INTRODUZIONE.

Il giornale _La Giovine Italia_, indicato nel frontispizio come una

«serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria

della Italia, tendenti alla sua rigenerazione», è un de' rappresentanti

maggiori, se non il migliore, di quella raccolta di periodici

mazziniani, che s'inizia con l'_Indicatore Genovese_, che si chiude con

la _Roma del Popolo_, e che aspetta sempre uno studioso di coscienza, il

quale ne indaghi le vicende e ne stabilisca l'importanza, certamente

moltissima, che tiene tra la stampa periodica italiana negli anni piú

splendidi del nostro Risorgimento[1]. Divenuto raro sin da' primi anni

della sua pubblicazione, tanto per le difficoltà che incontrava nel

diffondersi all'interno ed all'estero, quanto per il pericolo che

minacciava tutti coloro che ne possedessero qualche fascicolo, dacché,

una volta scoperti, avrebbero scontato «l'errore con una vita di

dolore[2]», il periodico si sarebbe dovuto ristampare per le cure stesse

del Mazzini, di modo che, ristretto nel materiale, sfrondato degli

articoli di minore importanza, avrebbe potuto ancor degnamente

rappresentare l'eco di nobilissimi propositi, i quali, anche sette anni

dopo, possedevano il pregio dell'attualità: inerte, torpido, prostrato

sotto il vigile occhio dell'Austria e dei governi d'Italia essendo

sempre il paese, che il grande apostolo tentava ancora una volta di

galvanizzare, uscente da quella tremenda _tempesta del dubbio_ dapprima,

e dal doloroso raccoglimento di poi, in cui rimase per oltre anni,

quando una persecuzione senza tregua lo ebbe obbligato ad abbandonare la

Svizzera e avere un piú sicuro asilo in Inghilterra.

[1] Un saggio notevole è però quello di _Piero Cironi_, _La stampa

nazionale in Italia_ (in _Piovano Arlotto_, a. III (1860), pp.

381-414 e 563-581).

[2] Avuta notizia che la _Giovine Italia_, nonostante le molte

persecuzioni e la vigilanza alle frontiere, era potuta penetrare

ne' suoi Stati e circolare tra gli affiliati della associazione

omonima, Carlo Alberto pubblicava il seguente decreto, inteso a

regolare l'introduzione delle stampe in Piemonte:

_Carlo Alberto, ecc._

«La moltiplicità e quantità di libri, giornali e scritti che

s'introducono o si fanno circolare clandestinamente ne' nostri

Stati, e le funeste conseguenze che ne derivano, ci hanno fatto

conoscere l'insufficienza delle leggi attuali, e sentire la

necessità di nuove più energiche disposizioni, onde antivenire e

reprimere tali abusi. Quindi è che per le presenti, di nostra certa

scienza e Regia autorità, avuto il parere del nostro Consiglio di

Stato, abbiamo ordinato e ordiniamo quanto segue:

_Art. 1._ -- L'introduzione dall'estero ne' nostri Stati di libri,

giornali, o altri scritti o disegni qualunque tanto a stampa che a

mano, contrari ai principii della Religione, della morale e della

nostra monarchia, sarà, oltre alle pene prescritte al cap. 16, tit.

34 delle Generali Costituzioni, ed al cap. 17, tit. XXXIII, lib. 2

del Regolamento pel Ducato di Genova, punito con una pena corporale

di carcere o di catena da uno sino ai tre anni, la quale potrà

estendersi anche alla galera da due a cinque anni, quando pel

numero degli esemplari, o per altre circostanze, apparisse che

fossero introdotti per essere disseminati.

Qualora però una tale introduzione tendesse a provocare o

promuovere taluno dei delitti previsti nel cap. 2, tit, 34, lib. 4

delle stesse Generali Costituzioni, e nel cap. 2, tit. XXXIII, lib.

2º dell'anzidetto Regolamento, e gli introduttori ne fossero

cooperatori o consapevoli, saranno applicate le pene ivi stabilite.

_Art. 2._ -- Le sopradette pene saranno pure applicate contro chi

stampasse, pubblicasse, o facesse circolare ne' nostri Stati i

detti libri, giornali, scritti o disegni.

_Art. 3._ -- Chiunque li riceverà per la posta o per altro mezzo,

anche senza sua partecipazione, o consenso, sarà obbligato di

rimetterli immediatamente ai rispettivi Governatori o Comandanti, e

nei luoghi ove questi non risiedono, potrà anche rimetterli al

Sindaco. I contravventori, massime quando per la loro condotta

fossero già in tali fatti sospetti, saranno puniti a giudizio del

Senato, col carcere fino a due anni.

_Art. 4._ -- Dichiariamo inoltre che la multa di scudi cento

antichi portata dal § 14, cap. 16, tit. 34, lib. 4 delle Generali

Costituzioni, e dal § 32, cap. 17, tit. XXXIII, lib. 2 del

Regolamento pel Ducato di Genova, spetterà per metà allo scopritore

o denunciatore della contravvenzione, il quale, volendo, sarà

tenuto segreto.»

In seguito, scoperta la congiura che fu spenta col sangue di tante

nobili esistenze, il governo sardo fu ancor più feroce contro i

possessori della pericolosa pubblicazione. Infatti, con sentenza

del 20 maggio 1833 Giuseppe Tamburelli di Voghera, caporal furiere,

era a Chambéry fucilato alla schiena «per aver letta o imprestata a

qualche soldato la _Giovine Italia_»; con altra del 13 giugno 1833

si condannava l'avv. G. B. Scovazzi «alla pena di morte ignominiosa

ed incorso in tutte le pene e pregiudizi dei banditi di primo

catalogo» per avere, tra le altre colpe che gli si apponevano,

sparso tra i congiurati «il terzo volume del libro sedizioso

intitolato la _Giovine Italia_»: con altra del 20 successivo il

causidico Audrea Vocheri, piú infelice dello Scovazzi, riescito a

scampare con la fuga, fu condannato alla stessa pena, che sostenne

con indicibile eroismo «per avere da alcuni mesi prima del di lui

arresto tenuto pratiche ed usato mezzi di subordinazione»,

distribuendo in Alessandria «scritti sediziosi e segnatamente la

_Giovine Italia_.» Né qui ha termine la dolorosa lista, né il

Piemonte fu solo nella via delle persecuzioni. Basterà dire che a

Modena l'avvocato Mattioli, spaventato d'un processo ridicolo,

artefatto con grottesche imputazioni, ideò una tela di confessioni

per salvarsi, e invece coinvolse nella sua condanna certo

Cristoforo Pezzini, accusandolo d'avergli rilasciato i fascicoli

della _Giovine Italia_ e varie carte settarie. E il Pezzini, con

sentenza del 16 maggio 1833 fu condannato alla pena di morte «che

gli venne commutata dal Duca il 19 di quel mese alla galera a

vita.» Cfr. _A. Sorbelli_, _La congiuria Mattioli_; Roma, Soc. Ed.

