[1] Vedi GRADI (_Saggio di Lettere varie pe' giovani_). _Novella de'
due Gobbi_.—PITRÉ. (Op. cit.) LXIV. _Lu scarparu e li diavuli_.—PIETRO
PIPERNO. (_De Nuce maga Beneventana_) _Casus II. De Gibboso vi Dæmonis
mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae
mag._—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi,
scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo
Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella
sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con
l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi
alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di
cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di
nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre
mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso, che sarà avvenuto come
accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro
gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello
e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò,
chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale,
dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo,
gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio,
smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per
fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente
ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di
diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di
quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo
invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che
tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande
amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una
certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la
gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito
la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo
da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto
zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e
tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata
noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle
streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli,
delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si
fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli
vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò
tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli
attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero
gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di
questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire
della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo
di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi
ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto
del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a
crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro
e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappano per
lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i
quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello
lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini,
applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele,
ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho
potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:
«_Che per onor dei fichi e delle pere
Fra' medici più saggi di Parnaso,
Foste creato l'arcimastro e il sere,
E in ogni cul potete dar di naso_.»—
Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata
anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti del _Carteggio poetico di
Picà e di Picò_.
Lungi droghe, che qui portan gl'Inglesi
Dal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè,
Ci mandano più presto a quei paesi.
Per questo appunto lo Spagnuol morì;
Ma pria sull'urna sua scrivere fè:
_Per volere star meglio, ora son qui_.
Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della sua
_Correspondance de Suzette d'Arly_:—«_On racconte, qu'un Italien, assez
content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois
de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau_:
STAVA BENE, PER ESSER MEGLIO SON QUI. _Combien de gens, à l'exemple de
ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal_.»—
Il Noce di Benevento vien ricordato anche nelle _Poesie Italiane_ | _e in_
| _Dialetto Napolitano_ | _di_ | _Domenico Piccinni_ || _Napoli_ | _Da' tipi di
Cataneo_ | _1827_. (pagina 105; componimento intitolato: _La Notte_).
Sta 'na noce chiantata a Beneviento,
Addò', come la Notte s'abbicina,
Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento,
E da parte lontana e da vicina
Le streghe: parte int'a 'no vastemiento
'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina,
Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco.
Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.
[2] _Non ti confondere_ equivale al napoletanesco _non te ne
'ncarrecà'!_ E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere,
sette anni prima della Canzonetta di _Masto Raffaele_, richiamato
l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare
partenopeo, in una bizzarria intitolata: _I Serpenti di Panarano_.
[3] I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne
riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parola _gobbo_, che ha avuto
ed ha anche altri significati. Il primo è cavato da _Le piaceuoli |
et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. |
Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima |
impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo,
et Iseppo Imberti_.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano,
una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo,
Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal
moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si
bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili
danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il
valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per
avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare
tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando
di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse: _Amici,
fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî
ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve
ne restarò con obbligo_.—_Volontieri_, risposero i gobbi; _ma ben
avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi
faccende_.—_Non perderete tempo_, replicò Messer Poncino; _ma in tre
parole sarete spacciati_. Così di compagnia giunti ad un banco, dove
si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere
Messer Poncino: _Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta
tagliateli_. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè
era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a
Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due
altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo
vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima
smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con
rampogna gli minacciavano il castigo. Ma egli et gli altri, che quivi
intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i
gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano
nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da' _Cento Racconti, raccolti
da Michele Somma_, dov'è intitolata: _Gli equivoci, certe volte, sono
la rovina dell'uomo_.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola
un giorno, e mancando in detta città i _gobbi_, che qui in Napoli
chiamansi _cardoni_, scrisse ad un suo amico di questa capitale,
acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il
cardinale bramava i _gobbi_ per far qualche burla, radunò venti di
questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon
regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere
la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati
nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a
far la causa di que' stanchi _gobbi_, venne rimproveràto fortemente
dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poveri
_gobbi_ nella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento
sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò
nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei
gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento,
impietositosi il cameriere, rispose: _Eminenza, e perchè tanta barbarie
con questi poveretti?_ Non ancora avea proferite queste parole, che
ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli
convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata
più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoriti _gobbi_.
Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al
cameriere: _Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi,
scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi_. Ciò inteso il
cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale,
pure incominciò a dire: _Ma Eminenza, e che umanità_.... A questo terzo
rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il
cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane,
fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese
nella cantina e così disse ai tremanti gobbi: _Cari miei, io non ho che
farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi
debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi_. A quest'ultima
antifona incominciarono i _gobbi_ ad urtarsi l'un l'altro, ed a
gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il
cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu
risposto dal cameriere, ch'erano i _gobbi_. _Dunque i gobbi gridano?_
ripigliò il cardinale. _Signore_, rispose il cameriere, _questi non
sono muti ma gobbi, cioè storpi_. Ciò udendo il cardinale, tra le risa
e il capriccio, disse al cameriere: _Cacciateli dunque dalla cantina,
e portateli qui_. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale,
questi li cercò scusa, e gli disse, _che egli voleva i gobbi, che si
chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò
li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non
avessero urlato_. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui
in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del
trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non
potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per
l'equivoco avvenuto.»—