Vi racconterò la Novella del signor Giovanni da Costantinopoli,
ched era un signore ricchissimo. Nell'essere a i' balcone d'i' suo
terrazzo d'i' suo appartamento, vide passare una sposa con un bimbo
per la mano, che l'accompagnava alla scola.—«Sposa!»—«Che comanda,
signor Giovanni?»—alzò sù il capo.—«Potreste salir sù col vostro
bimbo?»—«Sissignore.»—Questa, la sale sù:—«Oh, signor Giovanni,
felice giorno a Lei; ben alzato. Cosa mi comanda?»—«È vostro questo
bimbo?»—«Sissignore, è mio.»—«Ah! io non ho nessuno nin questo
mondo! per me, sono solo, unico! Un signore come io sono, pieno
di ricchezze e tutto, non ho a una mia morte da lasciare le mie
ricchezze!»—Dice:—«Guardate, lo prenderei volentieri per mio figlio
nel mio appartamento. Io gli metterei il maestro d'imparare le vere
educazioni; se venisse ad imparare un'arte o cosa simile, gli metterei
anche tutte le maestranze, gli metterei. Altro che soltanto vi darei
un regalo d'un sacchetto di luigi d'oro. Non è per comprare il bimbo;
padroni gli sposi di venire a far visita al vostro figlio, quando che
gli pare e piace.»—«Signor Giovanni, caro signor Giovanni, bisogna
che io vada a casa e gnene dica a mio marito, perchè, se mio marito è
contento, io gnene porto il bimbo. Sa, signor Giovanni, ci ho anche
una bimba, sa....»—«Ah, non me ne ragionate delle donne, perchè non
le posso vedere. Il bimbo, sì; ma le donne non le posso vedere,»—dice.
Ella va a casa da i' marito, co i' bimbo pella mano. Va a casa e
picchia. S'affaccia alla finestra:—«Beh! cos'hai fatto? Non l'hai
accompagnato a scola i' bimbo?»—Dice:—«No. Apri, che ho da dirti alcune
parole. Il signor Giovanni di Costantinopoli, che mi ha chiamato e mi
ha detto questo: che lui vorrebbe il mio figlio nelle sue mani, che lui
verrebbe a un punto di esser l'erede di tutte le ricchezze del signor
Giovanni di Costantinopoli.»—«Bah! che vuoi? me ne rincresce.»—«Ma,
con questo, sai, padroni gli sposi di andare a far visita al nostro
figlio, quando ci pare e piace. E, con questo, ci dà un sacchetto di
napoleoni d'oro. Un bisogno, che occorre, gua', si ricorre là e siamo
soccorsi d'ogni nostro bisogno.»—Dice:—«Vai e portagnene. Vieni, poero
Franceschino!»—fa i' padre al figliolo (si chiamava Francesco il
figlio); lo bacia e tutto:—«Addio, addio, addio!»—La madre se lo prende
per la mano e lo porta al signor Giovanni di Costantinopoli. Il signor
Giovanni di Costantinopoli, che l'era là al balcone e vede tornare
la madre con il bimbo, gli brillava il core dell'allegrezza:—«Come,
sposina mia cara?»—«Mio marito è contento.»—«Fate conto di entrare
nel vostro quartiere, quando entrate nel mio palazzo!»—La madre
del bimbo te lo piglia, te lo bacia:—«Addio Franceschino! Addio
Franceschino!»—Non se ne sapeva distaccare. Il Signor Giovanni va lì e
prende quel sacchetto di luigi d'oro e lo dà alla madre e dice:—«Addio,
fa conto, quando volete vedere il bimbo, di entrare in casa
vostra.»—«Addio, addio!»—la madre se ne va via. Il signor Giovanni:—«Ah
poero Franceschino!»—te lo piglia, te lo abbraccia e te lo bacia, e
te gli mette su un perfettissimo maestro; per imparargli l'educazione
a i' bimbo. Viene in crescenza; dice:—«Signor Giovanni, io vorrei fare
la tal'arte,»—secondo; e lui gli piantava i' maestro. Principiando da
codesto de' maestri, Franceschino, che veniva a perfezione, diceva:—«Io
vo' fare la tal'arte, la tal'altra; io vo' fare l'indoratore,
l'intagliatore,»—secondo. Un bravissimo giovanotto venne; bravissimo
nelle sue arti, che lui voleva imparare, di pittore, di tutto; e venne
a perfezione. Venne sù un gran pittore bravissimo. Nell'essendo a
tavola co' i' signor Giovanni, Franceschino (che all'ora di digiunè
lo teneva seco; all'ora di pranzo, l'istesso; all'ora d'i' rinfresco
l'istesso: non se lo lasciava mai di fianco) venne una volontà a i'
signor Giovanni di dirgli:—«Franceschino, voglio, che te mi facci
un regalo di un bellissimo quadro con cornice intagliata, indorata
e tutto. Fammi uno scherzo, sai? quel che ti piace, ma non volto
di donna, bada; non te ne ingerire, sai.»—«La sarà servito, signor
Giovanni»—gli fà Franceschino. Franceschino entra nel suo studio e
comincia a travagliare e comincia. Gli venne fatto i' quadro, tagliato
i' cristallo, dorato e tutto; e una bellissima pittura gli fece, di un
bellissimo volto di Venere. Si sa molto bene che i pittori!... Cosa ti
fa Franceschino? te l'accomoda e tutto; e, a ora quieta, te lo porta
nella camera del signor Giovanni e gnene mette accanto allo specchio,
che quando il signor Giovanni faceva la toaletta e lo vedeva subito.
