IL DISCORSO DI PARIGI: GRANDI E COLOSSI

_Signore e Signori_,

Tra le infinite calamità del presente, quando la violenza dei tempi

travolge, come vento le foglie, gli animi tutti e li tiene trepidanti

e sospesi sul tetro abisso dell’avvenire, non potevo non accogliere

con riconoscenza il cortese invito di parlare in questa radunanza,

convocata a Parigi per celebrare la fratellanza intellettuale dei

popoli latini. Nessun tempo si ebbe mai più opportuno, per ricordare

quella nobiltà storica di tutti noi, i cui primi titoli risalgono alla

gloriosa civiltà che, nata in Grecia, trapassò prima a latinizzarsi

in Italia; poi si fe’ cristiana; indi sotto veste latina e impugnando

la croce fece sua per sempre tanta parte d’Europa: per ricordare di

quanta gloria questa civiltà due volte millenare va fiera: per ricordar

sopratutto, se dal passato vogliamo attingere forza al presente, che

questa civiltà ha saputo prima tra tutte essere grande.

Sostiamo a piè di una smisurata colonna in un tempio egiziano: o

aggiriamoci tra le rovine di uno di quegli immensi edifici persiani,

assiri o babilonesi, che gli archeologi cercano con tanto zelo.

Che cosa sono, se non piccole moli, al paragone, il Partenone, il

Tempio così detto della Concordia a Girgenti e tante altre meraviglie

dell’architettura greca? L’_Iliade_ e l’_Odissea_ non sono forse

due brevi volumi, accanto ai poemi interminabili dell’Oriente; al

_Ramayama_ o al libro dei Re? Ogni Vangelo è una raccolta dei discorsi

di Gesù; paragonate uno dei Vangeli ad una raccolta dei discorsi di

Budda e vedrete quanto conciso e taciturno è Gesù nelle pagine dei

suoi discepoli ellenizzati a confronto del riformatore indiano, che

parla per migliaia di pagine, resistendo imperterrito — egli, ma non

lo sventurato lettore — alla fatica ed al sonno. La massa, il peso,

la ripetizione, la prolissità, questo troviamo in Oriente. In Grecia,

invece, la proporzione, l’armonia, la leggerezza, la chiarezza, la

concisione. L’Oriente ambì di essere un colosso, la Grecia volle essere

grande.

Il colossale ed il grande differiscono infatti per una ragione nel

tempo stesso intellettuale e morale. _Grande_ è lo sforzo compiuto

dall’uomo per raggiungere un modello ideale di perfezione, creato

dalla sua mente; l’ambizione di superare una difficoltà di ordine

spirituale, la cui legge è interna. _Colossale_ invece è lo sforzo

di vincere la materia e di sottoporla al nostro volere e al nostro

capriccio, l’ambizione di rovesciare un ostacolo esterno. Chi volesse

servirsi di un gergo un po’ astratto, direbbe che il grande è qualità

pura, il colossale è una miscela impura di qualità e di quantità. Non

solo per fare, ma per capire le cose grandi, in ogni campo del pensiero

e dell’azione, occorre disciplina e modestia; poichè è necessario

accettare come legge un modello di perfezione. Il colossale invece

soddisfa l’orgoglio; e abbaglia, stordisce, soggioga anche le menti

rozze, ineducate e sregolate. Non è dunque meraviglia che anche la

Grecia e Roma, dopo aver fatte cose grandi davvero nei secoli più

felici, siano ricascate nel colossale. Andate a Girgenti: poco lungi

dal cosidetto Tempio della Concordia, così piccolo e così grande, la

cui bellezza ben si potrebbe definire qualità pura, giacciono alla

rinfusa gli avanzi di un tempio gigantesco e in mezzo a quelli certi

rottami di colossali colonne che strappano anche oggi grida di stupore

ai barbari dei due mondi. Passate in Roma; paragonate gli avanzi del

Mausoleo di Augusto e Castel S. Angelo che fu il Mausoleo di Adriano,

il Panteon di Agrippa e le Terme di Caracalla, le Terme di Caracalla

e le Terme di Diocleziano: voi vedete i secoli giganteggiare uno

sopra l’altro, a mano a mano che si allontanano dalle origini. Una

volta ancora gli edifici narrano, in caratteri di marmo e di pietra,

la storia delle generazioni. Per secoli Roma era stata modesta,

povera, prudentissima nel secondare le circostanze che la spingevano

a ingrandire l’impero. Roma voleva fondare un grande impero, non

un impero colossale, come gli imperi dell’Oriente. E in quei secoli

Roma, governata da una aristocrazia, tanto autorevole da reggere lo

Stato non solo, ma da dirigere pure il pubblico gusto, seppe capire e

imitare le cose grandi. non le colossali, che la Grecia aveva fatte.