Dante Alighieri, 1901, p. 140.

La ristampa doveva compiersi a Parigi, per i tipi della vedova Lacombe,

casa editrice ben nota agli studiosi del nostro Risorgimento, in quanto

ad essa gli esuli italiani di Francia affidarono gran parte de' loro

scritti, perché fossero divulgati per le stampe. Alla fine di maggio del

1840 uscì infatti il seguente manifesto che annunciava la nuova edizione

del periodico: "L'edizione della _Giovine Italia_ essendo da piú anni

esaurita, alcuni italiani hanno pensato che una ristampa potrebbe

riuscire giovevole all'educazione della gioventú italiana ed avviamento

a nuovi lavori. Ma tra gli scritti contenuti in quella raccolta, molti

uscirono dettati dall'impulso di circostanze oggi modificate, e non

importa ripubblicarli; altri, dotati di valore storico piú che teorico,

spetterebbero ad una collezione ordinata con intento diverso da quello

degli editori di quest'annunzio. L'intento è quello di presentare agli

Italiani, raccolti in un libro, que' scritti soli che contengono il

programma primo della _Giovine Italia_, e insegnano nello spirito

dell'associazione il fine da prefiggersi agli sforzi della nazione, e i

mezzi opportuni a raggiungerlo. E que' scritti spettano presso che tutti

a un solo fra i collaboratori, Giuseppe Mazzini. Gli editori si sono

dunque rivolti a lui richiedendolo d'ordinar quegli articoli, condurre a

termine quei ch'erano rimasti, pe' casi de' tempi, imperfetti,

modificare e aggiungere dov'ei credesse. Risultato di un lavoro siffatto

è il libro che qui si propone alla sottoscrizione, col titolo: _La_

_Giovine Italia_, _raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da

Giuseppe Mazzini._ Oltre un'introduzione e un articolo scritto ora

espressamente dall'autore, ecco i titoli degli argomenti che entreranno

in questa ristampa: La _Giovine Italia_, programma politico; D'alcune

cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia; --

Dell'Unità Italiana; -- Della guerra d'insurrezione; -- Ai preti

Italiani; -- Ai poeti, pensieri; -- Fratellanza de' popoli; -- Cose di

Savoia; -- Lettera alla Gioventú Italiana, ecc. ecc. -- Due volumi.

Prezzo 6 franchi per i sottoscrittori, 8 per gli altri, ecc. Parigi». Ma

il periodico aveva suscitato troppo fermento in Italia, perché tutti i

governi non si commovessero all'annuncio che ancora una volta si

tentasse diffonderlo nel popolo. Cominciarono quindi i preparativi per

impedirgli l'entrata all'interno, tanto piú che la pubblicazione di esso

segnava il cominciamento d'un nuovo periodo di riscossa, alla quale il

Mazzini s'accingeva con metodi piú pratici, migliori ad ogni modo di

quelli che già gli aveano procurate due amare delusioni, lanciando quel

memorando invito agli Italiani, perché s'aggregassero alla _Giovane

Italia_ e operassero «tutti concordemente colla massima attività pel

conseguimento del divisato intento». Una circolare a tutti i commissari

superiori di polizia nel Lombardo-Veneto avvertiva il 25 luglio dello

stesso anno: «Con apposito avviso a stampa la tipografia di Madama

Lacombe di Parigi ha pubblicato da poco tempo la comparsa d'una nuova

opera divisa in due volumi in ottavo, ed accordata in via di

associazione in Parigi al prezzo di sei franchi, quale porta per titolo:

_La Giovine Italia_, raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da

Giuseppe Mazzini. Collo stesso avviso si avverte che l'opera suddetta,

compilata dietro quanto si potea ora esigere dal già seguito mutamento

di tempi e di circostanze, tende specialmente ad istruire la gioventú

nelle massime professate dalle società segrete.

«Rendendone perciò consapevole cotesto..... lo s'invita simultaneamente

a voler attivare le piú energiche ed avvedute misure di sorveglianza,

all'uopo di possibilmente scoprire ed impedire la clandestina

introduzione delle preaccennate diaboliche produzioni, quali nel caso di

scoperta dovrebbero essere tantosto sequestrate e rimesse a questa

Direzione Generale, cui dovrebbero essere scortati anche quegli

individui che mai ne fossero trovati in possesso, onde procedere in loro

confronto, a norma delle superiori istruzioni»[3].

[3] _Carte segrete e Atti Ufficiali della Polizia Austriaca in Italia

dal 4 giugno 1814 al 22 marzo 1848_; Capolago, tip. Elvetica, 1852,

vol. III, p. 52.

Tuttavia la ristampa della _Giovine Italia_, per ragioni che ora ci

sfuggono, non poté effettuarsi, come era sfumato il disegno, concepito

cinque anni prima, di pubblicare il giornale in una traduzione francese,

che avrebbe dovuto compiersi a Losanna[4]. Probabilmente, le

persecuzioni de' governi d'Italia, le rimostranze de' gabinetti esteri a

quello di Luigi Filippo, subdolo quanto mai in quegli atti del suo

governo che si riferivano alle mene contro i rifugiati politici,

contribuirono a fare abortire il nobile proposito, il quale forse non fu

aiutato abbastanza da' sottoscrittori. La _Giovine Italia_ rimase quindi

ciò che si dice una vera rarità bibliografica, sconosciuta ai più, anche

a coloro che ne parlarono di proposito, ma che ne ignorarono gran parte

del contenuto, perché, ad eccezione di quegli scritti, che il Mazzini

inserì nella raccolta delle sue opere, e che poterono quindi consultarsi

con più agio, l'altra parte, certamente meno importante, ma forse più

curiosa e più utile allo studioso, in quanto riflette le passioni del

momento, e abbonda di particolari di grande interesse per la storia del

Risorgimento, seguitò a rimanere inaccessibile. Onde parve a noi che

ripigliando il proposito del Mazzini, allargandolo in quei concetti che

nel 1840 potevano essere più plausibili, e ristampando integralmente i

sei fascicoli della _Giovine Italia_, riproducendo esattamente, o almeno

fin dove era possibile, le caratteristiche esterne ed interne del

periodico, si sarebbe reso, come si dice, un utile servigio agli

studiosi della nostra storia nazionale.