La mattina, si alza il signor Giovanni; e se ne va al suo quartiere,
allo specchio a fare la toaletta. Un tratto:—«Ohimè!»—dice—«che cosa
è questa!»—e rimane stupito.—«Franceschino, Franceschino!»—«Come,
signor Giovanni?»—«Vieni quà, davanti a me. Cosa io ti dissi, che io
volto di femmina non lo voleva?»—«Che vole, signor Giovanni, perdoni
e compatisca, che i pittori son pazzeschi, sono. Cosa gli viene per
la testa, bisogna che faccino. Mi è venuto per la testa questo e io
ho fatto questo.»—«Dilontanatevi da me!»—Ora di digiunè, non era più
chiamato; ora di pranzo, non era più chiamato; ma tutto quel, che gli
serviva, gli era portato nel suo laboratorio.—«Anco così si va innanzi;
mangio anche così. Non m'importa di mangiare col signor Giovanni. Tutto
quel, che mangia lui, viene anche costì: si mangia per tutto!»—fa
Franceschino. Il signor Giovanni, in capo a qualche po' di tempo,
chiama Franceschino:—«Franceschino!»—«Comandi, signor Giovanni!»—«Devi
prendere quel quadrettino, che te facesti; te lo devi mettere nella
tasca ladra del tuo soprabito, te lo devi mettere; e andartene alla
riva del mare di Costantinopoli; e fare staccare il mio bastimento.
Tanto a piedi che nel bastimento, tu devi girare tutto il mondo; e mi
devi promettere di portarmi un ritratto, come te hai fatto.[2]»—«Caro
signor Giovanni, io farò tutto quello, che Lei comanda; ma mi mandi
compagni con meco.»—«Ci viene quel giovane a giocare e spassare nel
nostro appartamento. Tu domandagli, se viene. Tu intanto non istai ad
andar solo.»—Comparisce la sera questo giovane quà nel palazzo.—«Oh
sai, amico»—dice Franceschino a questo giovane,—«ho da fare un giro,
nella barca qua del signor Giovanni di Costantinopoli. Vuoi venir
con me?»—«Ci vengo volentieri.»—«Sente signor Giovanni? ci viene
volentieri.»—«Io ti do tempo, caro Franceschino, un anno e tre giorni
a portarmi nel mio palazzo un volto, come te hai fatto.»—Franceschino
chiede licenza a i' signor Giovanni:—«Vado via. Addio, addio,
addio!»—Giovanni abbraccia Franceschino e lo bacia:—«Addio e felice
ritorno. Cerca di fare ogni cosa pel bene di quello, ch'io ti
dico.»—«Sissignore.»—Vanno alla riva del mare, staccano i' bastimento,
entrano dentro, dànno le vele al vento, addio! per andare a girare i'
mondo. Gira di quà, gira di là, gira di sopra, gira di sotto e gira
dappertutto, non trovava mai un volto simile a quello, che lui aveva
fatto. Via! e tiran via sempre a camminare n'i' bastimento del signor
Giovanni. Da lontano Franceschino vede certe fiamme sur un'isola, che
pareva, che prendesse foco roba.—«Arriviamo quà»—al piloto.—«Arriviamo
a quell'isola lassù, che tanto ci si rinfrescheremo.»—Montando su
quest'isola, sortendo d'i' bastimento, Francesco occhia una bimba e
l'era tutta il ritratto. Va al compagno:—«Guarda! sai, se la fosse
a tiro, la sarebbe proprio il ritratto! Ma lascia fare a me. Ora è
entrata in quella bottega di pizzicagnolo. Aspettiamo, che sorte, e gli
voglio dimandare quante sono in famiglia.»—Sorte questa fanciulla di
bottega del pizzicagnolo. Francesco dice:—«Bambina, scusatemi, venite
qua.»—«Cosa volete, signori?»—la gli fa questa fanciullina a questi
due giovanotti, tanto a Francesco che a quell'altro giovanotto. E loro
gli dissero:—«Non ci è nessuno qui, che dia da rinfrescarsi?»—Risponde
la fanciullina:—«Signori, venghino pure, perchè ora entra a tavola
il mio signor padre; dà da rinfrescarsi e da mangiare a tutti i
viaggianti, che vengono su in quest'isola.»—Che questo, abbiate da
sapere, era un carbonaro, fabbricava il carbone, e però vedevano le
fiamme da lontano. Entra drento Franceschino, il suo compagno e tutto.
Questa fanciulla dice:—«Signor padre, c'è questi due signori, che si
voglion rinfrescare.»—«Falli accomodare a tavola, che adesso si va a
pranzo.»—Si accomodano a tavola e tutto. Viene il carbonajo, viene la
moglie, viene un figlio e questa ragazzina. Francesco non poteva stare
alle mosse, e fa:—«Dica, signor Padrone, non c'è altro che loro in
famiglia?»—E i' padre risponde e dice:—«Oh che? Rosina non è venuta!
