CAPITOLO III.

Nel quale Gargiuvîn ha una sua esclamazione consueta.

La gaia città del piano, sede degli avvenimenti ch'io narro, ospitava

allora una combriccola di anarchici, gente di piacevole eccezione.

Detti anarchici non erano propriamente seguaci de l'etica patologica

stirneriana, nè conoscevano l'utopistico comunismo de l'Owen, o gli

imperativi categorici del Bakounine e del Kropoktine; erano uomini

semplici, fedelissimi sudditi di Sua Maestà la miseria e amanti della

libertà che trascina i figli suoi su la terra e sul mare sotto ali di

fiamma.

I ben pensanti li chiamavano vagabondi; Augusto Regida, bello spirito

gioviale, li diceva gli intellettuali dello strame; ed erano in realtà

un po' de l'uno e de l'altro, in giusta misura.

Ora, capo della combriccola, era Gargiuvîn, omuncolo deforme.

S'egli fosse nato nel Medioevo, avrebbe fatto fortuna allogandosi

presso qualche Corte quale giullare. Nel secolo de l'acciaio, la

creatura del riso, si era votata alla morte.

La gaiezza, allorchè persegue un uomo, gli fa un comodo e ridevole nido

nelle cose più scabre.

Gargiuvîn era piccolo e sciancato; le sue gambe divergevano talmente

da formare il chiaro disegno di una _X_. Un viso pallido, magro, dagli

occhietti arguti e maligni, aventi sempre un'espressione canzonatoria;

i capelli tagliati a fratina e le orecchie dismisurate eran complemento

a l'insieme.

Per questo gnomo, i poliziotti, le leggi e la moneta, erano impacci di

cui si poteva far senza poichè rappresentavano avanzi di barbarie. La

sua anarchia in queste tre istituzioni trovava i suoi punti cardinali.

Lo seguiva Arfàt, uomo alto e bitorzoluto dagli occhi piccolissimi

e celesti. Arfàt aveva nella vita due odii: l'acqua e le donne. Si

era ascritto al partito anarchico militante perchè doveva a Gargiuvîn

cinque lire. Pagava di persona.

Essendo brutto e taciturno, le donne ed i fanciulli lo temevano,

raccontando sul suo conto avventure orrende, delle quali il mite

solitario avrebbe avuto per primo, somma paura.

Arfàt faceva lo spranghino ed era conosciuto da tutta la città, sì per

l'arte sua come per il grido gutturale e indimenticabile.

Secondo, era Marcôn, piccola ed esaltata creatura, che assumeva

pose profetiche. Portava a zazzera i capelli sì che da questo suo

costume e dai piccoli occhi neri e dal naso lungo e puntuto, gli era

nato il nomignolo di Marcôn che, in dialetto romagnolo, significa

cornacchia. Prima di essere anarchico, Marcôn, per seguire la sua manìa

divinatoria, diceva la ventura.

Egli era l'uomo della campagna. Quando l'udivano cantare di lontano le

giovanette, gli anziani ch'erano a l'opera nei campi, correvano su la

strada e l'aspettavano ridendo e gli battevano le mani in coro.

Per i contadini Marcôn era un filosofo perchè _sapeva di lettere_.

Tale qualità gli era conferita da l'abito ch'egli avea di recar sempre

seco una sdruscita coppia del _Libro dei Sogni_, ove erano gli alti

insegnamenti di magia.

Per queste qualità e per altre che in seguito si esplicheranno, Marcôn

si era fitto in capo di avere avuto da Dio l'incarico di un apostolato

e si era ascritto al partito degli anarchici.

Seguivano Schignòtt, Apulinèr e Don Vitupèri. Schignòtt viveva dei

rifiuti degli uomini e sdegnava l'elemosinare. Era quasi ignudo e

portava il capo scoperto; un capo adorno da una folta criniera fulva,

aggrovigliata, piena di lampeggiamenti cupi.

L'uomo scalzo amava la luce ed era taciturno.

Apulinèr e Don Vitupèri venivano ultimi. Un ortolano e un prete; un

ortolano mattoide e un prete, ricco come deserti polari.

Tutta l'anarchia si riassumeva in questi sei tipi i quali non avrebbero

minacciata neppur l'ombra di un uomo.

Pure, nella gaia città del piano, essi erano come il simbolo di ogni

crudeltà, di ogni efferatezza onde non avveniva assassinio o furto,

senza che la coscienza pubblica ne li incolpasse.

Così, allorquando, con fulminea rapidità, si sparse fra gli abitanti

della città repubblicana, la notizia della scomparsa di Europa,

scomparsa che non si poteva ricollegare con nessun plausibile amore

tanto da determinarne una fuga, la mente dei più ricorse a un atto

di crudeltà compiuto, per ignota e terribile vendetta, dalla tribù

selvaggia degli anarchici.

