ALFREDO ORIANI
FUOCHI DI BIVACCO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1913
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti_
OTTOBRE MCMXIII — 36188
DIANA
Per me non suonerà più sulle alture; nè lo vorrei.
Adesso scrivo sotto una pioggia, che batte ai vetri della finestra e
finisce di sterminare sulle viti gli ultimi grappoli. Questo autunno
è lacrimoso: una tristezza è colata con le nebbie dai monti oscurando
le valli, i canti della vendemmia non hanno potuto salire sino ai
castagneti rispondendo agli stornelli dei montanari, che abbacchiano
i marroni: il fango sgocciola dai campi alti sulle strade, che le
sonagliere dei cavalli battono malinconicamente.
Quassù la terra e la gente si preparano alla solitudine dell'inverno.
Il vino freme nelle botti, il lavoro si allenta nelle ultime giornate,
cacciatori e trovatori di tartufi corrono egualmente i colli dietro
l'orme di un cane magro e di una speranza più magra ancora. Poi la neve
cadrà, lenta, bianca, assidua: un candore uguaglierà le fisonomie della
valle coprendone le miserie, mentre i passeri affamati pigoleranno
intorno alle case, e sul paese quasi sepolto si aggreveranno lungamente
giorni torbidi e notti scure.
Diana del mattino, fanfara della primavera, quando suonerete ancora?
Perchè ho messo questo nome dinanzi a questo libro composto di articoli
scritti come sopra un tamburo, in una vigilia di battaglia, senza che
la guerra, che urge da ogni lato, abbia avuto ancora sonorità di epopea
e fulgori sanguigni di tragedia? Non lo so: forse è stata una di quelle
parole, che improvvisamente deste ci echeggiano nel fondo della nostra
memoria: forse un baleno d'immagine bianca e pura come una statua
antica; forse una nota inaspettata, quasi di appello lontano nei cieli
dell'idea, dai quali ci giungono tratto tratto i richiami paurosi del
mistero.
La diana del mattino non muta: lo squillo della sua tromba, dorata dai
primi raggi del sole, ha sempre le stesse vibrazioni, che ridestano
l'anima delle cose; la sua bandiera trema rigata di porpora, o grigia
dentro un velo di nubi ondula appena all'orizzonte tra pallori di
perla, ma vivido o torbido il giorno ricomincia egualmente al suo
squillo e al suo palpito.
Diana del mattino, fanfara della primavera, vi ho sentito anche stamane
dopo una notte insonne battere ai vetri della mia finestra. La campagna
invecchiata rapidamente nelle ultime fecondità dell'autunno aveva uno
squallore più cupo: qualche foglia si abbassava dai gelsi con volo
spossato sul pantano della strada, due passeri ciarlavano ancora sulla
punta più alta della siepe presso l'olmo della Madonnina, poi si sono
separati frettolosamente quasi in un grido.
Ho visto passare un vecchio prete curvo sotto un ombrello bucato,
dal quale l'acqua gli sgocciolava sulla falda rossigna del soprabito,
mentre la campana di Valsenio suonava quasi lietamente a morto.
Questa volta era per un ricco contadino, pel quale gli eredi pagano
le messe tre franchi, e don Giovanni ha quattro nipoti da mantenere.
Povero vecchio! guai se il Vangelo si sarà ingannato assicurando ai
poveri il regno di Dio.
Il suo pensiero è semplice come la sua vita, la sua fede così sicura,
che ignora persino i dubbi degli altri: per lui gli increduli non sono
che dei viziosi, i quali hanno bisogno d'ingannare sè stessi e gli
altri: quindi dicono di non credere.
Non legge giornali.
— A che pro? Nessuno dice la verità, e il mondo non cambia. _Quid est
veritas?_ — mi domandò un giorno. — Forse quella che i giornali non
dicono e nessuno di noi saprebbe dire. Lei è un grande scrittore: e
poi? potrebbe dire in un giornale ciò che pensa, ciò che vuole?
— No!
Il vecchio prete lo sapeva anche lui.
Il morto secolo decimonono è entrato nella storia come un gran signore
annunziato da molti titoli: e lo chiameranno dalle scienze, dalle
nazionalità, dalle ferrovie, dai giornali: quest'ultimo sarà forse
il più espressivo. Prima non v'era che il libro, monumento cui la
gente guardava da lungi senza intenderlo, ma al quale pochi sapevano
accostarsi: il libro come il monumento essendo l'opera di un uomo
esprimeva dalla sua personalità quella più profonda ed inconsapevole
del popolo: c'era quasi voluta una vita intera a produrlo nel sogno
tragico della immortalità. Invece il giornale è di tutti, per tutti:
come un'orchestra, della quale spesso il direttore non saprebbe suonare
alcun istrumento, accoglie suonatori di ogni grado e di ogni classe: i
solisti del grande articolo e gli anonimi battitori delle notizie: la
sua vita è uno sforzo prodigioso di ogni giorno, la sua forza cresce
dalla continuità della ripetizione: è impersonale e partigiano, anonimo
e sfolgorante di grandi nomi, difende idee e serve ad interessi, ha una
morale pubblica, che gli consente ogni bassezza della vita privata,
è diventato un bisogno di tutti, anche di coloro che non lo leggono
ma vogliono poter dire: il giornale c'è. Nell'arte, nella scienza,
nell'industria, nella filosofia, nella politica, il giornale circola:
è come la ferrovia delle idee e delle passioni; non si arriva quasi mai
alla potenza che passandogli attraverso; è un crogiuolo che affina e un
vaso che corrompe.
Nessun grande scrittore potè negli ultimi cinquant'anni sottrarsi
al giornale; tutti coloro, invece, che non lo sono e si fanno della
chiacchiera un mestiere, della parola un'arma e vendono sè stessi
per comprare cose anche di più infimo valore, e servono il pubblico
come gli antichi schiavi servivano gli antichi despoti, vi lavorano
a vivere, a manipolare menzogne e verità, a segnalare tutto ciò che
sorge, a nascondere spesso ciò che brilla, ad essere indispensabili
come l'aria e come il vizio, ad ingannare tutti nella necessità della
guerra di tutti contro tutti.