Cosa sta a fare? Ditegli, che venga a pranzo.»—Va di là la sorella;
dice:—«Rosina! _Cosa fai?_ _Non vieni a pranzo_, ha detto il signor
padre.»—Dice:—«Senti, io non ci voglio venire, sai? C'è quei duoi
signori, io mi vergogno.»—Va di là questa ragazzina, dice:—«Sa, signor
Padre, non ci vuol venire, perchè si vergogna, che c'è questi due
signori.»—Tanto Francesco che quell'altro sente dire.—«Ah!»—dice,—«dica
pure, che nojaltri non siamo signori di soggezione. Può venire, può
venire a pranzo. Non si pigli soggezione di nojaltri: può venire, può
venire a pranzo.»—Va dentro la sorellina e gnene dice.—«Adesso finisco
di far la toalette e verrò.»—Eccotela e viene per andare alla tavola
da pranzo. Francesco, che te l'occhia, fa così al compagno:—«Lascia
fare a me, che l'è tutta il vero ritratto!»—Eh! un pranzo quello,
ch'è lì, sontuoso: bottiglie, caffè, confetture; mangiano, bevono,
si divertono. Dice Franceschino:—«Sa, signor Padrone; ora mi dirà
quello, che devo dare.»—Dice:—«Niente. A questi signori, che vengono
sù in quest'isola, che è qui, non faccio pagar niente.»—«Sa, signor
padrone, Lei,»—dice Franceschino—«bisogna, che venga a vedere una cosa
bellissima nel mio bastimento, che si divertirà di molto, sa. Deve
venire a vederla tutta la sua famiglia, sa.»—Si alzano di tavola, si
rivestono benone, tanto il carbonajo, la carbonara, il figlio, le
figlie per andarsene insieme con questi due giovanotti nel bastimento.
Si rizzano, sortano da il posto, vengon fori, chiudono la sua porta
e se ne vanno in verso la riva del mare per entrare nel bastimento.
Quando entrati sono nel bastimento, Franceschino dà d'occhio ai
marinari, che diano le vele a il vento, per andare di gran carriera
a Costantinopoli[3]. Intanto Franceschino gli fa vedere tutte quelle
belle rarità, che gli avevano. C'era un bellissimo giardino con piante
di limoni e di tutti innesti nel bastimento. Se ne vanno al primo
piano, che c'era un bellissimo salone con un bellissimo digiunè grande
e intorno intorno tutte siede. Fa portare bottiglie, confetture,
paste, cose simili.—«Si deve rinfrescare»—fa alla conversazione d'i'
carbonaro.—«Oh»—il carbonaro—«Bello! bello! belle cose! Non n'ho mai
visto! N'è venuti dei bastimenti; ma non pieni così di tutte queste
belle rarità!»—Dice Franceschino:—Signori, verranno a questi altri
piani. L'abbiano da sapere, che io ci ho un terrazzo; che torno torno
a questo terrazzo ci è diversi vasi, tra fiori e limoni e aranci.»—Ah,
se ne vanno su, sulla terrazza. Il Carbonaro dice:—«Ah qui siamo nelle
mani degli assassini.»—Franceschino dice:—«Come nelle mani degli
assassini? Siete nelle mani di due giovani di garbo.»—«Non sapete,
che io sono distante da' miei appartamenti quelle tante e tante
miglia? Noi siamo nelle mani degli assassini.»—Francesco cava di tasca
quel ritrattino, che egli aveva fatto:—«Prenda questo ritratto quì;
l'esamini alle Sue figlie; come somiglia?»—«Tutto mia figlia maggiore,
tutto mia figlia maggiore.»—«Dunque[4] nelle mani degli assassini non
siete, caro signore; siete nelle mani di due giovani di garbo. Vostra
figlia la devo portare in Costantinopoli al suo legittimo sposo, che
lei toccherà a sposare.»—«Quando questo è, tiriamo avanti il vostro
viaggio.»—«Viene per andare nelle mani d'un signorone, più ricco che
ci sia in Costantinopoli.»—Via, via, via, che andava sempre via come
fiamma il bastimento. Quando è vicino per arrivare a Costantinopoli,
Franceschino fa dare il tocco de i' cannone, come a dire:—«Ecco qui
Franceschino addietro!»—Il signor Giovanni di Costantinopoli:—«Questo
è Franceschino! questo è Franceschino!»—Se n'esce del suo palazzo,
piglia un piccolo vascello e se ne va all'incontro del bastimento.
Franceschino, che te lo vede, gli va incontro anche lui. Quando sono
prossimi, si abbracciano e si baciano.—«Cos'hai fatto, Francesco?»—«Eh!
ho fatto tutto quello, che Lei l'ha comandato.»—«Dunque si può vedere
la sposa, che devo prendere?»—«Altro.»—Va alla bussola della camera,
picchia. Dice:—«Chi è?»—Dice:—«Rosina, ci è il Suo legittimo sposo,
che deve essere, che la vuol vedere.»—Dice:—«Adesso finisco di fa' la
toalette e vengo nelle sue braccia.»—Eccoti la Rosina, che viene fori.
