SOMMARIO

_PREFAZIONE_ pag. VII

I. — GLI ULTIMI GIORNI DELLA PACE » 5

II. — LE CAUSE PROFONDE DELLA GUERRA » 49

III. — LA LOTTA PER L’EQUILIBRIO » 109

IV. — L’ITALIA E LA GUERRA EUROPEA » 163

V. — LA CONTRADIZIONE SUPREMA » 251

_PREFAZIONE_

_Mal vezzo della letteratura presente parve sempre all’autore la

facilità e la compiacenza con cui gli scrittori de! tempo nostro

raccolgono in volume le loro pagine sparse. La letteratura delle

gazzette e delle riviste — moltitudine di efimeri che ciascun giorno

vede nascere e morire a migliaia — ha la sua ragione e la sua dignità:

ma perde l’una e l’altra, se pretende di vivere oltre la breve ora

assegnatale dalla sua stessa natura. Perchè dunque anche l’autore — e

per la prima volta in vita sua — si è lasciato persuadere dai solerti

editori di questo libro a secondare il corrotto costume del tempo?_

_Egli spera che l’argomento di questi studi e di questi discorsi

gli varrà di scusa presso i più; e che presso alcuni gli servirà di

giustificazione il fine per cui furono raccolti e pubblicati. Quale che

ne sia il pregio, questi discorsi e questi studi non furono composti

per servire con argomenti di occasione le passioni e gli interessi

dominanti dell’ora; ma per continuare a svolgere, applicandole ai

grandi avvenimenti presenti, alcune idee sulla civiltà moderna e sui

nascosti pericoli da cui è minacciata, che l’autore aveva meditate ed

esposte alcuni anni prima che la guerra europea scoppiasse. Curioso

è spesso il destino degli uomini e delle idee. Casi ed accidenti

che sarebbe inutile perditempo qui ricordare, condussero un giorno

l’autore di questi saggi a chiedersi come avevano potuto, nella storia

delta civiltà nostra, seguirsi due mondi, di cui l’uno era proprio il

rovescio dell’altro, e quale dei due fosse il vero: un mondo — quello

in cui noi viviamo — smanioso di oltrepassare sempre la meta raggiunta,

animoso a procedere senza appoggi nell’ignoto, insaziabile di novità

e dì libertà, tormentato da una inquieta aspirazione al meglio ed al

più: e un mondo — quello in cui avevano vissuto i nostri padri — che,

come il bambino il quale impara a camminare, temeva di lasciare un

appoggio o di fare un passo se non vedesse vicino il nuovo appoggio

a cui tender le mani, compunto di profonda venerazione verso le cose

antiche, sottomesso all’autorità, tutto intento a rintuzzare con

dottrine di rassegnazione e di austerità gli orgogli, le ambizioni e

le cupidigie insorgenti. E paragonando questi due mondi, facilmente si

accorse che il mondo moderno, se aveva compiute mille opere portentose

di ogni natura, aveva però anche osato ribellarsi a quella legge dello

spirito umano, per cui la certezza non può essere che effetto di una

limitazione, nessuno potendo sicuramente distinguere il bello e il

brutto, il bene e il male, il vero e il falso se non creda in una

definizione iniziale, e il definire non essendo altro che un limitare.

Ma il limitarsi era proprio l’atto che più ripugnava a questo secolo,

smanioso di sempre oltrepassare la meta raggiunta: onde il secolo

riprecipitava nel caos quell’ordine spirituale, che ai nostri padri era

apparso come una vitale necessità della mente._

_Senonchè queste considerazioni furono accolte piuttosto male: del che

l’autore, se non si compiacque, neppure si meravigliò. Un secolo che

ha perduta l’abitudine di paragonarsi dal basso a un qualunque modello

di perfezione perchè è sicuro di essere esso il modello insuperabile,

non ama sentirsi dire che qualche volta delira: e a chi glielo dice,

volentieri rinfaccia di non capire il divino trasporto bacchico di

un’epoca prodigiosa.... Fatto più singolare: perfino dei cattolici

si unirono a quel coro! E per dire il vero anche il vituperato autore

era d’opinione che questa spensierata indifferenza dei tempi potesse

esser trattata con indulgenza, poichè per lungo tempo ancora, forse per

parecchie generazioni, non genererebbe che delle filosofie insensate,

delle arti futuristiche e dei costumi assurdi o ridicoli: tutte cose di

cui nessuna è mortale. Aveva, sì, Emilio Rosetti detto, sulle soglie

del Mediterraneo, che l’America, la Rivoluzione, la macchina «hanno

generato un secolo senza limiti e perciò senza appoggi, nel quale

l’uomo procede come un gigante che vacilla a ogni passo....». Ma chi

poteva credere che in uno di questi vacillamenti il gigante sarebbe

caduto, sotto i nostri occhi?_

_Così volle invece il destino. Ammonimento terribile all’America,

l’Europa ha inciampato; è caduta sul ginocchio; si è malamente ferita;