Gian Battifiore, il quale non poteva per l'alta posizione occupata in

paese (disimpegnava la carica di sindaco), iniziare piccole ricerche,

il giorno stesso in cui la sua bella figlia aveva seguito chi sa quale

sorte, adunò gli assessori del Comune, più intimi suoi, e con essi

tenne consiglio.

Intervennero: Bortolo Sangiovese, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati e

Bartolomeo Campana.

Molto si parlò e molto si discusse, finchè, data la perfetta oscurità

nella quale la cosa era ancora avvolta, si decise attendere i primi

risultati che avrebbe ottenuto la pubblica sicurezza.

Ciononostante il mondo repubblicano era messo ad alto rumore e corso

dalle voci più disparate. Si parlava di una congiura dei clericali, di

una vendetta di Monsignor Rutilante. Solo il nome di Manso Liturgico

non comparve poichè, del vero, nulla era ancora palese.

Fumo e bagliori rossigni esaltarono ed esasperarono i repubblicani

i quali, quasi per coscienza continua di sospetto, si rivolsero al

campo dei loro nemici, cercando almanaccare e costruire castelli

inconsistenti. Gian Battifiore, chiuso nel suo mutismo preferito, non

prestò orecchio alle voci maligne e la polizia iniziò l'opera sua.

Stava Gargiuvîn, una sera, lavorando in compagnia di Plè, il suo

vecchio cane dal pelame rossigno e dalla gran testa piagata.

Su una corniola finiva di tracciare la linea perfetta di un teschio;

sua specialità questa poichè non aveva accettato mai di eseguire

disegno differente.

Volgeva il crepuscolo. Si udivan dai sottostanti cortili, stridori di

girelle, acciottolii di stoviglie, voci di donne sussurrare e cantare;

il cielo si tingeva in rosa su gli alberi lontani ed era violetto su

tutto il mareggiare dei tetti.

Ad un tratto l'anarchico udì bussare con violenza alla porta sì che

gridò:

— Chi è?

— Aprite! — rispose una voce rude. Gargiuvîn riconobbe il visitatore

e si alzò sorridendo. Quand'ebbe dischiuso l'usciuolo grigio, cinque

agenti di pubblica sicurezza si precipitarono nel suo stambugio con

cipigli feroci ed atti di prudenza gladatoria.

Poi, il più anziano parlò:

— Voi siete Armando Ginni detto Gargiuvîn?

— Sicuro! — rispose l'anarchico levando il capo.

— Allora seguitemi.

— Per quale ragione?

— La saprete.

— Amo meglio saperla subito! — esclamò l'anarchico volgendo gli occhi a

smorfia; ma l'anziano che se ne avvide, disse, rivolto a' suoi:

— Prendetelo e ammanettatelo!

Già stavan per compir l'opera, i bravi, allorchè, tendendo le braccia,

chiese Gargiuvîn, col suo miglior sorriso:

— Voglio farvi una preghiera: Posso?

— Dite, presto! — rispose rudemente l'anziano.

— Prima di seguirvi — riprese l'anarchico — permettete provveda alla

vita di Plè, mio affettuoso fratello.

Fattosi su le scale poi, chiamò a più riprese:

— Schignòtt? Schignòtt?

Una voce cavernosa rispose e, poco dopo, il pezzente si presentò su la

porta.

— Ascolta Schignòtt! — riprese Gargiuvîn: — Io sono invitato da questi

signori; forse rimarrò assente qualche giorno. In questo tempo ti

affido il mio caro Plè. Abbine cura come fosse una tua pupilla, il tuo

cibo prediletto. (Non dico la tua amante perchè sei troppo brutto). Il

suo pasto lo sai: quattro ossa al giorno: niente più perchè soffre di

gastricismo. Non viziarmelo. Serbalo puro ed amalo!

Rivoltosi poi alle guardie, disse loro:

— Eccomi!

Queste lo presero in mezzo e, cianchettando ed ondulando, l'anarchico

si avviò giù per le scale. Su la sua faccia pallida era un indefinibile

sorriso di scherno.

Fra un formicolìo di fanciulli, di donne e di sfaccendati,

l'improvvisato corteo giunse al corpo di guardia. Su la porta erano

schierati, in due ali, alcuni poliziotti che tenevano a freno i

curiosi.

— Largo! largo! — gridò l'anziano avanzando.

Fra un sussurio crescente, Gargiuvîn sbucò dalla folla; ma quando fu

per entrare ne l'andito, si piantò su le gambe sbilenche, alzò il capo

in comico atteggiamento, guardò in viso le guardie e gridò loro:

— Amici!... Son di ritorno!

Poi, fra un impeto improvviso di fischi, di urla e di risate, scomparve

dietro l'ombra della fiera legione.

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 6 / 30 题