Alessandro Puschin[1] nacque in Mosca a dì 26 di maggio dell’anno
1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia patrizia; sua madre
discendeva da un negro africano che rapito dal natío paese in età
di otto anni, fu condotto a Costantinopoli, esposto nel bazar delli
schiavi e venduto all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in
regalo come _oggetto di curiosità_ (diceva egli), allo Zar[2] Pietro
il Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. Ma
accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a Parigi,
ove volle che gli fosse data una educazione liberale estesissima.
_Hanibal_, così chiamavasi il giovine moro, manifestò gran disposizione
per le scienze matematiche. Escito di collegio, entrò nell’esercito
francese, prese parte alla guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in
Russia. Pietro gli conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal
fu confinato in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava
despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, l’imperatrice
Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì di vari titoli, e
finalmente lo nominò generalissimo. Suo figlio maggiore, Giuseppe
Hanibal, menò vita agitatissima; ripudiò la prima moglie, ne sposò
un’altra mediante una falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal
proprio fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione alla
prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno 1797, sposò
Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro poeta.
Alessandro portava i segni di questa origine mezza slava, mezza
africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto schiacciato, narici
rilevate e mobili, capelli ruvidi e naturalmente crespi, occhi d’un
colore cupo indeciso. Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava
facilmente trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran
tremendi, ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva e se ne
scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico sangue africano
che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, egli adorava sua madre, e
rispettava altamente il suo zio materno Giovanni.[3]
Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei quali Caterina
II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière a menadito.» Aveva
belle maniere, vestiva con gusto, rispondeva con brio, amava la cucina
francese e la letteratura francese. Diede a suo figlio per precettore
un emigrato parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere,
nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua varietà
di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo allievo, il
quale, abbandonato a sè stesso, profittava della libertà concessagli,
per introdursi di soppiatto nella biblioteca di suo padre e passarvi
talvolta notti intere a leggere ogni specie di libri. Ma siccome la
maggior parte dei libri che la componevano erano francesi, il giovine
Puschin fu, sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In
età di undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, e
incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano specialmente
le commedie di Molière, e s’ingegnava ad imitarle in piccole farse
che egli rappresentava davanti a sua sorella, sopra un teatrino da
lui fabbricato. Puschin era a un tempo stesso autore e attore; la
sorellina faceva da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato
_L’escamoteur_. Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando
contro sè stesso il seguente epigramma:
Dis-moi, pourquoi L’_Escamoteur_
Est-il sifflé par le parterre?
Hélas! c’est que le pauvre auteur
L’escamota de Molière.
Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe ebbe una educazione
tutta francese, e che appena giunto all’età di nove anni scrisse una
commediola francese che fu il suo primo saggio letterario. L’autore
del _Misogallo_, Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle
stesse circostanze; e la lingua francese gli era sì familiare, che in
essa abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, come
attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca Laurenziana di
Firenze.
Questa funesta predilezione per una lingua straniera, avrebbe forse
privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna non avesse posto
argine al male, scegliendo per istrumento delle sue volontà una umile
serva, la balia di Puschin nominata Irene Radionovna, la quale ridestò
nel suo allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il
giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo colla
sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, energico e
leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune delle quali
egli, più tardi, trattò in verso.
Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di Zárscoie-Seló,
fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione collettiva
regolare e monotona, quella disciplina rigida e cavillosa, stettero
quasi per soffocare i germi dell’ingegno di Puschin. I professori
malcontenti non davano di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di
essi, il signor Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un
suo rapporto:
«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, ma manca
di applicazione. Non è capace d’occuparsi che di oggetti futili; quindi
fa pochi progressi negli studi, e men che in altro, nella logica.»
Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, il
professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin dettava, e che
facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. Alcuni di codesti
saggi capitarono fra mano al celebre poeta Giucovschi traduttore
dell’Ariosto, di Wieland e d’Omero: meravigliato della grazia che
osservò in quelli, indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì
in dono uno dei suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali
distinzioni, scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi
mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece epoca nella vita del
giovine alunno delle Muse.
Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione dei premii,
un poemetto intitolato: _Rimembranze di Zárscoie-Seló_. Fu letto
pubblicamente nell’adunanza solenne alla quale assisteva il venerabile
Dergiavin, lirico celeberrimo, autore dell’inno _A Dio_, che trovasi
tradotto in tutte le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi
avendo chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe
scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose la destra sul capo
del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; sarà assai più utile; non lo
distogliamo dalla sua vocazione.«
Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 al 1817,
Alessandro Puschin produsse più di cento venti lavori poetici, e
incominciò il poema di _Ruslano e Liudmila_, che compì nel 1818, e
diede alle stampe nel 1820. Questo poema, cavato dalle tradizioni
popolari slave, non incontrò l’esito che poteva aspettare l’autore,
e suscitò critiche acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema
in lingua russa che sostenesse la lettura. Fino allora _poema_ e
_seccatura_ erano stati sinonimi.
Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, Alessandro
Puschin non era un suddito molto rispettoso ed obediente, e ardiva non
di rado biasimare gli atti del governo. Tale intemperanza di lingua fu
cagione che l’imperatore lo mandò in bando nella Russia meridionale,
verso l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le
lettere.
La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto la guardia
del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava meno fatica il
governare una provincia, che il sorvegliare un poeta. «Dapprima, diceva
egli, mi toccava avergli sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche
scapestraggine, qualche pazzia cui bisognava rimediare. Quando era
troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo una sentinella alla sua
porta; ma egli scappava per la finestra.... E allora chi gli correva
dietro?»
Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione del
Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. «Io divengo
malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, io divengo buono,
poichè mi stacco dalle cose di questo mondo. Aspettatevi a qualche
produzione _byroniana_.»
E tenne parola, componendo in quei deserti _Il prigioniero del
Caucaso_, e il primo canto di _Eugenio Anieghin_.
L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava tutti gli
altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato da quello, vide le
cose sotto un nuovo aspetto, e trovò nuovi colori per descriverle.
Così, mentre il genio di Byron inspirava Lamartine in Francia, si
suscitava un emulo e quasi un fratello in Russia.
Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il governatore,
nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale e tutti gli abitanti
stavano in una mortale inquietezza. Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è
partito? Che gli sarà successo?»
Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini dell’impero
in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una truppa di zingari
erranti. La cronaca scandalosa di quel tempo attribuisce ai soavi
sguardi, al dolce sorriso, alle belle forme della zingarella _Mariola_,
la disparizione del poeta.
Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in prigione, durante i
quali imaginò e schizzò il suo poema delli _Zingari_. Ma non lo terminò
che nel 1824, perchè già egli sentiva la necessità di maturar meglio i
suoi lavori.
Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più d’ogni
altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei _khan_ tartari,
dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più ricco stile
dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron l’idea del suo
poema intitolato la _Fontana di Bakcisarai_.
Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, egli si recò
al suo castello di Micailovschi (nel governo di Pscoff). Vi rimase fino
al mese di settembre del 1826. Non gli era ancora permesso di abitare
Mosca nè San Pietroburgo; tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò,
nel giorno del suo incoronamento.
Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un amico: «_J’ai
jeté ma gourme_ nelle provincie meridionali dell’impero. Reduce nel
_Castel natio_ (sic) mi son trovato solo a solo con me stesso in faccia
all’elemento russo schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva
francese sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, quella
tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti a lei affidati. Per
forza ho dovuto spogliare il vecchio uomo, raccogliermi in me stesso e
meditare.»
Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin parve aver
affatto rinunziato alle sue follie giovanili. Stava quasi sempre
solo, studiava molto, lavorava moltissimo, e passava le serate colla
sua vecchia balia Irene Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli
diceva che la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli
l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad essa andava
debitore della sua cognizione degli usi e delle tradizioni nazionali.
Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, egli ne prendeva
anche delle pubbliche per le piazze e per le campagne. Spesse volte
s’insinuava fra i contadini, frequentava le taverne, ad oggetto di
cogliere a volo le locuzioni, gli idiotismi che egli dichiarava _tout
parfumés d’une odeur de terroir_. Un giorno entrò in un salotto di
Pscoff travestito da _mugìc_ (ossia contadino russo). Fu dileggiato
molto per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se si
fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di osservar
dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava il suo dramma
di _Boris Gadunoff_, nel quale voleva, secondo la sua espressione,
riprodurre _les traits vivants_ della nazione russa.
