III.

Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti

accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_.

* * *

Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla

dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma

rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può

piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più.

Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli

ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del

giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere

gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle

tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare

per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i

tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella

solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_.

Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa,

essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso

che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca

volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte

della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè

anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata,

si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose

e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava

maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un

azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava

i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti

e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi

sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida

non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava

l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne.

Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la

Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un

incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla

guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i

giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello

è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del

palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con

intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura.

Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede

il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori

della campagna.

La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi

si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui

è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il

sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della

sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_.

Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce

custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte;

non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa

neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce

turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola

nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso

ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde

una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza,

ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la

sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina

e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano

forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia,

un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della

castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita

dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro

deposito: il sentimento della divinità....

Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre;

in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar

del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro

di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve.

Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e

vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera.

La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno

strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco

ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia

assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del

tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un

calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio

incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore....

ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori

quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di

marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua

compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma

invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre.

Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto

soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso

splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi

e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par

ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore!

Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza

da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello

s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il

vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto;

il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro.

Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la

maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore

s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella

dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella

lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso,

simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo

della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti.

S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno

giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso,

sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta

il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia.

E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden,

sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il

di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano

a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti

miei....”

Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la

principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo;

tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a

questa ora, in queste mura? Che brami?...”

— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te

riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma

svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami.

”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni

sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i

monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti

impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della

sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del

mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele....

Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in

pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore

con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero

esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla

dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura

dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un

palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo

tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità

perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia

crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma

tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un

empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio

alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più

delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice

della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so;

quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti

gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare

come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore?

Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come

fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli

ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà

mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti

supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace;

rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli

è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo,

coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben

io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di

mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con

Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè

del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.”

Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente

giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni

tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che

preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia?

Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei

potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se

volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita!

Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue

ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa

nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in

cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno.

Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un

momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato

paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua

disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. —

Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio

è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari

egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come

prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta

nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla

battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta;

Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come

côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un

torrente d’amare lacrime.

Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate

invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia

dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un

pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella

notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei

gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce,

immane fu il castigo.

Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del

Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e

fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo

recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto

l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto

di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione

che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica

bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in

lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di

Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto

sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese

conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la

fontana delle lacrime.

Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale,

io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le

silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli,

e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni

ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira

nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose

rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla

sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere

consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando

i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_,

ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte

d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente

i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace

all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro

pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle

fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui

scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro....

Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che

m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè

evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa

di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle

forme ancora terrestri.

Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e

dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir.

Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti

cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione

incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i

boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e

fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto

eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la

strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino

d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano

al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh....

Racconti poetici · 第 35 / 56 题