Viene fori la Rosina; lui, che te la vede, potete credere i complimenti
e tutto. Dice:—«Questo chi è?»—«Questo è il suo signor padre, questa
è la sua signora madre, questo è il suo fratello e questa è la sua
sorella.»—Riverisce tutti, e sortono d'ir bastimento tutti insieme
e se ne vanno sopra terra. Cammin facendo, se ne vanno a i' palazzo
del signor Giovanni di Costantinopoli. Entrati, che sono nel suo
palazzo, lui fa subito bandire, che egli, in tanti, faceva sua sposa
una bellissima femmina, figlia di un tal ricchissimo carbonaro. Venne
a prossimarsi lo sposalizio del signor Giovanni e di questa bellissima
femmina. Per sei mesi, diede un regalo ai poveri di pane, vino; e
quelle tante libbre di carne per sei mesi a testa. Dice un giorno il
socero, che l'era i' carbonaro:—«Carissimo genero, abbiate da sapere,
che io ho tante libbre di carbone, che mi va a male. Bisogna, che io
ritorni al mio destino.»—Dice il signor Giovanni:—«Oh Franceschino,
vieni qua. Te sarai quello, che accompagnerai mio socero, mia socera
e il mio cognato nel suo posto. Ditemi un pò, carissimo socero, non
avete parenti nel vostro posto?»—«Oh lontani!»—«Lontani o vicini, io
dico, che cediate loro tutte le vostre ricchezze. E te, Franceschino,
riportali addietro in Costantinopoli; che qui c'è da vivere e da
fare i signori ancora loro, come uguali sono a me.»—Il fatto si è
che... Lasciamo stare questi, che son là, che dispensano il suo a
queste tali persone e torniamo a Giovanni e alla sposa.[5] Abbiate da
sapere, che ci era un altro signore, che era ricco sì, ma non tanto
quanto il signor Giovanni. Questo signor Giuseppe, nell'andando a i'
caffè, il caffettiere fa:—«Oh signor Giuseppe, è tanto tempo, che
Lei manca di venire nella mia bottega! Eh sarà stato degl'invitati
allo sposalizio del signor Giovanni di Costantinopoli; eh?»—«Eh, non
sono stato degl'invitati, non sono stato.»—«Eh Le dirò per cosa, eh,
signor Giuseppe, perchè non sarà stato invitato. Siccome[6] il signor
Giovanni saprà, che Lei è un galluccio, però non l'avrà invitato allo
sposalizio.»—Dice:—«Che gallo e che non gallo! Quanto tempo è, che
non ci è stato il signor Giovanni di Costantinopoli?»—«Oh»—dice—«gli
è tanto!»—«Si che venisse in questo contrattempo, io vorrei fare una
bellissima scommessa fra me e lui. Prendo l'impegno di stare dieci
minuti insieme con la sua sposa. Che, se ci sto, pena la testa a lui;
se non ci sto, pena la testa a me. Questa è la scommessa, che io
fo. Se avete luogo di poterlo vedere e di potergnene fare assapere
questo affare qui, mandatemi ad avvisare, che io vengo subito qui,
per fare questa scommessa.»—«Sì, signor Giuseppe.»—Dice:—«Addio,
caffettiere.»—«Addio, Addio.»—«Avete inteso quel, che io vi ho
lasciato detto.»—Va via il signor Giuseppe, com'io ho detto; e di lì
ad una decina di minuti come fusse mezzo quarto d'ora, eccoti qua il
signor Giovanni nella bottega d'i' caffettiere.—«Oh signor Giovanni,
benvenuto! Vede, se Lei era venuto avanti una decina di minuti e
qualcosa, Lei ci trovava il signor Giuseppe.»—«Ah, quello sciocco?»—fa
il signor Giovanni.—«Ha lasciato una imbasciata.»—«Un'imbasciata ha
egli lasciata?»—«Ha lasciata un'imbasciata, che fa volentieri una
scommessa.»—«E che scommessa vo' fare?»—«Di stare dieci minuti con la
Sua sposa.»—«La faccio, la faccio! E che scommessa vol fare?»—«Se ci
sta, pena la testa a voi: se non ci sta, pena la testa a lui.»—«La
faccio! la faccio! Andate a chiamarmelo!»—Spedisce un giovane di
bottega, vanno intorno per vedere, se trovano il signor Giuseppe.
