C'era una volta un omo pescatore, il quale aveva una moglie sterile,
abbene che fosse a lei da molto tempo marito. Un bel giorno, il
pescatore colle sue reti se n'andò a pescare nel lago vicino. E gli
venne fatto di chiappare un pesce di gran bellezza e grossezza;
che, subito messo fuori dell'acqua, si diede in tono pignucoloso a
raccomandarsi a quell'omo, che lo lasciasse andar via, promettendo
insegnargli uno stagno lì vicino, dove lui avrebbe potuto in un momento
fare una ricca pescagione[2]. Rimase il pescatore mezzo imvecille
e impaurito, nel sentire un pesce a parlare; e gli parve sì gran
miracolo, che, senza frapporre indugio, gli ridiede la libertà. Poi
andò allo stagno insegnatogli dal pesce e ci ricavò in due o tre
buttate di rete una smensa quantità di bonissima pescagione. Col
carico addosso, il pescatore, ritornato a casa, fece vedere alla donna
la preda insolita e gli raccontò quel, che gli era intravenuto. La
moglie, sentendo questo, s'imbizzarrì fuor di modo e lo trattò di
mammalucco, perchè si fosse lasciato scappare il bel pesce d'in fra
le mani. Disse:—«Bada bene di ricercarlo domani e portarlo a casa,
che lo voglio. I' ho una bramosia di acconciarmelo in un intingolo da
levarmi la fame per un pezzo.»—Il pescatore, il giorno di poi, fu al
lago; e, buttate le reti, il pesce parlante c'entrò dentro. Ma alle
suppliche sue il pescatore non seppe resistere, sicchè anche questa
volta lo liberò; e, fatta abbondante pesca nel solito stagno, se ne
rivenne a casa. Non è a dire se la moglie del pescatore uscisse fori
da' gangheri, quando riseppe, che il pesce era stato chiappo daccapo
e che il suo marito non l'aveva con sè. Messe le mani su' fianchi e
con una faccia malandrina principiò a urlare:—«Grullo, che se' un omo
di stoppa? Non te n'addai, che quì sotto gatta ci cova, e che è la
fortuna, che ti viene incontro e tu la spregi? O domani tu mi porti
il pesce o ti nimicherò finchè campi.»—Sospinto e incoraggito dagli
sberci della moglie, il pescatore, la mattina dopo, arrivato al lago
e buttate le reti, alla prima tirata il pesce c'era dentro: e senza
badare alle parole sue, corse diviato a casa e lo porse vivo sempre
alla moglie, che lo prese e lo messe in un catino d'acqua fresca. Lì
stavano d'attorno a rimirarlo e a farci sù de' ragionamenti; e la donna
fantasticava, cercando qual fosse il miglior modo di cucinarlo. Il
pesce allora, tirato un po' fori dell'acqua il capo, disse:—«Giacchè
veggo, che non c'è più rimedio e ho da morire, lasciatemi almeno far
prima testamento.»—Avendovi consentito il pescatore e la donna, il
pesce soggiunse:—«Quando sarò morto, sparato e cotto, mangi le mie
carni la donna, date a bere alla cavalla la broda della lessatura,
buttate le ossa alla cagna, e le tre più grosse teghe mie piantatele
ritte nell'orto vostro.»—Ammazzato il pesce e cotto, i due conjugi
fecero appuntino quel, che il pesce gli aveva detto. E n'accadde,
che la donna, la cavalla e la cagna, ognuna di loro insomma partorì
tre creature mastie della sua specie, e le teghe piantate nell'orto
crebbero e diventarono tre lance. Tanto queste, che le creature nate,
si rassomigliavano così, che era impossibile riconoscerle fra loro
senza mettergli un segno. Quando i fanciulli furono giovanotti grandi,
il padre diede un cavallo, un cane e una lancia a tutti e tre, e ci
aggiunse del suo uno stioppo da caccia. Ma non passò di molto tempo,
che il primogenito si straccò di stare a casa povero. Sicchè volse
andar per il mondo in cerca di fortuna. Montato dunque a cavallo, prese
con seco il cane, la lancia e lo stioppo a armasollo, salutò quelli di
casa, e, lasciando una boccetta turata piena d'acqua chiara, disse:—«Se
quest'acqua s'intorba, venite a cercar di me: io, o sarò morto, o mi
sarà intravvenuta qualche disgrazia. Addio.»—E partì al galoppo. Il
primogenito, dopo avere camminato di molti giorni per paesi ignoti,
s'imbattè alle porte di una grandissima città e popolosa, dove entrato,
si maravigliò oltre credenza nel vedere tutti gli abitanti di quella
vestiti a lutto e mesti in viso. Incuriosito, ne domandò la ragione
al primo incontrato. E seppe: come un Mago spaventoso con sette teste
da lungo tempo compariva tutti i dì nel giardino reale al tocco di
mezzogiorno, e divorava quanta gente gli capitava dinanzi; come il Re,
a rimedio di peggio male, s'era obbligato col Mago di apparecchiargli
a sorte un corpo umano al giorno; e come, quella mattina, la sorte era
appunto cascata sulla stessa figliola del Re, e per questo la città
tutta disperata vestiva di bruno.[3] Il giovane, che era coraggioso,
disse:—«Non c'è forse modo di salvare la figliola del Re e liberare
la città da simile flagello? Conducetemi al Re.»—Detto fatto, il
giovane fu condotto alla presenza del Re; e gli chiese il permesso
di combattere col Mago e di ammazzarlo. Il Re gli rispose:—«Giovane
ardito, sappi che di molti prima di te si sono provati all'impresa, ma
ci rimessero la vita. Se però anche te vuoi risicarla, io non te lo
impedisco. E se tu vinci, quella mia figliola, oggi destinata per pasto
al Mago, te la dò in isposa, e tu sarai mio erede nel Regno.»—Niente
impaurito il giovane, ma di più messo al punto di diventare genero
del Re e suo erede, si fece menare nel giardino reale, dove già la
Principessa se ne stava in ginocchioni, raccomandandosi l'anima,
aspettando l'apparita del Mago. Quando il giovane la vidde, gli si
accostò e la chiamò per nome; e gli raccontò, che era venuto lì per
liberarla dalla morte e poi sposarla. La Principessa, girati gli
occhi inzuppi di lacrime, disse:—«Disgraziato, vai via! o il Mostro
spietato avrà oggi due da divorare invece di me sola. È un Mago tutto
pieno d'incantesimi, come vuoi fare ad ammazzarlo?»—Il giovane, che
nel mirare la Principessa se n'era già innamorato fortemente, gli
rispose:—«Tant'è, oramai vuo' correre questo risico per amor vostro;
e sarà quel che è destinato.»—Di lì a poco, scoccò all'orologio di
palazzo il tocco del mezzogiorno; e la terra si diè a trabalzare; e
di repente con gran fracasso s'aperse una buca; e da quella, tra il
foco e il fumo, scaturì il Mago dalle sette teste. Il Mostro subito
andò verso la Principessa con tutte le sette bocche spalancate; e
fistiava dalla gioja, perchè in quel giorno c'erano due da divorare.
Ma il giovane, senza frapporre indugio, saltato sul cavallo, si fogò
contro il Mago, aizzandogli il cane; e con una lanciata lo passò
parte parte. E 'n quel mentre, che il cane lo tratteneva coi denti,
lui, sceso, colla scimitarra in un attimo gli tagliò le sette teste;
sicchè l'ammazzò intra fine fatta e rompette l'incantesimo, liberando
da morte la Principessa e la città da quel flagello. Quando il Mago
non dava più segno di vita, disse la Principessa al giovane:—«Tu sei
mio sposo. Ma piglia i segni della vittoria e portali al Re, acciò
conosca, che fosti te l'ammazzatore del Mostro, e ti permetta darmi
l'anello.»—Il giovane allora tagliò al Mostro le sette lingue e le
ravvolse in un pannolino; e, rimontato a cavallo, s'avviò ad un
albergo per mutarsi i vestiti e comparire dinanzi al Re in figura
garbata e pulita. Or'accadde, che, in una casuccia vicina al giardino
reale, ci stava un ciabattino meschinello, sudicio e stralinco, ma di
gran furbizia e cattiveria. Lui aveva da lontano visto il combattimento
e sentiti i discorsi fra la Principessa ed il giovane; e mulinò fra
sè un chiupparello:—«Profittiamo,»—disse,—«di questo bue, che ha
lasciato nel giardino le teste del Mago e sciupa il tempo a vestirsi in
ghingheri.»—Subito si cala nel giardino da una finestra; raccatta le
sette teste mozzate; le nasconde in un sacco; e, preso un coltellaccio,
che prima tuffò nel sangue, in mano, corre via a furia dal Re, e dice
con un'aria di birbone:—«Maestà, ecco dinanzi a voi l'ammazzatore del
Mago. Queste sono le teste, che con questo coltello gli ho staccate
dal corpo. Mantenetemi dunque la parola e datemi la vostra figliola
in isposa.»—Il Re si sturbò a vedere quel pezzente e alle parole,
che proferì; e non sapeva capacitarsi come fosse ita la faccenda.
