L’AIU-DAG.

Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che

s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che,

simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi

baleni.

Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come

un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in

precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli.

In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo

le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti,

Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti

immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue

tempie.

Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo _Viaggio di Crimea_ le

vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione

surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio

della sua relazione:

“Nell’_harem_ circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di

sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne

del _Khan_. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche

avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro

colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische

talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che

ispirò al Puschin il suo poema della _Fontana di Bakcisarai_....

”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione.

Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un

fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il

gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più

elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....”

(_Viaggio_ ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.)

Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di

lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano

silenziosi intorno al minaccioso _Khan_.[21] Tutti con rispettosa

attenzione spiano su quella fronte accigliata i segni della rabbia e

del dolore, il monarca altero fa un cenno colla destra impaziente e

tutti riverenti si ritirano.

Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e i moti del suo cuore

si riflettono con maggiore energia sulla sua fronte. Così il cristallo

ondoso d’un golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose nubi.

Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? Che progetto assorbe i

pensieri di Ghirei? Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi

alla Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? Oppure

scoprì una congiura nell’esercito? O finalmente lo inquietano l’odio

dei suoi popoli e le insidie dello scaltro Genovese?

No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua mano micidiale si

riposa dalle fatiche bèlliche, e la passione della guerra non gli

infiamma più la mente.

Forse penetrò il tradimento nel suo _harem_, e qualche _odalisca_

educata nella schiavitù e nella mollezza, diede il cuore a un _giaur_?

No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè pensare nè desiderare,

e sebbene oppresse da una tetra noia, esse non concepiscono idea di

tradimento. Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui e

inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete come fiori esotici

sotto le vetrine di una stufa. Per esse, i giorni, i mesi, gli anni

fuggono in monotona fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e

l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore sembrano lente.

L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri dell’_harem_; ben di rado vi

s’insinua il piacere. Quando le giovani recluse provano l’angoscia e il

tedio, lo dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando,

oppure passeggiando in leggiadra schiera al mormorar delle acque

zampillanti, al rezzo dei platani fronzuti. Un malizioso eunuco le

segue in ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il di lui

sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. Per sua cura fu

stabilita una regola di vita invariabile. Sua unica legge è il volere

del Khan, e l’adempie colla stessa scrupolosità che i precetti del

Corano. L’eunuco non sa che sia amore; impassibile come una statua,

egli accoglie con indifferenza le beffe, la rabbia, le mortificazioni,

gli oltraggi d’una petulanza impudica, il disprezzo, le preghiere, i

languidi sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce

bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia femminile in libertà

e in cattività. Nè le tenere occhiate, nè le mute rampogne, nè le

lacrime hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede.

Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi crini al vento, vanno,

durante i calori dell’estate, ad attuffarsi nel ruscello e spandono

sulle rosee membra l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone

eterno delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza emozione

quelle elette forme nude. Quando spiega la notte il nero suo manto,

l’eunuco schiude una porta obediente, s’avanza a passi taciti sui

tappeti morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato da

continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, e ascolta il

loro bisbiglio notturno; nota i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti;

di tutto fa tesoro, — e guai a colei che sognando proferisse un nome

straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola compagna qualche

sfrenata e matta cupidigia!

Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? La pipa gli s’è

spenta fra le mani, il servo aspetta immobile sulla soglia gli ordini

del suo signore e osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza

in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso egli s’avvia alla

dimora delle donne altre volte a lui sì care.

Esse, aspettando il _Khan_, si sono assise in vari gruppi attorno a una

fontana gorgogliante. Con infantile gaudio, mirano il pesce che guizza

in quello specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea vasca.

Alcune di esse vi gettano per diletto i loro orecchini d’oro. Frattanto

le ancelle portano in giro i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto

sonoro e gaio che fa echeggiar le sale.

Racconti poetici · 第 31 / 56 题