Per secoli fu creduto che Artù, mortalmente ferito in battaglia, non
fosse mai morto, ma vivesse in luogo incantato e recondito, d'onde
sarebbe, una volta o l'altra, per far ritorno e prender vendetta de'
nemici del suo popolo e suoi. Si sa quale luogo tenesse nella coscienza
dei Brettoni vinti, ma non caduti di animo, sì fatta credenza; come
intimamente si legassero ad essa i ricordi loro più dolorosi e le
più accarezzate speranze; come tutto il sentimento loro di nazione
trovasse in essa una consacrazione ed un simbolo. Alano de Insulis
(m. 1202) ricorda come ai tempi suoi quella credenza fosse ancora così
viva e comune in Armorica che il contraddirla avrebbe portato pericolo
di lapidazione[513]. Fra le genti d'altra stirpe la lunga e paziente
aspettativa diede il tema a locuzioni proverbiali notissime; e _Arturum
expectare_ tanto venne a dire quanto aspettar ciò che non può nè deve
avvenire[514]; e _speranza brettone_ fu sinonimo di speranza vana ed
assurda. A sì fatta speranza sono frequenti accenni nei trovatori di
Provenza[515], e dai trovatori di Provenza, se non da altri, avrebbero
gl'italiani potuto averne agevolmente contezza. Arrigo da Settimello,
nel suo poema latino _De diversitate fortunae et philosophiae
consolatione_, composto circa il 1192, la rammenta due volte:
Et prius Arturus veniet vetus ille Britannus,
Quam ferat adversis falsus amicus opem.
Qui cupit auferre naturam seminat herbam
Cujus in Arturi tempore fructus erit[516].
Nel 1248 quei di Parma, assediati da Federico II, colta un giorno
l'occasione che l'imperatore era andato a cacciare, uscirono fuori con
grande impeto, e presero e distrussero la città di Vittoria, dai nemici
edificata quasi sotto le loro mura. Non molto dopo, l'avvenimento fu
celebrato in tre carmi, nel terzo de' quali l'anonimo poeta, accennando
alle vane minacce dell'imperatore, dice:
Cominatur impius, dolens de iacturis,
Cum suo, Britonibus Arturo venturis[517].
Secondo l'antica tradizione brettone raccolta da Galfredo di Monmouth,
Morgana aveva trasportato Artù ferito in quella paradisiaca isola di
Avalon, altrimenti detta Insula pomorum, o Fortunata, della quale è
sì frequente ricordo in croniche e in poemi del medio evo[518]; ma
non era possibile che, o prima o poi, la finzione non variasse su
questo punto, specie migrando fuor di patria, prendendo ad allignare
fra nuove genti, incontrandosi con altre finzioni, offerendosi a
esplicazioni e connettimenti nuovi. Come Orlando, fatto cittadino di
altre patrie, ebbe mutato il luogo della sua nascita e il teatro delle
prime sue gesta, così Artù ebbe mutato il luogo della sua miracolosa
segregazione.
Ed ecco farcisi innanzi una tradizione, la quale sembra abbia smarrito
ogni ricordo dell'isola di Avalon, e pone la incantata dimora di Artù
nell'interno dell'Etna. Gervasio da Tilbury, primo fra gli scrittori
di cui abbiamo notizia, la riferisce nel modo che segue: «In Sicilia
è il monte Etna, ardente d'incendii sulfurei, e prossimo alla città di
Catania, ove si mostra il tesoro del gloriosissimo corpo di sant'Agata
vergine e martire, preservatrice di essa. Volgarmente quel monte dicesi
Mongibello; e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le
sue balze deserte, il grande Arturo. Avvenne un giorno che un palafreno
del vescovo di Catania, colto, per essere troppo bene pasciuto, da
un subitano impeto di lascivia, fuggì di mano al palafreniere che lo
strigliava, e, fatto libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano
per dirupi e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise
dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le parole? per un
sentiero angustissimo ma piano, giunse il garzone in una campagna assai
spaziosa e gioconda, e piena d'ogni delizia; e quivi, in un palazzo di
mirabil fattura, trovò Arturo adagiato sopra un letto regale. Saputa
il re la ragione del suo venire, subito fece menare e restituire al
garzone il cavallo, perchè lo tornasse al vescovo, e narrò come,
ferito anticamente in una battaglia da lui combattuta contro il
nipote Modred e Childerico, duce dei Sassoni, quivi stesse già da gran
tempo, rincrudendosi tutti gli anni le sue ferite. E, secondochè dagli
indigeni mi fu detto, mandò al vescovo suoi donativi, veduti da molti e
ammirati per la novità favolosa del fatto»[519].
