Il rapporto segreto dello Stato Maggiore all’Imperatore di Germania,
del 19 marzo 1913, che il Governo francese potè procurarsi e di cui ha
pubblicato la traduzione nel _Libro Giallo_, finisce con queste parole:
«Tels sont les devoirs qui incombent à notre armée, et qui exigent
un effectif élevé. Si l’ennemi nous attaque, ou si nous voulons le
dompter, nous ferons comme nos frères d’il y a cents ans; l’aigle
provoquée prendra son vol, saisira l’ennemi dans ses serres acérées, et
le rendra inoffensif. Nous nous souviendrons alors que les provinces de
l’ancien Empire allemand: Comté de Bourgogne et une belle part de la
Lorraine sont encore aux mains des Francs; que des milliers de frères
allemands des provinces baltiques gémissent sous le joug slave. C’est
une question nationale de rendre à l’Allemagne ce qu’elle a autrefois
possédé».
Se dunque la Germania vincesse la Russia, annetterebbe all’Impero
germanico le provincie baltiche che oggi appartengono all’Impero
moscovita. Ma se la Germania vincesse, vincerebbe anche
l’Austria-Ungheria, che farebbe sua certamente la Serbia. E chi
potrebbe poi dubitare che l’Austria-Ungheria e la Germania serrerebbero
ancor più, dopo la vittoria, i nodi della alleanza, per godersi in pace
le sanguinose conquiste? Ma chi guardi una carta geografica, scorge
alla prima occhiata che l’Europa sarebbe allora come tagliata per mezzo
da due immensi imperi germanici, i quali, contigui e alleati, farebbero
come un gran ponte tedesco dal Baltico all’Adriatico, aspettando di
prolungarsi fino all’Egeo. Posti nel cuore dell’Europa e quindi in una
posizione centrale, contigui, popolati, tutti e due insieme, forse da
140 milioni di uomini, accresciuti di prestigio, formidabili per armi
sulla terra e sul mare, padroni del carbone e del ferro, dominanti le
vie del nord e del sud, di oriente e di ponente, i due Imperi alleati
potrebbero non solo imporsi agli slavi e ai latini, che popolano il
resto del vecchio mondo, ma anche alzare il capo e parlare minacciosi
agli altri continenti.
Posti nel cuore dell’Europa, in sito centrale e contigui: ho detto.
Giova considerare questo fatto con particolare attenzione, poichè è
fatto di grande rilievo. Due Stati alleati e contigui che sono assaliti
a cerchio, come avviene in questa guerra, si trovano in una posizione
o buonissima o pessima. Buonissima, se sono più forti, perchè da
quella posizione centrale possono sconfiggere ad uno ad uno i nemici e
sfruttare a fondo la vittoria sugli avversari distaccati. Pessima, se
sono più deboli, perchè possono al momento decisivo essere assaliti ad
un tempo da più parti, così da non poter parare a destra e a sinistra,
sul capo e a tergo, i colpi che fioccano. Perciò se gli Imperi
germanici vincono, devono per ragione geografica stravincere.
Quali effetti morali, politici, intellettuali ne nascerebbero? Molti,
e tutti gravi. Già la guerra del 1870 bastò a ridar voga al principio
autoritario e monarchico che dalla Rivoluzione francese in poi
declinava. Pochi sono gli uomini di Stato in Europa che dopo il 1870
non abbiano sognato, nel segreto pensiero, di copiare Bismarck. Quante
caricature del primo cancelliere tedesco hanno afflitto l’Europa,
in quarant’anni! Il supporre che i popoli d’Europa potessero, se
non amarsi, rispettarsi e vivere in pace, fu considerata semplicità
indegna di un grave uomo di Stato. Credere la guerra eterna e fatale in
Europa fu il primo dovere di ogni uomo che ambisse di governare i suoi
simili. L’Europa dovette indossare tante armi, da non poter quasi più
reggere al peso; e non ci fu modo, per quanto tutti lo desiderassero,
di assicurare al vecchio mondo una pace meno dispendiosa e meno
precaria. Ma non è possibile dubitare che il male, già insopportabile,
peggiorerebbe ancora, se la Germania rivincesse. Guglielmo II
diventerebbe il modello dei sovrani; e la conquista del Belgio
passerebbe per una prodezza. Sarebbe forza o rassegnarsi a vivere tutti
in una immensa caserma; o prepararsi a nuove e sanguinosissime guerre;
o sperare la salvezza da una rivoluzione. A mali estremi, estremi
rimedi — dice il proverbio.