Questo giovane, te lo vede da lontano:—«Signor Giuseppe! signor
Giuseppe!»—«Cosa c'è?»—«C'è il signor Giovanni, che l'attende a
bottega.»—Via! Arrivato, che è a bottega del caffettiere:—«Oh, signor
Giovanni!...»—«Oh! signor Giuseppe!»—si riveriscono tutti e due.—«Voi
fate questa bella scommessa, eh? Volentieri la faccio ancora io;»—fa
il signor Giovanni. Si prendono a braccetto tutti e due, chieggono
licenza al caffettiere e se ne vanno fori: comperano i fogli bollati
e tutto. Se ne vanno in Delegazione di Costantinopoli; là, con i
fogli bollati e tutto, suggellano.[7] Uno se ne va da una parte, uno
dall'altra; e non si guardano più, tra il signor Giovanni e il signor
Giuseppe. Il signor Giovanni se ne va a i' suo palazzo. Entrato, che
è a i' suo palazzo, riverisce la sposa, riverisce la cognata e se ne
va alla tavola del rinfresco. Qui:—«Io vado, carissima sposa, a far un
giro per andare a rivedere i miei beni»—fa il signor Giovanni alla sua
sposa.—«Qui avete tutto: non vi manca niente. Qui avete la mattina la
lattaja, che vi porta il latte; chi è, che vi porta il burro, e chi la
carne da i' macellajo. Non vi manca nulla. Statevi in conversazione
con vostra sorella; divertitevi; fate quello, che vi pare e piace; e
addio al mio ritorno. I complimenti li faccio ora, perchè parto di
notte; non istò lì a svegliarvi nessuna delle due.»—La mattina (lui
nella nottata si alza da i' letto, si veste, se ne va via, lasciando
la sposa e la cognata); la mattina, viene la lattaja a portargli il
latte. Pensa la sposa di dire alla sorella:—«Sai, le persiane di sulla
strada le devi chiudere. Ci si servirà delle stanze per di dietro, di
quel terrazzo e di quel bel giardino, che ci sta; ci si divertirà costì
nojaltre. Che le muraglie le sono tanto alte, che le genti, che passan
per la strada, non hanno campo di poter occhiar nessuno.»—Bisogna
ritornare ora a quello, che aveva fatta la scommessa, a i' signor
Giuseppe, che gira in giù, in sù, in qua, in là e non poteva mai
occhiar la moglie del signor Giovanni, neppur vedella. Si combatte un
giorno, che il signor Giuseppe andava in sù, in giù, disperato; gli
pareva, come se fosse un pazzo il signor Giuseppe. Siccome in su la
cantonata prossima alla porta d'ingresso del signor Giovanni, c'era
una vecchia a sedere sur una seda, nel vedendo il signor Giuseppe,
fa questa vecchia:—«Eh, signor Giuseppe, eh! che vol dire a diventar
vecchia! la non mi guarda più in viso!»—«Eh vai, ho altre cose nella
testa, a guardare in viso te.»—«Ma La dia retta, signor Giuseppe; ma
che ha Ella in testa?»—«Quel, ch'io ho, non te lo posso spiegare a te,
impacciosa, che tu non sei altro.»—«Ma La dia retta: ma se io nella
cosa, che ha nella testa, Le potessi rimediare, oh che non rimedierei?
o che non rimedierei?»—«Che vuoi rimediare?»—Vecchia maligna, che è
questa!—«Ma La senta: ma mi dica qualcosa!»—«Vuoi, che ti spieghi il
tutto? Te lo spiegherò. Abbi da sapere, che io feci una scommessa con
il signor Giovanni di Costantinopoli di stare almeno dieci minuti con
la sua sposa: così non si riesce davvero! L'è una cosa da nulla, sai?
Ho messo la testa: che, se ci sto, la testa del signor Giovanni; se
non ci sto, la mia testa paga.»—«Uh! poero signor Giuseppe, la testa
sua non deve pagare. Io, Lei mi deve menare in casa sua e rivestirmi
dal capo insino ai piedi come una signora. Prendo una carrozza, un
carrozzino fori di porta di Costantinopoli; e di mezzanotte così
anderò a picchiare alla porta del signor Giovanni di Costantinopoli;
e passerò di essere sua sorella del signor Giovanni. Che, benchè Lei
sappia, che non ha parenti da nessuna parte, posso passare di essere
sua sorella del signor Giovanni con questo inganno, che è qui; che non
si sappia, che ci son neppure in questo mondo.»—Te la riveste e tutto,
gli prende questo carrozzino, te la pianta drento e via. Quando gli è
vicino alla porta del signor Giovanni, sorte di carrozza la vecchia.
Sona il campanello questa vecchia. La sposa del signor Giovanni sona il
campanello alla sorella, come a dire:—«Vai a vedè' chi è a quest'ora
bruna: sona il campanello! Non so, che affare possa essere.»—Va a
aprire:—«Chi è?»—«Scusi; ci è un appartamento qui del signor Giovanni
di Costantinopoli?»—«Sì, gli è l'appartamento; ma non ci è, sapete,
è fora.»—«Oh questo mi rincresce! Io era venuta (avendo saputo di
tante miglia lontano, che mio fratello era stato sposo), era venuta
a fargli una visita. Ma la sposa non c'è'?»—Dice:—«Sì. Adesso vado a
dirgnene alla signora.»—«Fallo, sì; e digli, ch'è la sorella del signor
Giovanni, che non sa neppure, se egli abita più in questo mondo,
dagli anni, che gli è, che non ha visto più il suo fratello.»—Dice la