Esaminiamo un po' questo curioso racconto. Gervasio lo dà per genuino
ed autentico, e diffuso tra i Siciliani, almeno tra quelli di Catania e
della rimanente regione circostante all'Etna. Intorno a ciò si potrebbe
muovere un primo dubbio, e sospettare che il tutto sia invenzione
di Gervasio; e il sospetto non sarebbe certo irragionevole. Negli
scrittori siciliani che trattano dell'Etna e dell'altre singolarità
dell'isola, non si trova cenno di così fatta novella. Oltre di ciò
Gervasio fu inglese; compose per un principe inglese il suo _Liber
facetiarum_, ancora inedito, e per un imperatore mezzo inglese,
Ottone IV, i suoi _Otia_; così che si può dire ch'egli dovesse essere
trascinato a narrare, in un libro tutto pieno di favole, anche qualche
nuova favola di Artù, e non trovandone alcuna che già non fosse
notissima, inventarla. Altri scrittori, in picciol numero, l'avrebbero,
più tardi, attinta da lui. Ma a queste considerazioni altre se ne
possono opporre, che conducono a diverso giudizio. Gervasio passa
per uno degli scrittori più bugiardi del medio evo; ma tale opinione,
se non vuol essere ingiuriosa ed erronea, deve ridursi in più giusti
termini. Gervasio è bugiardo perchè riferisce molte cose non vere; non
già perchè se le inventi: volendo parlar rettamente egli è favoloso e
non bugiardo; e come scrittore favoloso appunto ha, in questi ultimi
tempi, acquistato importanza notabile agli occhi di quanti attendono
allo studio dei miti e delle leggende medievali. Gervasio viaggiò
pressochè tutta l'Italia[520], e negli _Otia_ molte cose racconta
imparate per lo appunto in Italia: fu in Sicilia, ai servigi di re
Guglielmo, innanzi al 1190, ed ebbe agio di conoscere direttamente, o
per informazioni immediate, molte particolarità di quella terra, delle
quali dà conto nel capitolo stesso in cui narra la leggenda trascritta
pur ora. E nel racconto di tale leggenda sono alcuni accenni a cose
vere e reali, che, mentre rivelano nell'autore un testimone di veduta,
o un ripetitore bene informato, confermano il carattere tradizionale
di esso. Dei miracoli operati dal corpo di Sant'Agata in guardar la
città di Catania dagl'incendii dell'Etna, è frequente il ricordo nelle
croniche siciliane. Ciò che si dice del cavallo del vescovo è pure
conforme al vero; giacchè sappiamo, non solo che su quelle pendici
del vulcano si allevavano cavalli di molto pregio e vigore, non meno
agili che animosi; ma, ancora, che per la troppa ubertà dei paschi,
gli animali d'armento o di greggia ci venivano soverchio gagliardi e
baliosi, cosicchè a certi tempi dell'anno bisognava trar loro sangue
dalle orecchie. Subito dopo aver narrata la leggenda siciliana,
Gervasio ne narra un'altra, diffusa per le due Brettagne, e dove Artù
si presenta sotto l'aspetto del cacciatore selvaggio; e questa seconda
leggenda è sicurissimamente popolare[521]. Finalmente, un po' più
oltre, ricorda come, _secondo la volgare tradizione_ dei Brettoni, Artù
fosse stato trasportato nell'isola di Davalim (_sic_), e come quivi
Morgana lo custodisse e curasse[522]. Poichè entrambe queste leggende
appartengono notoriamente alla tradizione, noi abbiamo una ragione di
più per credere che alla tradizione appartenga anche la prima.
E che vi appartenga davvero cel prova, oltre a quanto dovrò dire
più innanzi, anche il fatto del trovarla narrata, in forma alquanto
diversa, da uno scrittore di poco posteriore a Gervasio, e da lui
indipendente; Cesario di Heisterbach, che la racconta in tal modo.
«Nel tempo in cui l'imperatore Enrico soggiogò la Sicilia, era nella
Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io penso, tedesco.
Avendo costui, un giorno, smarrito il suo palafreno, che ottimo era,
mandò il servo per diversi luoghi a farne ricerca. Un vecchio, fattosi
incontro al servo, gli chiese: Dove vai? e che cerchi? Rispostogli da
quello che cercava il cavallo del suo padrone, soggiunse il vecchio:
Io so dov'è. — E dove? — Nel monte Gyber (_sic_), in potere del re
Arturo, mio signore. Quel monte vomita fiamme come Vulcano. Stupì il
servo in udire tali parole, e l'altro soggiunse: Di' al tuo padrone che
da oggi a quattordici dì venga alla corte solenne di lui; e sappii che
tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente. Tornato addietro,
il servo espose, non senza timore, quanto aveva udito. Il decano si
rise di quell'invito alla corte del re Arturo; ma, ammalatosi, morì il
giorno prestabilito»[523].
