LA NOVELLA DEL SONNO.[1]

Nella provincia di Genova si trovava una vedova, che aveva tre

figli, che si chiamavano Francesco, Tonino e Angiolino; e Angiolino

sempre voleva dormire, quasi non che la notte, ma tutto il giorno. I

fratelli principiarono a rimproverare la madre, dicendo così:—Madre,

non si può più andare avanti con nostro fratello. Dunque voi pensate

quello, che si può fare, perchè noi siamo molto sdegnati contro di

lui.»—La madre, che è tenera pe' figli, principiò a dir loro:—Figli

miei, io non lo posso discacciare, perchè è figlio come voialtri.

Proviamo a dargli moglie e allora si sveglierà.»—Ed i fratelli

l'accordarono. Prende moglie Angiolino. E, arrivato la mattina ad

alzarsi, la moglie si voleva alzare; ma lui gli disse:—E Cosa fai?»—E

la Carolina soggiunse:—«Mi voglio levare, acciò che i tuoi fratelli

non abbiano a gridare.»—«No, fintanto che non m'alzerò io, non ti

devi movere di qui.»—E i fratelli stavano ad aspettare, che si

levassero; ma l'aspettare fu assai, che in fino a ora di pranzo non

apparirno in sala. Allora i suoi fratelli sdegnati, così dissero a

sua madre:—«Per l'indietro era solo, e adesso sono due. Noi ci si vol

partire[2].»—E così decisero di mandargli via. Angiolino e la Carolina

presero la sua roba e s'incamminarono verso la città del Modanese,

capitale del Regno. Ma in breve consumarono tutto il suo, e furno

costretti a ritirarsi in un piccolo villaggio, presso un fiumicello,

che di là passava. Un giorno, che non avendo[3] da mangiare, disse

alla Carolina così Angiolino:—«La fame mi ha fatto passare anche il

sonno. Ma ho pensato. Quaggiù, nel fiume, ci è dei pesci; voglio

andare a pescare, per vedere, se posso fare fortuna.»—Ciò detto,

prese la rete e si partì. Giunto nel fossicello, gettò la rete nel

fondo di un recinto di acqua e la tirò su.—«Oh dio!»—esclamò:—«che

pesce mai è questo?»—Tornasene subito a casa, dicendo:—«Guarda,

Carolina, che pesce ho trovato.»—Risponde la Carolina tutta piena di

gioia:—«Andiamolo a vendere; e allora potremo comprare del vivere per

un pezzo, perchè è una meraviglia, che nessuno ne pole aver veduto

un simile.»—«No,»—rispose Angiolino con voce supplicante verso la

moglie, che languiva:—«Io lo voglio andare a regalare a i' Re.»—E

così ambedue s'incamminarono verso la città. Giunti che furono dentro

alla porta, di novo lei lo esortava a volerlo vendere, dicendo, che

si poteva levare il sonno più presto che andare da i' Re.—«Ma io

ho disegnato di portarlo a lui e non lo voglio vendere.»—E la cara

consorte fu costretta a restare a bocca asciutta e fori della porta.

Angiolina arrivato però al primo ingresso del palazzo, ritrovata la

prima sentinella, gli dimandò:—«Dove vai? e che vôi?»—«Io vado da i'