[4] Il proposito di questa traduzione fu espresso nell'_Europa

Centrale_ del 12 marzo 1835. Ecco il manifesto della pubblicazione,

che forse fu inserito anche in altri periodici:

«Le journal, la _Giovine Italia_, fondé par les plus nobles débris

de l'émigration italienne, et que le nom de Mazzini fait resplendir

de tant d'éclat, a acquis une réputation telle que tout éloge

serait superflu dans notre bouche.

«Les espérances, l'héroïsme et les infortunes de l'Italie sont si

puissans d'intérêt, racontés avec une touchante vérité par ceux-là

mêmes qui furent acteurs dans les évènements qu'ils décrivent: la

plume de Mazzini, de ce jeune homme au patriotisme pur et élevé, à

l'âme bouillante de toutes les généreuses passions, est si

remarquable par la profondeur des pensées, la vigueur du style et

la force d'une logique irrésistible, qu'on désirait depuis

longtemps une traduction en français de cet ouvrage; ce voeu nous

l'avons rempli.

«Nous avons pensé que nous devions retrancher de la _Giovine

Italia_, qui compte déjà six volumes in-8º ordinaire, tout ce qui

serait empreint d'un caractère de localité trop prononcé. Nous

n'avons choisi que les articles qui font plus particulièrement

connaître ses doctrines et qui retracent des malheurs d'une réalité

sanglante.

«Nous traduirons au fur et à mesure de leur apparition les

productions à venir de la _Jeune Italie_. La traduction de ce qui a

paru jusqu'à présent et que nous offrons au public, se composera de

4 vol. in-8º de 250 pages chaque, qui seront augmentés d'un

supplément toutes les fois que nous jugerons convenable d'extraire

de la _Revue républicaine_ quelques-uns des articles dont M.

Mazzini paraît vouloir enrichir de temps en temps cette

publication.

«Les livraisons auront lieu par volume.

«Le premier volume paraîtra dans le courant d'avril prochain, et

les suivans seront publiés de mois en mois à partir de cette

époque.

«Le prix du volume est fixé, en faveur des souscripteurs seulement,

a 3 fr. 60 cent. de France, payables à sa réception.

«La souscription sera close au 20 avril prochain.

«On souscrit chez tous les principaux libraires des différentes

villes de la Suisse, et chez le traducteur, poste restante, à

Lausanne, auquel on pourra s'adresser pour toute espèce de

réclamation. Toutes les demandes devront être affranchies. Les

frais de poste seront à la charge des souscripteurs qui y donneront

lieu».

Il còmpito al quale ci siamo assunti è stato poi agevolato dal fatto che

una copia completa della _Giovine Italia_ è conservata nel fondo

_Risorgimento_ della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma. La

grande cortesia del bibliotecario, conte Domenico Gnoli, ci permise di

trascriverla tutta, dando agio a me e al tipografo di riprodurre

esattamente il frontespizio e tutte quelle particolarità che possono

offrire al possessore di questa ristampa l'illusione di aver presso di

sé l'originale, dal quale ad ogni modo, non riproducemmo, liberandoci

d'una soverchia pedanteria di editore diplomatico, gli errori di stampa

e l'errata-corrige. Diremo di più che a piede di pagina abbiamo notato

le varianti degli scritti mazziniani risultate dal confronto tra la

_Giovine Italia_ e la prima edizione degli _Scritti editi e inediti_

intrapresa per le cure stesse dell'autore nel 1861, perché ci parve che

il Mazzini, grande stilista, più di quanto ai più non sembri, abbia

sempre prediletto di tormentare la forma classica del periodo. Abbiamo

di più posto alla fine della pubblicazione un indice analitico, che

servirà allo studioso per orientarsi e indagare per entro il periodico.

***

Sono abbastanza note, perché le narrò, forse con troppo parsimonia, lo

stesso Mazzini in alcuni di quei preziosi _Ricordi autobiografici_

sparsi ne' primi volumi dei suoi _Scritti editi e inediti_, le origini

del periodico. Esso fu ideato, insieme con l'associazione omonima, nel

forte di Savona, dove il Mazzini era stato rinchiuso, dopo che la

delazione di Raimondo Doria aveva rivelate al governo sardo le deboli

fila della Carboneria genovese, alla quale aveva aderito qualche tempo

prima il grande Italiano, allora agli inizii della sua carriera di

cospiratore, «Ideai -- dice egli stesso -- in quei mesi

d'imprigionamento in Savona, il disegno della _Giovine Italia_; meditai

i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito, e

l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo

d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato ad iniziarlo con me,

all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari

Europei»[5]. Liberato dal carcere, a condizione che scegliesse tra un

soggiorno, che non fosse Genova, né Torino, né un punto qualsiasi delle

spiagge liguri, e l'esilio, preferì quest'ultimo. E nell'esilio, dopo la

lettera a Carlo Alberto, che gli procurò l'ira del governo sardo, dopo

tante delusioni ch'ebbe per l'abortita insurrezione dell'Italia centrale

e per la mancata prima spedizione in Savoia, mise ad effetto il disegno

che avea maturato nel forte di Savona, cioè «la fondazione della

_Giovine Italia_» a cui provvide quando dalla Corsica ritornò a

Marsiglia, e «fermo nell'idea d'iniziare la doppia missione segreta e

pubblica, insurrezionale e educatrice», s'affrettò a stampare il

manifesto del periodico, che fu divulgato sul finire del 1831, a poca

distanza dalla pubblicazione del primo fascicolo[6].

[5] _Scritti editi e inediti_, vol. I, p. 38.

[6] Questo manifesto fu in seguito ristampato in _Scritti_, ecc., I,

122 e segg.

Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perché quasi tutti gli esuli

erano «dissestati in finanza». Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due

fratelli che tanto diedero d'opera e di danaro in que' primi movimenti

patriottici, fece «guarentigia per ottomila franchi al periodico»[7]; il

Mazzini «andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che _gli_

veniva dalla famiglia»[8]; altri aiutarono in diverse guise, come quel

La Cecilia «allora dirittamente buono», che giunto in Marsiglia dalla

Corsica, dove s'era rifugiato dopo l'infelice tentativo di Lione, si

fece compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore; come

Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario fidato del Mazzini, che

assunse la correzione delle bozze. Insomma fu un affratellamento de' più

eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di divulgare scritti che

avrebbero infiammato i giovani italiani del santo amore della patria.