«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua lettera); ogni
cosa concorre all’armonia universale. Il linguaggio del più oscuro
_mugìc_, le sue consuetudini e fino al suo _tulup_ (pelliccia) son
cose degne della penna d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in
tempo opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della plebe
appartengono al dominio della poesia. Il poeta non deve mai scendere
alla trivialità per gusto e per elezione; deve evitare quanto più
può lo stile plateale; ma quando non può fare altrimenti, deve con
risoluzione tentar l’impresa....»
«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande per la
precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma il disegno e i
caratteri della sua _Fedra_ sono il colmo della sciocchezza.[4] La
verosimiglianza delle situazioni è la miglior regola per un poeta
tragico. Non ho letto nè Calderon, nè Lopez de Vega; ma che genio è
quel Shakespeare! Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono
meschine accanto a quelle di Shakespeare!...
«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, voglion
assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta del suo
carattere, come vediamo nei pedanti e nei marinai dei romanzi di
Fielding. Se un cospiratore ha sete e chiede un bicchier d’acqua,
bisogna che pronunzi quelle parole in un tono che sappia di
cospirazione. Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere i
suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, la semplicità
degli uomini comuni, perchè sa sempre, quando l’azione lo esiga, metter
loro in bocca un linguaggio adattato alla situazione.»
Il dramma di _Boris Gadunoff_, bagnato di tanti sudori, non ebbe quel
successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, gli ultimi canti
di _Eugenio Anieghin_ fecero furore. Cominciato nel 1825, e terminato
nel 1832, questo poema viene stimato il più bel parto della musa di
Puschin. Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile
del _Don Juan_ di Byron, e quel personalismo che valse tante censure al
bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta introdusse pitture così
fedeli della società russa, osservazioni così giuste e fine sulle idee
e sui vizi del secolo, che si conciliò l’ammirazione generale.
A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, Puschin
ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in questa capitale,
fu presentato all’imperatore Nicolò che gli fece una gentilissima
accoglienza e gli disse tralle altre cose: «Uno scrittore dotato di
eminenti facoltà mentali deve applicare il suo ingegno a tramandare ai
posteri le virtù del proprio paese.»
Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno voleva vedere
e udire il gran poeta, le cui opere godevano di sì alta fama. Non
trovò un solo istante per lavorare. «Da molto tempo in qua, scriveva,
non impugno più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, e
troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, non già di vino,
ma di soavi sguardi, e di quel fumo di gloria che poi non è mica così
acre come i poeti voglion far credere.»
Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede a una operosità
instancabile. «Mi pagano, scriveva, _un ducato_ ogni verso che mi
sfugge dalla penna.» Questa asserzione, che è esattissima, egli
ripeteva con una certa vanità, e pretendeva far credere che non
componeva se non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè
fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. «Conviene,
diceva, accrescere il numero di quei che leggono; e per raggiunger tale
scopo bisogna che coloro che scrivono adoprino la forma più accessibile
al popolo, cioè la prosa.»
Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella intitolata: _Il
negro di Pietro il Grande._ Poi pubblicò cinque altre novelle sotto
lo pseudonimo di Bielchin; poi la _Dama di picche_ e la _Figlia del
capitano_.
Nel 1829, messe in luce il poema di _Pultava_, tratto dalla istoria
russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più energico di quanto
aveva scritto fino allora. Nondimeno il pubblico gustò poco questo
nuovo capo-lavoro. Puschin provò molta afflizione di tale smacco.
Per qualche tempo tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di
Micailovschi. Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva
tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della curiosità
generale, dice in una sua lettera; _Munito_[5] non ecciterebbe maggiore
attenzione. Quell’originale di N. N. ha fatto credere a un branco
di bambini, i quali domandavano che cosa fosse il Puschin, esser io
un fantoccio di zucchero da dividersi in tanti pezzi al _dessert_. I
bambini vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.»
Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla imitazione
straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi fautori di
questa scuola non gli potevano perdonare tale audacia, e gli mossero
aspra guerra. Avvezzi a quell’antica schiavitù, rifiutavano la libertà
che veniva loro offerta. Così i cani nati fra i ceppi amano le loro
catene, e s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle.
Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono alle
vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; venite
fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La gente li respinge a
sassate. Vuol marcire nel covile in cui marcirono i suoi padri, e in
quello vuole che marciscano i suoi figli.
Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni dei quali
pagarono al gran poeta il debito tributo di lode, ma i più, fosse
ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono e insultarono in modo sì
sconcio e villano, che peggio non si poteva trattare un malfattore.
Puschin, da vero gentiluomo e da vero letterato, non si degnò mai di
rispondere alle contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai
gettò la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè
dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre sospette
di venalità.
Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di quelle inique e
incessanti aggressioni, che alla fine egli medesimo non potè a meno di
accorarsene; mentre avrebbe dovuto andarne superbo, poichè il biasimo
ingiusto è un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice
Schiller,
Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen.
Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve subitamente senza
far parola a nessuno, e qualche settimana dopo la sua partenza, si
intese con stupore che il gran poeta erasi trasferito all’esercito del
Caucaso. Ognuno fece le sue congetture intorno a questo inaspettato
viaggio; i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove
ispirazioni in quelle contrade longinque, dalle quali doveva tornare
(dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma lo scopo suo non era
precisamente tale, giacchè in una sua lettera di quel tempo trovasi
questo passo:
«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: voglio vederlo
maneggiare lo schioppo.»
L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando del conte
Paschievice; Puschin ottenne dal generale il permesso di fare quella
campagna in qualità di volontario.
«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; aussi nos soldats
(de fameux durs à cuire, par parenthèse) me prennent pour un prêtre
luthérien, ce qui ne contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de
leurs orthodoxies.»
Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; fece varie
escursioni nelle provincie circostanti; quindi tornò a San Pietroburgo,
non già con un pacco di versi, come pretendevano i prognosticanti, ma
con l’animo più sereno e più placido di quando era partito.
Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la _Gazzetta letteraria_.
Puschin cooperò a questa pubblicazione, e in essa comparve come
prosatore non più pseudonimo, inserendovi articoli di critica, i quali
però non sembrarono degni della sua alta riputazione.
Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune note scritte
col lapis, due delle quali riporteremo nella lingua in cui furono
estese, per saggio del suo stile nella sua seconda lingua materna.
«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup de nationalité à
propos de littérature, et l’on se plaint de l’absence de cet élément
indispensable. Mais nul encore n’a songé à en faire une définition
rationnelle. Les uns prétendent que la nationalité en fait de
littérature, ou plutôt le _popularisme_ dans la bonne acception du mot,
consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de l’histoire
du pays. D’autres la voient dans les mots, les tours de phrase, les
expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent d’entendre parler le
russe perdes Russes! Singulière découverte!
»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne peut être
complètement apprécié que par ses compatriotes; pour les étrangers
ce mérite n’existe pas, et peut même leur paraître un défaut et non
une qualité. Un critique allemand se moque de la politesse outrée
des héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation
brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant tout cela porte le
cachet national. Il y a une foule de traditions, d’usages, d’idées
et même de sentiments qui appartiennent exclusivement à tel ou tel
peuple. Le climat, le genre de vie, la religion, donnent à chaque
peuple une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie doit
nécessairement se refléter plus on moins dans la poésie en Russie....»
Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii di
Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo promesso di citare è
politica.
«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune influence sur la
Russie. La secousse salutaire imprimée par les croisades n’exerça pas
de réaction sur nos mœurs. Mais, en revanche, la Russie avait une haute
prédestination.... Ses plaines immenses engloutirent les forces des
Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de l’Europe.
Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en laissant derrière eux
la Russie, toute vaincue qu’elle était.»
Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca la signorina
Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente straordinaria colpiva
tutti d’ammirazione. Un poeta non poteva essere insensibile a tante
attrattive. Puschin ne fu vivamente commosso.
Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza dell’imperial
famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, nelle quali spiccò
quasi sola la bellezza di Natalia Ganceroff. Tutti ne parlavano con
maraviglia. La fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin,
il quale trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente
quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento
s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, la gelosia o la
vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile di quell’anno, Puschin chiese
in isposa _la bella delle belle_, come egli la chiamava, e in quello
stesso giorno essa gli veniva concessa.
«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un amico, «à des
études philologiques, et me voilà dans la psychologie jusqu’au cou.
J’étudie la _carte de Tendre_, et je file le parfait amour, ce qui
prouve que l’homme propose et que la femme dispose!»
Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca per andar a
prender possesso della villa di Boldino che gli era offerta in dono
dalla sua famiglia in occasione del suo futuro matrimonio. Vi rimase
quattro mesi, durante i quali mise in ordine le sue poesie, e ne
compose alcune nuove.
Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine sposa.
Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo che non era possibile
di traversare i cordoni sanitari. Ma la verità si è che la Musa
esercitava ancora un grande impero sul cuore di Puschin, e che egli era
più idoneo alla vita celibe che alla vita coniugale.
Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno 1831.
Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano a Zárscoie-Seló, e quivi
incominciò Puschin a sentire le noie e i tormenti del matrimonio. Nelle
sue lettere si lagna del suo nuovo stato, e in particolare della spesa
enorme cui lo astringe.
«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle est la quantité
de viande nécessaire pour la nourriture de deux êtres humains dont
l’un est un peu de la race des Péris (sua moglie), et l’autre très
peu mangeur de sa nature. Mon Vatel[6] consomme des quartiers de bœuf
capables d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me feras
plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près la quantité de sucre
que peut consommer un modeste ménage. Madame ma sommelière prétend
qu’il lui en faut une livre et demie pour les jours ordinaires, et
autant, je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage ma
belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle affirme qu’elle
a bien assez de tenir sous clef ma personne. Je fais le gros dos à
ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo je ne tiens pas équipage, et pourtant
l’argent coule comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand
les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour manger au
ratelier du poète?»
Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di cinque mila rubli
all’anno, colla facoltà di consultare gli archivi di Stato. Puschin si
valse di questo permesso per raccogliere i materiali ad una istoria di
Pietro il Grande, di cui però non lasciò se non brevissimi squarci.
Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già mentovato più
sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia la quale non dovea
cessare che colla vita.
Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, di cui fu già
parlato, editore della _Gazzetta letteraria_ e dei _Fiori del Norte_,
morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa perdita immerse Puschin nella
più profonda disperazione. Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig,
troviamo il seguente in una lettera:
«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, de l’indicible
développement de son âme poétique... Je lisais avec lui Derjavine
et Joukovsky. Je m’entretenais avec lui de tout ce qui agite l’âme,
de tout ce qui remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements
romanesques, mais en beaux sentiments, en confiance et en bon sens
lumineux.»
L’anno seguente, Puschin continuò i _Fiori del Norte_, a profitto
della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole poesie. Nel
1832, pubblicò un altro volume di quella raccolta, e fu l’ultimo. Nello
stesso anno si diede con impegno allo studio dei documenti per la vita
di Pietro il Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono
in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente
l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano all’opera. Volendo
poi dare al suo lavoro quel colorito di verità che risulta dalla
perfetta cognizione non solo del carattere dei personaggi, ma bensì del
teatro degli eventi, si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per
visitare i luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso
settario. La monografia della ribellione di Pugacceff comparve nel
1834.
Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera dello Zar Nicolò;
ma la perdita di sua madre, succeduta poco dopo, gli amareggiò tal
piacere. Accompagnò quella sacra spoglia al cimitero di Sviatogorschi,
e, quasi presago della propria prossima fine, egli segnò, accanto alla
fossa della cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito.
Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte di Puschin.
Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. Ci contenteremo
di notare che Puschin, a dritto o a torto, credendosi tradito dalla
consorte, sfidò in duello colui ch’egli sospettava d’avergli rapito
l’onore, e in quel duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato
nella sua dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture.
Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti di Puschin,
ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui riferiremo la
conclusione.
«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore Spaschi: «Mia
moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle vedere i figli. Dormivano;
gli furono arrecati mezzo immersi nel sonno. Li guardò l’un dopo
l’altro con attenzione e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li
benedisse, e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò poi.
Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli approssimare,»
sclamò con voce bassa e fioca, Io presi la sua mano e la baciai,
ma non potei far parola, e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’
all’imperatore» soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato
tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che bramo sia sempre
contento di suo figlio, contento della Russia!» Poi disse addio al
principe Viasemschi. Il conte Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin
gli strinse la mano. Sentiva la morte accorrere a gran passi; si
affrettava di prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse:
«La morte s’appressa....»
»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin stava in
pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento si empì di gente.
Era un flusso e riflusso continuo di persone d’ogni ceto che venivano
ad informarsi dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva
venire da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, un
lutto generale nella città. Tutti prendevano una parte sincera al
nostro cordoglio, e molti ne piangevano. Nè gli stranieri domiciliati
in San Pietroburgo manifestarono meno simpatia dei Russi medesimi. In
noi era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? È facile
la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in ammirare l’ingegno,
e quando lascia questa terra anzi tempo, tutti lo piangono come un
fratello diletto. Puschin non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo
intero; quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce fine,
con rammarico eguale al nostro.
»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, sebbene egli
stesso non avesse più nessuna speranza. Una volta domandò a Dal: «Che
ora è?» Poi soggiunse: «Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!...
Oh! per pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in
breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i suoi
patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li spasimi divenivano
troppo acuti, si torceva le mani, e mandava un sospiro, ma così basso
che appena si poteva udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva
Dal; «ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» replicava
Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... mia moglie.... mi
sentirebbe.... non voglio lasciarmi vincere.... dal dolore....»
»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. Sembrandomi
che avesse passato la notte con bastante calma, io sperava di trovarlo
migliorato. Ma quando arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt
(altro amico di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. Di
fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le mani divenivano
fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando in quando alzava la
destra per prendere del ghiaccio e fregarsene la fronte. Verso le due
pomeridiane aprì li occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene
recarono una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con voce sonora;
«ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, si pose ginocchioni a
capo del letto, gli porse una cucchiaiata di conserva, e appoggiò la
sua fronte su quella del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via,
via, non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La quiete con
che parlò, illuse la povera donna che si allontanò raggiante di gioia.
«Ora,» disse al dottore Spaschi, «sta meglio.» In quel punto cominciava
l’agonia. Eravamo tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io.
Dal mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, serbava
ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la mano a Dal, e
gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... più su....» Dal lo prese
per le spalle, e lo tenne alzato; allora aprì gli occhi; rasserenò il
sembiante e gridò: «Ho finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo:
«Non posso respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue parole
estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e osservai che gli si
gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo ultimo sospiro sulle sue
labbra; ma mi sfuggì. Puschin pareva dormire, ed era passato di vita
senza che ce ne accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio,
dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose Dal.
»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di gennaio....
Fortunatamente pensai a far modellare in gesso il suo volto. I
lineamenti non erano cangiati. L’espressione della fisionomia non era
quella del dolore, ma bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno
andai a desinare dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi
tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di Puschin.
Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, ordinato dal conte
per celebrare l’anniversario della mia nascita. La seguente mattina,
collocammo il corpo del poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per
ventiquattro ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: alcune
lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. Quella fredda
immobilità da una parte, quella confusa agitazione dall’altra, quelle
preghiere, quei lamenti in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto
singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa melancolia.
Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto alla chiesa delle
Scuderie Imperiali, nella quale ebbe luogo la funzione funebre. I più
illustri personaggi della capitale, e molti ambasciadori delle potenze
estere, vollero essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per
l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato l’offizio; fu
deposto il feretro in una slitta che partì a mezza notte. La seguii per
qualche tempo cogli occhi al lume di luna; poi svoltò una cantonata, e
persi di vista per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre.