Oggi il giornale è un grande affare: occorrono capitali enormi a
fondarlo, e nessun apostolato potrebbe o vorrebbe fornirli. Una
stamperia capace d'improvvisare centinaia di migliaia di copie in poche
ore deve servirlo, giacchè la potenza della sua notizia è soltanto
nella sua freschezza: arrivare in piazza cinque minuti dopo significa
non arrivarvi. Ma le notizie costano: bisogna andarle a cercare e
saperle trasmettere: il giornale adesso non vive che di notizie: su
cento lettori cinque appena ricercheranno l'articolo, ma la forza
di un giornale è tutta nella sua diffusione, e in Italia il prezzo è
immutabilmente fissato a un soldo.
Bisogna quindi salire oltre le centomila copie perchè un giornale
costoso di notizie non sia passivo.
Se il suo direttore ha davvero l'orecchio alla piazza e il naso al
vento, e i capitali o le rendite gli permetteranno la spesa grande
delle notizie; se la sua redazione è tenuta in freno e i suoi
scrittori non alzano troppo la voce, il giornale si diffonde, diventa
un'abitudine del pubblico, il pensiero di chi non pensa, la convinzione
di quanti hanno bisogno di vedersela innanzi formulata; è falange e
rocca per il partito, pulpito a qualche scrittore, carro ciarlatanesco
alle mascherate commerciali, che attirano la svogliatezza della folla,
una strada che conduce a tutte le mete, una selva che ha i pericoli di
tutti gli agguati e l'insondabile profondità del mistero.
Nel giornale tutto è doppio; la sua opinione esposta al pubblico
non è quella dei redattori, che ne dissentono quasi sempre; ogni
campagna aperta per un'idea o contro un uomo vi muore per un motivo
inconfessabile; il danaro, questo signore supremo delle industrie, è
per il giornale e il giornalista più che una ragione. Entrambi sono
scettici, perchè sanno troppe cose e non ne sanno abbastanza; veggono
tutti i retroscena, posseggono tutti i segreti, tranne quelli del genio
e dell'eroismo; il giornalista d'ingegno è quasi sempre un ingegno
fallito per la debolezza del carattere; serve ed è ribelle, striscia e
morde, cincischia quanto non può spezzare, si offende della fortuna in
chi sale e della virtù in chi sdegna salire.
Quasi sempre il giornalista è ancora più temuto che spregiato: egli
ha in pugno la fortuna dell'individuo nella credulità del pubblico.
Dal cantante al deputato, dall'industriale al maestro di scuola,
dall'affarista al retore, dal grande autore allo scrittorello, che
vuole essere stampato almeno una volta nella propria città, tutti
hanno bisogno di lui e del giornale: quindi il giornalista si vendica
della propria caduta sugli altri, fa pagare la decima all'affare, alla
reputazione, al vizio, alla virtù; soltanto il limite della sua forza è
dentro il limite del giornale stesso. I suoi fondatori lo fusero come
arme per un loro interesse: questo dunque anzitutto, e al disopra di
esso solamente la decenza morale; un giornale deve sembrare onesto per
essere influente; il grande giornalista non ne ha bisogno. Egli vive
quasi sempre alla ventura, lanzichenecco o condottiero secondo i casi,
ma deve avere l'ingegno più fecondo, trovare ogni giorno l'idea o la
parola fascinatrice: sa che la maggior parte degli autori illustri
sul libro o sul teatro non lo valgono, che nove su dieci deputati non
saprebbero trovare nemmeno il titolo dei suoi articoli, e invece li
serve. Ecco la sua espiazione, il suo potere e la sua rovina, giacchè
i giornalisti finiscono quasi sempre male.
Prodighi dell'ingegno e della vita improvvisamente appaiono esauriti
e precipitano nella oscurità della miseria: spesso vi agonizzano
lungamente appoggiandosi ad un vizio laido o grottesco; la gente
guarda, non capisce e ride.
Eppure per tanti anni non ha sentito, pensato, parlato, che per la
bocca di quell'uomo; la sua penna gettava baleni come la spada di
un eroe, il suo giudizio era un oracolo. Nessun autore può diventare
celebre se il giornale non lo dice.
Prima, il libro stampato in silenzio faceva in silenzio la propria
strada; non v'erano giornali, ci voleva un libro per combattere un
libro, e i lettori, dilettanti o autori essi medesimi, componevano un
pubblico piccolo, fine, esigente: adesso che il giornale è l'eco di
tutte le voci, il pubblico non crede all'esistenza se non di ciò che il
giornale segnala. Un libro di cui non si parla è un libro non stampato.
Perchè il giornale non ne parlerebbe, se il libro valesse davvero?
Ecco l'opinione della massa.
Quindi il pensiero non fu mai più schiavo e la celebrità più falsa di
ora.
Nel tempo eroico del nostro Risorgimento a fondare un giornale
bastavano cinquanta lire: ogni stampatore era sufficiente: nè vapore nè
telegrafo: le diligenze lo portavano dieci miglia fuori della città:
dopo quindici giorni qualche numero aveva percorso cento miglia.
Si voleva l'articolo e una firma: oggi l'articolo deve essere prima
accettabile dall'interesse segreto del giornale, altrimenti nemmeno
il nome di Cavour o di Mazzini basterebbe ad ottenergli l'onore della
pubblicazione.
— Pubblicatelo altrove — dicono gli ingenui.
Dove? in un giornale piccino che il pubblico non legge? E allora tant'è
non pubblicarlo.
— Che importa se i giornali non parlano di un libro? Il libro serba
intero il proprio valore e finirà coll'essere scovato — ripetono ancora
gli ingenui.
Forse. Ma per appellarsi all'immortalità bisogna essere ben forti, poi
si vive una volta soltanto e si muore inconsolabili di non essere stati
riconosciuti.
Ebbene, sia: bisogna scrivere al di fuori, al di sopra del giornale:
il suo silenzio è per l'ingegno la più ineffabile delle torture,
quindi la più utile. Nella lotta suprema con l'invincibile soltanto
il genio sprigiona tutta la propria forza; solamente nel martirio più
insopportabile, senza onore di compianto, senza nemmeno la speranza che
il suo esempio possa giovare ad altri, l'anima esprime la sua ultima
verità.
Quanti ingegni illustri e dolorosi ne sono morti! Quante false
celebrità del giornale sono già dimenticate!
