Nel quale Gargiuvîn ha una sua esclamazione consueta.
La gaia città del piano, sede degli avvenimenti ch'io narro, ospitava
allora una combriccola di anarchici, gente di piacevole eccezione.
Detti anarchici non erano propriamente seguaci de l'etica patologica
stirneriana, nè conoscevano l'utopistico comunismo de l'Owen, o gli
imperativi categorici del Bakounine e del Kropoktine; erano uomini
semplici, fedelissimi sudditi di Sua Maestà la miseria e amanti della
libertà che trascina i figli suoi su la terra e sul mare sotto ali di
fiamma.
I ben pensanti li chiamavano vagabondi; Augusto Regida, bello spirito
gioviale, li diceva gli intellettuali dello strame; ed erano in realtà
un po' de l'uno e de l'altro, in giusta misura.
Ora, capo della combriccola, era Gargiuvîn, omuncolo deforme.
S'egli fosse nato nel Medioevo, avrebbe fatto fortuna allogandosi
presso qualche Corte quale giullare. Nel secolo de l'acciaio, la
creatura del riso, si era votata alla morte.
La gaiezza, allorchè persegue un uomo, gli fa un comodo e ridevole nido
nelle cose più scabre.
Gargiuvîn era piccolo e sciancato; le sue gambe divergevano talmente
da formare il chiaro disegno di una _X_. Un viso pallido, magro, dagli
occhietti arguti e maligni, aventi sempre un'espressione canzonatoria;
i capelli tagliati a fratina e le orecchie dismisurate eran complemento
a l'insieme.
Per questo gnomo, i poliziotti, le leggi e la moneta, erano impacci di
cui si poteva far senza poichè rappresentavano avanzi di barbarie. La
sua anarchia in queste tre istituzioni trovava i suoi punti cardinali.
Lo seguiva Arfàt, uomo alto e bitorzoluto dagli occhi piccolissimi
e celesti. Arfàt aveva nella vita due odii: l'acqua e le donne. Si
era ascritto al partito anarchico militante perchè doveva a Gargiuvîn
cinque lire. Pagava di persona.
Essendo brutto e taciturno, le donne ed i fanciulli lo temevano,
raccontando sul suo conto avventure orrende, delle quali il mite
solitario avrebbe avuto per primo, somma paura.
Arfàt faceva lo spranghino ed era conosciuto da tutta la città, sì per
l'arte sua come per il grido gutturale e indimenticabile.
Secondo, era Marcôn, piccola ed esaltata creatura, che assumeva
pose profetiche. Portava a zazzera i capelli sì che da questo suo
costume e dai piccoli occhi neri e dal naso lungo e puntuto, gli era
nato il nomignolo di Marcôn che, in dialetto romagnolo, significa
cornacchia. Prima di essere anarchico, Marcôn, per seguire la sua manìa
divinatoria, diceva la ventura.
Egli era l'uomo della campagna. Quando l'udivano cantare di lontano le
giovanette, gli anziani ch'erano a l'opera nei campi, correvano su la
strada e l'aspettavano ridendo e gli battevano le mani in coro.
Per i contadini Marcôn era un filosofo perchè _sapeva di lettere_.
Tale qualità gli era conferita da l'abito ch'egli avea di recar sempre
seco una sdruscita coppia del _Libro dei Sogni_, ove erano gli alti
insegnamenti di magia.
Per queste qualità e per altre che in seguito si esplicheranno, Marcôn
si era fitto in capo di avere avuto da Dio l'incarico di un apostolato
e si era ascritto al partito degli anarchici.
Seguivano Schignòtt, Apulinèr e Don Vitupèri. Schignòtt viveva dei
rifiuti degli uomini e sdegnava l'elemosinare. Era quasi ignudo e
portava il capo scoperto; un capo adorno da una folta criniera fulva,
aggrovigliata, piena di lampeggiamenti cupi.
L'uomo scalzo amava la luce ed era taciturno.
Apulinèr e Don Vitupèri venivano ultimi. Un ortolano e un prete; un
ortolano mattoide e un prete, ricco come deserti polari.
Tutta l'anarchia si riassumeva in questi sei tipi i quali non avrebbero
minacciata neppur l'ombra di un uomo.
Pure, nella gaia città del piano, essi erano come il simbolo di ogni
crudeltà, di ogni efferatezza onde non avveniva assassinio o furto,
senza che la coscienza pubblica ne li incolpasse.
Così, allorquando, con fulminea rapidità, si sparse fra gli abitanti
della città repubblicana, la notizia della scomparsa di Europa,
scomparsa che non si poteva ricollegare con nessun plausibile amore
tanto da determinarne una fuga, la mente dei più ricorse a un atto
di crudeltà compiuto, per ignota e terribile vendetta, dalla tribù
selvaggia degli anarchici.
