In riva al fiumicel con lento passo
Van le fanciulle a coglier le viole,
O tesson qua e là gaie carole.
Scappate, o forosette! ecco il Circasso
Che rapir le ragazze ha per costume:
Il Circasso vi coglie in riva al fiume.
Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava
la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente
è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti
s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata
di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle
boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli _aúl_ s’addormentano, e il
roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi.
Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un
velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la
figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia
adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno
e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un
pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa
lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi
non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia....
Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa
oscurità....”
Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge
a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola
sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio
della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa
esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che
le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei
gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo
fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene
meco....”
“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita
è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò
quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?...
raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai
tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò....
addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima
volta....”
Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda
la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la
sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano
silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio;
già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli
opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo
e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in
giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda,
ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè
del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i
giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si
cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna.
Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’_aúl_ circondato
di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove
trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno,
mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà.
Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono
le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero
che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano
davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi
annunziano il suo arrivo.