»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò davanti alla
piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, e sotto ai due pini che
il poeta ha cantati.[7] Giunse al convento di Sviatogorschi la sera del
5 febbraio. Il dì seguente, i monaci cantarono l’offizio, e inumarono
il corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla fossa di
sua madre.»
Chiunque leggerà nel poema d’_Eugenio Anieghin_ la storia dell’infelice
poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, sul fior degli anni, non
potrà a meno di vedere in quella tragica fine come un presentimento
e quasi una predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro
Puschin. Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con
quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi accennata.
Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi essere i poeti anche
profeti.
Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di trentasette e
otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo irrequieto, nello stile
impetuoso come l’animo, nella vita errante, nella precoce morte.
Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici di questo secolo,
illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, Moore, Manzoni, Lamartine e
Vittorio Hugo. Non gli mancò che di vivere in un clima meno aspro,
in una società più pittoresca, in un paese più libero, per dare alla
sua fantasia tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle
condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come appare pur
troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati dalla censura.
Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa con quella
disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi della vera
ispirazione. Troppo impaziente per limare attentamente i suoi versi,
riesce talvolta negletto, ma non mai languido nè freddo. Il suo stile
è sempre chiaro e limpido come un cristallo; qualità rara prima
di Puschin, e di cui va debitore al suo grande amore della lingua
francese, nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa qualità
attinse Gœthe alla stessa fonte.
L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così è in molti
capo-lavori antichi e moderni, nell’_Iliade_, nell’_Odissea_,
nell’_Eneide_, nel _Fausto_, nel _Paolo e Virginia_, nel _Don
Juan_. L’interesse del racconto non risulta dalla moltiplicità delle
peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, ma bensì dall’abile
svolgimento d’una o due situazioni principali, dalla maestria colla
quale il poeta delinea i caratteri, analizza le passioni, descrive
gli accessorii. Questi pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo
grado, ed essi risplendono in tutti i suoi lavori.
Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che dichiarano
Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente l’influenza di Byron
è manifesta nelli scritti del poeta russo, ma essa non vi predomina mai
a segno di togliergli la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è
un vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina mai contro
il suo volere.
I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed opulenti,
vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare non già le doglie,
ma i diletti della esistenza; non già le bellezze del mondo invisibile,
ma quelle del mondo visibile pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti
ed allori. La loro poesia era la poesia della vita.
Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine la
contemplazione solitaria (_rêverie_). Fra essi per la prima volta
risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto il giorno in cui fui
generato! Sia quel giorno cancellato dal numero dei giorni!...» Dai
lamenti di Giobbe e di Geremia derivò la poesia della disperazione,
del disprezzo d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della
morte; quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro
spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre del dubbio e del
dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio onnipotente e benefico,
i poeti della melancolia sopprimono quasi del tutto quell’alta
intervenzione e abbandonano l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto
composto delle nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è
l’impressione che ti lasciano nell’animo le _Confessioni_ di Rousseau,
il _Werther_ di Gœthe, il _René_ di Chateaubriand, il _Childe Harold_
di Byron. Vi sono poi quelli che levato via il principio del bene vi
sostituiscono a dirittura il principio del male e fanno l’uomo un
vil ludibrio d’una cieca ed iniqua fatalità. Da tale atroce teoria
procedono il _Candido_ di Voltaire, il _Don Juan_ di Byron.
Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è piuttosto ilare
che mordace, piuttosto graziosa che grave. Il suo _Eugenio Anieghin_,
che a prima vista sembra partecipare assai del _Don Juan_, somiglia,
ora ad un leggiadro idillio, ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha
di tragico è condito di tanta amenità che non t’inspira orrore.
* * *
Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia alcuni
schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si tratta d’un libro
greco o latino, il traduttore è astretto a una esattezza scrupolosa,
perchè ogni scritto di quei tempi è un monumento prezioso per la
scienza, più ancor che per le lettere. Ma quando si tratta d’un autore
moderno, il traduttore, credo, può prendere qualche licenza col testo
per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho
aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato
dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano
inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità
che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine logico.
Darò qui due esempi delle libertà da me prese.
Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema d’_Eugenio
Anieghin_, il poeta dice:
«La brina[8] ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante.