geme ora pietosamente e non riesce a rialzarsi.... E allora l’autore,

che pure aveva sempre sperato di non vedere tanto orrore, ma che non

si è punto meravigliato di doverci assistere, ha creduto fosse dovere

ripigliar il discorso, interrotto da tante vociferazioni ed ingiurie,

per dimostrare che quel caos, dopo tante filosofie insensate, tante

arti futuristiche e tanti costumi assurdi o ridicoli, ha concepita nel

suo grembo tenebroso e generata anche la guerra europea. E non per la

vanità di raccattare in mezzo a tante rovine una prova, ahimè troppo

insanguinata, di una tesi storica e filosofica; ma per aiutare ad

orientarsi quanti — e sono i più — soprafatti da questa catastrofe, si

chiedono oggi sbigottiti se le leggi che reggevano le cose umane fino

ad ora sono state tutte capovolte o se qualche demonio, incomprensibile

dalla nostra mente, è entrato nel mondo per devastarlo. Chè la mente

non può capire un così smisurato fenomeno e quindi ne è soprafatta,

se non guarda che quello; e se non trova il filo per risalire e

comprendere la lunga preparazione storica che l’ha maturato._

_Ma come chiaro apparisce invece, a chi ha trovato questo filo, il

grandioso fenomeno! No: questa guerra non è una guerra come tante

altre ce ne sono state, nel mondo; ma, come la Rivoluzione francese,

è la crisi di una civiltà da cui nessuna cosa si salva e che_ per ora

_prende forma e aspetto di guerra. È vano illudersi. L’Europa nella

quale siamo nati, non è più che un vetusto edificio in rovina. Un

terremoto l’ha messa a soqquadro, da capo a fondo. Di fuori, sulla

facciata, si è sfaldato l’intonaco di menzogne convenzionali, di

pregiudizi e di opinioni interessate, che ne copriva le screpolature e

le macchie putride: i pezzi che ancora reggono per miracolo, cadranno

fragorosamente da un minuto all’altro. Dentro sono state spezzate tutte

le impalcature che lo reggevano: le alleanze e i trattati di commercio,

il diritto pubblico e il diritto privato, gli interessi e le simpatie.

Sulla terra sconvolta, le correnti del traffico, oggi sbarrate,

deviate, risospinte alla sorgente, dovranno aprirsi nuovi letti.

Occorrerà domani sottomettere ad una revisione accurata le opinioni, le

idee e i principî in cui avevamo creduto sino ad oggi. Nè le Dinastie,

nè i Parlamenti, nè i Governi, nè i Partiti, nè alcuna istituzione

sarà alla fine della guerra quale era al principio; ma in tutte sarà

un impaccio, un disagio, un’incertezza, nascente dal non sentirsi più

le medesime e dal sentire intorno il mondo mutato. Occorrerà rifare su

nuovi modelli la Finanza e gli Eserciti di tutti gli Stati, e rifatti

su nuovi modelli questi due istituti, a quanti ritocchi e riforme

occorrerà sottoporre tutti gli altri!_

_Occorrerà infine sciogliere il gran problema della limitazione degli

armamenti, dal quale ormai il nostro destino dipende. Questo secolo,

che si era gloriato di rovesciar tutti i limiti, si trova ora alle

prese, quasi si direbbe per castigo, con una difficilissima questione

di limiti. L’illimitata gara degli armamenti — puntiglio mortale di

un’epoca che non riconobbe altro freno del volere che il potere — ha

generata questa guerra, che a sua volta sembra non avere limiti, nè

nel tempo, nè nello spazio, nè nel modo. E finita la guerra, l’Europa

o riescirà a limitare gli armamenti secondo qualche principio che possa

essere lealmente applicato da tutti i governi; o precipiterà verso uno

stato che, secondo le idee e i principi oggi professati da noi, dovrà

essere giudicato di barbarie._

_L’Europa ormai dovrà essere rifatta. Ma un’epoca non può rifare un

ordine sociale, che è un mondo vivente, composto di parti diverse,

se non compie un potente sforzo sintetico con il pensiero; se non

scopre i nessi vitali di tutti i problemi che tra loro si intrecciano

indissolubili. Perciò questi saggi — troppo piccolo contributo a

un’opera gigantesca — furono raccolti in volume; non facendosi quasi

nessun ritocco per riempire il distacco che separa scritti e discorsi

composti a parte; curando anzi che ognuno di questi studi e di questi

discorsi stia di per sè nel libro, come stette di per sè nel giornale

e nella rivista che l’accolse, o nell’occasione in cui fu pronunciato.

Il lettore dovrà dunque sopportare con pazienza qualche ripetizione.

Ma l’autore si lusinga che non manchi al libro, ciò non ostante,

una certa unità ideale, unico essendo il pensiero animatore di tutti

questi saggi, in apparenza disparati e diversi: che «l’America, la

Rivoluzione, la macchina hanno generato un secolo senza limiti e perciò

senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante, che vacilla a

ogni passo...»._

_Torino, il primo di giugno del 1915._

La guerra europea · 第 6 / 82 题