Balzac, che con Dante e con Shakespeare compone la suprema triade
dell'arte, fu nel secolo decimonono la vittima più illustre del
giornale: lo negarono sempre, dappertutto; gli opposero mediocri e
piccini, da George Sand a Bernard, morì povero, vinto. Wagner vinse
vecchio con le opere, nelle quali il suo ingegno precipitava già per
la parabola del tramonto dall'artificiale scogliera del suo sistema
estetico; Bizet non potè vedere Carmen sul teatro. Galli a Roma è
morto di fame dipingendo quadri senza neppure i colori, e vendendoli
ad artisti arricchiti da tele credute buone come i cerotti, e che gli
pagavano con una elemosina.
Ma senza il giornale la nostra modernità non sarebbe nemmeno
concepibile.
La diffusione delle scuole elementari non conta: i fanciulli ne escono
conoscendo l'alfabeto e dopo pochi anni non lo riconoscono più: nelle
campagne il libro non c'è e il giornale non è ancora entrato. Ecco la
differenza fra l'operaio di città e di villa. Passano più idee per una
strada in un giorno che non ne escano in un anno da una università;
un solo giornale, piccolo, informe, deforme, ne propaga più di una
biblioteca. Quanti villaggi ne hanno una e la gente non lo sa!
Il giornale è il pensiero, e cerca tutte le persone, entra in tutte
le case: si fa piccolo coi piccoli, parla una lingua indefinibile, ma
intelligibile; l'autorità sul volgo gli viene dall'essere stampato:
è un'arena nella quale tutti possono entrare, torrente che devasta,
canale che irriga, cloaca che raccoglie tutte le immondizie e con
la stessa facilità le trasforma in veleni o in concimi: è un'eco
dell'arte, una sillaba della scienza, una parola della politica.
Sopprimete il giornale e sarà come se aveste soppresso i viveri alla
gente: domandatele il suo giudizio sui giornali e vi risponderà con la
parola più insultante.
Eppure fra la gente che legge non vi è chi non ne abbia uno: non una
famiglia nella quale il primo articolo del figlio non sia come un
battesimo di gloria, non un uomo fra i più superbi che non tema la
guerra del giornale.
Questo capolavoro quotidiano di verità e di menzogna è un bene od un
male? Perchè chiederlo, se da un secolo è già necessario? Il giornale
può dire la verità? Non ancora.
Adesso attraversa la fase industriale: nella sua impresa, che
impiega grandi capitali, l'abilità suprema è nel sedurre il pubblico
maneggiando il maggior numero di elettori in politica e d'ingenui nel
resto. Aspettate ancora che il giornale cresca sino ad arrivare davvero
nel gran pubblico, la massa vera che non è d'alcun partito, di alcun
interesse e cerca per istinto nella verità il proprio tornaconto:
allora potrà dirla. Nel grandissimo commercio la frode del prodotto
è impossibile, giacchè il segreto del suo trionfo sta appunto nella
perfezione e nella costanza del tipo: s'inganna il piccolo cliente, che
si può sostituire, non il grande che è immutabile.
Quando verrà quel giorno? Verrà, e basta.
Giornale e giornalista oggi sono quello che sono, utili sino
all'indispensabile, potenti così che nessun dinamometro potrebbe
misurare la loro forza; nel giornale si stampano spesso articoli che
valgono un libro, notizie che nemmeno i governi sanno procurarsi, si
dànno battaglie tragiche come quelle degli eserciti; nel giornale
s'incontrano avventurieri come Cecil Rhodes, viaggiatori come
Stanley, poeti come Hugo, romanzieri come Tolstoi, storici come
Taine, scienziati come Darwin, filosofi come Spencer, sofisti come
Marx, musicisti come Berlioz, scultori come Rodin, statisti come
Cavour, apostoli come Mazzini, tribuni come Gambetta, condottieri
come Garibaldi. E la canaglia vi pullula viscida, a mille colori, a
centomila forme, una canaglia che disonorerebbe un bagno, con tutta la
multipla, spaventosa bellezza dell'anima criminale: i meno pericolosi
fra essi sono i più scoperti, i più ammirabili quelli che taglieggiano
tutto, dal teatro alla politica, per gettare il danaro sopra un
tavolo da giuoco o nel grembo di una cortigiana, capaci di scrivere il
discorso di un ministro e di vendere un segreto di stato, mentendo con
sì nobile bellezza di stile da finire col credere essi medesimi alla
propria menzogna.
Nella mia prima conversazione con Quintino Sella in casa di Marco
Minghetti, l'illustre geologo, diventato già il più coraggioso
finanziere e il migliore statista d'Italia dopo Cavour, mi chiese
sorridendo:
— Avete ancora scritto nei giornali?
Non avevo allora trent'anni.
— No — risposi fieramente, — e non vi scriverò mai.
— Vi scriverete.
Ricordo adesso il sorriso freddo d'ironia nei suoi occhi di contadino
intelligente.
Quello scettico, nel quale l'anima aveva una grazia socratica, e la
parola gittava così spesso lampi e stridori di cristallo, indovinò
anche allora.
Ho resistito sino ai quarantasei anni, indarno.
È questo un libro?
Forse: se i suoi articoli non sono soltanto articoli.
Casola Valsenio, 11 ottobre 1904.
I
OMBRE SACRE
CORONA MURALE
Una volta era premio al soldato, che dinanzi all'esercito urlante
nell'assalto arrivava primo fra tutti a porre il piede sulle mura
nemiche; oggi le vecchie città, che la vita moderna assedia dentro e
fuori, lottano melanconicamente per conservare la loro corona di mura
come una gloria di memore poesia.
E tutti coloro, nè sono pochi, che il passato riattira in un sogno
consolatore, levano la mano o la voce ogni qualvolta una nuova minaccia
s'aggrava sopra alcuno dei monumenti, rimasti quasi ingombro nel mezzo
di una via, come a protestare per la continuità della storia, la quale
ha bisogno appunto del passato per indovinare l'avvenire. Nel nostro
bel paese la battaglia cominciò all'indomani della rivoluzione, quando
nell'ardore precipite del rinnovamento troppi spiriti ancora più
mercantili che rivoluzionari si gettavano innanzi ad acquistare, nelle
avventure del guasto necessario, una facile nomea di modernità o un
più facile guadagno da appalti e da vizi. Molto fu cancellato e rifatto
senza altra cura che di far presto; l'esaltazione del presente rendeva
ingrati verso le vecchie cose e le vecchie idee; pareva potenza il
dimenticare e superiorità il non capire.