Rosina alla sorella:—«Dammi la mia veste da camera. E te, vagli ad
aprire; e falla salì' su.»—Entra la sorella, che dava a intendere, che
gli era del signor Giovanni.—«Oh»—dice: «che gli è questa la sposa
del mio fratello?»—La gli s'avventa a i' collo e la bacia fortemente
dall'allegrezza e dalla consolazione. Vecchia birbona!—«Carissima
cognata, avete appetito, eh?»—«Dirò, che ho viaggiato tutta la notte
e tutto il giorno....»—«Apparecchia e dàlle da mangiare e bere.»—La
mette a tavola. Dopo mangiato e bevuto e tutto:—«Gradireste di andare a
riposare, cara cognata?»—la gli fa la sposa.—«Eh gradirei volentieri;
sì andiamo.»—Si alzano, la prende sotto il braccio e la porta in un
altro quartiere. La fa questa vecchia:—«Ditemi un po', cara cognata,
che l'è la camera di mio fratello, questa qui?»—«Eh nò.»—«Voglio
vedè' la camera d'i' mio fratello, io.»—Ecco, gli fa:—«Volete vedè'
la camera del vostro fratello? Venite, venite.»—«Oh, stasera, non
essendoci lui a dormire, voglio stare a dormire io nel posto, che
dovrebbe starci i' mio fratello.»—Si spogliano tutte e due; e se ne
vanno a letto le cognate. Quando è questa vecchia, che sente, che
questa cognata aveva attaccato il sonno, adagio, adagio sguscia d'i'
letto, prende il suo lapis, che lei aveva portato, e carta; e disegna
tutta la camera come la stava; letto, poltrona e tutto, come stava la
camera, e la disegna. Sopra il suo buffetto, sopra il suo comò, via,
aveva posate tutte le sue gioje, che l'aveva in dito, la sposa. La va
e gli prende i' più bel giojello, che lei avesse, questa vecchia, che
lei avesse su i' cassettone; poi la gli va intorno i' letto, adagio
adagio te la scopre, tutti i panni, che lei aveva in dosso; la gli
piglia un brucchio di capelli, che lei aveva dalla collottola e la
gli taglia per portagli come contrassegni anche quelli. Te la ricopre
adagio adagio e ti fa finzione di rientrar nel letto adagio adagio la
vecchia. Voltati di qua, voltati di là, faceva finzione di svegliarsi,
faceva. La sposa, che sente questo tramenìo, la fa:——«Cara cognata,
che siete sveglia?»—La fa:—«Eh cara cognata, l'ora è tarda; bisogna,
che io parta, che io vada via di quì; perchè, alla tal ora, bisogna,
che io sia nella tale e nella tal città; e non posso far di meno.
Dunque fatto si è....»—«Aspettate, mi alzerò anch'io.»—«No, no! State
pure a letto! Non vi alzate! Non è ora per voi di alzarvi!»—Sona il
campanello, chiama la sorella. Dice:—«Vai accompagnarla insino alla
porta, perchè vole andar via.»—«Oh, per pietà!..... Andar via di
notte!...»—Abbraccia la cognata, abbraccia anche la bimba:—«Addio,
addio! Fate tanti saluti anche a mio fratello!»—e la va via. Chiusa la
porta d'ingresso, e via subito di gran carriera questa vecchia la va a
casa del signor Giuseppe. Il servitore, che sente picchiare alla porta,
va ad affacciarsi e dice:—«Chi è?»—«Ci è il signor Giuseppe?»—«Che
tu caschi morta, vecchia malandrina! O che va a fare, infi' a
quest'ora a importunì' le genti!»—Va in camera del signor Giuseppe il
servitore:—«Signor Giuseppe! Signor Giuseppe! Signor Giuseppe!»—«Che
c'è?»—«C'è la tal di tale, che Le vuol parlare.»—«Falla passare! Falla
passare!»—Dice il cameriere:—«Oh diavolo! son vecchi decrepiti tutti e
due!.....»—Te la fa passare. Passa in camera del signor Giuseppe:—«Te,
sai, ti puoi ritirare nel tuo quartiere»—a i' servitore.—«Ah signor
Giuseppe, ben trovato. Io ho fatto tutto per Lei, io ho fatto.»—Gli
dà il disegno della camera, che lei aveva disegnato.—«Questo è
l'anello; il più bel giojello, che lei avesse in dito. Può dire alla
Delegazione, che Lei gnene ha regalato con le sue proprie mani. E
poi questi sono i capelli della collottola.»—«Anche questi t'hai
presi?»—dice.—«Brava! Brava! Brava!»—Dice:—«Va nel mio comò, costà;
tre cassette, che c'è, àpritele e sèrviti nin oro e in argento, èmpiti
anche le tasche del tuo vestuario[8], che io ti ho fatto; e vattene
in pace, io ti ringrazio.»—Codesta vecchia se ne va via. Eccoti,
quando è giorno, il signor Giuseppe, che si alza da il letto, si
veste e tutto, prende i fogli e se ne va in Delegazione e davanti a i
giudici.—«Oh, signor Giuseppe, ben arrivato!»—Tira fori i fogli come i
rinvolti. Mostra il foglio, dov'era dipinto la camera e tutto.—«Questo
è i' più bel giojello, che lei l'avesse: me l'ha regalato con le sue
proprie mani. E questi sono i capelli della collottola.»—I giudici
si messono a ridere:—«Guarda! insino i capelli della collottola!
Bravo! Bravo! potete andare!»—a i' signor Giuseppe. Pigliano il
disegno, pigliano tutto, fanno i' rinvolto e lo sigillano. L'arresto
personale, quando entrava il Signor Giovanni in Costantinopoli, che
le guardie giravano per tutto. Sentono da lontano:—«Cià, cià, cià!
