TRAGEDIA DI ORGOGLIO

Pace vera e disarmo, sono una cosa. L’Europa è oggi in guerra, perchè

ha creduto di poter mantenere la pace equilibrando gli armamenti, e

cioè accrescendoli egualmente da tutte le parti. Come ogni organo vuol

compiere il suo ufficio; come il polmone vuol respirare, il braccio

muoversi e lo stomaco digerire, così gli eserciti vogliono combattere.

La guerra europea è scoppiata, perchè i tedeschi non volevano aver

speso tanto denaro per acquistare armi, senza almeno poter vantarsi che

la potenza tedesca era rispettata e temuta in tutto il mondo. Ma a loro

volta in Francia, in Russia, in Inghilterra i popoli che spendevano

somme così ingenti per armare l’esercito e la flotta, volevano poter

con quelli resistere alle esigenze eccessive della politica tedesca. E

naturalmente quel che al Governo tedesco pareva richiesta giustissima

sembrava sempre alla Francia, alla Russia, all’Inghilterra esigenza

quanto mai indiscreta e insopportabile: perciò quelle Potenze hanno

per anni ed anni litigato, finchè alla fine, ogni popolo volendo che

le armi acquistate a così caro prezzo non fossero acquistate invano,

i Governi si sono tutti impuntati in una questione; e la guerra dei

popoli è incominciata.

E così avverrà sinchè ogni popolo di Europa ambisca di avere il

più forte esercito e la più forte armata che può. Ma potrà l’Europa

disarmare dopo la guerra? Non è dubbio che nei primi anni della pace

gli Stati non potranno accrescere e forse dovranno tutti diminuire gli

armamenti. La guerra distrugge ricchezze e impedisce di produrne: anche

se cessasse domani — e potrebbe invece durare ancora mesi, forse anni —

già tutti gli Stati belligeranti si troverebbero nell’alternativa o di

fallire o di ridurre le spese militari a proporzioni più ragionevoli.

Ma il fallire aggraverebbe il male, perchè fatta la pace gli Stati

saranno in grandissimo bisogno di denaro; e nessuno vorrà prestarne

loro, se mancheranno agli impegni più antichi. Non resterà dunque che

l’altro scampo.

Ma questo disarmo, imposto dalla necessità, quanto tempo durerà?

Ecco il gran punto. La presente guerra, certo, distrugge infinite

ricchezze; ma dieci anni d’intenso lavoro possono riparare molte

rovine. E l’uomo dimentica così presto! Se dopo un decennio o due di

raccoglimento o di saggezza, le idee e i sentimenti che hanno dominate

le menti negli ultimi anni ripigliassero voga nelle generazioni di

coloro che non furono nè testimoni nè parte della guerra europea,

l’Europa ricomincerà ad armare; e dopo aver fucinate le armi, vorrà di

nuovo un giorno o l’altro provarle. Cosicchè noi dobbiamo chiederci

che cosa occorra, affinchè il disarmo parziale a cui possibilmente

le Potenze ricorreranno dopo la fine della guerra, non sia uno

spediente transitorio, ma il primo passo risoluto sulla via della pace

definitiva.

Occorre che il frenetico orgoglio dei popoli moderni si umilii un

poco. Questa guerra è una delle tante tragedie dell’orgoglio umano. Le

rivalità politiche ed economiche non avrebbero, sole, avuta la forza

di generare un tal soqquadro, perchè le rivalità politiche toccano

soltanto piccoli gruppi, e gli interessi economici sono troppo numerosi

e diversi. Sono i popoli interi, che oggi combattono sui campi di

battaglia e si affrontano con le armi alla mano; nè le plebi non si

sarebbero lasciate così facilmente condurre a versare il loro sangue

per l’onore di una corona, per i programmi politici di un partito

o per gli interessi di qualche industria o di qualche commercio. Ma

le rivalità politiche e gli interessi economici hanno invece potuto

trascinare i popoli a questo cimento, eccitandone l’orgoglio. Ogni

popolo d’Europa vuole essere primo o almeno pari agli altri in ogni

cosa; vuole possedere un esercito, un’armata, delle navi mercantili,

delle industrie, dei commerci, una letteratura, un’arte, una scienza,

una finanza, una politica coloniale che non sfigurino a petto delle

altrui. Nazioni che si sono appena dirozzate da una barbarie secolare

vogliono essere stimate colte come popoli che scrivono, scolpiscono,

dipingono, indagano il vero e filosofeggiano da secoli; e perciò

inventano ogni giorno dei genii, se non riescono a generarli. Popoli

che cercano a prestito capitali, ne prestano a lor volta ad altri

popoli per credersi anch’essi una potenza finanziaria del mondo.