Quindi si videro ingegneri sbucati dalle università come da caserme
avventarsi ovunque e tagliare nell'antico corpo delle città nuove
strade come nel vuoto o sulla carta, la quale, per antica abitudine,
sopportò e sopporterà sempre tutti i segni della ragione e della follia
umana; dove il tempo aveva più addensate le case, piazze improvvise
si allargarono, tutti i nomi si mutarono, non si rispettò alcuna
architettura, e un'altra non ne sorse in tanto fervore di novità. Gli
affari si moltiplicarono, rivoli di danaro passarono per i vani dove la
prima volta entravano i raggi del sole, e una lindura quasi di bucato
mutava la fisonomia delle strade, mentre i loro storici lineamenti si
dileguavano, e molte, troppe delle grandi opere, nelle quali il genio
del passato aveva pur significato una gloria immortale, sparivano fra
un turbine di polvere e di parole.
Ma poi la febbre decrebbe.
La conquista dei venturieri, rimasti acquattati dentro le proprie case
nei giorni sanguigni della guerra, e poi così ardenti nella battaglia
delle aste governative e comunali, provocò una reazione: la politica
del rinnovamento non bastò a giustificarne tutti gli eccessi, molte
cose divennero note appunto perchè scomparse, e siccome il nuovo
era bello raramente e aveva costato troppo alla ricchezza e alla
onestà pubblica, quanto rimaneva ancora del passato nelle chiese, nei
monumenti, nei palazzi, riapparve quasi in una subita rivelazione.
I poeti suonarono la diana sulle alture, storici ed eruditi uscirono
dalla dotta solitudine per schierarsi in coorte davanti alle superstiti
bellezze, la folla stessa si compiacque di avere un passato ed applaudì
vivamente coloro che glielo mostrarono rinnovellato da un qualche
sapiente restauro.
Adesso l'equilibrio fra coloro che, fisi all'avvenire, dimenticano
persino il presente, e gli altri che, perduti nell'incanto delle
poetiche lontananze, non si accorgono come tutto muti continuamente
loro dintorno, è quasi ristabilito: la nostra coscienza nazionale,
sicura nella rivoluzione compita, non odia più i vecchi ostacoli,
contro i quali dovette esercitare sè stessa; la modernità risente
acuto l'assillo della bellezza, questa eterna necessità della vita di
comporsi a quadro e di chiudersi entro una cornice, la quale invece
d'imprigionarlo ne sia come la continuazione.
E se la prodigalità del genio antico nella incomparabile durata della
nostra storia ci lasciò troppi monumenti, se attraverso la barbarie
della miseria e della ignoranza troppo furono deformati, così che
non basterebbe oggi tutta la nostra giovane ricchezza al riparo, una
passione nuovamente giovane ci persuade ad amarli, e, come tutte le
passioni, ci rivela tratto tratto i loro segreti più geniali.
Milano non si gloria ora del proprio castello sforzesco ancora più che
della Galleria? I nuovi scavi del Foro romano, che disseppelliscono al
pensiero una Roma più antica di quella apparsa a' suoi primi storici,
non sono forse una superbia del nostro tempo, e non riconducono verso
di noi un'altra volta i più sapienti pellegrini dell'antichità, gli
insaziabili innamorati di quell'impero e di quella civiltà, che prima
unificò il mondo?
E altrove, ovunque, nei borghi e nelle città lontanamente capitali del
nostro medio evo, alveari dolci e sonanti d'insuperate originalità,
qualcuno e qualche cosa si è desto: un amore, un orgoglio, cercano e
rivelano i segni antichi; si studia e si scopre, e spesso per scoprire
non importa che guardare.
Il grande secolo decimonono, rinnovando così profondamente lo
spirito umano, allargò forse le proprie conquiste più nel passato che
nell'avvenire, poichè ci bisognava prima sapere chi eravamo e donde
venivamo per scegliere sicuramente la strada della mèta.
E l'Italia deve soprattutto essere bella per diventare ricca.
La nostra arte, la nostra gloria ci mantengono una ricchezza più
sicura che quella dei nostri campi: le nostre città hanno ancora ed
avranno lungamente sugli stranieri una seduzione irresistibile nella
loro antica fisonomia; il nostro genio deve superare l'ultima prova di
crescere un'altra bellezza armonizzandola con quelle non pur superate
della nostra vera infanzia nazionale.
Il trecento e il quattrocento italiano furono pel mondo delle forme
quanto i migliori secoli della repubblica e dell'impero romano pel
mondo della politica: qualunque borgo abbia un castello lo serbi; e
qualunque città porti corona non la gitti.
Quale regina depose mai il diadema per il timore di comprimere la
capigliatura?
Sarà più bella Bologna senza le mura, anche se la nuova cinta aumenti
il reddito del suo dazio?
Poche città in Italia hanno un carattere più profondo e insieme più
vario della illustre metropoli, alla quale noi da tutte le terre
di Romagna, dal lido dell'Adriatico e dalla cresta dell'Appennino,
guardiamo con orgoglio come alla capitale del nostro spirito, al
potente mercato del nostro lavoro. La sua dottrina fu per noi ancora
più calore che luce: nel suo centro ferroviario anche adesso ci
sentiamo più vicini di ogni altro al cuore nazionale, se, come la
scienza vuole, il cuore non è più che il massimo motore negli alti
organismi; alla bellezza de' suoi palazzi, che i secoli moltiplicarono
ben più variamente che in ogni altra città, tutta Italia guarda come
alla più ricca raccolta di modelli, e dalle sue torri e dalle sue mura
intatte ricordi e sogni si levano cantando alle menti che sanno, e alle
fantasie che ignorano.
Perchè dunque precipitare, seppellita nei fossati, la sua larga,
storica corona murale?
Aprite altre porte, se dalle vecchie strade un rigurgito di vita
sbatta negli antichi muraglioni e lasciateli diritti nella superbia
del loro passato: invece di essere una difesa adesso non sono più che
un ornamento, ma pensate che abbattendoli per una inutile e frettolosa
ubbidienza a qualche piano regolatore scoprireste sui lombi della
magnifica denudata una cintura di ulceri fra una miseria di casette
e di catapecchie troppo putride perchè il sole possa bastare a
disinfettarle.