(Il lettore s’aspetta forse che io metta alla rima alcune _rose_;[9] ma
se le porti il diavolo).»
Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano una
freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa.
Il poema della _Fontana di Bakcisarai_, comincia in questo modo:
«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella
di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al
minaccioso khan. _La calma regna nel palazzo_; tutti con rispettosa
attenzione spiano ec.»
Ho tradotto nel seguente modo:
«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella
di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano
silenziosi intorno al minaccioso khan. Tutti ec.»
Evidentemente, quella circostanza della _calma_ va dove l’ho collocata
io; perchè dove l’ha messa il poeta genera confusione, e interrompe
senza utilità il corso del racconto.
Puschin nell’_Eugenio Anieghin_ descrivendo i costumi della società
galante, adopra un gran numero di voci francesi. Le ho mantenute nella
mia traduzione perchè la maggior parte di esse sono note a tutti i
lettori e usate anche in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole
evidentemente deridere il linguaggio dei _dandy_ imitandolo.
Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due poemi di
Puschin: _Il prigioniero del Caucaso_ e _La fontana di Bakcisarai_,
sono stati recati in versi italiani dal signor marchese Boccella. Ma
per quanta diligenza abbia usata, non m’è venuto fatto di incontrare
quel volume.
Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in italiano dal
signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno scorso, in un volumetto
stampato nella tipografia Le Monnier.[10]
Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà discaro ai
lettori dei racconti di Alessandro Puschin.
Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese e del Basco, tutte
le lingue europee derivano dal Sanscrito, antico idioma indiano. Queste
lingue erano nell’origine cinque o sei sole, che poi si suddivisero in
infiniti dialetti. Ecco un breve quadro sinottico della famiglia:
=Sanscrito=.
|
| _Celtico._
| |
| | Erso.
| | Irlandese.
| | Gaelico ec.
|
| _Greco._
| |
| | Dorico.
| | Attico.
| | Ionio.
| | Eolico ec.
| | Romaico ossia greco moderno.
|
| _Latino._
| |
| | Etrusco ed ombro.
| | Osco.
| | Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese.
| | Vallacco. Francese ec.
|
| _Gotico e Teutonico._
| |
| | Svedese.
| | Danese.
| | Tedesco.
| | Orlandese.
| | Inglese ec.
|
| _Slavone._
| |
| | Lituano.
| | Russo.
| | Illirico.
| | Pollacco.
| | Boemo ec.
In tutte queste lingue le radici primordiali sono le stesse; il
sistema di declinazione e di coniugazione è lo stesso; il metodo di
derivazione e di composizione è lo stesso. Chi dubitasse di tal verità
consulti le opere ove se ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la
_grammatica comparativa_ di Francesco Bopp, le _Ricerche etimologiche_
di Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff nel
libro intitolato _Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde_, e
finalmente il mio libro: _La langue française dans ses rapports avec le
sanscrit et avec les autres langues indo-européennes_.
La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non v’è mischiato
nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua parte un carattere
omogeneo, regolare, armonico, che manca a molti idiomi moderni più
coltivati e più illustri.
Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono le sole
europee che possano gareggiare col latino. La lingua russa non
conosce li articoli, quel flagello dei dialetti neo-latini; esprime
le relazioni dei vocaboli fra loro, a forza di desinenze come il
Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito ha otto casi: il _nominativo_,
l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il
_genitivo_, il _locativo_, il _vocativo_. Il russo e il pollacco ne
hanno sette: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il
_dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il latino ne ha
sei: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, l’_ablativo_, il
_genitivo_, il _vocativo_. Il greco ne ha cinque: il _nominativo_,
l’_accusativo_, il _dativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. La
coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: la greca sola le
può stare a confronto: la latina è povera in paragone di quelle, e la
russa e la pollacca sono ancor più povere della latina; ma suppliscono
ai tempi che loro mancano, mediante gli ausiliari _avere_ ed _essere_.
Ciò nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le europee
le più alte a tradurre i testi latini con una concisione che gli altri
idiomi, carichi di articoli, di particelle, di ausiliari, non possono
raggiungere.