Ma la ricchezza, la potenza, la sicurezza alterarono anche Roma.

Quella aristocrazia parte perì, parte fu esautorata; le moltitudini,

abbandonate a loro stesse, asiatizzarono; i tempi si gonfiarono di un

orgoglio frenetico, smaniarono di una insaziabile sete di piaceri e di

eccitamenti, e quindi furono presi dal delirio del colossale.

Di quanti esempi simili a questi è ricca la storia di tutti i popoli

latini: della Spagna, dell’Italia, della Francia! Dopo la Grecia,

la storia è stata una lotta incessante tra questi due principî, il

colossale ed il grande: una lotta che, se nella architettura si vede

con gli occhi e si misura con il metro, si ritrova, visibile alla

mente, dappertutto; nella letteratura, nello Stato, nella guerra.

In ogni tempo ed in ogni luogo, ove la Grecia sia stata anche per

poco maestra, ci furono e ci saranno uomini e popoli che vollero

e vorranno far grandi cose; uomini e popoli che vollero e vorranno

far cose colossali. Non è questo forse il senso profondo anche della

crisi in mezzo a cui noi viviamo sbigottiti da sei mesi? Quando noi

e i nostri figli non saremo più; quando le passioni che infocano i

nostri tempi saranno spente; quando gli storici leggeranno, con animo

tranquillo, i morti documenti delle nostre presenti sciagure, come

i geologi, dopo una eruzione, salgono armati di picozza sulle lave

raffreddate, questa guerra sembrerà forse agli uomini una immane

follia. Diranno allora gli storici: «Viveva nel cuore dell’Europa un

popolo numeroso, potente, ammirato, invidiato, temuto. Pullulava ormai,

tanto era fecondo; possedeva l’esercito che era giudicato il più forte

di tutti; in pochi anni aveva varata la seconda armata del mondo;

si arricchiva con l’industria ed il commercio così presto e in tal

misura, da destar la gelosia anche dei popoli sino allora considerati

più ricchi; era venuto in tanta reputazione di sapienza che in mezza

Europa ed America le Università non erano ormai più che immense gabbie

di ridicoli pappagalli, buoni solo a fare malamente il verso ai maestri

di quella nazione. Anche gli anziani tra i popoli dell’Europa, un

po’ scoraggiti e stanchi, quasi già si acconciavano a riconoscere in

quel nuovo rivale uno dei modelli del mondo. Nessun altro popolo in

Europa poteva godersi più sicuro la pace. E invece no: più cresceva per

numero, forza e ricchezza; più era ammirato e temuto, e più quel popolo

smaniava, mormorava, si adombrava di ogni cosa: qui di nemici che gli

tendevano insidia; là di offese inflitte al suo onore; altrove di torti

e di ingiustizie che avrebbe subìte dall’invidia altrui. Sinchè un

giorno, alla fine, quando stava per metter il piede sul vertice della

prosperità, della gloria e della potenza, essendo nata una questione

che toccava altri più che lui e che ad ogni modo poteva, pur essendo

grave, esser composta con le ragioni, questo popolo incomprensibile

ha in una settimana mandato cartello di sfida, si può dire, al mondo

intero, poichè ha provocato a guerra — e che guerra! — i tre più

vasti imperi del mondo, e insieme con quelli due piccole ma valorose

nazioni!».