Ma ci sarebbe forse da temere anche un pericolo maggiore. Dopo una
nuova vittoria, la Germania e tutte le cose tedesche godrebbero di
maggior prestigio nel mondo; e cioè di un prestigio troppo grande. I
tedeschi sono certamente dotati di diverse virtù; hanno fatto molte
cose degne di ammirazione; e possono rivendicare un posto cospicuo
nella gerarchia delle nazioni. Ma neppur essi sono perfetti, e perciò
sono un cattivo modello, se gli uomini se ne innamorano troppo e se
vogliono troppo e troppo servilmente imitarlo. Il che, del resto, non
accade solo dei tedeschi; ma dei tedeschi forse più presto e in misura
maggiore che degli altri popoli, perchè essi peccano precipuamente
di esagerazione. Erasmo di Rotterdam chiamava Lutero «il dottore
iperbolico». Noi potremmo chiamare la Germania «la nazione iperbolica».
Trascinata da una specie di sregolato vigore, troppo spesso essa
eccede al di là di quella che agli altri popoli pare la giusta misura;
scambia quel che è colossale e gigantesco per grande; tenta impossibili
imprese; si diletta di andar contro la modesta e consueta ragione delle
cose; e massime da un secolo a questa parte si vanta di esagerare tutti
i principî di civiltà che i nostri tempi vanno via via creando, anche a
rischio di mutarli, come più di una volta è successo, in tormenti e in
pericoli.
Quanti esempi si potrebbero citare! Quale è, per esempio, il principio
che muove l’industria moderna; quella nuova industria che alle mani
dell’uomo, abilissime ma lente, ha sostituite le macchine, mosse
dal vapore e dall’elettricità, rapidissime ma rozze? Accrescere la
quantità delle cose fabbricate, a scapito della qualità. I nostri tempi
non sanno più fabbricare nè le meravigliose stoffe, nè i magnifici e
solidissimi mobili, nè i ninnoli e i gingilli incantevoli del secolo
XVII e XVIII; ma viceversa di tutte le cose fabbricano quantità
ben maggiori in tempo più breve, empiendo tutte le case. Senonchè
l’Inghilterra e la Francia avevano applicato questo principio con una
certa moderazione e misura; deteriorata, sì, la qualità delle cose, per
accrescerne la quantità e rinvilirne il prezzo, ma non oltre un certo
limite.... I tedeschi invece hanno oltrepassato senza riguardi questo
limite; iniziando nell’industria moderna l’êra di quella che i francesi
chiamano la _camelote_; spacciando in ogni parte del mondo imitazioni
frettolose e scadenti ma di poco prezzo; cercando di vincere i rivali
con l’apparenza e il buon mercato; sacrificando cioè la qualità alla
quantità, molto più che i francesi e gli inglesi non avessero osato.
Del che francesi e inglesi hanno mosso ai tedeschi vivo rimprovero:
in parte a torto, in parte a ragione. A torto, perchè i tedeschi
hanno fatto alle industrie inglesi e francesi quel che gli inglesi
e i francesi, a loro volta avevano fatto alle antiche industrie a
mano: hanno volgarizzati ancora di più, deteriorandoli maggiormente,
quegli oggetti che gli inglesi e i francesi avevano incominciato a
deteriorare, per accrescerne l’uso. A ragione, perchè nella smania di
arricchire in fretta, i tedeschi sembrano non scorgere più il limite,
oltre il quale continuando ad accrescere la quantità a detrimento della
qualità, la vita deve perdere colore e sapore: poichè la qualità — la
bellezza o la bontà delle cose — è il sale e il condimento della vita,
ciò che screzia l’aspetto dell’universo, risveglia ed appaga sempre
nuovi desiderî, fuga dal vivere il tedio e la sazietà. Che cosa è
la civiltà, se non un miglioramento del mondo? Potremmo noi definire
un’abbondanza crescente di cose ogni dì più scadenti, altrimenti che
una barbarie grassa e ricca?
Gli ordini militari oggi vigenti in Europa sono un altro esempio
luminoso della esagerazione germanica. Nel secolo XVIII gli eserciti
di Europa erano composti per la maggior parte di soldati di mestiere.
Le armi erano allora una professione. Fu la Rivoluzione francese che
rinnovò dall’antichità il principio, oggi riconosciuto e accolto
da tutta l’Europa fuorchè dall’Inghilterra: che la milizia sia un
dovere civico di tutti i cittadini. Di qui la coscrizione. Ma tutte
le altre nazioni di Europa — la Francia prima di tutte — non hanno,
sino al 1870, applicato questo principio che con molta moderazione,
restringendosi a raccogliere degli eserciti non troppo numerosi,
imponendo l’obbligo del servizio solo ad una parte della popolazione,
e tenendo questa sotto le armi un tempo abbastanza lungo. La Germania
invece si studiò, sino dai tempi delle guerre napoleoniche, di
applicare il principio opposto: di ridurre il tempo del servizio,
chiamando sotto le armi il maggior numero di cittadini che potesse. Nel
1870 già i soldati tedeschi servivano tre anni, e cinque i francesi.