«Vivevamo uguali e fratelli davvero -- assicura il grande cospiratore,

-- d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale

dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di

lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso -- dacché spendevamo,

per ogni cosa, del nostro, -- fra le strette della miseria, ma giulivi a

un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal

1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io

la desidero alla generazione che sorge. Avevamo la guerra accanita

abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali

l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, di ingratitudini,

di sospetti, e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra,

l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione della Bandiera,

non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio,

di quasi una intera generazione che giurava in quegli anni con noi, non

aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli

oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi

La vïolenta e disperata pace,

il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al

freddo, inesorabile, sacro dovere»[9].

[7] Lettera del Pecchio al Panizzi in _Lettere ad Antonio Panizzi_;

Firenze, Barbèra, 1880, p. 109.

[8] _Scritti_, ecc., vol. I, pp. 122.

[9] _Scritti_, ecc., vol. I, p. 395-396.

Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri,

che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col

sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacché la

vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i più riposti

propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel

dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere

al suo governo: «Mi annunziano che una società di rifugiati italiani,

alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente

occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo di

_Giovine Italia_, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla

rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia»[10];

il mese dopo, il Morra, governatore d'una città di frontiera del

Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: «Coll'ultimo

corriere di posta m'è pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia

una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia

riguardo alla società sotto il titolo di _Giovine Italia_, quanto

principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Società trovansi

avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo

non senza difficoltà pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto

di quel giornale sotto il nome di _Giovine Italia_, che alcuni

fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha

coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il

primo numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato il 1º del

prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i

redattori prendono, perché non capiti nelle mani che dei soli loro, mi

lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altresì

occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati,

potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso

giornale in Italia»[11]. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come

l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai

diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello

stesso anno: «Enfin l'ouvrage périodique vient de paraître, et il a été

distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a été assuré par

quelqu'un qui est à même de le savoir que le principal envoie en Italie

aura lieu par le bateau à vapeur le _Francesco Primo_, commandé par le

capitaine De Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le

capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte

plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment de celà, on se propose

de profiter de toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter.

Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais sortout dans les quatres

légations»[12].

[10] Questo documento fu certamente osservato e trascritto di su

l'autografo dell'Archivio di Stato di Torino da _Nicomede Bianchi_,

che ne pubblicò la parte da noi riprodotta nel volume: _Vicende del

Mazzinianismo politico e religioso dal 1832 al 1854_; Savona, tip.

Sambolino, MDCCCLIV, p. 18.

[11] _N. Bianchi_, op. cit., pp. 18-19.

[12] _N. Bianchi_, op. cit., p. 19.

Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per

impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere

irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo,

che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani,

il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali,

osserva uno storico che fu tra' piú temuti avversari del Mazzini, e qui

intendo accennare a Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte di

_Giovine Italia_, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una

rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecché invero essi

dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti

eziandio che non si stimano plebe»[13]. Ma, questa, che nella mente del

Bianchi (e non del solo storico della _Diplomazia europea in Italia_)

potè sembrare un difetto della _Giovine Italia_, era invece una delle

sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad

esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la

letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di

accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, piú del contenuto!, si

preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; piú della patria,

delle persone; e questo effetto produce la lettura di quella miriade di

libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che

avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale.

Invece la _Giovine Italia_, sotto l'impulso del suo direttore, che volse

e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima

formula che non finí mai di ripetere, essere la vita una missione, una

virtú il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre

gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo.

«A principio -- scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro

Giannone, -- volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto

esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi,

o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai

deliberatamente, perché mi pareva necessaria una separazione fra chi

vuole esser forte, e chi è debole, o peggio, io scemerò gradatamente le

mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il segreto

della potenza di Giuseppe Mazzini; né alcuno meglio di lui, che aveva la

parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di

proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta,

alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che

destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva

degnamente prestarsi al nobile assunto.

[13] Id., p. 19.

***

Il primo fascicolo della _Giovine Italia_ uscí, insieme col secondo[14],

il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e

gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri,

Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la

loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si

lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo[15]. Egli però doveva

essere molto contento del successo ottenuto, poiché nel novembre del

1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore della _Rome Souterraine_: «Le

journal a suscité une telle clameur, dès sa première apparition qui,

inexplicable pour tout étranger non initié à nos querelles

d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je

l'avais prévue et calculée d'avance. Elle se rattache aux évènements

politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831. Je dis à la

surface, parce que là gît tout le levain de discorde entre nous et les

vieillards; c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront toujours

l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de

tempêtes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas

gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles;

nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activité

populaire; que si le débordement nous entraînera nous les premiers, peu

importe; nous en sommes à ce point, auquel il faut prononcer le grand

mot, dût-il coûter la vie à celui qui le prononce»[16]. Ma quante

fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perché potesse circolare

in Italia! «Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed

altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza

subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella

bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori,

affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti,

alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai»[17].

Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per la _Giovine Italia_, irto

di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva e per chi lo

commetteva, era mirabile. «Un giovane, Montanari, -- scrive il Mazzini

ne' suoi _Ricordi autobiografici_, -- che viaggiava sui vapori di Napoli

rappresentandone la Società, e morí poi di colèra nel mezzogiorno di

Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo.

E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad

essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per

Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su

quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cosí:

sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e

poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi

dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si

recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla

persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono

assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende

agli introduttori -- quando la guerra inferocí per modo che Carlo

Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux,

Lascarène, intimò, a chi non _denunzierebbe_, due anni di prigione e una

ammenda, promettendo al _delatore_ metà della somma e il segreto --

cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori

e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli

dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno

alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le

botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti

commerciali ignari a commissionari egualmente ignari ne' luoghi diversi,

dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a

mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un

solo dei molti ripieghi che andavamo ideando»[18].

[14] «Un incidente legale, una difficoltà ministeriale mossa intorno

alla legalità del giornale, produce un lieve ritardo; il primo

uscirà insieme al secondo; avvisa però ognuno.» Lettera del Mazzini

al La Cecilia in data 18 febbraio 1832, pubbl. nel I volume

dell'_Epistolario di G. M._, Firenze, Sansoni, 1902, p. 7.

[15] Ved. la lettera al Didier che cito qui sotto. Anche al La Cecilia

scriveva il 16 febbraio 1832: «Molti mi hanno promesso, e mi

mancano, al solito: io speravo grande aiuto di associati e di

scrittori dalla Toscana, e fui deluso. Non pertanto, il numero sta

sotto i torchi, e vedremo se si desteranno, perché credo che un

buon giornale possa giovar molto all'Italia.» _Epistolario_ cit.,

I, 6.