Verrà per le mura, che i secoli XIII e XIV levarono munite di corridoi
interni, presidiate a ritmici intervalli da battifredi, servite
da dodici porte e da quattro pustierle, il giorno dell'estrema
prostrazione, e piegheranno purtroppo sotto lo sforzo vittorioso dei
fianchi gonfi di nuova vita; però sino a quel giorno siano ancora il
cinto dell'antica regina, alla quale la bellezza sovente giovò meglio
delle armi.
Oggi intorno alle ultime torri non rotano più stridendo che i falchi
solitari, e sulle mura girano a braccetto gli amanti popolani, quasi
a cercarvi così vicina una solitudine sicura: non importa; salite
più alto dei falchi sui colli, abbiate nell'anima la verità degli
innamorati, e guardando giù nella valle la bella città, sentirete che
le sue mura sono forse la più vera fra le sue tante bellezze.
5 febbraio 1902.
LA FINE DELLA FINE
Ecco oramai il voto fervido e segreto del pubblico, dopo tante parole
scritte ed urlate sul cadavere del gran campanile. Non era ancora
caduto, riempiendo a mezzo la magnifica piazza delle proprie rovine,
che gli echi della stampa se ne rimandavano oltre i monti ed oltre
il mare il tonfo pauroso raddoppiandolo nelle frasi, alzandolo nel
pensiero, sino a fingere la tragedia di un dolore mondiale per l'ultimo
disastro della gloria e della bellezza italiana. E nel coro di questa
tragedia tutte le voci si mescolavano da lungi e da presso, dall'alto
e dal basso, dai fastigi più superbi della politica e dalle più umili
pianure della vita, perchè la vecchia torre di Venezia, già scolta
vigile ed armata nei primi giorni della sua infanzia, era franata
improvvisamente, irrimediabilmente, dinanzi a San Marco, sulla piazza
rimasta il più bello dei scenari, immobile ed immutato, dopo che il
lungo dramma della repubblica lagunare si era per sempre interrotto
fra la disattenzione del mondo. Era stato un crollo, che aveva tutto
scosso, la piazza e la laguna, la basilica e il palazzo dogale, le
grandi memorie del passato e le piccole vanità del presente: i colombi
spaventati erano fuggiti a stormi recando lungi l'annunzio ferale:
l'angelo che vegliava sulla cima della torre guardando indarno sul
mare se mai una nave tornasse a Venezia con una bandiera di vittoria,
era precipitato fra la polvere dei mattoni sgretolati: della amabile
loggetta a piedi del campanile, appena appariva qualche angolo, qualche
punta, come nei giorni dell'antico carnevale di sotto ad un ammasso di
seta, di fra le giunture della maschera, la gente vedeva una qualche
bellezza di un viso e credeva di riconoscere la dama: una campana fra
le cinque giaceva sul fianco lacerato, in cima alla rovina, e taceva in
un lugubre silenzio di eroe ferito.
Quindi tutti si credettero il debito di una profonda commozione,
e quello più alto di difendere la bellezza del passato egualmente
minacciata dalla trascuratezza e dalla vigilanza moderna dei nostri
instituti governativi ed estetici.
Gli articoli annebbiarono nuovamente l'aria come un secondo polverone
peggiore del primo, telegrammi arrivavano e partivano a branchi,
proposte e proteste grandinavano turbinando; poi accuse di giudici
improvvisati e difese di colpevoli che nessuno voleva ascoltare,
rivincite di profeti arrochiti nel lungo annuncio dell'inevitabile
calamità e orgogli di retori che si alzavano pallidi della pubblica
sventura a sognare pubblicamente qualche scena o qualche figura del
passato. Ma sul sussurro e sul ciaramellìo non passò potente alcuna
voce di poeta; appena coloro, che in questi casi hanno più vigile
l'orecchio, intesero qualche remeggio di ali, ed erano rade strofe che
passavano basso, col volo lento e pesante dei pavoni, quando a sera
s'allontanano dalla casa padronale per appollaiarsi su qualche albero
ai confini del podere. Un giornale uscì listato a lutto, un altro
squillò fieramente a battaglia, perchè il solito generale, stendendo
pel re il telegramma di condoglianza da Pietroburgo, non aveva trovato
nè il più alto pensiero nè la parola più pura dell'anima italiana
nel cospetto dell'inconsolabile, immane rovina; altri deputati della
politica e dell'arte piansero e mostrarono al pubblico le proprie
lagrime come perle; patrioti frementi di sdegno apparirono fra gli
intercolonnii delle gazzette a minacciare che soltanto con danaro
italiano si doveva riadergere il glorioso campanile.
Il ministro dell'istruzione, accorso ansiosamente da Roma, chiamò a
Venezia Giacomo Boni, il grande disseppellitore del passato, colui che
trovò una Roma più antica di tutte le leggende nelle profondità ancora
inesplorate del Foro. E a lui commise i funerali del campanile. Come
a quelli degli imperatori i soldati fecero da becchini, perchè la mano
dei muratori soliti non doveva toccare la polvere della sacra rovina,
anche pel sospetto legittimo che qualche cosa potesse restare attaccato
a quelle mani impure. Vi erano dunque tesori in quelle macerie, se
gli operai di tutti gli altri scavi, manovali e muratori, potevano
comprometterne il passato e l'avvenire?
Chi lo sa? Anzi nessuno lo sa.
Il campanile non era bello, la piazza sarebbe stata più bella senza
quel campanile; ma era difficile immaginarla in tal modo dopo tanti
secoli. Tutti sappiamo, anche senza saperne dare la spiegazione,
che cosa significhino nell'arte cristiana, che è ancora e resterà
lungamente la nostra, il campanile e le campane, questo stelo marmoreo,
che s'innalza dai monti e dai piani al cielo, e ha sulla vetta un
fiore, simile ad una coppa rovesciata, che grida e canta.
Chiesa e campanile non sono separabili: nella chiesa la preghiera è
un murmure, che il tetto soffoca ancora; sul campanile la preghiera
è un urlo di trionfo e insieme un grido di soccorso, che arriva al
cielo e si spande sulla terra. San Marco non aveva altro campanile
che quella torre, più antica di lui almeno nell'ufficio, e la
trasformò: di sentinella lagunare ne fece una scolta del tempio, le
cangiò l'armatura, la voce, l'arme, e sul casco le pose un angelo. Ma
sentinella e scolta non furono mai belle.
