I TRE AMICI.[1]

Tre amici arrivarono una sera ad una piccola osteria di campagna e

fecero una cena frugale. Poscia, prima di andare a letto, dissero

all'oste, che la dimane, prima di ripartire, volevano far colezione.

L'oste gli rispose, rincrescergli molto di doverli prevenire, che la

cosa era impossibile; perchè, oltre quello che aveva loro dato, non

gli avanzava in casa se non un quarto di tacchina, un piccolo panetto

ed il vino, che vedevano, nella bottiglia, poco più di un bicchiere.

Gli amici si trovarono male. Ma, decisi di consumare quel poco, che vi

era, e se non tutti uno almeno mangiare, fissarono, che colui fra di

essi, che nella nottata avesse fatto il sogno più bello o più brutto,

avrebbe fatta colezione la dimane e gli altri sarebbero rimasti senza.

Così venne combinata la scommessa in presenza dell'oste, che nominarono

giudice de' sogni, che avrebber fatto. E se ne andarono a riposare.

Uno di essi, svegliatosi la mattina all'alba e sentendo appetito, andò

in cucina; e, preso dall'armadio il pane, la tacchina ed il vino,

mangiò e bevve tutto. Alzatisi gli altri, il trovarono con l'oste,

che fecero sedere in un vecchio _caregone_, perchè decidesse della

qualità e del merito de' sogni di ciascuno. Il primo narrò, di aver

sognato di ascendere in paradiso e di godervi tutti i piaceri della

beatitudine, i quali eran tali e tanti, da non potersi da umano labbro

raccontare; e concluse non potersi fare un più bel sogno. L'altro

disse, d'aver sognato di precipitare nello inferno, sottostandovi a

tali e tanti patimenti, e soffrendo tale e tanto spavento, da rimaner

tuttora sbigottito. L'oste osservò al primo:—«È innegabile, il vostro

sogno esser bellissimo.»—E volgendosi al secondo gli diceva:—«È del

pari innegabile, il vostro sogno esser orrendo. Ora sentiamo il

terzo.»—Ed il terzo, calmo e ridente, raccontò, che aveva sognato,

essere i suoi due poveri compagni morti, assunto l'uno in Paradiso,

e precipitato l'altro all'Inferno. Che, pe' dogmi della nostra santa

religione, da que' luoghi, o bene o male che vi si stia, non si ritorna

in questo mondo; e difatti di quanti son partiti per andarvi, nessuno

è mai tornato. Persuaso quindi, nessuno de' due aver più bisogno di

colezione, si era alzato; e, credendo di dover partir solo, avea

mangiato quanto vi era e beuto il poco vino avanzato. L'oste rise di

cuore dello ingegnoso trovato; e decise, che, per quanto bello il sogno

del primo degli ospiti ed orrendo quello del secondo, il più logico

era però il terzo: e che non v'era da ridire sul fatto. E condannò

i due digiuni a pagar tutta la spesa nella sua locanda. I perdenti

trovaron giusta la sentenza e l'accettarono; e, saldato il conto, si

licenziarono, proseguendo il viaggio con l'intenzione di fermarsi alla

prima taverna per istrada e mangiarvi a sazietà, come fecero.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 226 / 292 题