Non tutto il male viene per nuocere — dice il proverbio. Le infinite
calamità presenti possono essere — e sono già state per non pochi
scrittori, tra i quali alcuno di molto insigne — motivo di qualche
compiacimento. Era opinione comune che, se la guerra europea
scoppiasse, sarebbe intervenuto a intimare di deporre le armi, se non
la Ragione o la Pietà, almeno l’Egoismo. Si diceva che in alto e in
basso gli uomini si erano ormai troppo avvezzati alla vita comoda,
larga, sicura, e che non tollererebbero a lungo le privazioni e
le rovine di una guerra generale. Si prediceva la rivoluzione, se
la guerra durasse tre mesi. Si faceva credito al nostro secolo di
abnegazione e di spirito di sacrificio per poche settimane e non più.
Anche gli Stati Maggiori riconoscevano nell’Egoismo il sovrano dei
tempi, e protestavano che non farebbero mai la guerra, se non pigliando
gli ordini di Sua Maestà. Quando la storia della guerra europea sarà
nota in ogni sua parte, si saprà pure che quasi tutti gli errori e
quasi tutte le crudeltà del principio furono suggerite dalla fretta. I
capi che avevano voluto tentare la grande avventura, erano partiti per
il campo con l’idea fissa che bisognava far presto, perchè i popoli non
resisterebbero a una prova troppo lunga.
Ma noi ci calunniavamo. Nessuna di queste previsioni si è avverata. Nel
mese di luglio del 1914 le vecchie discordie dell’Europa rifermentavano
più acri che mai. In Inghilterra, protestanti e cattolici minacciavano
di pigliare le armi. In Francia, le due parti che da più di un secolo
si avventano l’una contro l’altra ogni volta e dovunque si incontrano,
si erano di nuovo avvinghiate e si mordevano accanitamente, nella
chiusa arena di un tribunale. L’Italia aveva fatta poco prima una
specie di prova generale della rivoluzione. In Russia milioni di
operai scioperavano e tumultuavano. In Austria le razze e le lingue
si rinfacciavano con rinnovato furore il sangue dell’Arciduca ucciso a
Serajevo. Ma tra il 30 di luglio e il 1º di agosto, in quarantotto ore,
tutte queste turbolenze sono cessate, non appena la guerra è apparsa
inevitabile. Perfino la Francia, il punto dell’Europa dove, per ragione
storica e geografica, tutti i venti di discordia si incontrano e fanno
vortice; la nazione nel cui seno hanno lottato e lottano il germanesimo
e il latinismo, il protestantesimo e il cattolicismo, l’autorità e la
libertà, il principio di qualità e il principio di quantità — per la
prima volta forse nella sua storia, dai tempi di Giulio Cesare — la
Francia è stata un cuore e un’anima sola.
Insieme con le discordie religiose e politiche, sono cessati quei
dispetti e quegli sgarbi che la Ricchezza e la Povertà usavano da
un pezzo scambiarsi, tanto per ingannare il tempo. Il socialismo è
andato in caserma e ha indossate le armi, docile e pronto come un
giovane coscritto arrivato allora allora dal villaggio. E neppure
oggi, dopo dieci mesi di guerra, uccisi e feriti milioni di uomini,
distrutte infinite ricchezze, capovolto interamente l’ordine di cose
in cui eravamo vissuti tanti anni, nessun popolo belligerante grida
ancora misericordia o mercè. La storia non aveva ancora sottoposta
una così grande moltitudine di uomini a tal prova; e la prova è stata
così bene superata che molti si sono messi a gridare al miracolo.