[16] Questa lettera fu pubblicata nell'_Avvenire_ di Novara, a. X, 9

marzo 1889, e ristampata nell'_Epistolario_ cit., vol. I, pp.

36-40.

[17] _Scritti_, ecc., vol. I, p. 395.

[18] _Scritti_ ecc., vol. I, pag. 396-397.

Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza quasi febbrile

della polizia, la _Giovine Italia_ entrava di soppiatto ne' luoghi dove

poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da

Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i

patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova

associazione si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze

processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso

Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi

ricevevano i pacchi della _Giovine Italia_ e del _Tribuno_»[19]. Da

Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano

distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite

Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara»[20]; né valse che una volta,

il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore,

scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di

un barile diretto dal Mazzini alla madre: perché, se vigili e talvolta

bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano

gli affigliati della _Giovine Italia_.

[19] _De Castro_, _Cospirazioni e processi in Lombardia_ (1830-35),

nella _Rivista Storica Italiana_, an. IX [1894], pag. 439.

[20] _Faldella_, _I fratelli Ruffini e la_ Giovine Italia; Torino, Roux,

pag. 221-222.

***

Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza il periodico, in

quanto i giornali, apparsi nell'Italia centrale subito dopo la

rivoluzione del 1831, quasi a distruggere le idee liberali che si

andavano sempre piú sviluppando, si fecero paladini e corifei de'

governi reazionari, comprendendo subito che il nemico col quale doveano

cimentarsi era veramente terribile. «Che cosa è la _Giovine Italia_?» si

domandava un di questi giornali[21], il piú feroce di tutti, la _Voce

della Verità_ di Modena, diretto apparentemente da Cesare Galvani,

dacché gl'ispiratori erano il Canosa e il balí Sanminiatelli, i due piú

ascoltati consiglieri del Duca di Modena. E rispondeva: «La _Giovine

Italia_ è un magazzino di sferravecche del filosofismo del secolo

passato, è una compilazione alla vecchia moda rivoluzionaria di Francia

scritta nel vecchio gergo del 1793.

[21] Prima del direttore della _Giovine Italia_, la _Voce della Verità_

avea ricoperto di contumelie Enrico Misley, il quale, scampato da

certa morte nella congiura di Ciro Menotti, aveva stampato anonimo

nel 1831 un _Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti_. Nel num.

30 del 14 ottobre 1831 si legge infatti:

«È giunto a nostra cognizione un infame libello uscito non ha

guari, e, come è noto, dai torchi di una città vicina, col titolo:

_Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti_. I Redattori della

_Voce della Verità_ avean pensato prima di abbandonarlo al

disprezzo che meritano le vigliacche e ridicole arti del suo

vigliacco e ridicolo scrittore, ma perché non si traggano temerarie

conseguenze dal loro silenzio, annunziamo fin d'ora che sarà

risposto a quel turpe ammasso di menzogne e di villanie.

«Intanto il Direttore della _Voce della Verità_, Cesare Galvani,

Guardia Nobile d'Onore di S. A. R., Aggiunto Bibliotecario della

Estense (e non Consultore di Governo come ivi si annunzia), in nome

ancora de' suoi collaboratori tutti, altamente dichiara che

l'autore dell'opuscolo scellerato e sciocco mente dalla prima

sillaba sino all'ultima; e brama ch'egli sappia, che se colle sue

provocazioni e minacce avesse creduto di atterrire chi si è

consacrato a difendere la causa di Dio, e de' suoi legittimi

Rappresentanti, si disinganni, perché ciascuno dei Redattori della

_Gazzetta dell'Italia Centrale_ [il sotto titolo della _Voce della

Verità_] non teme delle penne vendute all'impostura della Setta,

come non temerebbe giammai lo scontro faccia a faccia con qualunque

degli _Eroi della Libertà_.»

«La _Giovine Italia_ ha per iscopo di ricondurre fra noi l'anarchia,

gettando in mezzo al popolo il vecchio balocco dell'_indipendenza_ e

dell'_eguaglianza_, sotto il patronato dei vecchi nostri Bassà a tre

colori, e dei nostri vecchi espilatori.

«La _Giovine Italia_ ha per sistema la vecchia tattica dei sofisti

oltremontani, di mettere a traffico la credulità dei gonzi, obbligandoli

a giurare _in verba magistri_ sopra una quantità di cose incredibili,

l'inesperienza dei giovani, allontanandoli dall'investigazione delle

cose passate, e l'accidia degli adulti, dispensandoli dal peso incomodo

dei doveri per trattenerli continuo di una quantità di diritti

fabbricati nella vecchia fucina del 1789.

«La _Giovine Italia_ infine ha per ausiliarî tutti i vecchi miscredenti,

i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti, i vecchi mercanti di

rivoluzioni, e tutte le vecchie arpie della tirannide forestiera, che

aspirano a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e ad ingrassare,

giusta la vecchia usanza, colle rapine pubbliche e private»[22].

[22] _Voce della Verità_ del 12 febbraio 1833, n. 238.

Ma ben piú villane, piú gesuiticamente esposte, erano le ingiurie della

_Voce della Verità_, prima e dopo che i fascicoli uscissero alla luce.

Avuta infatti notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o pure da

comunicazioni del governo sardo, il quale, come vedemmo, poteva averle

piú direttamente, che il periodico si stava preparando, pubblicava nel

num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione che vale la pena di

riportare qui: «Un'empia associazione si è formata in Marsiglia dal

rifiuto e dalla feccia degli emigrati italiani, e la quale

impudentemente si dà il titolo di _Giovine Italia_. Essa non accetta nel

suo novero che quelli i quali sono nati entro il secolo corrente, o

quelli al piú che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa che il

foco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una

età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di

disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa

alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco

della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di

pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il

quale serva alla _Propaganda Infernale_, e susciti di nuovo alla rivolta

ed al sangue. Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare in

segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa Mazzini di Genova,

Santi di Rimini e il Piemontese conte Bianco: noi conosciamo i nomi de'

suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in Bologna: noi

compiangiamo la rovina che essi vogliono trarre sul loro capo e

sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché

si sappia che la _Voce della Verità_ raccoglie il guanto che costoro

gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino

essi nel campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino essi in

segreto: noi in pieno sole, e con alzata visiera».