Il racconto è, in parte, quello stesso di Gervasio, e, in parte,
è diverso. Il cavallo smarrito, il servo che ne va in traccia, la
misteriosa dimora di Artù, sono comuni ad entrambi, mostrano che i
due hanno, quanto alla sostanza, la medesima origine; ma, da altra
banda, quello di Cesario differisce tanto da quello di Gervasio
che, ragionevolmente, non si può supporre ne sia derivato. Nel
_Dialogus miraculorum_ non è neppure un indizio che Cesario abbia
avuto conoscenza degli _Otia_. Si potrebbe, gli è vero, pensare che
Cesario, togliendo il racconto a Gervasio, lo alterasse e foggiasse
deliberatamente a quel modo, per meglio accomodarlo all'indole della
distinzione XII del suo libro; ma contro questa congettura sta il
fatto che Cesario è, nel narrare, coscienzioso e fedele sino allo
scrupolo; che ripete esattamente, senza aggiungervi di suo, gli altrui
racconti; e che sempre, quando può, cita i nomi di coloro da cui gli
ebbe, o i libri onde li trasse[524]. Oltre di ciò, non si vede che di
quell'alterazione egli potesse molto giovarsi per i suoi fini, dacchè
il racconto, quale egli lo reca, è, fra quanti ne novera la distinzione
XII, il più povero di significato, quello di cui meno s'intende
l'insegnamento. Altre cose poi son da notare, le quali accennano a
fonti diverse e di più torbida e tortuosa vena. Cesario parla di un
decano di Palermo, e sembra ponga Palermo dov'è Catania, alle falde
dell'Etna. La forma _Palernensi_, usata da lui, non è nè latina, nè
italiana, ma francese, trovandosi spesso ne' testi francesi Palerne per
Palerme (_Guillaume de Palerne_ ecc.). Può ciò bastare per supporre
una fonte francese? gli è poco, ma gli è pur qualche cosa. Alcuna
considerazione vuol pure quel monte Gyber. Il nome di _Mongibello_ fu
fatto capricciosamente derivare da _Mulcibero_, da _Mons Cybeles_,
da _Monte Bello_, e persino da _Monte di Beel_; ma esso è veramente
nome composto di due nomi comuni e d'egual significato, italiano
l'uno, _monte_, arabico l'altro, gibel, che non vuol altro dire che
monte; e trovasi non di rado scritto disgiuntamente, come appunto in
Cesario[525]. _Monte Gibero_ si ha in testi italiani; _perg Gyfers_
o _Givers_ in testi tedeschi. Per quell'avvertimento che si dice dato
dall'incognito vecchio al servo, e concernente il decano, il racconto
di Cesario si raccosta a una intera e numerosa famiglia di racconti
esemplari, di cui dirò fra poco, e nei quali i vulcani hanno parte
cospicua. In fondo il racconto di Cesario è quello stesso di Gervasio,
ma alterato alquanto, per infiltrazioni penetratevi, come pare, da un
gruppo d'altri racconti, molto più antichi, e d'indole affatto diversa.
I due si accordano inoltre abbastanza quanto al tempo. Gervasio
dice il fatto accaduto _nostris temporibus_; Cesario _eo tempore quo
Henricus imperator subjugavit sibi Syciliam_. Nulla vieta di riferire
la espressione di Gervasio agli ultimi tempi del soggiorno di lui in
Sicilia; e quanto alla conquista di Enrico VI, si sa che avvenne nel
1294.
