III.

In riva al fiumicel con lento passo

Van le fanciulle a coglier le viole,

O tesson qua e là gaie carole.

Scappate, o forosette! ecco il Circasso

Che rapir le ragazze ha per costume:

Il Circasso vi coglie in riva al fiume.

Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava

la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente

è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti

s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata

di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle

boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli _aúl_ s’addormentano, e il

roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi.

Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un

velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la

figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia

adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno

e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un

pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa

lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi

non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia....

Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa

oscurità....”

Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge

a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola

sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio

della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa

esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che

le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei

gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo

fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene

meco....”

“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita

è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò

quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?...

raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai

tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò....

addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima

volta....”

Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda

la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la

sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano

silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio;

già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli

opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo

e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in

giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda,

ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè

del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i

giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si

cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna.

Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’_aúl_ circondato

di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove

trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno,

mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà.

Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono

le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero

che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano

davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi

annunziano il suo arrivo.

Racconti poetici · 第 15 / 56 题