L'Italia ha dozzine di torri e di campanili, che le singole città non
avrebbero consentito a barattare con quello di Venezia, ma nessuna
città ebbe mai una piazza così ineffabilmente originale. E allora anche
il campanile vi parve quello che non era, una bellezza nella bellezza,
un accordo nella sinfonia, e non vi metteva invece, per gli occhi
abituati ai segreti della grazia, che una dissonanza.
La loggetta, che secondo il devoto costume medioevale, il Sansovino
eresse alla sua base, era una eleganza del Rinascimento, più pagana che
cristiana, severa ed amabile, abbastanza pura nelle linee, ma confusa
nel pensiero e incerta nella destinazione; era bella senza dubbio,
ma non di quella bellezza che supera la vita e sparendo ci lascia
nell'anima un vuoto inconsolabile di morte.
Chi non conosce il valore del Sansovino? chi non gli serba
riconoscenza? Ma chi oserebbe proclamarlo fra i primi dei pochissimi
architetti italiani, che ignorando ancora l'arte nordica e non sapendo
quasi più l'arte antica di Grecia e di Roma ne inventarono un'altra, e
videro nella propria anima una nuova bellezza?
Ebbene, rifaranno la torre e la loggetta: non si oserà dire che senza
di entrambe la piazza sarebbe più bella: non si oserà affermare che
un campanile è pur necessario a San Marco, e affrontare il problema
di crearne uno al tempo stesso antico e moderno, bello sopra tutto
e su tutti. La rettorica dell'antichità straripa ancora, perchè la
sua poesia appunto è così poco sentita: come pei poeti e gli altri
letterati antichi si ammira senza comprendere, si adora senza amare.
A che vegliare e vagliare i rottami del campanile? Era in mattoni,
lo rifaranno con mattoni, e i nuovi non avranno più significato dei
vecchi.
Il peso della cimasa, chiamiamola così, aggiunta troppo tardi vinse la
resistenza dei mattoni e li polverizzò: ecco la ragione della caduta. A
che rifare la cimasa? D'altronde come si poteva salvare il campanile?
Per impedirgli di cascare sarebbe stato necessario abbatterlo: ma i
retori che cosa avrebbero urlato allora?
Invece nell'antico bel paese, così illustre e così tragico, rovinano a
centinaia monumenti ben più significativi e preziosi che non la torre
di San Marco sulla piazza di Venezia, e non una voce si leva, non una
voce levandosi è ascoltata colà dove si potrebbe e si dovrebbe.
Perchè?
Non chiedetelo a coloro che hanno pianto sulla polvere del campanile di
San Marco.
E per ora almeno non se ne parli più.
Il campanile si rialzerà nella propria veste rossastra di mattoni:
nuovamente l'angelo dalla sua vetta veglierà sul mare e guarderà
indarno al cielo, perchè la poesia di Venezia non risusciterà nella
gente col suo campanile.
Essa vive soltanto in poche anime, che non se ne servono nel pubblico
come di una maschera, l'ultima del suo carnevale tramontato da gran
tempo.
La poesia è immortale: e adesso lasciamo i morti seppellire il morto,
secondo la parola del Vangelo.
26 luglio 1902.
IL TEMPIO
Anch'esso è risorto.
Dal giorno antico della sua fondazione, quando un manipolo di muratori
tornanti da Assisi posero le prime pietre, una lunga storia di poesia e
di sventura posò sulla sua bellezza sino a disonorarne i lineamenti e
a cancellarne le vestigia. La grande epoca religiosa di San Francesco
fu breve: forse egli era salito troppo alto nell'esempio della virtù,
la sua passione d'amore inintelligibile nella politica bufera, che
sulle rovine di un mondo vecchio seguitava a distruggere tutte le forme
neonate della modernità, dovette lentamente abbassarsi e soggiacere al
trionfo carnale del Rinascimento.
Il redentore di Assisi era stato un asceta quasi anarchico.
Eroi della miseria, i suoi frati protestavano con la moltitudine
cenciosa contro la recente borghesia consolare, denunciando le
vanità della politica e le ingiustizie della ricchezza; ma inesausti
all'opera consolavano gli stessi dolori esacerbati dalla loro rivolta
ideale, assolvevano tutti i peccati in una più intensa rivelazione
del loro male; nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini
di una democrazia senza patria e democratici di una eguaglianza senza
autorità.
Eroi del dogma, invece, i domenicani organizzavano contro la loro
poetica libertà l'inquisizione come un governo tanto superiore ad
ogni altro quanto il dogma è più alto di ogni verità umana, e dando
ai supplizi l'apparenza di una festa capace di fanatizzare la folla,
bruciavano case, disertavano campagne, spaventavano re, curvavano papi,
imperavano col pensiero contro il pensiero, che non di meno sfuggiva a
tutte le strette, denunciava tutti i tranelli, brillava vittorioso sui
roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista sino a trovare
nello spasimo della propria tragedia le voci più profonde dell'anima e
le forze più necessarie alla emancipazione finale.
Ma prima di questa l'onda della vita travolse francescani e domenicani;
gli eroi del dolore e gli eroi del dogma si smarrirono insieme
dentro la facilità gaudiosa dei nuovi tempi, e davanti all'improvviso
ascetismo della Riforma non seppero opporre un'altra virtù d'intelletto
e di cuore. Quindi i loro tempii ne soffersero come le loro anime.
Poi l'avvento gesuitico parve superare tutto e tutti: la sofistica
annullò quasi ogni fisonomia dei dogmi e ogni carattere di virtù,
mentre il lusso falsava nelle chiese qualunque poesia di fede e di
arte.
Il bel tempio francescano di Bologna non si salvò.