Gian Battifiore, il quale non poteva per l'alta posizione occupata in
paese (disimpegnava la carica di sindaco), iniziare piccole ricerche,
il giorno stesso in cui la sua bella figlia aveva seguito chi sa quale
sorte, adunò gli assessori del Comune, più intimi suoi, e con essi
tenne consiglio.
Intervennero: Bortolo Sangiovese, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati e
Bartolomeo Campana.
Molto si parlò e molto si discusse, finchè, data la perfetta oscurità
nella quale la cosa era ancora avvolta, si decise attendere i primi
risultati che avrebbe ottenuto la pubblica sicurezza.
Ciononostante il mondo repubblicano era messo ad alto rumore e corso
dalle voci più disparate. Si parlava di una congiura dei clericali, di
una vendetta di Monsignor Rutilante. Solo il nome di Manso Liturgico
non comparve poichè, del vero, nulla era ancora palese.
Fumo e bagliori rossigni esaltarono ed esasperarono i repubblicani
i quali, quasi per coscienza continua di sospetto, si rivolsero al
campo dei loro nemici, cercando almanaccare e costruire castelli
inconsistenti. Gian Battifiore, chiuso nel suo mutismo preferito, non
prestò orecchio alle voci maligne e la polizia iniziò l'opera sua.
Stava Gargiuvîn, una sera, lavorando in compagnia di Plè, il suo
vecchio cane dal pelame rossigno e dalla gran testa piagata.
Su una corniola finiva di tracciare la linea perfetta di un teschio;
sua specialità questa poichè non aveva accettato mai di eseguire
disegno differente.
Volgeva il crepuscolo. Si udivan dai sottostanti cortili, stridori di
girelle, acciottolii di stoviglie, voci di donne sussurrare e cantare;
il cielo si tingeva in rosa su gli alberi lontani ed era violetto su
tutto il mareggiare dei tetti.
Ad un tratto l'anarchico udì bussare con violenza alla porta sì che
gridò:
— Chi è?
— Aprite! — rispose una voce rude. Gargiuvîn riconobbe il visitatore
e si alzò sorridendo. Quand'ebbe dischiuso l'usciuolo grigio, cinque
agenti di pubblica sicurezza si precipitarono nel suo stambugio con
cipigli feroci ed atti di prudenza gladatoria.
Poi, il più anziano parlò:
— Voi siete Armando Ginni detto Gargiuvîn?
— Sicuro! — rispose l'anarchico levando il capo.
— Allora seguitemi.
— Per quale ragione?
— La saprete.
— Amo meglio saperla subito! — esclamò l'anarchico volgendo gli occhi a
smorfia; ma l'anziano che se ne avvide, disse, rivolto a' suoi:
— Prendetelo e ammanettatelo!
Già stavan per compir l'opera, i bravi, allorchè, tendendo le braccia,
chiese Gargiuvîn, col suo miglior sorriso:
— Voglio farvi una preghiera: Posso?
— Dite, presto! — rispose rudemente l'anziano.
— Prima di seguirvi — riprese l'anarchico — permettete provveda alla
vita di Plè, mio affettuoso fratello.
Fattosi su le scale poi, chiamò a più riprese:
— Schignòtt? Schignòtt?
Una voce cavernosa rispose e, poco dopo, il pezzente si presentò su la
porta.
— Ascolta Schignòtt! — riprese Gargiuvîn: — Io sono invitato da questi
signori; forse rimarrò assente qualche giorno. In questo tempo ti
affido il mio caro Plè. Abbine cura come fosse una tua pupilla, il tuo
cibo prediletto. (Non dico la tua amante perchè sei troppo brutto). Il
suo pasto lo sai: quattro ossa al giorno: niente più perchè soffre di
gastricismo. Non viziarmelo. Serbalo puro ed amalo!
Rivoltosi poi alle guardie, disse loro:
— Eccomi!
Queste lo presero in mezzo e, cianchettando ed ondulando, l'anarchico
si avviò giù per le scale. Su la sua faccia pallida era un indefinibile
sorriso di scherno.
Fra un formicolìo di fanciulli, di donne e di sfaccendati,
l'improvvisato corteo giunse al corpo di guardia. Su la porta erano
schierati, in due ali, alcuni poliziotti che tenevano a freno i
curiosi.
— Largo! largo! — gridò l'anziano avanzando.
Fra un sussurio crescente, Gargiuvîn sbucò dalla folla; ma quando fu
per entrare ne l'andito, si piantò su le gambe sbilenche, alzò il capo
in comico atteggiamento, guardò in viso le guardie e gridò loro:
— Amici!... Son di ritorno!
Poi, fra un impeto improvviso di fischi, di urla e di risate, scomparve
dietro l'ombra della fiera legione.