IL MAGO DALLE SETTE TESTE[1].

C'era una volta un omo pescatore, il quale aveva una moglie sterile,

abbene che fosse a lei da molto tempo marito. Un bel giorno, il

pescatore colle sue reti se n'andò a pescare nel lago vicino. E gli

venne fatto di chiappare un pesce di gran bellezza e grossezza;

che, subito messo fuori dell'acqua, si diede in tono pignucoloso a

raccomandarsi a quell'omo, che lo lasciasse andar via, promettendo

insegnargli uno stagno lì vicino, dove lui avrebbe potuto in un momento

fare una ricca pescagione[2]. Rimase il pescatore mezzo imvecille

e impaurito, nel sentire un pesce a parlare; e gli parve sì gran

miracolo, che, senza frapporre indugio, gli ridiede la libertà. Poi

andò allo stagno insegnatogli dal pesce e ci ricavò in due o tre

buttate di rete una smensa quantità di bonissima pescagione. Col

carico addosso, il pescatore, ritornato a casa, fece vedere alla donna

la preda insolita e gli raccontò quel, che gli era intravenuto. La

moglie, sentendo questo, s'imbizzarrì fuor di modo e lo trattò di

mammalucco, perchè si fosse lasciato scappare il bel pesce d'in fra

le mani. Disse:—«Bada bene di ricercarlo domani e portarlo a casa,

che lo voglio. I' ho una bramosia di acconciarmelo in un intingolo da

levarmi la fame per un pezzo.»—Il pescatore, il giorno di poi, fu al

lago; e, buttate le reti, il pesce parlante c'entrò dentro. Ma alle

suppliche sue il pescatore non seppe resistere, sicchè anche questa

volta lo liberò; e, fatta abbondante pesca nel solito stagno, se ne

rivenne a casa. Non è a dire se la moglie del pescatore uscisse fori

da' gangheri, quando riseppe, che il pesce era stato chiappo daccapo

e che il suo marito non l'aveva con sè. Messe le mani su' fianchi e

con una faccia malandrina principiò a urlare:—«Grullo, che se' un omo

di stoppa? Non te n'addai, che quì sotto gatta ci cova, e che è la

fortuna, che ti viene incontro e tu la spregi? O domani tu mi porti

il pesce o ti nimicherò finchè campi.»—Sospinto e incoraggito dagli

sberci della moglie, il pescatore, la mattina dopo, arrivato al lago

e buttate le reti, alla prima tirata il pesce c'era dentro: e senza

badare alle parole sue, corse diviato a casa e lo porse vivo sempre

alla moglie, che lo prese e lo messe in un catino d'acqua fresca. Lì

stavano d'attorno a rimirarlo e a farci sù de' ragionamenti; e la donna

fantasticava, cercando qual fosse il miglior modo di cucinarlo. Il

pesce allora, tirato un po' fori dell'acqua il capo, disse:—«Giacchè

veggo, che non c'è più rimedio e ho da morire, lasciatemi almeno far

prima testamento.»—Avendovi consentito il pescatore e la donna, il

pesce soggiunse:—«Quando sarò morto, sparato e cotto, mangi le mie

carni la donna, date a bere alla cavalla la broda della lessatura,

buttate le ossa alla cagna, e le tre più grosse teghe mie piantatele

ritte nell'orto vostro.»—Ammazzato il pesce e cotto, i due conjugi

fecero appuntino quel, che il pesce gli aveva detto. E n'accadde,

che la donna, la cavalla e la cagna, ognuna di loro insomma partorì

tre creature mastie della sua specie, e le teghe piantate nell'orto

crebbero e diventarono tre lance. Tanto queste, che le creature nate,

si rassomigliavano così, che era impossibile riconoscerle fra loro

senza mettergli un segno. Quando i fanciulli furono giovanotti grandi,

il padre diede un cavallo, un cane e una lancia a tutti e tre, e ci

aggiunse del suo uno stioppo da caccia. Ma non passò di molto tempo,

che il primogenito si straccò di stare a casa povero. Sicchè volse

andar per il mondo in cerca di fortuna. Montato dunque a cavallo, prese

con seco il cane, la lancia e lo stioppo a armasollo, salutò quelli di

casa, e, lasciando una boccetta turata piena d'acqua chiara, disse:—«Se

quest'acqua s'intorba, venite a cercar di me: io, o sarò morto, o mi

sarà intravvenuta qualche disgrazia. Addio.»—E partì al galoppo. Il

primogenito, dopo avere camminato di molti giorni per paesi ignoti,

s'imbattè alle porte di una grandissima città e popolosa, dove entrato,

si maravigliò oltre credenza nel vedere tutti gli abitanti di quella

vestiti a lutto e mesti in viso. Incuriosito, ne domandò la ragione

al primo incontrato. E seppe: come un Mago spaventoso con sette teste

da lungo tempo compariva tutti i dì nel giardino reale al tocco di

mezzogiorno, e divorava quanta gente gli capitava dinanzi; come il Re,

a rimedio di peggio male, s'era obbligato col Mago di apparecchiargli

a sorte un corpo umano al giorno; e come, quella mattina, la sorte era

appunto cascata sulla stessa figliola del Re, e per questo la città

tutta disperata vestiva di bruno.[3] Il giovane, che era coraggioso,

disse:—«Non c'è forse modo di salvare la figliola del Re e liberare

la città da simile flagello? Conducetemi al Re.»—Detto fatto, il

giovane fu condotto alla presenza del Re; e gli chiese il permesso

di combattere col Mago e di ammazzarlo. Il Re gli rispose:—«Giovane

ardito, sappi che di molti prima di te si sono provati all'impresa, ma

ci rimessero la vita. Se però anche te vuoi risicarla, io non te lo

impedisco. E se tu vinci, quella mia figliola, oggi destinata per pasto

al Mago, te la dò in isposa, e tu sarai mio erede nel Regno.»—Niente

impaurito il giovane, ma di più messo al punto di diventare genero

del Re e suo erede, si fece menare nel giardino reale, dove già la

Principessa se ne stava in ginocchioni, raccomandandosi l'anima,

aspettando l'apparita del Mago. Quando il giovane la vidde, gli si

accostò e la chiamò per nome; e gli raccontò, che era venuto lì per

liberarla dalla morte e poi sposarla. La Principessa, girati gli

occhi inzuppi di lacrime, disse:—«Disgraziato, vai via! o il Mostro

spietato avrà oggi due da divorare invece di me sola. È un Mago tutto

pieno d'incantesimi, come vuoi fare ad ammazzarlo?»—Il giovane, che

nel mirare la Principessa se n'era già innamorato fortemente, gli

rispose:—«Tant'è, oramai vuo' correre questo risico per amor vostro;

e sarà quel che è destinato.»—Di lì a poco, scoccò all'orologio di

palazzo il tocco del mezzogiorno; e la terra si diè a trabalzare; e

di repente con gran fracasso s'aperse una buca; e da quella, tra il

foco e il fumo, scaturì il Mago dalle sette teste. Il Mostro subito

andò verso la Principessa con tutte le sette bocche spalancate; e

fistiava dalla gioja, perchè in quel giorno c'erano due da divorare.

Ma il giovane, senza frapporre indugio, saltato sul cavallo, si fogò

contro il Mago, aizzandogli il cane; e con una lanciata lo passò

parte parte. E 'n quel mentre, che il cane lo tratteneva coi denti,

lui, sceso, colla scimitarra in un attimo gli tagliò le sette teste;