Ma la Germania potè mettere in campo circa un milione di uomini, nel
tempo in cui la Francia ne chiamava alla guerra circa 750.000; e avendo
vinto, sembrò agli occhi del mondo avere avuto ragione; cosicchè da
allora in poi, grazie all’autorità conferita a lei dalla vittoria, ha
potuto applicare sino alle ultime conseguenze quel principio non suo
ed obbligare le altre nazioni — la Francia compresa — a seguirla. Ha
ridotto il servizio militare a due anni; ha accresciuto senza tregua
l’esercito di prima linea; ha addestrate e inquadrate le riserve dalle
più giovani alle più vecchie; ha armata davvero la nazione in modo
da poter condurre alla guerra non la parte più giovane del popolo,
come nel 1870, ma tutti gli uomini già validi e ancora validi, dai
giovinetti di 17 anni agli uomini di 48.
E così, dando i tedeschi l’esempio e gli altri popoli imitandolo,
gli eserciti sono cresciuti negli ultimi trent’anni siffattamente di
numero e di mole, che quasi non si possono più muovere: e facendo della
propria grandezza ingombro a se medesimi, combattono nel secolo del
vapore e della elettricità con una lentezza di mosse che ricorda le
guerre di posizioni dei secoli passati. Questi eserciti non possono
muoversi rapidi e finir presto la guerra, perchè sono dei colossi.
Esagerati oltre una certa misura, anche i principî militari della
Rivoluzione francese si steriliscono; anzi si ritorcono in danno
dei tempi, i quali facendo in ogni altra cosa gran tesoro del tempo,
avrebbero bisogno d’eserciti capaci sopra tutto di condurre la guerra
rapidamente a termine. Solo a questa condizione le immense somme
di denaro spese negli armamenti sarebbero state bene spese. Ordini
militari che, sia pure per risolvere le più gravi tra le questioni
della politica mondiale, obblighino l’Europa a rimanere in armi per un
anno, e forse per due o tre, facendo un tal soqquadro di tutte le cose,
vanno a ritroso e fanno violenza alle necessità più vitali dei tempi.
Ho citato questi due soli esempi per non dilungarmi troppo. Ma questi
due soli bastano forse ad avvalorare una conclusione. Lo spirito
tedesco è stato nell’ultimo secolo molto attivo, invadente, ambizioso:
è riuscito ad acquistare, con sforzi perseveranti, molta autorità
in ogni parte della terra; e come è accaduto a tutti i popoli nel
tempo della loro potenza maggiore, ha fatto di questa autorità un
uso, parte buono e parte cattivo; ma siamo ora giunti a un punto
in cui sembra essere interesse di tutti — e della stessa Germania —
che quell’autorità non cresca più, almeno per qualche tempo. Importa
assai a tutti i popoli dell’Europa e dell’America, che la Germania,
esaltata da nuove vittorie, non rinfocoli ancora nel mondo la smania
delle cose colossali, l’ammirazione della forza, la frenesia della
quantità, l’orgoglio della ricchezza, la vertigine della velocità, la
superstizione del nuovo. Il mondo moderno ha bisogno non soltanto di
ricchezze, di godimenti, di ferro, di macchine, di potenza, di scienza;
ma anche di equilibrio, di misura, di un senso più profondo, più sicuro
e più lucido del bene e del male. Chè il bene e il male da un pezzo
vanno stranamente confondendosi nella mente degli uomini. Noi credevamo
di esser tutti cristiani e civili; e in pochi mesi di guerra abbiamo
visto non soltanto orrori, che credevamo cancellati per sempre dalla
storia dell’Europa, ma ne abbiamo intese tali strane giustificazioni
che ci è forza chiederci spaventati se gli uomini sieno oggi più feroci
o incoscienti. Come si spiegherebbe questa sorpresa se, troppo intento
ad accrescere le ricchezze e ad allargare il suo dominio sulla natura,
l’uomo non avesse trascurato se medesimo e cessato di vigilare su
quegli istinti feroci e perversi che, insiti nella natura umana, si
addormentano talora, ma non si spengono mai?