È noto che il Mazzini, nel primo fascicolo della _Giovine Italia_,

ribatté con la sua prosa alta e vibrata quella degli _uomini del Canosa

e del Duca_, rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel velo

dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie; onde parve al Galvani un

atto di grande coraggio sottoscrivere il seguente articolo, che il

Mazzini sdegnò di ribattere.

«Ai Redattori della _Giovine Italia_, i Redattori della _Voce della

Verità_».

«Noi scrivevamo nel nostro num. 70...[23].

[23] Qui segue la dichiarazione da noi riportata nella pagina

antecedente.

«Il giornale è uscito alla luce col 1 marzo; noi ce ne siamo procacciato

un esemplare, ed abbiamo scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro

giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e noi terremo la nostra.

«Ma vi è di piú. A pagina 91 del primo fascicolo è uno scritto del

Mazzini in risposta alla nostra disfida. Che in esso egli accumuli il

veleno e la rabbia bene gli sta: noi non compreremo né aspetteremo

giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci maledica, gliel perdoniamo

agevolmente; perché la parola maledizione è la chiusa consueta d'ogni

periodo dei liberali, e perché ci tornano in gioia i loro anatemi.

Soltanto, come egli ignora o finge di ignorare quali noi siamo

veramente, cosí noi vorremo svelargli il piú intimo del nostro cuore.

«Sí, noi professiamo odio per le opinioni che sovvertono il mondo. Le

combattiamo, le combatteremo; e consacrammo a sí nobile fine quelle

forze, che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio. Sí, noi

dunque professiamo di odiare e di combattere le opinioni della _Giovine

Italia_, né cesseremo finché si possa di sclamare e di ragionare contro

di esse. Questo è l'odio che abbiamo nell'anima, questa è la vendetta

che ci lusinga. Odio agli errori, vendetta della verità sull'errore...

Ma in queste anime nostre che temono Iddio, che a lui si volgono, e che

ardentemente desiderano amarlo e servirlo; in queste anime nostre l'odio

e la vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti. Gl'incorreggibili

autori del disordine si compiangono, si lasciano all'arbitrio della

giustizia, e si bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anziché il

necessario castigo.

«Voi che in queste pagine stesse della _Giovine Italia_ santificate

l'assassinio e il veleno, potete voi dirci altrettanto a fronte sicura?

«Voi sfrontatamente accumulando, come piú vi giova, parole di lode o di

disprezzo, di apoteosi o di vitupero, lusingando le passioni, liberando

da ogni freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza sovra ogni

principio piú santo, ponendo in campo una nuova filosofia di

disperazione che porta il vuoto del sepolcro sull'aurora della vita,

togliendo di mezzo ogni idea di placida virtú, di vergine innocenza, di

gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi immagini di sangue e

deliri di un fanatismo fatale; voi rivestendo questi fantasmi con

ampollosità di suoni, con ebbrezza di vaticini, con terrizioni di

minacce e di bestemmie; voi travolgete le incaute fantasie de' giovani,

e dalla vita reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto di

vicende decretato da destino inesorabile, a un'ansia di perigli e di

licenza, a un desiderio di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di

ostacoli, di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste alle

speranze di un beato eterno avvenire, perché trascinare nel vostro

abisso tanti infelici? Se voi contristaste le canizie de' vostri

genitori, se portaste lo sconvolgimento fra le mura della patria, per

quale infernal gioia volete che questi peccati si moltiplichino, e si

perpetuino?

«Se invece (e noi pure siam giovani, e la _Voce della Verità_ è stesa

per la piú parte da scrittori non anco maturi), noi invece chiamiamo i

nostri fratelli di studi e di età a quei principî di vero immutabile, di

ordine eterno, di provata rettitudine, di consolata coscienza, coi quali

solo l'uomo vive tranquillo in sé, utile ai simili suoi. Né sia chi ci

accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto forte e generoso, ché a

noi Dio concesse cuori che sentono quant'altri mai, che rispondono ad

ogni energico eccitamento, che vorrebbero tutta la gioventú italiana

gagliarda e magnanima, ma gagliarda e magnanima quale conviensi al

cristiano e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale è

l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria nostra, e perché

l'amiamo, la vorremmo grande, bella, felice; e tale sarà sempre

all'ombra dei legittimi troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad

ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di nuovo dibattersi

prima fra le convulsioni intestine e le stragi cittadinesche, poi

doversi necessariamente incurvare di nuovo alle falangi straniere. Voi,

voi siete i veri nemici, i veri sicari della Patria.

«Qui potremmo por fine alle nostre parole, e lasciare il giudizio a

chiunque conosca e le reciproche dottrine, e le scambievoli azioni. Ma

voi ci avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.

«Voi volete atterrirci gridando che già il decreto della nostra rovina è

segnato dal secolo, dallo sviluppo degli intelletti, dall'odio alla

tirannide, dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano un nemico,

dalle tante famiglie che sono un centro di congiura contro di noi. Voi

volete atterrirci? Disingannatevi! Il terrore nasce dal rimorso o dalla

vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno e dall'altra.

Cosí ne fossero immuni i nostri nemici!

«Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non provocate questo giudizio!

Noi crediamo in questo Scrutatore cui nulla è occulto, e appunto il

timore di lui ci fa difendere la causa sua contro la rabbiosa vostra

guerra. Cosí ci donasse Egli coscienza in tutto, come in ciò,

tranquilla: cosí ci doni di non invanire perché noi deboli ha scelti a

strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano gli anni ed i casi

mutarvi innanzi quell'ora tremenda!

«Voi ci consigliate a tenere il nostro _compianto per quella dinastia in

oggi errante in cerca d'asilo sulla quale fondavamo tutte le nostre

speranze_. E che! insultereste ancora con empia ironia alla virtú

sventurata? Sorridereste dunque di infame letizia all'esiglio, e alle

amarezze di quelli che dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per

non poter sopportare i continui loro benefici, e il loro perdono?

Vigliacchi! è questa la maggiore delle villane codardie. Io che scrivo

queste linee stenderei, lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso dalle

meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso; ed egli gode delle pene di

un vecchio che ha per sé otto secoli di gloria domestica, e il trionfo

di Algeri; di una principessa che bevve fin dall'infanzia tutto il

calice de' dolori, e incanutisce tra nuovi affanni; di una madre cui il

pugnale del liberalismo tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio, se

l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente fanciullo ch'era l'amore

della Francia, come ne è ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di

ammirare e di amare questa eroica famiglia. Potessimo così offrirle

qualche tributo più efficace del solo affetto.