Così forse gli uomini giudicheranno un giorno. Ma a noi, figli

della Grecia e di Roma, l’enigma non pare tanto oscuro. Quel popolo

era invasato dal furore del colossale, che è uno dei tanti delirî

dell’orgoglio umano. Poichè la causa ultima di tanta catastrofe è

stato proprio l’orgoglio di un popolo; e questo orgoglio è proprio un

frutto del secolo in cui viviamo. In questa città dove una numerosa

schiera di spiriti pensosi vigila e scruta gli eventi del mondo, alcuni

savi, atterriti dagli orrori inaspettati di questa terribile guerra,

si sono chiesti se per caso arricchendo, istruendosi e accrescendo

la sua potenza l’uomo non si corrompa e non peggiori. Come negare

tuttavia che i nostri tempi abbiano gittati con larga mano i semi

del bene, nelle anime, sopratutto nella moltitudine, tanto trascurata

dai secoli precedenti? Impegnatisi in una grande lotta con la natura

per strapparle i tesori nascosti e soggiogarne le forze erranti per

il creato, i nostri tempi hanno sradicati dal mondo tutti i vizi

che avrebbero nuociuto in quella lotta, e massime la pigrizia; hanno

seminate e coltivate con cura assidua le virtù che potevano servire: la

precisione, la puntualità, lo zelo, la solidarietà. La tenace concordia

con cui tanti popoli — fenomeno non ancora visto nella storia del

mondo — combattono da sei mesi, prova quanto i legami della solidarietà

nazionale sono forti anche nella moltitudine. Come e perchè, allora,

i tempi sono stati presi ad un tratto da questa follia di distruzione

e di morte? Perchè troppo intenti a convertir tutti gli uomini in

artigiani laboriosi e disciplinati, hanno trascurate altre passioni,

che possono traviare ed inferocire gli animi: l’orgoglio, per esempio,

di cui la passione del colossale è una delle forme più pericolose.

In principio, alle sue prime scaramuccie e battaglie con la natura,

la civiltà nostra aveva fatte modestamente delle grandi cose. Ma poi,

dopo le prime vittorie, quando la ricchezza, la potenza, i mezzi sono

cresciuti a dismisura, i tempi saliti in orgoglio non furono più

contenti di far delle grandi cose, vollero fare cose colossali — e

potevano, di tanti mezzi disponevano ormai! Che cosa sono le città,

le officine, le armate, gli eserciti, gli imperi del mondo antico, a

petto dei moderni? Il commercio e l’industria di una volta, a paragone

del commercio e dell’industria di oggi? Tutti i popoli dell’Europa

furono, prima o poi, tôcchi dal delirio; ma uno, più di tutti gli

altri, perchè meglio predisposto dalla natura e dalla storia. La natura

sembra avergli largita una violenta energia, che lo spinge facilmente

ad eccedere in ogni cosa. Non ha mai sentito l’influsso profondo della

cultura greca e latina, sebbene — o fosse perchè — nell’ultimo secolo

abbia generato filologi ed archeologi in quantità. Più che dalla

precisa delimitazione del pensiero classico è stato in ogni tempo

attirato da quel mistico indefinito che le teste deboli scambiano così

facilmente per l’infinito. Aveva vinte due grandi guerre, e possedeva

un suolo ricco di ferro e di carbone: gran cosa in un’epoca, in cui il

fuoco non è più il modesto servo dell’uomo ma il signore del mondo. E

perciò alla fine ha ambito di giganteggiare sul mondo impicciolito ai

suoi piedi; si è creduto grande, tentando opere e imprese di mole non

ancora vista.

Invece era soltanto un colosso: incontentabile, inquieto, sospettoso,

come tutti i colossi. I popoli e i tempi che vogliono far delle cose

grandi, possono ancora esser felici, quanto si può essere felici

in questo mondo; perchè si propongono di raggiungere un ideale di

perfezione, che per quanto lontano è un segno e limite fisso, al quale

è possibile di avvicinarsi godendo. I popoli e i tempi che vogliono far

delle cose colossali camminano invece nell’illimitato e senza meta,

volendo sempre oltrepassare l’ultima linea raggiunta; e quindi non

possono esser contenti mai. Perciò gli imperi e le civiltà che hanno

nutrite ambizioni colossali, dopo essere stati per qualche tempo il

tormento proprio ed altrui, sono precipitati in catastrofi subitanee e

incomprensibili; perciò noi possiamo domandarci se il Destino non vuole

che noi assistiamo, ancora una volta, a una di queste catastrofi.

E se tali sono veramente, in questo momento, gli oscuri disegni della

storia, come grande e nobile apparisce il nuovo sacrificio di sangue

che il Destino, dopo tanti altri, ha chiesto ancora alla Francia;

quello che il Destino potrebbe chiedere domani agli altri popoli

della famiglia latina! Non dimentichiamolo: solo con le prove, che ne

testimoniano la forza vitale, i popoli tengono vivi i principi morali,

intellettuali ed estetici da essi creati o professati. I nostri padri

avevano costruito il Partenone, il Panteon, Venezia e Versailles;

avevano creato l’Impero, la Chiesa, il diritto, la filosofia e l’arte

decorativa del XVIII secolo; avevano fatta la Rivoluzione.... Ma che

ci giovava, da cinquant’anni a questa parte? Il sentimento greco e

latino della grandezza si spegneva, oppresso dalla smania asiatica

del colossale. Dappertutto la quantità trionfava sulla qualità; e il

progresso, cioè il merito dei popoli, si misurava dalle statistiche

del commercio. Per aver voluto opporsi quanto ancora poteva a questo

capovolgimento del mondo, la Francia passava ormai agli occhi di

tutti o di quasi tutti per una nazione decaduta e invecchiata.