Credette, che il giovane ardito l'avesse divorato il Mago; e che il
ciabattino, profittando del contrattempo, avesse assaltato e finito il
Mostro. Ad ogni modo la parola reale era data. Epperò il Re disse:—«Se
così è, e pare a' segni, la mia figliola è tua. Pigliatela.»—In quel
mentre, eccoti la Principessa nella sala; e, sentendo il trattato,
cominciò a protestare, che il ciabattino era un bugiardo e che lui
non aveva per nulla ammazzato il Mago. E qui nacque un battibecco;
e il ciabattino metteva innanzi le teste a provare che diceva la
verità. Sicchè il Re, per forza del giuro suo e dei segni, decretò
che la sua figliola si chetasse e la volse fidanzata al ciabattino. E
subito diede ordine, che s'annunziasse al popolo l'avvenimento e si
apparecchiassero tre giorni di corte bandita con tre grandi conviti
ogni settimana; e all'ultimo di questi si sarebbero celebrate le
nozze. Intanto, il giovane vincitore del Mago si avviava al palazzo
del Re; ma, arrivato all'ingresso, non lo volsero fare entrare. E
sentì nel medesimo tempo il banditore, che annunziava lo sposalizio
della Principessa col ciabattino. Ebbe un bel protestare, urlare, che
lo facessero parlare al Re; le guardie stettero dure, per ordine del
ciabattino, e finalmente scacciarono a forza il giovane di lì. E lui,
mezzo arrabbiato e mezzo piangente, rifece i passi e tornò all'albergo,
ruminando quel, che gli convenisse mesticciare per impedire le
nozze e farsi riconoscere per quello, che aveva morto il Mago. Nel
frattempo, a corte, la mensa era pronta e di molti gl'invitati. E
il ciabattino fu messo accanto alla Principessa, riccamente vestito
e con sotto da sette cuscini, perchè gli stasse comodo. Il giovane,
in quel frattempo, dopo stato un po' a pensare, si voltò al cane,
che gli era a cuccia in su' piedi; e, a un tratto, gli disse:—«To',
corri su; va dalla figliola del Re e festeggia lei sola; e, prima
che si principî a mangiare, butta all'aria la mensa; poi scappa e
non ti lasciar chiappare.»—Il cane ubbidente partì correndo; e saltò
diviato in grembo alla Principessa, e lì ad accarezzarla e leccarla
senza fine. Lei lo riconobbe. E si rallegrava; e, lisciandolo colle
mani, gli domandava del padrone. Ma il ciabattino n'aveva sospetto e
voleva, che il cane si scacciasse fuori della sala. Si messe la zuppa
in tavola; e il cane, addentato un lembo della tovaglia, tira ogni
cosa a sè con tutto l'apparecchio e manda tutto per le terre; e poi,
via a gambe giù per le scale, e nessuno potè raggiungerlo e vedere,
dove mai fosse andato. Lo scompiglio e il trambustìo tra i convitati
non si può neanche raccontare, tanto fu smenso. Dopo otto giorni, si
venne al secondo banchetto. Il giovane disse al cane:—«To', corri:
fa' lo stesso come l'altra volta.»—Quando la Principessa rivedde il
cane, si rallegrò di molto. Ma il ciabattino se ne indispettì; e voleva
assoluto, che il cane fosse preso e scacciato a suon di legnate. La
Principessa però lo difendeva così, che il ciabattino non ardì fargli
forma, abbene che stesse di mal'animo. Portata la zuppa, il cane,
lesto, addenta la tovaglia, butta sottosopra ogni cosa, e fugge ratto
più del vento. Le guardie e i servitori gli si sfilano dietro; ma fu
inutile, perchè non poterono raggiungerlo. Al terzo banchetto, il
giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso dell'altre volte.
Ma questa, lasciati pigliare all'uscio di camera mia.»—Di fatto, il
cane eseguì gli ordini a puntino; sicchè le guardie, giunte alla
camera del giovane e chiappato il cane, sentito che era suo, anche
lui lo arrestarono e lo condussero davanti al Re. Il Re a vederlo
lo riconobbe, e gli disse:—«Non se' tu quello, che ti profferisti
salvare la mia figliola dalle branche del Mago?»—«Sì, son'io»—riprese
il giovane,—«e la salvai ed è mia sposa.»—Ma il ciabattino, alzando
la voce, cominciò a urlare:—«Non è vero, non è vero! I segni
dell'ammazzamento son'io, che gli ho portati al Re; e son'io, che ho
morto il Mago.»—Allora il giovane, senza sturbarsi, rivolto al Re,
disse:—«Ebbene! si portino qui le sette teste mozzate dal Mago, e si
vedrà chi ha ragione.»—Quando le sette teste furono messe a' piedi del
Re, il giovane soggiunse:—«Guardate un po', se hanno le lingue nelle
bocche.»—Le lingue non ci erano, gua'! Il giovane, cavato di seno il
pannolino, le mostrò in quello rinvoltate; e poi si fece a raccontare,
come la cosa fosse andata. Il ciabattino, non ostante, non si dava per
vinto; e pretese, che le lingue si misurassero, per conoscere se si
adattavano alle teste. La prova però tornandogli a carico, ogni volta,
che si eseguiva una misura, lui scaraventava via un cuscino; arrivato
al settimo e ultimo, se la diede a gambe. Ma raggiunto e arrestato,
per comando del Re, venne subito impiccato. Tutti allegri, il Re e
gli sposi assieme a' convitati si sedettero a mensa e si diedero bel
tempo; poi furon fatte le nozze. La mattina, appena giorno, il giovane
si levò; e, aperta la finestra, vedde dirimpetto una folta selva piena
di uccelli e gli venne voglia di andarci a caccia. Ma la moglie lo
scongiurava che non ci avesse il pensiero, perchè quella selva era
incantata e chiunque ci entrava dentro non ritornava più. Il giovane
però, pieno di coraggio e di temerità, appunto perchè nella selva ci si
correva un risico, s'incaponì d'andarci; e, preso il cane, la lancia e
lo stioppo, partì. Aveva di già ammazzato di molti uccelli, quando a
un tratto eccoti un temporale, che pareva il finimondo; toni e saette
da sbalordire e l'acqua cascava giù a bocca di barile. Il giovane,
bagnato sino all'ossa, cercava uscire dalla selva; ma non trovava
più la via. Sicchè, venuta la notte, vedde una grotta e ci entrò. La
grotta era piena di statue di marmo bianco in varî atteggiamenti; ma
il giovane non ci badò troppo, molle e stanco com'era. Ravviate delle
legna secche, coll'acciarino lui accese un pò di foco per rasciugarsi
e còcere gli uccelli morti, avendo fame; e, intanto, pensava alla
moglie; e si pentiva di non avergli dato retta. Di lì a poco, eccoti
nella grotta una vecchierella, che sbatteva i denti, come intrizzita
dal freddo, e tutta fradicia dal capo a' piedi. E, fattasi vicina al
giovane, lo pregò, che la lasciasse riscaldare. E lui:—«Venite pure, mi
terrete compagnia.»—La vecchierella si sedette, e offerse al giovane
sale per gli uccelli arrostiti, pane pel cane e sugna per ugnere le
armi. E il giovane, di nulla sospettando, accettò. Ma a mala pena
ebbe mangiato lui gli uccelli, il cane il pane e l'armi furono unte,
tutti diventarono statue di marmo. In sulla sera, la Principessa, non
vedendo tornare il marito, lo credette morto; e il Re, addolorato,
diede ordine, che la città si vestisse a bruno. Infrattanto, nella casa
paterna del giovane primogenito, che era partito, guardavano tutti i
giorni la boccetta dell'acqua, che lui aveva lasciata: un giorno a un
tratto, ecco! l'acqua s'intorba. Allora il secondogenito dice:—«Il
fratello maggiore o è morto, o gli è intravvenuta qualche disgrazia.
Vo' andare a cercarne. Tenete: anch'io vi dò questa boccetta d'acqua
chiara; se s'intorba, sapete quel, che vi tocca a fare. Addio.»—Monta
a cavallo; e col cane, la lancia e lo stioppo ad armacollo, parte di
galoppo. Il secondogenito, dappertutto, dove passava o si fermava,
faceva delle ricerche sul fratello suo, dicendo:—«Avete visto uno
compagno a me?»—E ognuno rideva, rispondendo:—«Oh bella! non siete
voi quello dell'altra volta?»—A questo modo il giovane capiva, che
pur' anche il primogenito era passato da quei luoghi. E quando lui
arrivò alla città, dove il primogenito aveva morto il Mago e sposata
la figliola del Re, in nel suo entrare, tutti facevano le meraviglie
e gridavano:—«È lui! è salvo! Viva il Principe!»—Sicchè, fermato e
condotto dal Re, tanto questo, che la Principessa e la corte intiera,
ingannati dalla gran somiglianza, lo sbagliavano col primogenito.
E lui? zitto! non conoscendo se era in mezzo a gente di garbo o a
gente traditora. Ma tanto la rigirò con furbizia, interrogando e
rispondendo a proposito, che venne a capo di raccapezzare a un dipresso
le avventure del primogenito, le sue nozze colla Principessa e il suo
smarrimento nella selva incantata. Venuta la notte, il secondogenito
fece le viste di essere di molto sturbato pe' disagi sofferti e
stracco morto; e, messosi sovra una sponda del letto, lontano dalla
Principessa, si addormentò. Alla mattina, si sveglia, si alza e apre la
finestra e vede la selva dirimpetto. Coll'animo bramoso di ricercare il
fratello, dice alla Principessa:—«Vò andare un po' a caccia laggiù.»—E
la Principessa piangendo:—«Ma che non ti basta il pericolo, scansato
una volta, e le pene, che m'hai fatto soffrire a cagion tua? Non andare
nella selva.»—Il secondogenito però non gli diede ascolto, e partì
verso la selva assieme al cane, e con la lancia e lo stioppo. E costì
a lui pure gli accade tutto quello, che era accaduto al primogenito;
e rimase anche lui nella grotta trasmutato in istatua di marmo. La
Principessa, non vedendolo tornare, lo tenne per perso; e la città
daccapo si vestì a bruno per comando del Re. Nella casa paterna,
intanto, dei tre fratelli, anche la boccetta del secondogenito si
sturbò. E il terzogenito non frappose indugio; ma, sellato il cavallo,
vi montò sopra; e, detto addio al padre e alla madre, partì a ricercare
i due suoi fratelli. Prese con seco anche lui il cane, la lancia e lo
stioppo. Cammin facendo, sempre chiedeva notizie, dicendo:—«C'è passato
di quì due compagni a me?»—E tutti rispondevano:—«O perchè fate sempre
la stessa domanda? Che siete matto?»—In questo modo, capiva, che i
suoi fratelli avevano tenuta la medesima strada. Giunto alla città,
venne accolto con gran festa e menato dal Re: e al solito, per la
gran somiglianza, tutti lo sbagliavano pel primogenito. Andato poi a
letto colla Principessa, si finse stracco e dormì sovra una sponda. La
mattina, a levata di sole, il terzogenito si affacciò alla finestra,
e, vista la selva, disse alla Principessa:—«Voglio andare a caccia
laggiù.»—La Principessa diede in disperazione e gridava:—«Dunque
proprio tu vuoi andare in perdizione? e finirai con farmi morire di
paura.»—Ma il terzogenito non si commosse, avendo fissato in core di
ritrovare a ogni costo i proprî fratelli. Sicchè, prese le armi ed
il cane, s'avviò alla selva. Quando fu lì, ammazzò di molti uccelli.
Ma, tutt'a un tratto, s'alza il temporale. Sicchè smarritosi, gira e
rigira, capitò nella grotta; e, guardate le statue, ci riconobbe subito
anche i proprî fratelli. Disse fra sè:—«Qui c'è qualche inganno; ma
starò a occhi aperti.»—Accese il foco per rasciugarsi e per cocere gli
uccelli; ed eccoti la medesima vecchierella, che, accostandosi, gli
chiese di lasciarla scaldarsi. Il giovane la sbirciò di traverso; e
con mal garbo gli disse:—«Va 'n là! accanto a me non ti ci voglio.»—La
vecchierella parve sconcertata a quest'accoglienza: e soggiunse
frignando:—«Quanta poca carità avete! pure io vi offerirò di che
meglio cenare. Eccovi del sale per gli uccelli arrostiti, del pane pel
cane e della sugna per ungere le armi.»—«Eh! vecchia strega,»—urlò il
giovane,—«me, tu non mi cucchi!»—E, saltatogli addosso, la buttò in
terra e ce la tenne con un ginocchio sul ventre. Poi gli serrò la gola
colla mancina, tirò fori la scimitarra e, accostategliela al collo,
disse:—«Stregaccia infame! o tu mi rendi i miei fratelli o ti cavo
l'anima senza misericordia.»—La vecchierella protestava, che nulla
di male aveva fatto; ma, vedendo che il giovane non si commoveva e
che stava lì lì per segargli la gola, piena di paura, promesse, che
avrebbe obbedito a quel, che il giovane gli comandava. E, frugatasi
in tasca, cavò un vaso di ungento, perchè ne ugnesse le statue,
assicurandogli, che a quel modo sarebbero tornati tutti in vita. Il
giovane non lasciò la vecchierella; ma, minacciandola sempre coll'arme,
la obbligò a fare lei l'operazione: sicchè in poco d'ora tutte quelle
statue erano rimenate a vivere e la grotta ne fu piena. I fratelli
subito si riconobbero e s'abbracciarono; tutte le altre persone pure
non trovavano parole, per ringraziare degnamente chi l'aveva salvate.
Nel trambustìo intanto la vecchia cercava svignarsela; ma, essendosene
accorti, gli furono sopra e la squartarono e così ruppero l'incanto
della selva. Di più, il primogenito gli prese il vasetto dell'unguento,
che rendeva la vita agl'incantati e a' morti. Cammin facendo per
ritornare in città, i fratelli si raccontavano le avventure patite;
ma il primogenito, nel sentire, che gli altri due erano stati a letto
colla Principessa, preso da furore geloso, sfoderata la scimitarra,
ammazzò i suoi fratelli. Non appena però commesso quel delitto,
che un gran rimorso gli nacque in core; e si buttò su' corpi de'
morti, e diede in disperazioni e voleva tagliarsi in tutti i modi la
gola. Ma gli altri lo impedirono. Tutto a un tratto, si ricordò lui
dell'unguento preso alla vecchia strega; e, pensando, che era bono a
far rinvivire i fratelli, ne fece la prova, ugnendo le loro ferite; e,
miracolo! que' due si alzarono in piedi rinsanichiti e vispoli. Pieno
di allegria, il primogenito chiese e ottenne perdono dai suoi fratelli;
e poi con loro e la frotta dei compagni si recarono dal Re. Furono
ricevuti con grande contentezza; si ordinarono canti e feste per la
città; e si dette nelle campane, che pareva il nabisso. Il Primogenito
si riunì colla Principessa; e il Re trovò mogli signorili agli altri
due fratelli e gli messe nelle prime cariche di corte.