Il racconto di Cesario rivela, come diceva testè, certe infiltrazioni
che in quello di Gervasio non appajono. Penetra in esso un elemento
pauroso e tetro, alcun che di infernale e di diabolico che certamente
fu estraneo alla tradizion primitiva e più genuina. In esso la leggenda
epica non è ancor trasformata, ma tende già a trasformarsi in leggenda
ascetica: in un altro racconto, posteriore di poco a quello di Cesario,
la trasformazione si vede compiuta. Stefano di Borbone, morto circa il
1261, narra il fatto a questo modo. «Udii narrare a un frate di Puglia,
per nome Giovanni, il quale diceva esser ciò avvenuto dalle sue parti,
che cert'uomo, andato in traccia del cavallo del suo signore su pel
monte presso a Vulcano (_sic_), ove si crede sia il purgatorio, vicino
alla città di Catania[526], trovò secondo gli parve, una città, che
aveva una postierla di ferro, e a colui che la custodiva chiese notizia
del cavallo che andava cercando. Il custode gli rispose che n'andasse
sino alla corte del principe, il quale, o gliel farebbe restituire,
o gliene darebbe notizia; e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di
alcuna norma circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non mangiare
di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve al cercatore di
vedere per le vie di essa città tanti uomini quanti ne sono nel mondo,
di ogni generazione e condizione. Passando per molte sale, giunse ad
una, ove scorse il principe circondato da' suoi. Ecco gli offrono molti
cibi, ed ei non vuole gustar di nessuno: gli mostrano quattro letti, e
gli dicono che l'uno d'essi è apparecchiato pel suo signore, gli altri
tre per tre usurai. E gli dice il principe che al signor suo e ai tre
usurai assegnava certo giorno come termine perentorio a comparire, e
che mancando, sarebbero menati a forza; e gli dà un nappo d'oro, con
coperchio d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma lo rechi in segno
della cosa, al padrone, perchè questi beva della sua bevanda; e, di
giunta, gli fa restituire il cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie
il precetto: s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo nel
mare e il mare si accende. Quei quattro, sebbene confessi (per timore
solo, e non per penitenza[527]) il dì assegnato sono rapiti sopra
quattro cavalli neri»[528].
Qui abbiamo, in sostanza, il fatto stesso narrato da Gervasio e
da Cesario, ma con particolarità nuove, che mostrano un crescente
infoscamento della leggenda, e la preponderanza presa dagli elementi
infernali e diabolici. Secondo Gervasio, Artù mandò regali al padrone
del cavallo, nè in modo alcuno gli nocque: secondo Cesario, un
ministro di Artù impose, per mezzo del servo, al padrone del cavallo
di presentarsi a giorno fisso alla corte del principe: secondo Stefano,
il principe assegnò il giorno del comparire al padrone del cavallo e a
tre usurai ad un tempo. Nel racconto di Cesario non s'intende il perchè
di quell'assegnazione; ma ben s'intende nel racconto di Stefano, dove
la coppa ignivoma, che parrebbe un simbolo del vulcano, e la compagnia
de' tre usurai, e quei quattro letti, che non dovevano essere letti
di rose, e, più che tutto, i quattro cavalli negri rapitori, lasciano
subito intendere di che cosa si tratti. Quella città è una città
infernale: quel principe, se non è Satanasso in persona, è uno de' suoi
maggiori ministri; e perciò non si chiama più Artù, sebbene sia stato
Artù in origine. Anche quella particolarità di non dovere accettare
cosa che sia offerta, si trova in numerose leggende diaboliche. Stefano
di Borbone compose il libro ove questo racconto si legge negli ultimi
anni di sua vita, e conobbe gli _Otia_ di Gervasio e li cita; ma alla
narrazion di costui preferì, egli che andava in traccia di _esempii
predicabili_, la narrazion più opportuna dell'ignoto frate di Puglia.
Vedremo or ora che questa graduale alterazione della leggenda,
lungi dall'essere capricciosa e arbitraria, era in certo qual modo
ragionevole e necessaria; ma devesi, innanzi a tutto, insistere sul
fatto che la version primitiva non è quella di Stefano, e nemmeno
quella di Cesario; ma bensì quella di Gervasio; anzi una in cui
l'elemento romanzesco e cavalleresco doveva essere assai più copioso
che nel racconto di Gervasio non sia. Tale prima versione dovette
essere affatto serena, affatto consentanea alle forme e allo spirito
dell'altre finzioni brettoni; e noi possiamo credere di rintracciarla,
o di rintracciarne una che poco se ne discosti, in un vecchio poema
francese intitolato _Florian et Florète_, e pochissimo noto[529].
Questo poema, composto già forse nel secolo XIII, ma più probabilmente
nel successivo, è di pochissimo pregio, rileva assai poco nella
storia delle finzioni brettoni, e non avrebbe anzi, rispetto ad esse,
importanza alcuna, se non fosse per quella leggenda arturiana che ci si
vede intessuta. Qui la leggenda non è, come nei racconti di Gervasio,
di Cesario e di Stefano, una immaginazione slegata e smarrita, ma si
allaccia a un'azione epica, qual ch'essa sia, e fa corpo con altre
leggende e immaginazioni del ciclo. È questa una prima ragione che il
rende meritevole d'attenzione e di studio; ma ce ne sono dell'altre.