Cià, cià, cià! cià cià cià!»—Era il signor Giovanni, che tornava in
Costantinopoli co' suoi cavalli e i servitori e tutto. Gli va la
squadra e li sofferma:—«Fermi là!»—Il signor Giovanni, che sente
dire:—«Fermi là!»—mette il capo fori dello sportello, e vede, che è la
polizia. Dice:—«Signori, cosa comandate?»—Dice:—«Eh, signor Giovanni,
Lei è in arresto.»—«Oh! quando io sono in arresto, io pagherò quello,
che io devo pagare.»—Sorte di carrozza, paga la vettura, e se ne va
via in mezzo alla polizia. E il popolo di Costantinopoli, che ti
vede il signor Giovanni nin bel mezzo della polizia:—«Poero signor
Giovanni, che ha egli fatto? Guardate in che mani, che egli è!»—tutti
dispiacenti. Menato in Delegazione, davanti ai giudici:—«Signor
Giovanni, ben arrivato.»—«Ben trovati, signori.»—Dice:—«Venga qua,
Lei. Vede la sua camera? Che la riconoscerebbe, Lei?»—«Altro se la
riconoscerei.»—Quindi prendono i' disegno.—«Non c'è un pelo, che pende,
come sta la mia camera e come sta il disegno, che è stato fatto.»—«E
questa gioja la conosce, signor Giovanni?»—«Altro se la conosco!
è l'anello d'i' matrimonio.»—«Benissimo.»—fa i' giudice.—«Questi,
sono un rivoltino de' capelli della sua collottola di Sua moglie. Li
riconoscerebbe? Che possono esser suoi?»—«Eh altro, se son suoi anche
questi! Benissimo, la mia testa la pagherà.»—Portato via dalla polizia,
e scritto l'ora, il momento e i' giorno, che lui gli doveva esser
fatta la testa sulla piazza di Costantinopoli. Un bisbiglìo per tutta
Costantinopoli:—«Guarda, poero signor Giovanni! l'ha avuta la bella
sposa e gli tocca ad andare alla morte per la sposa!»—Un bisbiglìo, che
non finiva mai. Voglio dire, che anche la sposa d'i' signor Giovanni
sentiva questo bisbiglìo; ma non raccapezzava nulla, che cosa fosse e
che cosa non fosse questo ronzìo. La sposa la fa, la chiama la sorella
e gli dice:—«Senti, come viene domani la lattaja, tu gli hai a dire,
che la salga su da me, che io ho bisogno di parlargli.»—Viene la
lattaja, la mattina. La sorella della sposa gli dice:—«Sapete, lattaja?
la mia sorella sù ha bisogno di parlarvi.»—«Parlarmi? cos'ha ella da
sapè' da me?»—con un atto di superbia, perchè la sapeva, che l'aveva da
andà' alla morte il suo sposo. La non voleva ire, la non voleva ire, ma
poi la salì dalla sposa de i' signor Giovanni. Sale sù. Saluta, quando
è davanti alla sposa de i' signor Giovanni.—«Signora, ben alzata»—la
gli fa la lattaja.—«Che vuol Ella da me?»—«Che superità ha Lei, di
rispondermi in questa maniera?»—la gli fa la signora alla lattaja.—«Io
mi vergogno inclusive anche a discorre' con Lei.»—«In che motivo?»—«Il
motivo gli è, che domani, all'undici, sulla piazza di Costantinopoli,
devon fa' la testa al Suo sposo.»—«A i' mio sposo? gli devon fa' la
testa?»—«Sì, per cagion Sua.»—«Per cagion mia?»—«Lei è stata una notte
insieme con il signor Giuseppe di Costantinopoli nel letto Suo.»—«Io,
sono stata? chi è questo signor Giuseppe di Costantinopoli?»—la fa
questa sposa alla lattaja.—«Eh, Lei ci ha dormito insieme!»—«Chi è
questo signor Giuseppe? Gradirei di conoscerlo, perchè, da quando io
l'ho dato a balia, non ho avuto il piacere di vederlo. Sai, lattaja,
porta latte bono e burro di quello bono e vieni di bon'ora, che farai
colezione fra me e te e la mia sorella. E te allora m'insegnerai,
chi è questo signor Giuseppe; perchè io non lo conosco; non conosco
signori Giuseppi, io. Vieni e non mancare, veh! farai colezione con
me, perchè io voglio liberare dalla morte il mio legittimo sposo
innocente. Tanto io che lui, innocenti tutti e due.»—La mattina, a
bon'ora, ritorna la lattaja dalla signora con i' burro; e preparano
una bona colezione. Semelli e chifelli arrosti imburrati e tutto.
Rispose alla lattaja la signora:—«Mangia, perchè adesso vado a
prepararmi, perchè poi devo andar via.»—Lei si carica in un fazzoletto
bianco tutte gioje; le rinvolta in questo fazzoletto e le mette nelle
tasche del suo vestuario, che lei s'era messo addosso. Allora:—«Ora
partiremo, per andare su i' Ponte—Vecchio[9] di Costantinopoli da
i' mio orefice.»—La signora e la lattaja vanno. Entra drento in
bottega d'i' suo orefice.—«Ben arrivata!»—«Ben trovato, orefice.