Ma ogni cosidetto miracolo della storia è sempre una di quelle opere
lente, che il tempo compie di nascosto e rivela poi a un tratto agli
uomini, quando l’ha terminata. Anche di questo miracolo noi troveremo
la ragione in quell’immenso rivolgimento che è incominciato in
Europa dopo la scoperta dell’America e al quale così spesso abbiamo
dovuto risalire, per spiegare i calamitosi tempi presenti: in quel
rivolgimento che, mutando scopo alla vita, a poco a poco ha fatto il
mondo — altro dei tanti effetti di quella immensa rivoluzione, da cui
tutto il nostro vivere presente dipende — più uniforme e perciò meno
discorde. Che la civiltà moderna sia più uniforme di quelle che la
precedettero, è cosa notissima: chi paragoni l’America all’Europa,
le parti dell’Europa più nuove alle più antiche, subito se ne rende
ragione, per dir così, alla prima occhiata. Meno chiaro è invece ai
più, come questa differenza proceda anch’essa dal trapasso dell’antica
civiltà qualitativa nella nuova civiltà quantitativa. L’uomo non
può sforzarsi ad una perfezione se non limitandosi, scegliendo una
sola tra le innumeri perfezioni che può proporsi, appuntando verso
quella tutte le forze dell’animo e della mente, ignorando od odiando
le altre; perchè non c’è mezzo più sicuro di riuscir mediocre in
ogni cosa, che l’innamorarsi e l’aspirare nel tempo stesso a troppe
perfezioni diverse. La varietà, l’isolamento, la discordia sono perciò
altrettante ragioni vitali di ogni civiltà qualitativa, che si proponga
come fine una o più perfezioni: onde le infinite lotte religiose,
artistiche, letterarie, morali, politiche che hanno turbato il mondo
prima dell’epoca nostra. Oggi invece soltanto le lotte di razza e di
lingua sono ancora vive e violente, là dove una razza è governata
da un’altra che vuole farle mutare a forza patria e favella: ma le
altre lotte — religiose, artistiche, letterarie, morali, politiche —
si affievoliscono da mezzo secolo, così in Europa come in America —
e perchè? Perchè a mano a mano che la quantità domina il mondo e gli
uomini antepongono la conquista della terra alla bellezza, alla gloria,
all’eroismo, all’onore, alla santità, come scopo, pregio e ragione
della vita, le antiche differenze tra gli uomini, che in passato
erano state cagione in Europa di tanti odî e di tante guerre, si
scoloriscono e diluiscono. Sono, sì, anche nei nostri tempi in Europa,
come un secolo fa, cattolici e protestanti, laici e preti, popolani e
borghesi, borghesi e nobili, dotti e ignoranti, romantici e classici,
conservatori e liberali, monarchici e repubblicani. Ma di tutte queste
differenze gli uomini del nostro tempo appena si accorgono, quando
si trovano insieme per conquistare i tesori della terra. In questa
impresa una differenza sola importa e conta: l’abilità, lo zelo,
l’attività. Protestante o cattolico, un artigiano, un impiegato, un
ingegnere, un funzionario contano oggi nel mondo assai più per quel
che sanno fare, che per le dottrine religiose che professano. Se i
nobili conoscono ancora i bei modi e la buona creanza, la borghesia
è ricca di energie che il mondo oggi cerca, perchè ne abbisogna, più
che le principesche eleganze. Il popolo è certamente ancora rozzo e
ignorante: ma dovrebbero perciò i grandi spregiarlo? Se la moltitudine
non lavorasse infaticatamente o non spendesse facilmente il proprio
salario, se stesse paga, come nel buon tempo antico, di guadagnar poco
e di vivere poveramente, pur di non lavorare a lungo, le classi ricche
non impoverirebbero forse anch’esse? Non è cosa difficile ai ricchi
sentirsi tôcchi da simpatia umana per la plebe, in tempi in cui nella
plebe essi possono amare se medesimi. La letteratura non è più la
laboriosa gara di una perfezione ambita e ammirata; è un passatempo —
o un’arma per le ultime lotte politiche e sociali, che ancora fervono
nel mondo: purchè diverta o sia arma efficace, tutti i generi e tutte
le scuole sono oggi buone, per un pubblico eclettico e volubile, il
quale ha perduta perfino la nozione di quegli esempi di perfezione, a
cui la letteratura aspirava in altri tempi. Monarchia e repubblica sono
forme di governo che riposano su principî differenti: ma chi ha voglia
ancora e tempo di lottare per uno di questi principî contro l’altro,
in un secolo che vuol sopratutto accrescere la ricchezza del mondo? Le
Repubbliche, i Regni e gli Imperi gareggiano oggi per far quattrini: la
saggezza dunque consiglia agli uomini di badare ai propri affari e di
accettare le istituzioni vigenti. Gli ultimi repubblicani superstiti
si rassegnano nelle monarchie; e gli ultimi monarchici fedeli, nelle
repubbliche.