Nazioni che non hanno carbone o che non hanno ferro, vogliono a tutti

i costi fondere il ferro e l’acciaio. Popoli scarsi di capitali o

ancora poco numerosi conquistano immense colonie. Di qui una lotta

incessante, accanita, talora puerile, che a poco a poco ha inferociti

gli animi da frontiera a frontiera. Per somma sventura, viveva nel

cuore dell’Europa un popolo che, a torto o a ragione, si era persuaso

di esser più grande, più sapiente, più virtuoso, più coraggioso, più

forte dei suoi vicini; che voleva perciò esser considerato e trattato

come un popolo eletto. Ma i suoi vicini, pur riconoscendogli molte

qualità, non volevano considerarsi da meno di lui e umiliarsi in sua

presenza. Da dieci anni tutti questi popoli lottavano tra di loro

con la penna, con la parola, con il denaro, con il commercio, con gli

intrighi diplomatici, ciascuno cercando di dimostrare la sua eccellenza

in confronto degli altri. E alla fine, siccome le discussioni non

giungevano ad alcuna conclusione, si è venuto al giudizio di Dio!

Guardiamo nella nostra coscienza e siamo una volta almeno sinceri

con noi medesimi.... Quell’ardente patriottismo che sostiene oggi i

popoli d’Europa nell’immane contesa, che fa loro sopportare stoicamente

tanti lutti, tante rovine e tante privazioni, è un tragico puntiglio

di amor proprio. I tedeschi vogliono mostrare all’Europa di che cosa

sono capaci, anche contro tanti nemici; e si ostinano, e muoiono, e

impegnano le loro sostanze, e si rassegnano alla carestia, e si stanno

rovinando, dopo aver raggiunta, lavorando trent’anni senza riposo,

una bella agiatezza. Gli altri popoli d’Europa vogliono mostrare

ai tedeschi che nè il loro numero nè la loro audacia, nè la loro

preparazione, nè la loro ostinazione non li spaventano; e a loro volta

sacrificano senza risparmio vite e tesori. L’orgoglio e la ostinazione

delle due parti si esasperano a vicenda; e la lotta si inferocisce.

Cosicchè terribili guerre devasteranno l’Europa sinchè i popoli saranno

ebbri di tanto orgoglio; sinchè vorranno tutti primeggiare in tutte le

cose; sinchè ognuno facilmente verrà nella persuasione di essere da più

degli altri e di aver diritto ad esser trattato come un popolo eletto:

sinchè l’Ungherese e il Serbo, il Francese e il Tedesco, l’Inglese

e l’Irlandese, il Russo e il Polacco non saranno capaci di sedere

alla stessa mensa, sia pur senza amore, ma senza odio e dispetto,

sentendo di essere tutti eguali, riconoscendo che le opere civili

sono numerosissime e diverse, onde ogni popolo può compierne con onore

alcune, lasciando senza vergogna altri eccellere in altre.

Ardua impresa, dunque, pacificare la vecchia Europa; perchè l’orgoglio

è da un secolo lo stimolo più forte dell’attività di tutti i popoli. La

civiltà moderna ha procurati all’uomo molti vantaggi: infinita comodità

di rapide comunicazioni; una abbondanza di tutte le cose necessarie e

superflue, quale il mondo non aveva mai neppure sognata; valida difesa

contro molti flagelli che avevano tormentate tante generazioni, come

le malattie, la pestilenza, le carestie; una libertà di pensare, di

dire e di fare, di cui i secoli passati avrebbero avuto sgomento. Ma in

compenso i tempi moderni impongono agli uomini parecchi obblighi che i

tempi antichi non conobbero: il servizio militare, balzelli da pagare

in quantità e tutti gravissimi, una attività incessante, assidua,

mai libera, sempre preoccupata della propria responsabilità, e perciò

sempre grave e accigliata. Gli uomini vivevano più semplicemente due

secoli fa; ma lavoravano anche meno, più pacatamente e più allegri.

Cosicchè tutti i vantaggi che questa civiltà offre a compenso di tanti

obblighi e del più grave e più serio lavoro, non basterebbero a vincere

in molti l’innata pigrizia e a scuotere quell’egoismo del maggior

numero, che vuol piuttosto il poco tranquillo che il molto agitato, se

non si aggiungesse quest’altro stimolo dell’orgoglio. Tutti i popoli

lavorano più di quanto sarebbe necessario a soddisfare i loro bisogni,

perchè sono animati dalla emulazione di far più e di far meglio che gli

altri popoli.