Prendetemi la misura a questo piede quì di una pianella; e questa, che
è qui, deve essere guarnita con tutte queste gioje. Che al momento
sia pronta.»—L'orefice fa:—«Oh che si cammina cor un piede?»—«Eh!
quell'altra, me la faccio arrende' da chi me l'ha rubata.»—«Faccia
una piccola giratina per i Lungarni, torni addietro e la troverà la
pianella bell'e fatta.»—Torna addietro:—«Ecco, signora. Venga, venga;
se la provi.»—Se la prova: la gli stava benone, codesta pianella. La
rinvolta nel medesimo fazzoletto, dov'era le gioje, e se la mette in
tasca.—«Addio. Sarai avvisato, per venire a prendere i danari.»—«Vada,
vada, signora.»—E le vanno. Va via insieme alla lattaja. La gli fa
la lattaja:—«Signora, che non ci si passerà, sa, nel bel mezzo alla
piazza!»—«Cheh! cheh! cheh! Io voglio passare; e te, prendimi pel mio
vestuario di dietro e non mi devi lasciare, sai? Passo io, devi passare
anco te.»—Va per passare la moglie del signor Giovanni; le guardie, che
la volevan mandare indietro; lei fa cedere di qua e di là e passa nel
bel mezzo della piazza con la lattaja, che aveva attaccata addosso.
Nell'andare inverso ai giudici, la gli fà la lattaja:—«Vede, signora,
quello nin mezzo a i giudici con quel cappello bianco in capo? Gli è
il signor Giuseppe.»—«Oh hai fatto bene a dirmelo.»—Sicchè, quando è
davanti ai giudici:—«Signori, ben trovati: voglio giustizia.»—«Eh,
adesso, signora, non si può dar retta a Lei, perchè c'è questa festa
a fare. Bisogna prima far questa; e poi, daremo retta a Lei.»—«Anzi,
appunto voglio, che mi sia consegnata la compagna di questa pianella,
che questo signore mi ha derubato.»—I giudici si voltano da i' signor
Giuseppe:—«Come è mai, signor Giuseppe, questo affare qui?»—«Come mai
dar retta, che io abbia rubata la pianella, se io non conosco questa
signora, perchè, da quando io l'ho data a balia, non ho avuto il
piacere di vederla?»—«Dunque, porco sudicione, che tu non sei altro,
come puoi fare e dire, che te hai dormito una notte con la moglie d'i'
signor Giovanni, se tu hai detto adesso ai giudici, che, da che mi
desti a balia, hai l'onore di vedermi ora? Hanno sentito, signori?»—si
volta a i giudici, da i' signor Giuseppe.—«Dunque, signor Giuseppe, Lei
dice di aver pernottato una notte con la moglie d'i' signor Giovanni;
e la moglie d'i' signor Giovanni, dopo che la diede a balia, la vede
ora?»—Ebbe a confessare a i' pubblico la pura verità di tutto, ogni
cosa:—«Non c'è niente di guasto. I ferri, che ha il signor Giovanni
di Costantinopoli tanto alle mani che ai piedi, sian levati e messi a
i' signor Giuseppe.»—È mandata a prendere per la squadra la vecchia a
casa, per istraportarla sulla piazza di Costantinopoli, nin mezzo ai
giudici. Ci va la squadra a casa della vecchia; bussano. S'affaccia
questa vecchia dell'aceto:—«Che vuol'ellin', signori?»—«Giù a terra.
Dovete venire avanti ai giudici.»—«I giudici da me non hanno da
aver nulla. Cosa hanno ellino da aver da me i giudici?»—«Colle bone
venite via, se no verrete colle cattive.»—Non voleva aprire l'uscio.
Buttarono giù l'uscio; presero la vecchia; catene a mane e piedi; e
la straportaron sulla piazza di Costantinopoli. Come difatti, l'ebbe
a confessare dall'_i_ insino all'_a_ a i' pubblico ancor lei. Fu
messa sur i' patibolo; e i' signor Giuseppe a stare a vedere a falli
la testa a questa vecchia. E, dopo della vecchia, fecero a montare
sul patibolo anche il signor Giuseppe e decollorno ancora lui. Il
popolo, che vedde cotesta e costì, cominciorno a dare in un picchìo di
mano:—«Evviva! evviva la sposa d'i' signor Giovanni di Costantinopoli,
che ha salvato i' suo sposo.»—Furono presi pell'aria tutti e due
per istraportarli nel suo palazzo. Nin questo contrattempo, torna
Franceschino con il socero, la socera e i' cognato d'i signor Giovanni.
Danno i' tocco d'i' cannone: corre la famiglia d'i signor Giovanni.
Lui, che sente questo:—«Eh addietro alla riva d'i' mare! è i' riscontro
di Franceschino!»—disse i' signor Giovanni. Smonta Franceschino, la
socera, i' socero, i' cognato da i' bastimento e vengono sopra a terra.
I' signor Giovanni, che gli va incontro, abbraccia Franceschino e te lo
bacia e tutto i' resto. Straportato ne i' palazzo d'i' signor Giovanni
di Costantinopoli, manda i' signor Giovanni a prendere i' padre, la
madre e la sorella di Franceschino, che fossero straportati nel suo
palazzo: e vennero. Franceschino sposò la cognata d'i' signor Giovanni;
e i' fratello della Rosina (che era la moglie d'i' signor Giovanni)
sposò la sorella di Franceschino. Fecero due sposalizî in grande, che
gli diedero da mangiare pane e vino e tutto i' necessario ai poveri di
Costantinopoli per sei mesi. Festa in grande, che da sè se ne godettero
e a me nulla dettero.
_Stretta la foglia e larga la via,
Dite la vostra, che ho detta la mia._[10]