«Voi ci chiamate _uomini di Canosa e del Duca_. Sia pure: noi avremo ad

onore di esser riconosciuti degni seguaci del Principe più Religioso ed

Intrepido: dell'Uom di Stato più irremovibile del secol nostro.

«Voi dite che millantiamo di combattervi a visiera alzata, mentre

abbiamo le _baionette d'intorno, e il carnefice a fianco_. Ipocriti!

Forse che ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette e il

carnefice ci difenderebbero da quelle coltella che voi invocate e dite

sante; se non ce ne facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene da

lui?

«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70 di _ravvolgersi nel velo

dell'anonimo_, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare

Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si è

occultato, né si occulterà mai, perché non vi teme. Egli fin dal n. 30

del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si

fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra

i nemici di Dio e dei legittimi Re»[24].

[24] _Voce della Verità_ del 12 aprile 1832, n. 107.

Né qui sostarono gli eroici redattori della _Voce della Verità_, perché

nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei

Borboni di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi poi, come

premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia,

il quale, nel _Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Colletta_

aveva affermato esser la ferocia il «primo attributo dei Borboni».

L'articolo, che non ristampiamo, perché edito già molte volte, era

preceduto da questa dichiarazione: «Pubblichiamo una lettera scritta da

un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo

fascicolo della _Giovine Italia_, riserbandoci di pubblicare ancora le

nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della

sediziosa _propaganda_ di Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di

Marsiglia». Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni

dopo, nel n. 108, pubblicava «_Alcune riflessioni sopra un articolo

della_ Giovine Italia, _firmato_ U. D. F.», cioè sull'_Elogio di Cosimo

Delfante_ scritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore

delle _Riflessioni_ provò un fremito paragonabile «a quello che agitava

il _suo_ cuore quando una mesta curiosità _lo_ condusse a por piede, ad

osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa», dove, come si sa,

stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il balí Cosimo Andrea

Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolato

_Brevi parole agli scrittori e partigiani della_ «Giovine Italia»[25]; e

di nuovo, nel supplemento al n. 180 del 29 settembre, il feroce

consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli

attacchi ripetuti del La Cecilia.

[25] Crediamo opportuno di riprodurlo qui in nota:

«Colui, che testé si è creduto onorato di scrivere in questo

celebre e memorabile giornale «che è nemico d'Italia chi cospira di

riunirla sotto un solo governo, che è traditore d'Italia chi invita

o le seduzioni riceve, a tale oggetto, dei faziosi», non può

raffrenare il suo vero patriottismo senza rivolgere brevi, ma

concludenti parole a quegli scrittori, di cui la superficialità è

il minore difetto, che profughi in un paese straniero, disprezzati

da quell'istesso governo, oggetto, sono pochi mesi, dei loro più

fervidi voti, e causa dei movimenti loro maniaci, non si stancano

di travagliare, in mille modi, l'opinione, e le legittime simpatie

della misera Italia, e con lo specioso, insulso, quanto infernale

pretesto di ringiovanirla, depurarla ed all'apice guidarla,

corrispondenze mantengono con una focosa gioventù, elettrizzandone

le passioni le più impure, e con una precoce, per i misfatti,

vecchiezza, dichiarandone i membri i venerabili padri coscritti

dell'Italica rigenerazione. Ma cosa pretendete voi mai, ove tendono

i vostri sforzi? Forse tentate, sperate di rivedere i patrii lari,

gli aviti abituri, quando foste da tanto di portare l'Italia

all'anarchia, alla guerra civile, all'ateismo pratico? Per verità

non potreste che sotto auspicii sì benefici lavarvi dall'ostracismo

divino e politico, che vi percuote! O sivvero gustare volete il

miserabile piacere d'aumentare il gregge vile ed infame dei

banditi, dei facinorosi, dei sediziosi? Vi compatisco però mentre

_Solatium est miseris socios habere poenarum_. Vandali novelli, nel

secolo decantato dei lumi, egoisti furenti, in una età proclamata

eminentemente filantropa, eroi sublimi, col pugnale, lo spergiuro,

ed il tradimento alla mano, siete voi che liberare ci volete dai

tiranni, dal bigottismo e dalla schiavitù? Sono questi i vostri

titoli, le vostre caratteristiche; a questo tende la barbara vostra

propaganda? Deh, noi vi abiuriamo per fratelli, per nostri

concittadini, e se per brevi istanti abbiamo il coraggio di

trattenerci con voi, onde abbattere, e smascherare, nelle loro

ultime trincee, gli empi vostri sofismi, i nauseanti vostri

paradossi, gl'imbecilli vostri calcoli politici, lo facciamo, onde

scuotervi una volta, per una commiserazione, che sebbene non

meritiate, ci è d'altronde prescritta dai divini precetti della

legge evangelica. Ciò posto, esaminiamo, a sangue freddo, i

progetti degli scrittori e partigiani della così detta _Giovine

Italia_. Fare dell'Italia adunque un solo governo o monarchico, o

repubblicano, questo poco importa, mentre dal 1830 in qua, non

ostante il valore intrinseco della parola monarchia, si è trovato

(oh! felice scoperta dei lumi del secolo XIX) il mezzo di

constituire delle monarchie con instituzioni repubblicane, talché

Montesquieu, e tanti altri trattatisti della vera indole e

carattere dei governi sono rimasti eclissati dal luminoso pianeta

rivoluzionario. O sivvero, fare dell'Italia un governo, _ad instar_

delle provincie unite dell'America settentrionale. Abbattere il

grottesco potere politico del Papa, evocando le ombre degli uomini

illustri dei bei tempi di Roma. Lasciare la religione cattolica ai

bigotti, senza perseguitare di fronte coloro che hanno

l'imbecillità di credervi, per meglio ruinarla con la spada a due

tagli del ridicolo, secondo il testamento filosofico del Patriarca

di Ferney, e annientare così i pregiudizi di una gotica educazione,

appoggiandone la nuova ad una morale, in cui il furto suoni

scaltrezza, lo spergiuro fortezza d'animo, il matrimonio un

contratto temporario, lo stupro, il ratto, l'adulterio, l'incesto,

il concubinaggio slanci e moti di un'anima gentile e sensibile, il

suicidio eroismo immortale, ecc. ecc.; e sulla sommità di questa

santissima morale si assida la dommatica ridotta ai consolanti

principî dell'eternità della materia, del fine di tutto alla morte

dell'uomo, della sola adorazione al _dio natura_, conciliando, in

tal modo, l'ateismo con il deismo. In quanto poi agli attuali

beneficentissimi ed illuminatissimi Sovrani d'Italia, o ucciderli

col valore del pugnale, e col mistero sublime di propinati veleni,

o per tratto di liberale clemenza, accordare ad alcuni più

benemeriti della politica d'amalgama e di tolleranza, di girsene in

bando profughi e raminghi, quali trofei viventi della debellata

schiavitù. Sono questi adunque i vostri progetti? Deh! non tentate

di negarli, di modificarli! Quaranta anni di prova, tanti giorni

nefasti che avete fatti subire all'onore, alla pietà, alla fedeltà,

tanti tentativi abortiti, e con una diabolica ostinazione

riprodotti, non lasciano ombra di dubbio al più ignorante, al meno

perspicace. Sommi politici quali vi vantate, non avete saputo

celare i vostri iniqui desiderî con una machiavellistica

segretezza. Anzi, basta leggere i vostri giornali, gli effimeri

balbuzienti fogli vostri periodici per convincersi che costituite

gloria, e gloria immortale, nel palesarvi apertamente. Ecco adunque

cosa può sperare l'Italia quando sia da voi ringiovanita, depurata!

Sappia ancora l'Italia che in benemerenza di doni sì ricchi, voi

volete, senza attendere i di lei suffragi e consenso, assidervi

sulle sedie curuli, ammassare tesori, spiegare la pompa, ed il

fatigante lusso dell'Asia, in mezzo alle semplici e civiche virtù,

che promettete alla rigenerata Penisola. Sappia che non le

mancheranno né l'alta polizia tenebrosa, né i colpi di stato delle

barricate, né il dileggio amaro e segreto di questi satrapi alla

filosofica, per i molti imbecilli che si credessero dei Tulli e dei

Demosteni nei comizi popolari. Siete adunque svelati in faccia al

cielo ed alla terra. E ci taccierete d'impazienti, d'ignoranti se

noi non possiamo trattenerci di più ad esaminare gl'infami vostri

progetti? Quale utilità infatti arrecherebbe a noi ed a voi il

dirvi dopo ciò, che l'Italia non può essere felice, che nel sistema

d'equilibrio proprio ed europeo, in cui l'hanno situata i suoi

legittimi governi; che essa, sebbene divisa in frazioni, un

medesimo spirito però anima ed infiamma, per il suo vero e leale

vantaggio, gli ottimi Sovrani, che la reggono; che dal resultato di

questo spinto collettivo essa ha un sicuro garante d'essere difesa

dalle straniere invasioni, e vede sorgere una gara lodevole, e

prodigiosa direi, fra questi Unti del Signore per felicitare in

mille modi, le parti della medesima, che essi governano; che in una

parola essa gode tutti i benefizi dell'unità politica, il primato

ecclesiastico sulle nazioni, circondato di tante pie ed illustri

ricordanze, e tutti i felici risultati dell'occhio vigile e paterno

dei suoi Sovrani sopra le più minute sue località, che protetta

dalle generose, e fedeli, quanto imponentissime armate austriache,

essa non ha bisogno di snervare la sua industria, di togliere alla

agricoltura, all'arti ed al commercio le braccia sue piú robuste,

per mantenere un'armata formidabile onde difendersi dalle gelosie,

ed egoismi nazionali, che ci susciterebbero spesse fiate, se fosse

riunita in un solo governo; e che finalmente se è chimerica l'idea

di questa pretesa rigenerazione italica, se veramente costituisce

in quelli che tentano procurarla (se fossero di buona fede)

l'ignoranza piú crassa dei veri interessi della famiglia europea, e

se Napoleone, che tutto, per fatalità, poteva, che era italiano,

non ardí che tentarla da lungi, e finí poi con rendere l'Italia una

assoluta provincia francese, facendo spargere il sangue italiano,

per interessi affatto ignoti ed inutili all'Italia o nelle desolate

contrade di Spagna, o negli agghiacciati deserti di Russia; è tanto

piú chimerico, vile ed impossibile, che questo sognato, illusorio

benefizio possa provenire all'Italia dalla filantropica

cooperazione dei francesi in generale, ed in ispecie dei francesi

rivoluzionari di tutte l'epoche, di tutti i partiti, e colori.

«E voi, rinnegati italiani scrittori della cosí detta _Giovine

Italia_, e partigiani di queste farse da teatro, è da loro che

avete imparato a balbettare il simbolo rivoluzionario, è negli

antri delle galliche sètte che scrivete, e spingete i vostri

libelli infamanti onde mantenere l'impuro incendio, nel seno della

misera Italia, ché anche nella iniquità non avete neppure l'orrida

gloria di fare da maestri; deh! scuotetevi una volta, se ne siete,

che non crediamo, capaci, ed unitevi con gli onesti e virtuosi

italiani a scolpire in marmi od in bronzi, ad eterno disinganno,

questa venerabile massima dell'antichità, cangiati però i nomi dei

protagonisti, ed il valore e l'indole del concetto: _Quidquid

delirant Galli plectuntur Itali._

_«Balí Cosimo Andrea Samminiatelli.»_

***

Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il

periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini

sorvegliava con grande cura, rimediando alle mille difficoltà che

sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor più difficile quando

il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi

della città, e colà vivere intanato come una bestia feroce, sino al

giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a

rifugiarsi nella Svizzera. Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo

d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que'

preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani

della sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo uscito nel

giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cosí veniva a spegnersi la

«prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di

ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi

nell'associazione»[26]. «Stamperemo anche il settimo -- scriveva il

Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; -- appunto perché i

governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo

abbonamenti. Faremo pagare a volumi»[27]; nondimeno il proposito non

ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il

Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde

crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú vasti,

lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo

«sultano della libertà», rischiarando il cammino ad altre mète piú

gloriose, se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili; egli stava

vagheggiando la fratellanza dei popoli europei, dapprima con la _Giovine

Svizzera_, poi con la _Giovine Europa_, antiveggendo fin d'allora, in

momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una

nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo

scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee;

un anno dopo il _Proscrit_, quindi la _Jeune Suisse_ e nel 1840

l'_Apostolato Popolare_ erano gli organi della nuova generazione, la

quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e

fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del

Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a

quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri paesi, dovunque la

feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal

pensiero di liberi sensi.

[26] _P. Gironi_, op. cit., p. 388.

[27] _Epistolario_ di _G. Mazzini_, Firenze, Sansoni, 1902, vol. I, pp.

245-46.

Roma, 10 marzo 1902.

_M. Menghini._

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La Giovine Italia · 第 2 / 13 题