Perciò da un secolo in qua, a mano a mano che l’uomo si è infervorato
nella conquista della terra, trascurando per quella ogni altra impresa
e ambizione, le nazioni di Europa e di America sono andate fondendosi
in grandi masse abbastanza omogenee, nelle quali l’opposizione dei
principî religiosi morali estetici propria delle civiltà precedenti,
e le stesse differenze di regione, di classe e di razza, si sono
sbiadite; e si è nel tempo stesso indebolito lo spirito di isolamento
e di discordia. Per questa ragione molti accusano oggi i nostri tempi
di ingrassare beatamente nel brago del greve materialismo in cui sono
affondati, e di non pensare ad altro. Ma a torto: perchè due idee
mistiche si sono diffuse nelle masse omogenee delle nazioni moderne
e le legano insieme: patria e progresso. Sono idee molto semplici o
che per lo meno possono essere semplificate in modo da avere facile
adito anche nelle menti rozze ed incolte; sono idee piuttosto vaghe,
tali cioè che non possono punto frenare, ma possono invece esaltare le
passioni dominanti del tempo, e massime tra queste quell’orgoglio che
abbiamo visto essere il più potente stimolo a fare che il secolo senta:
l’idea del progresso anzi è, come vedemmo, addirittura contradittoria e
incoerente: sono infine idee mistiche e trascendenti, perchè obbligano
gli uomini a sacrificare il loro egoismo — oggi il piacere, domani la
libertà, le opinioni predilette, i beni, talora persino la vita — a
qualche cosa che li sovrasta, invisibile o adombrata nei veli di un
sacro mistero. Se fino al primo giorno di agosto dell’anno 1914 tutti
gli uomini si affaticavano dalla mattina alla sera per accrescere la
ricchezza del mondo, godevano essi forse — i disgraziati — le ricchezze
che creavano? Per quale ragione sosteniamo noi tanti carichi — e
il lavoro incessante, accigliato, affannato, e il servizio militare
obbligatorio per parecchi anni, e il pericolo continuo della guerra, e
le innumerevoli e gravissime imposte, e i molti doveri civici — se non
per promuovere questo mal definito progresso del mondo, che noi non
sappiamo neppure che cosa sia precisamente; se non per creare delle
ricchezze che il più spesso sono un peso e un tormento a ciascuno
di noi? Questa epoca che ha fama di tanto pratica è mistica invece,
mistica rozzamente e violentemente; e il popolo che sembra più pratico
di tutti, l’Americano, è il più mistico, perchè più di tutti gli altri
si affatica per creare ricchezze di cui meno gode.
Non calunniamo dunque i nostri tempi, se vogliamo capire la guerra
europea e spiegarci le sue sorprese. L’improvvisa concordia in cui
tutte le nazioni d’Europa si stringono, lo spirito di sacrificio di
cui fanno prova, non sono un miracolo inesplicabile dalla ragione.
L’Europa voleva la pace. Ma quando ha vista la Germania minacciarla,
tutta in armi, unita e concorde, ha potuto opporre alla concordia
tedesca la propria concordia e mettere in pochi giorni da banda le
discordie religiose e politiche, perchè queste si affievolivano da
un pezzo, venendone meno la ragione vitale; e perchè nella massa più
omogenea delle nazioni si è diffuso il sentimento patriottico. A tutti
i Governi fu facile, tanto più che la Germania ne aveva dato l’esempio,
di ottenere nelle prime settimane della guerra il consenso unanime
del popolo intero a tutti i sacrifici e a tutte le dedizioni; e di
impadronirsi, con i potenti mezzi di cui lo stato moderno dispone,
del corpo e dell’anima della propria Nazione così pienamente, che i
pentimenti, che potessero sopravvenire in seguito, fossero inutili
e vani. Ed ora tanti popoli sopportano con pazienza gli ineffabili
sacrifici della guerra, sia perchè in tutti, specialmente in quelli che
sono di una sola razza e che parlano una sola lingua, il sentimento
patriottico è penetrato profondo nelle classi più numerose e meno
colte; sia perchè si sono oramai legati gli uni con gli altri a
combattere sino all’ultimo, in modo che nessuno si può sciogliere: gli
aggressori per il puntiglio e la paura delle meritate rappresaglie, gli
aggrediti per la necessità di difendersi, e la sete di vendicarsi.
Cosicchè la più felice delle conclusioni sembra balzare fuori da questo
lungo discorso. Noi siamo nati davvero nel secolo d’oro annunciato da
tante leggende e da tanti poeti! La dottrina del progresso non mente,
anche se noi non la sappiamo ridurre in una definizione precisa! Il
mondo progredisce davvero, poichè noi possediamo tutti i beni della
terra: la ricchezza, la potenza, il sapere, la concordia, lo spirito
di sacrificio; perchè noi sappiamo vivere in pace e sappiamo fare la
guerra....