Forse i suoi frati troppo addentro nella città presero il contagio
dei suoi morbi; forse anco dovettero espiare contro la rivalità di
altri ordini religiosi la gloria passata sino a dimenticare l'anima
dell'incomparabile fondatore e la propria. L'illustre cimitero, che
fioriva intorno di grandi nomi e di belle tombe, non bastò nemmeno
a ritardare l'assalto vario e quotidiano, interno ed esterno: i
glossatori del diritto romano, che avevano dato a Bologna la prima
gloria moderna, ebbero violati i sepolcri come tutti gli altri morti
anonimi; dai fianchi, dall'abside, dal pronao, dalla facciata, fino
alla cornice e più alto fino alle torri, quasi i mattoni germinassero,
orribili e frequenti escrescenze crebbero a deformare la modestia
elegante delle prime linee. Ed erano cappelle nuove di una nuova
bigotteria, senz'arte e senza fede, che una ostinata perversità di ogni
senso poetico e religioso ripeteva ed ingrandiva: poi nella chiesa
stessa, dentro le navate si fabbricò struggendo, falsando, violando
tutto, anche le finestre, le policromie, gli altari, le arche, le
parole ed i versetti, la lingua e la musica.
Mai forse tempio sopportò più ignobile e tragica persecuzione.
Ma non era l'eterna guerra della natura all'opera umana, quell'assedio
e quell'assalto così vivamente imaginato e significato dallo Zola
nella _Faute de l'Abbè Mouret_, contro la povera chiesetta, sulla
quale le piante s'inerpicano penetrando nelle fessure, sfaldando le
pietre, coprendo del proprio manto ogni ferita, giungendo al tetto e
sfondandolo per alzarvi come vessillo di vittoria un alberello sottile,
ondeggiante.
Era invece una guerra cittadina e fratricida di plebee forme bigotte
contro la pura forma dell'idea francescana, una rivolta del clero
ignavo e schiavo contro l'asceta liberamente povero e sublime di
Assisi, una arroganza patrizia e villana contro la bellezza della
nudità e della povertà, che il tempio doveva opporre alla vicenda di
tutte le corruzioni nei secoli.
Chi pensava allora a San Francesco, mentre Roma, a difendersi dal
protestantesimo, non credeva necessarii che i nuovi pretoriani
disciplinati da Sant'Ignazio, ed a consolidare il proprio stato, uscito
anch'esso dall'ultima crisi delle signorie, si esauriva in una politica
monarchica di brevi espedienti e di miseri compromessi?
Ma il tempio è risorto.
Bisognò anche a lui attendere il soffio della rivoluzione nazionale
e che nella calma succeduta alcuni, i più eletti fra gli spiriti, si
voltassero a guardare indietro per rendere giustizia al passato. E
questa fu vivace se non intera, mentre in questo ultimo ventennio quasi
una febbre di restauri si apprese a tutti gli eruditi, e centinaia di
monumenti risorsero cittadini del nostro tempo moderno.
A Bologna si parlò persino di compiere San Petronio, una fra le
chiese più belle della cristianità e deturpata anch'essa da troppe
insopportabili violazioni, poi la passione si rivolse a San Francesco.
Si vide allora un poeta vibrante di fede levarsi a promettere la
resurrezione del tempio e gli increduli, ricchi e poveri, colti ed
ignari, accendersi d'entusiasmo pagando della propria borsa per aiutare
l'opera contro i grevi ostacoli della burocrazia, la sorda indifferenza
del clero e la diffidente rivalità dei devoti.
Ma il poeta votato alla grande impresa non era, fortunatamente, di
coloro che scrivono versi e s'adagiano sopra un letto di rime come
vincitori nella stanchezza del trionfo; era solo e credeva, non aveva
scelto a sè medesimo alcuna arte e sentiva profondamente l'unità
di tutte; era passato attraverso i vecchi secoli e le vecchie carte
ricostruendo nella propria fantasia la visione del tempio come nei
primi giorni di gloria.
In lui riviveva l'anima di quegli architetti e di quegli scultori
sacri, che obliavano di incidere il proprio nome sui monumenti alzati
verso Dio; era solo, volle e vinse perchè primo aveva veduto e creduto.
Intorno a lui si strinse quindi un manipolo di artisti, nuovi volontari
in questa campagna, che ricreando nella sua più pura verità un tempio
antico dichiarava guerra ai dogmi e alle tradizioni delle accademie;
forse non tutti erano credenti come lui, ma l'arte è anche essa una
religione e le religioni sono sorelle.
Oggi il tempio è ormai compiuto; le tombe dei glossatori splendono
intorno nella bianchezza dei marmi, l'abside è riapparsa, sugli alti
fianchi le finestre lasciano passare il sole dentro le navate libere e
nude nella prima bellezza: l'incantevole pala dell'altar maggiore leva
sotto l'abside i suoi ordini di vescovi e di martiri quasi sorridenti
nella gioia della riacquistata santità: sei cappelle dietro di loro
si profondano in un'ombra mistica sotto le vetriate dipinte, e dalle
pareti, dalle volte, dagli altari, dalle lampade ripetono le orazioni
francescane aspettando nuove anime e voci oranti.
Solo in alto le due torri guardano malinconiche e mute, perchè le
offese alla loro bellezza non furono ancora riparate e si veggono più
da lungi.
Ma presto il coro delle campanelle regalate da Carlo V canterà
anche lassù, e tutto il tempio esulterà cinto da un bosco di querce,
lambito dall'alito di nuovi fiori; e allora Alfonso Rubbiani, il poeta
credente, che resuscitandolo dalle rovine diede all'Italia e alla fede
uno dei più puri monumenti, sorriderà ai compagni fedeli dell'opera
nei giorni lunghi e faticosi, poi abbassando la testa si sentirà ancora
solo come adesso, come sempre.
Non importa: io vi conosco, poeta credente, anonimo maestro, che vi
nascondete nell'opera degli scolari, vi conosco, e vi ringrazio a nome
di tutti, specialmente degli increduli, che cercano anch'essi come voi,
fra i segreti del passato e nella bellezza dell'arte, un motivo alla
vita.
14 febbraio 1902.
IL POEMA
Perchè dunque si dice ancora che i poemi sono morti così lontanamente
nel nostro spirito, che la loro anima non torna più nemmeno a scomporre
il compiacimento rettorico dei letterati nel leggere le meravigliose
contraffazioni dell'epopea nell'_Eneide_ e nella _Gerusalemme
Liberata_?
Certo l'epopea, momento unico nella vita di un popolo e al quale
pochi popoli poterono assurgere, è passata da un pezzo, ma poichè
la poesia muta soltanto di forme, i poemi sopravvivono ancora nella
pittura e nella letteratura aspettando dal tempo quella consacrazione,
che impone silenzio alla critica e dà all'ammirazione un senso di
mistica religiosità. Non è un poema il gran libro di Tolstoi, _Guerra
e Pace_, che, in una scena più vasta della Russia stessa, ci rivelò a
migliaia gli umili e i grandi, gli eroi e i villani, le anime ignare,
liriche, tragiche dell'immensa guerra napoleonica, contro la quale il
popolo slavo sorse innumerevole, tenace, paziente, e combattè e vinse
ravvolgendo il nemico in una bufera d'incendi, di neve, di odio, di
morte?