Nei racconti di Gervasio e di Cesario (lasciamo in disparte ora quello
di Stefano) si narra un fatto particolare, occorso ai tempi di quegli
scrittori; ma fanno difetto le ragioni e i presupposti del fatto
stesso. La leggenda in essi narrata rimanda necessariamente ad un'altra
più antica, nella quale doveva dirsi come e perchè Artù fosse capitato
nell'Etna. Ora, quelle ragioni e quei presupposti, e quella più antica
leggenda, noi troviamo per l'appunto, almeno in parte, nel romanzo
francese, la cui azione si svolge mentre il re Artù è ancora nel suo
regno, a capo de' suoi cavalieri. Qui l'Etna è una specie di regno
fatato, dimora consueta della sorella di Artù, Morgana, e del numeroso
suo séguito: è quello che nei romanzi francesi del medio evo si chiama
comunemente _Faerie_, ossia paese o città delle fate: _c'estoit leur
maistre chastel_, dice il poeta, parlando di Morgana e delle sue
compagne. In esso Morgana conduce Floriant, figliuolo di un re Elyadus
di Sicilia, il quale era stato ucciso dal traditore Maragot, e ve lo
fa educare. Il luogo è assai piacente, e ci si mena vita giojosa, e
non ci si può morire. Floriant torna poi nel mondo, e incontra molte
avventure; ma la buona Morgana, quando conosce ch'egli è prossimo alla
sua fine, lo attira di nuovo nell'incantato soggiorno, e ci fa venire
anche la moglie di lui, Florète. Artù, che si suppone ancora sano e
fiorente, ci andrà poi ancor egli a suo tempo, come annunzia la stessa
Morgana (vv. 8238-40):
Li rois Artus, au defenir,
Mes freres i ert amenez
Quant il sera a mort menez.
Quando poi Artù ci fu andato, s'intende che ogni occasione poteva
esser buona a fare ch'egli palesasse in qualche modo la sua presenza; e
s'intende pure ch'egli dovesse diventare il personaggio principale di
quella corte fatata, e respinger nell'ombra, se non far dimenticare,
tutti gli altri. Così la leggenda si circoscriveva e si addensava,
diventando più particolarmente la leggenda di _Artù nell'Etna_. E in
vero, nei due racconti di Gervasio e di Cesario, Morgana non è neppur
nominata: in quello del primo, il monte è la curia, o corte, di Artù;
in quello del secondo, Artù è signore del monte. Ora io credo che la
cagione prima del trasponimento della _Faerie_ di Morgana nell'Etna,
sia appunto Artù, e ciò per ragioni che vedremo alquanto più oltre.
Ecco dunque uno scrittore inglese, uno scrittore tedesco, due scrittori
francesi, porgere documento di una leggenda medesima, variata, dirò
così, nella buccia, ma rimasta pur sempre quella nel nocciolo e
nel midollo. E le testimonianze non finiscono qui, potendosi alle
forastiere aggiungerne una nostrana, assai scarsa ed asciutta a dir
vero, ma non però meno significativa. In una rozza e bizzarra poesia,
appartenente, come pare, al secolo XIII, e pubblicata son pochi
anni[530], due cavalieri, interrogati dell'esser loro da un misterioso
personaggio che si fa chiamare Gatto Lupesco, rispondono:
Cavalieri siamo di Bretangna,
ke vengnamo de la montagna,
ke ll'omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire,
lo re Artù k'avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
ne lo reame d'Inghilterra.
Qui si allude, senz'alcun dubbio, a una credenza secondo la quale Artù
sarebbe nell'Etna; ma non si afferma già ch'ei ci sia veramente. La
cosa rimane in dubbio. I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi
potuti accertare del vero (_e non sapemo ke sia venuto_), e da tutto
il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulità italiana
in fatto di meraviglioso[531]. Oltre che a quella credenza, vi è
accennato, ma in modo indiretto, all'antica opinione che Artù dovesse
tornare.
Da ciò che precede rimane, parmi, provata l'esistenza, nei secoli XIII
e XIV, di una vera e propria leggenda (non di una semplice e scioperata
immaginazione individuale), la quale poneva nell'Etna la dimora di
Artù, e riman provato che tale leggenda fu cognita a molti allora in
Sicilia, se pur non fu popolare. Ma il tema nostro non è per anche
esaurito, e alcuni dubbii che nascon da esso, e alcune particolarità
che in esso si notano, richiedon ora la nostra attenzione.