Perciò l’orgoglio è oggi, per tutti gli Stati dell’Europa, uno

strumento necessario di governo. Sferzando l’orgoglio nazionale e

lo spirito di emulazione dei popoli, che non vogliono esser da meno

gli uni degli altri, i Governi ottengono che i Parlamenti accrescano

le pubbliche spese per costruire nuove scuole e nuove caserme, nuove

strade e nuove ferrovie; che i popoli ansanti si curvino volentieri

a ricevere sulle spalle i crescenti carichi militari e i gravami del

protezionismo; che tollerino rassegnati gli sperperi delle pubbliche

amministrazioni, dappertutto ormai incurabili; che resistano al

turbamento di cui è dappertutto cagione, sul principio, la grande

industria; che facciano volentieri le spese e gli sforzi di quella

politica coloniale, che nell’ultimo mezzo secolo ha aperta l’Africa

all’Europa.

Nè meno dei Governi si son prevalsi e si prevalgono dell’orgoglio dei

popoli e del loro amor proprio gli interessi privati: le industrie,

il commercio, la scienza, le arti, e persino i divertimenti e le

religioni. Industrie e commerci che vogliono accreditare nuovi oggetti

o nuove abitudini; scienze in cerca di protettori ed arti a caccia di

clienti; patroni di nuovi sollazzi, propagatori di nuove idee politiche

o di nuove sètte morali e religiose, tutti si valgono sempre di questo

argomento: che un popolo deve misurarsi con tutti gli altri in tutte le

cose.... Onde è facile argomentare il perturbamento che arrecherebbe

nella vita dell’Europa l’umiliazione di questi orgogli frenetici;

e quanto l’asse del mondo moderno sarebbe spostato, se i popoli

consentissero finalmente a spartirsi il lavoro considerando che la

civiltà è una officina troppo vasta, perchè anche le più grandi tra le

nazioni possano presumere di riuscire le prime in tutto: nella guerra,

nell’industria, nell’arte, nella scienza, nella finanza; se ogni popolo

si sforzasse di eccellere in alcuni rami dell’umano lavoro, lasciando

gli altri popoli eccellere in altri, riconoscendo senza invidia la

loro superiorità senza nè minacciarla apertamente, nè insidiarla di

soppiatto.

Insomma, l’orgoglio occupa una parte troppo grande tra i sentimenti che

muovono così gli uomini come i popoli moderni. Questa è la debolezza

dei nostri tempi; una ragione di tante catastrofi e di questa terribile

guerra. E il male è compenetrato così addentro nella carne e nelle ossa

del mondo moderno, che l’estirparlo è impresa ardua tra tutte.

Ma il mondo va sempre cercando, da un eccesso all’altro, un equilibrio

che mai non trova. Una catastrofe tanto immane non può mancar di

muovere profondamente le anime, in tutti gli ordini sociali, perchè

tutte ci rimettono uomini e beni. Nei palazzi come nelle capanne oggi

si piangono quelli che sono partiti e che non torneranno più; si pensa

con ansia al futuro. Chi teme che tra poco gli manchi addirittura

il pane; chi trema che precipiti quella che era per lui la ragione

stessa del vivere: il potere e il prestigio della propria famiglia,

della propria classe, del proprio partito, della propria patria.

Perciò quanti si illudono che, conchiusa la pace, noi ripiglieremo

la vita che conducemmo sino al primo giorno di agosto del 1914, si

accorgeranno che la vita della nostra generazione è stata troncata da

questo cataclisma; e che ormai a tutti sarà necessario rifarsi da capo.

Nè il corusco orgoglio di cui oggi sfolgora la civiltà moderna è una

forza necessaria della grandezza civile: poichè altre civiltà che pur

fecero grandi cose, come le civiltà antiche, non lo conobbero; furono

prudenti e modeste. Non c’è dunque ragione di pensare che la storia non

possa muoversi più, se non per la spinta di questa forza satanica. Il

mondo vive trasfigurandosi di continuo; le epoche si succedono, spesso

contrapponendosi. Al secolo dell’orgoglio, della guerra e del ferro,

potrebbe forse succedere un secolo di più operosa modestia, di più

raccolta serietà, di pace più sicura e sincera.

La guerra europea · 第 48 / 82 题