Quando Tolstoi sarà antico nella storia delle letterature, i letterati
paragonandolo ad Omero, vanteranno la superiorità del poema russo,
benchè senza quella grazia formale del verso, rimasta in noi abitudine
piuttosto che vero motivo di poesia.
Il poema è ovunque e sempre la vita appaia nella profonda molteplicità
de' suoi aspetti e riveli dalla fisonomia delle cose e degli uomini la
segreta, ineffabile unità di una razza e di un tempo in qualche dramma.
Così ogni cattedrale è un poema, nel quale e del quale vissero intere
generazioni, architetti, scultori, pittori, poeti, coloro che nella
chiesa sentivano soltanto la casa di Dio e quelli, forse in maggior
numero, che vi lavoravano come alla prima e più duratura casa del
popolo: sono poemi il tempio di Assisi, di San Marco a Venezia, di
Sant'Antonio a Padova.
Questa cattedrale, la seconda sorta dalla vivida trionfale passione
francescana, non è opera di un uomo ma di una gente, non di un santo ma
di una fede, che si dilata e non muta, si arricchisce e sale, combina
le forme e gli stili più antagonisti in una bellezza fantastica e
profonda, di poema e di romanzo, di leggenda e di mito, nella quale
l'unità rimane misteriosa come il segreto stesso della sua creazione.
Nata fra orti e giardini la cattedrale è anch'essa una enorme pianta
sorta dallo spirito, che nelle proprie costruzioni impiega linee e
materie diverse da quelle della natura: si può ammirare piuttosto che
discutere: bisogna sentirla tutta per intendere il significato delle
parti. Certamente il modello di San Marco era negli occhi e nelle
immaginazioni di coloro che l'alzarono, così che sarebbe oggi difficile
trovare nella basilica padovana quell'ideale corrispondenza col tipo
del suo santo, come nel tempio di Assisi e in quello di Bologna.
Padova era troppo vicina a Venezia, dalla quale tutto l'oriente entrava
folgorando come un sole di altri mondi e di altre civiltà.
Quindi la pittura paesana, perchè Padova pure aveva una scuola
cresciuta dalla imitazione di Giotto, si provò a rivaleggiare nella
decorazione col genio architettonico, benchè i suoi migliori artisti
non fossero davvero, come il loro grande maestro già antico, abbastanza
poeti per rivelare su quella immensa superficie di lati e di cupole il
segreto delle pietre riunite dall'anima del Santo.
Indarno più innanzi Squarcione strinse intorno a sè una nuova scuola,
mentre, magnifico, unico pittore di Padova, il Mantegna era ancora
bambino, e si provò all'opera deducendovi fra la combinazione di molte
maniere italiane e tedesche il sontuoso desiderio orientale pei colori
fiammanti e le ricche architetture, i marmi, i tappeti, le lampade
tra un folgorio di raggi, una gloria purpurea di tramonti e di aurore.
Indarno ancora più tardi, nel 1727, un architetto veneziano, preludendo
da lungi alla moderna passione del restauro, che intende a ricollegare
l'epoche fra loro, presentò e fece accettare un disegno per rinnovare
le antiche pitture e compierle correggendo, magari falsando, perchè una
istintiva preveggenza del guasto interruppe l'opera nella cattedrale,
che rimase come nuda all'interno malgrado l'affastellamento intorno
alla tomba del Santo.
E fu bene.
Per restaurare un monumento bisogna prima sorprenderne l'anima, quale
i secoli la produssero e visse nella propria età; per compierlo,
invece, non basta nemmeno l'intendere quell'anima, ma è necessaria la
più minuta ed esatta conoscenza storica del tempo, una conoscenza ed
una scienza impossibile quasi sempre ai poeti, che volano attraverso
le epoche sulle cime più alte come le aquile, o scendono come gli
usignuoli a nascondersi nell'ombra tentatrice dei boschi.
Ecco perchè la fabbriceria della cattedrale padovana, mentre in
tutta Italia riferve la nobile passione dell'antichità e l'anima
nazionale torna all'orgoglio dei propri monumenti, indisse non è
molto un concorso per decorare degnamente il gran tempio, mèta ancora
oggi di tante anime pellegrine ed afflitte; ed ecco perchè il gruppo
bolognese rappresentato dai tre maggiori artisti, Alfonso Rubbiani,
Edoardo Collamarini e Achille Casanova, i restauratori del bel tempio
francescano vinsero sopra tutti, offrendo di rappresentare nei piani e
su per le volte delle cupole il romanzo, o, meglio ancora, il poema del
Santo.
Concetto vasto e temerario, che per magnifica spira sale dal giorno
della sua morte, quando il popolo del sobborgo di Capo di Ponte, si
levava in armi a difendere il corpo del Santo contro il popolo di
Padova irrompente a fiumi dalle porte per reclamarlo come il genio e il
talismano della città, insino a quell'altro giorno immortale, bianco e
folgorante nella gloria del Paradiso cristiano e dantesco.
Noi italiani siamo così: tutta la nostra arte, ogni qualvolta si
volga a guardare indietro, incontra il sacro poema, che le sbarra
l'orizzonte come una giogaia di nuvole fiammeggianti nell'altezza senza
misura del cielo: da Dante solamente comincia la nostra coscienza
e il nostro pensiero nazionale, perchè l'arte greca è di un mondo
a noi lontanamente straniero, e l'arte latina fu appena un mirabile
artificio, un intermezzo forse troppo lungo tra le due più profonde
originalità della storia, quella greca e quella italiana.
Col poema sacro nella mano la nuova scuola bolognese ha dunque vinto
la sua seconda battaglia, e compirà l'opera secolare della cattedrale
padovana dipingendo il poema del Santo, che, scolaro di San Francesco,
potè nella gloriosa semplicità della propria natura e nella limpidezza
dell'ingegno apparire originale.
Ma la devozione francescana rifiorirà? Purtroppo è permesso dubitarne.