Re a portargli questo regalo. Si pole?»—Soggiunse la sentinella:—«Se

tu mi darai la metà del premio, ti lascerò passare: se non altrimenti,

poi ritornare di dove siei venuto.»—Allora Angiolino, attirato

dall'ingordigia del sonno, perchè non aveva potuto dormire quanta gli

era parso, non ripensò all'inganno dell'infame soldato: raccordò e tirò

via. Arrivato perciò alla cima della ritorta scala, trova ancora una

seconda guardia. Questa lo interroga, di che vada a fare da i' Re. Lui

rispose:—«Io sono per fargli un regalo. Di', che ho trovato un pesce,

che non ne degno che lui.»—«Come! è dunque una rarità?»—«Sì,»—Angiolino

replicò.—«Ma, se non mi dai la metà del premio,»—disse la guardia,—«che

ti darà, non ti lascio percorrere più avanti.»—Angiolino l'accordò

e tirò via. Giunto che fu alla sala d'aspetto, che ci era la terza

sentinella, subito gli domanda:—«Che vole?»—Rispose:—«Io voglio parlare

a i' Re.»—Ma il soldato, avvisato già dalla prima sentinella, subito

gli domandò della parte del denaro, che gli dava il Re. Angiolino,

che già aveva pensato come fare, gli accordò tutto e fece passare

parola a i' Re. Subito fu fatto passare. Arrivato Angiolino dinanzi

a Sua Maestà, gli presentò questa meraviglia; e i' Re, veduto il

pesce, esclamò:—«Dove mai hai tu trovato questo?»—Allora fu chiamata

la Regina, chè anch'essa lo vedesse. I' Re soggiunse:—«Dimmi qualche

cosa te; di', che gli devo dare in premio di dono così grande.»—«Gli

si pol dare cento scudi adesso e in seguito si aiuterà.»—Angiolino

rispose, poi che fra sè pensò:—«Questo dono non l'accetto.»—«Oh!

dunque, che cosa vôi?»—«Io voglio cento staffilate.»—«Come! siei matto

o lo fai?»—Rispose la Regina:—«Dagli cento scudi e mandalo via questo

citrullo.»—«Io ho già detto, che voglio cento staffilate,»—disse

Angiolino:—«e, per intender meglio, cento nerbate.»—Dice il Re:—«Eh! se

le vôi, te le darò.»—Fece chiamare quattro soldati; e gli ordinò, che

preparassero tutto quel, che ci voleva, per dargli le busse in sala,

acciò che tutti potessero vedere senza moversi da sedere. In un momento

fu tutto portato e messo in esecuzione, e tutti sclamarono:—«Questo

è matto!»—Allora dice il Re:—«Pigliate quest'omo e gli darete cento

staffilate.»—«Sì, è giusta,»—dice Angiolino:—«ma una grazia.»—«Che

grazia vôi?»—«Mi deve mandare a chiamare la prima sentinella.»—Subito

fu chiamata; e, in presenza sua, gli fu domandato ad Angiolino,—«cosa

voleva da lui?»—Dice:—«Voglio da questo ribaldo, che gli sia dato

la metà del premio, che Lei mi darà, Sua Maestà. Dunque io ho preso

questo premio, è di ragione che l'abbia mezzo.»—Maravigliata tutta

l'udienza, ma accertati del fatto, fu messo sotto la sentinella, ed

a suo scorno gli furon date cinquanta nerbate: e a quelle percosse

saltava come un capretto. Servito che fu questo, fece chiamare la

seconda sentinella, e così dicendo Angiolino:—«Ancora questo infame mi

voleva mandare addietro, se non gli promettevo un quarto del premio.

Gliene siano date venticinque.»—E così fu fatto.—«Ancora quello della

sala d'aspetto deve essere premiato.»—Questo tremava a verga, perchè

aveva sentito tutto l'andamento di tutto l'affare: ad un tratto si

sente chiamare e fu premiato come gli altri. Allora disse il Re:—«Ti ce

ne rimane dodici anche per te.»—«Sì, è giusta,»—dice Angiolino:—«Ma io

voglio vedere se trovo chi le compri.»—Ciò detto, si partì; e, giunto

per le varie strade della città, trovò una bottega, dove si vendeva

questi staffili. Gli domandò:—«Quanto costano questi?»—Rispose:—«Dodici

paoli l'uno.»—«Io ce n'ho dodici da i' Re,»—dice Angiolino:—«Ve gli

do a tre paoli.»—«Ed io gli piglio.»—«Ma bisogna, che venite con

me.»—Arrivati alla sala, disse Angiolino:—«Questo è quello, che ha

comprato gli staffili.»—Sorridendo il Re, dice:—«Dunque siei quello,

che hai comprato?»—«Sì, Sua Maestà.»—«E quanto gli hai fissato?»—«Tre

paoli.»—Disse i' Re ai soldati, che gli dassero le dodici nerbate.

Quello disse:—«I' ho comprato gli staffili e non le busse.»—Ma aveva

detto, che gli aveva comprato; e per forza gli furon date e dovette

pagare. A questo fatto tutta l'udienza accordarono che fosse premiato

di cinque lire al giorno Angiolino e la moglie, e così andare a casa

a stare allegramente. Angiolino si partì lieto e andò a ritrovare la

Carolina. E fecero molta allegria ed una gran festa ed un bellissimo

desinare; e fecero tutto l'invito dei suoi fratelli e sua madre, e

tutti si godettero una tranquilla pace.

_La mia novella non è più lunga:

Tagliatevi il naso e io mi taglio l'unghia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 211 / 292 题