Sopratutto è necessario decada e si obliteri nelle menti quel culto
della forza, cui la Germania aveva data, con la guerra del 1870,
tanta voga; poichè gli sfrenati armamenti dell’ultimo quarantennio e
la conflagrazione europea non sono stati che due riti di questo culto
sanguinario. Se dopo questa guerra i popoli d’Europa non torneranno ad
innalzare di nuovo gli altari della Pace e della Giustizia, intorno ai
quali si era per qualche tempo raccolta, seria e grave, condotta dai
suoi poeti e dai suoi migliori statisti, la generazione del 1848; se
non riconosceranno tutti — anche i più forti — che gli altri — anche
i più deboli — hanno diritto di vivere e di progredire indipendenti,
secondo le tradizioni e il genio della loro razza, l’Europa non potrà
mai godere di una pace lunga e sicura, e quindi rimbarbarirà. Non si
può assicurare la pace al mondo solamente con un equilibrio di forze
avverse; perchè l’equilibrio delle forze è una ipotesi che ogni tanto
occorre verificare con la guerra, come ora si sta facendo: si deve
assicurarla riconoscendo lealmente, sotto certe condizioni precise,
il diritto dei popoli — grandi e piccoli — alla indipendenza e alla
libertà. Ma come potrebbe la religione della forza che nega questo
diritto decadere in Europa, se la Germania fosse di nuovo vittoriosa —
e di mezza Europa — questa volta?
Ho detto essere necessario che l’autorità della Germania non cresca
ancora nel mondo, anche nell’interesse della stessa Germania.
L’affermazione non è paradossale e strana che in apparenza. Quale
infatti è stato il difetto che negli ultimi quarant’anni ha guastato
il carattere tedesco, che pure è ricco di molte virtù? Il difetto che
ha spinta la Germania a scatenare sull’Europa, desiderosa di pace,
questa guerra terribile; e che ancora le impedisce di capire la gravità
del soqquadro, in cui ha travolto il mondo? L’orgoglio. Le vittorie
del 1866 e del 1870, il rapido incremento della popolazione e della
ricchezza, lo sviluppo prodigioso davvero di alcune industrie, e
massime della metallurgia, l’ammirazione che tutti gli altri popoli
professavano per la sua scienza, per i suoi ordini sociali, per le
sue industrie, per il suo esercito e per la sua marina, hanno messa
a dura prova la sua saggezza. A tante fortune non ha resistito. Ha
creduto di essere il maestro di tutti i popoli d’Europa; il più colto,
il più morale, il più attivo, il più valoroso, il più laborioso e il
più forte; e persuasosi di essere il primo, ha veduto in ogni parte
persecutori e nemici. Gli altri popoli non gli rendevano la dovuta
giustizia per invidia, per ignoranza, per gelosia; doveva dunque
vigilare da ogni parte, difendere il proprio primato, che popoli da
meno di lui insidiavano. E un giorno ha dichiarata guerra all’Europa.
La Germania ha dunque anch’essa bisogno di raccogliersi e di
convincersi che nel mondo ci sono popoli che, meno valenti di lei in
certe cose, le vanno invece innanzi in altre; e popoli che, pur essendo
da meno di lei in tutto o in quasi tutto, hanno anche essi diritto
di vivere, di lavorare, di farsi migliori. Che cosa succederebbe
invece, se questo orgoglio, già troppo grande, fosse esaltato da nuove
vittorie? No: i tempi e la civiltà in cui viviamo sono tali, che non
potrebbero tollerare un grande Impero universale, soverchiante tutti
gli altri Stati di un continente. I tempi antichi poterono obbedire,
ammirare e venerare l’Impero universale di Roma, perchè l’orgoglio,
l’ambizione, la cupidigia e tutte le passioni umane che più facilmente
si esaltano, erano allora limitate dalle tradizioni, dalla religione,
dalla cultura artistica e filosofica, dalla stessa povertà e ignoranza
in cui gli uomini vivevano. Un imperatore romano era una creatura
modesta, a paragone del più umile di noi, perchè da ogni parte le cose
e gli uomini lo ammonivano senza tregua a non presumere troppo di sè,
del proprio ingegno, della propria fortuna, della propria potenza.
Oggi non più. Oggi il mondo è ricco, sapiente e potente. Osa criticare
le tradizioni, fare e disfare gli Stati, chiedere conto a Dio dei suoi
comandi, alla Natura delle sue leggi. La letteratura, la filosofia e
il costume, quel che si chiama lo spirito dei tempi, esaltano, invece
di limitare, l’audacia, l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia degli
uomini. Perciò è necessario che sussista nel mondo una specie di
equilibrio morale; che ogni popolo senta la sua potenza limitata dalla
potenza di altri popoli egualmente forti, intelligenti e sapienti.
Se un popolo diventasse così potente da soverchiare tutti gli altri,
l’equilibrio morale del mondo sarebbe rotto per sempre; e quel popolo,
in tempi già così proclivi in ogni cosa all’eccesso, diventerebbe il
Nabuccodonosor delle nazioni.
La nostra generazione, pur non essendoci ancora tra noi il
Nabuccodonosor dei popoli, ha già fatta la guerra universale. Parrebbe
che basti.