Perchè la sua popolazione e il suo commercio crescevano meno che la

popolazione e il commercio della Germania, essa aveva finito il suo

còmpito; era un inutile ingombro in Europa ed in Africa! Chi crede

che la penna o la parola avrebbero potuto sviare la torbida fiumana

di sofismi e di interessi, che travolgeva ormai tutti i popoli verso

le orrende enormità di una civiltà puramente quantitativa? Un grande

avvenimento, occorreva: uno di quegli avvenimenti, che soli hanno

la forza di persuadere e di convertire la moltitudine; una di quelle

prove decisive, in cui si vede quel che possono davvero i principî che

reggono le diverse nazioni. La prova è, questa volta, così terribile,

che nessun oserebbe dire che essa _doveva_ aver luogo. Ma poichè il

Destino l’ha voluta.... Innalziamo dunque le menti, al disopra delle

tristezze e delle angoscie dell’ora che volge, nel sublime pensiero del

grande avvenimento che si compie intorno a noi, in noi, e per mezzo

di noi. Nelle prime settimane della guerra un brivido di angoscia ha

agghiacciati tutti i figli di Roma. Molti cuori tremarono, in quel

terribile agosto, in cui nessuna forza umana sembrò potesse fermare

il furente colosso che, coperto di ferro e rovesciando ogni ostacolo,

invadeva questa terra, dove una civiltà troppo antica e delicata

pareva agonizzare. E tutti volgevano gli sguardi impazienti verso

il settentrione lontano, sperando veder spuntar di lassù l’atteso

soccorso! Quando, tutto a un tratto, allorchè già i più incominciavano

a disperare, il colosso urta e vacilla contro una specie di invisibile

ostacolo, sorto come per miracolo; si ferma, indietreggia.... Noi

abbiamo forse in quei giorni vissuto uno dei grandi momenti della

storia; poichè fu quello il momento in cui la nostra generazione,

stupefatta, si chiese per la prima volta se proprio la massa ed il

numero fossero il tutto, nel mondo! E da quel momento, qualche cosa

succede nelle menti degli uomini, per ogni terra del mondo. Che cosa?

È troppo presto presumere di indovinarlo. La prova, pur troppo, non

è ancora finita. Ma poichè è cosa sicura che noi termineremo il corso

della vita in un mondo diverso da quello in cui siamo nati e cresciuti,

noi possiamo almeno sperare che la Francia abbia ancora una volta, con

il suo coraggio indomito, spezzata una fatalità storica che pareva

soverchiante. È necessario che tanto e così prezioso sangue — quel

sangue la cui effusione empie da sei mesi di una angoscia incessante

le nostre anime — non sia versato invano per l’umanità tutta quanta.

È necessario che questa guerra fiacchi e rovesci il folle orgoglio

che aveva indurite e acciecate le menti. È necessario che insegni di

nuovo agli uomini ad ammirare le cose che sono grandi davvero, per

la perfezione raggiunta, nella piccolezza delle proporzioni e nella

modestia; che prepari nuove generazioni capaci di far grandi cose con

semplicità e senza orgoglio; che aiuti i tempi a ritrovare l’equilibrio

morale nel sentimento della vera grandezza. Temerità sarebbe affermare

che questa sarà l’ultima guerra del mondo. Ma se ci saranno ancora

delle grandi guerre, è necessario, per l’onore e per la felicità

del genere umano, che non ci sia più un’altra guerra colossale, come

questa che oggi inzuppa di sangue la terra. Onde noi tutti, figli della

Grecia e di Roma, legati alla Francia dal vincolo sacro della lingua

e della cultura, dobbiamo ripiegarci su noi medesimi, interrogare la

nostra coscienza; e rispondere ad un quesito terribile e decisivo....

Noi non abbiamo visti mai senza dolore ed orrore i chiassosi trionfi

del colossale nel mondo. Gli interessi o i trasporti passaggeri dei

tempi frivoli non hanno mai spento in noi l’istinto, che ci sforza a

cercar la grandezza nell’armonia e nella perfezione. Chiaro è infine

che questa terribile guerra richiederà ancora inenarrabili sacrifici

di sangue e una lunga tenacia. Noi dobbiamo dunque chiedere a noi

medesimi: possiamo noi lasciar la Francia sola, sino alla fine, nel

cimento terribile, che deve ringiovanire il genio della nostra razza?

La guerra europea · 第 36 / 82 题