Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti
accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_.
* * *
Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla
dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma
rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può
piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più.
Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli
ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del
giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere
gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle
tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare
per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i
tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella
solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_.
Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa,
essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso
che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca
volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte
della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè
anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata,
si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose
e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava
maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un
azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava
i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti
e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi
sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida
non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava
l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne.
Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la
Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un
incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla
guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i
giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello
è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del
palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con
intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura.
Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede
il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori
della campagna.
La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi
si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui
è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il
sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della
sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_.
Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce
custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte;
non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa
neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce
turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola
nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso
ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde
una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza,
ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la
sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina
e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano
forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia,
un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della
castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita
dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro
deposito: il sentimento della divinità....
Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre;
in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar
del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro
di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve.
Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e
vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera.
La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno
strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco
ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia
assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del
tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un
calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio
incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore....
ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori
quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di
marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua
compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma
invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre.
Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto
soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso
splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi
e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par
ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore!
Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza
da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello
s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il
vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto;
il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro.
Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la
maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore
s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella
dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella
lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso,
simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo
della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti.
S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno
giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso,
sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta
il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia.
E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden,
sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il
di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano
a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti
miei....”
Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la
principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo;
tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a
questa ora, in queste mura? Che brami?...”
— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te
riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma
svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami.
”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni
sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i
monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti
impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della
sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del
mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele....
Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in
pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore
con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero
esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla
dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura
dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un
palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo
tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità
perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia
crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma
tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un
empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio
alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più
delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice
della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so;
quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti
gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare
come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore?
Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come
fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli
ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà
mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti
supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace;
rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli
è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo,
coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben
io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di
mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con
Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè
del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.”
Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente
giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni
tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che
preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia?
Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei
potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se
volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita!
Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue
ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa
nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in
cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno.
Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un
momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato
paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua
disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. —
Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio
è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari
egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come
prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta
nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla
battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta;
Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come
côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un
torrente d’amare lacrime.
Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate
invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia
dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un
pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella
notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei
gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce,
immane fu il castigo.
Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del
Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e
fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo
recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto
l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto
di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione
che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica
bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in
lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di
Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto
sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese
conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la
fontana delle lacrime.
Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale,
io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le
silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli,
e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni
ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira
nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose
rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla
sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere
consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando
i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_,
ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte
d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente
i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace
all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro
pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle
fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui
scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro....
Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che
m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè
evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa
di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle
forme ancora terrestri.
Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e
dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir.
Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti
cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione
incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i
boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e
fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto
eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la
strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino
d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano
al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh....