il cittadino_ Talma:
— ricordiamoci che questo era il titolo che aveva preso quando ci
scrisse, — se potevamo ringraziarlo nel suo camerino.
Ci fece subito rispondere che era un grande onore per lui, che non
avrebbe ardito di aspettarsi; ma poichè noi eravamo disposti di
farglielo, lo accettava con riconoscenza.
C’incamminammo verso il suo camerino: il corridojo era ingombro; però
vedendo una signora che sembrava essere dell’alta società, ciascuno si
ritrasse verso il muro, di modo che riuscimmo ad entrare.
Tito ci aspettava alla porta per farci gli onori del suo camerino;
la nostra meraviglia fu grande quando rivolgendosi a noi in perfetto
inglese, ci chiese, o piuttosto chiese a sir William se voleva o no
conservare l’incognito.
Sir William rispose che non aveva alcun motivo di nascondere _l’onore
che egli faceva a sè stesso_ venendo a ringraziare un grande artista,
facendogli i suoi complimenti, e che anzi desiderava di essere
presentato alla società che si trovava nel suo camerino, e che
dall’apparenza doveva appartenere alla classe più intelligente della
società.
Sir William non s’ingannava: Talma ci presentò successivamente il
poeta Mario Giuseppe Chenier, di cui dovea rispondere il _Carlo IX_;
Ducis di cui facea fede il Macbet, il giovine Arnault di cui studiava
il _Mario a Minturno_; La Harpe che lo tormentava per rappresentare
il suo _Wasa_; il pittore David che gli dava i modelli del vestiario;
il cavalier Bertin che cinque o sei mesi prima avea pubblicato il suo
libro degli amori, e che al giorno seguente o l’altro doveva partire
per S. Domingo, ove dovea morire l’anno dopo; Parny, che si chiamava
il Tibullo francese, e che era in procinto di cantare la sua Eleonora,
mentre suo fratello, con minor poesia forse ma con altrettanto spirito
cantava madamigella Comtas. Infine cinque o sei altri giovani, che
avevano tutti un nome, od erano per farselo.
Sir William ebbe la sua corte, ed io la mia. Egli entrò in una
discussione sul modo di vestire degli antichi con David e Talma: mentre
io faceva sui loro versi i complimenti al cavalier Bertin e Parny e
essi me ne facevano sulla mia bellezza.
Sir William sempre preoccupato dei miei trionfi me ne procurava uno.
Egli invitò Talma, pregandolo d’invitare tutti gli amici che si
trovavano nel suo camerino, di venire a passare la serata di domani
all’hôtel des Princes.
Se Talma consentiva a declamare dei versi di Corneille, di Racine e di
Voltaire, Lady Hamilton declamerebbe da parte sua il Shakespeare.
Talma era pregato di prevenire i suoi amici che la serata sarebbe
terminata con una cena.
L’invito fu accettato all’unanimità; e ci ritirammo.
Noi avevamo, se vi ricordate, da ricondurvi per le due ore del giorno
alla Bastiglia per asciolvere col governatore.