sicchè l'ammazzò intra fine fatta e rompette l'incantesimo, liberando

da morte la Principessa e la città da quel flagello. Quando il Mago

non dava più segno di vita, disse la Principessa al giovane:—«Tu sei

mio sposo. Ma piglia i segni della vittoria e portali al Re, acciò

conosca, che fosti te l'ammazzatore del Mostro, e ti permetta darmi

l'anello.»—Il giovane allora tagliò al Mostro le sette lingue e le

ravvolse in un pannolino; e, rimontato a cavallo, s'avviò ad un

albergo per mutarsi i vestiti e comparire dinanzi al Re in figura

garbata e pulita. Or'accadde, che, in una casuccia vicina al giardino

reale, ci stava un ciabattino meschinello, sudicio e stralinco, ma di

gran furbizia e cattiveria. Lui aveva da lontano visto il combattimento

e sentiti i discorsi fra la Principessa ed il giovane; e mulinò fra

sè un chiupparello:—«Profittiamo,»—disse,—«di questo bue, che ha

lasciato nel giardino le teste del Mago e sciupa il tempo a vestirsi in

ghingheri.»—Subito si cala nel giardino da una finestra; raccatta le

sette teste mozzate; le nasconde in un sacco; e, preso un coltellaccio,

che prima tuffò nel sangue, in mano, corre via a furia dal Re, e dice

con un'aria di birbone:—«Maestà, ecco dinanzi a voi l'ammazzatore del

Mago. Queste sono le teste, che con questo coltello gli ho staccate

dal corpo. Mantenetemi dunque la parola e datemi la vostra figliola

in isposa.»—Il Re si sturbò a vedere quel pezzente e alle parole,

che proferì; e non sapeva capacitarsi come fosse ita la faccenda.

Credette, che il giovane ardito l'avesse divorato il Mago; e che il

ciabattino, profittando del contrattempo, avesse assaltato e finito il

Mostro. Ad ogni modo la parola reale era data. Epperò il Re disse:—«Se

così è, e pare a' segni, la mia figliola è tua. Pigliatela.»—In quel

mentre, eccoti la Principessa nella sala; e, sentendo il trattato,

cominciò a protestare, che il ciabattino era un bugiardo e che lui

non aveva per nulla ammazzato il Mago. E qui nacque un battibecco;

e il ciabattino metteva innanzi le teste a provare che diceva la

verità. Sicchè il Re, per forza del giuro suo e dei segni, decretò

che la sua figliola si chetasse e la volse fidanzata al ciabattino. E

subito diede ordine, che s'annunziasse al popolo l'avvenimento e si

apparecchiassero tre giorni di corte bandita con tre grandi conviti

ogni settimana; e all'ultimo di questi si sarebbero celebrate le

nozze. Intanto, il giovane vincitore del Mago si avviava al palazzo

del Re; ma, arrivato all'ingresso, non lo volsero fare entrare. E

sentì nel medesimo tempo il banditore, che annunziava lo sposalizio

della Principessa col ciabattino. Ebbe un bel protestare, urlare, che

lo facessero parlare al Re; le guardie stettero dure, per ordine del

ciabattino, e finalmente scacciarono a forza il giovane di lì. E lui,

mezzo arrabbiato e mezzo piangente, rifece i passi e tornò all'albergo,

ruminando quel, che gli convenisse mesticciare per impedire le

nozze e farsi riconoscere per quello, che aveva morto il Mago. Nel

frattempo, a corte, la mensa era pronta e di molti gl'invitati. E

il ciabattino fu messo accanto alla Principessa, riccamente vestito

e con sotto da sette cuscini, perchè gli stasse comodo. Il giovane,

in quel frattempo, dopo stato un po' a pensare, si voltò al cane,

che gli era a cuccia in su' piedi; e, a un tratto, gli disse:—«To',

corri su; va dalla figliola del Re e festeggia lei sola; e, prima

che si principî a mangiare, butta all'aria la mensa; poi scappa e

non ti lasciar chiappare.»—Il cane ubbidente partì correndo; e saltò

diviato in grembo alla Principessa, e lì ad accarezzarla e leccarla

senza fine. Lei lo riconobbe. E si rallegrava; e, lisciandolo colle

mani, gli domandava del padrone. Ma il ciabattino n'aveva sospetto e

voleva, che il cane si scacciasse fuori della sala. Si messe la zuppa

in tavola; e il cane, addentato un lembo della tovaglia, tira ogni

cosa a sè con tutto l'apparecchio e manda tutto per le terre; e poi,

via a gambe giù per le scale, e nessuno potè raggiungerlo e vedere,

dove mai fosse andato. Lo scompiglio e il trambustìo tra i convitati

non si può neanche raccontare, tanto fu smenso. Dopo otto giorni, si

venne al secondo banchetto. Il giovane disse al cane:—«To', corri:

fa' lo stesso come l'altra volta.»—Quando la Principessa rivedde il

cane, si rallegrò di molto. Ma il ciabattino se ne indispettì; e voleva

assoluto, che il cane fosse preso e scacciato a suon di legnate. La

Principessa però lo difendeva così, che il ciabattino non ardì fargli

forma, abbene che stesse di mal'animo. Portata la zuppa, il cane,

lesto, addenta la tovaglia, butta sottosopra ogni cosa, e fugge ratto

più del vento. Le guardie e i servitori gli si sfilano dietro; ma fu

inutile, perchè non poterono raggiungerlo. Al terzo banchetto, il

giovane disse al cane:—«To', corri: fa' lo stesso dell'altre volte.

Ma questa, lasciati pigliare all'uscio di camera mia.»—Di fatto, il

cane eseguì gli ordini a puntino; sicchè le guardie, giunte alla

camera del giovane e chiappato il cane, sentito che era suo, anche

lui lo arrestarono e lo condussero davanti al Re. Il Re a vederlo

lo riconobbe, e gli disse:—«Non se' tu quello, che ti profferisti

salvare la mia figliola dalle branche del Mago?»—«Sì, son'io»—riprese

il giovane,—«e la salvai ed è mia sposa.»—Ma il ciabattino, alzando

la voce, cominciò a urlare:—«Non è vero, non è vero! I segni

dell'ammazzamento son'io, che gli ho portati al Re; e son'io, che ho

morto il Mago.»—Allora il giovane, senza sturbarsi, rivolto al Re,

disse:—«Ebbene! si portino qui le sette teste mozzate dal Mago, e si

vedrà chi ha ragione.»—Quando le sette teste furono messe a' piedi del

Re, il giovane soggiunse:—«Guardate un po', se hanno le lingue nelle

bocche.»—Le lingue non ci erano, gua'! Il giovane, cavato di seno il

pannolino, le mostrò in quello rinvoltate; e poi si fece a raccontare,

come la cosa fosse andata. Il ciabattino, non ostante, non si dava per

vinto; e pretese, che le lingue si misurassero, per conoscere se si

adattavano alle teste. La prova però tornandogli a carico, ogni volta,

che si eseguiva una misura, lui scaraventava via un cuscino; arrivato

al settimo e ultimo, se la diede a gambe. Ma raggiunto e arrestato,

per comando del Re, venne subito impiccato. Tutti allegri, il Re e

gli sposi assieme a' convitati si sedettero a mensa e si diedero bel

tempo; poi furon fatte le nozze. La mattina, appena giorno, il giovane

si levò; e, aperta la finestra, vedde dirimpetto una folta selva piena

di uccelli e gli venne voglia di andarci a caccia. Ma la moglie lo

scongiurava che non ci avesse il pensiero, perchè quella selva era

incantata e chiunque ci entrava dentro non ritornava più. Il giovane

però, pieno di coraggio e di temerità, appunto perchè nella selva ci si

correva un risico, s'incaponì d'andarci; e, preso il cane, la lancia e

lo stioppo, partì. Aveva di già ammazzato di molti uccelli, quando a

un tratto eccoti un temporale, che pareva il finimondo; toni e saette

da sbalordire e l'acqua cascava giù a bocca di barile. Il giovane,

bagnato sino all'ossa, cercava uscire dalla selva; ma non trovava

più la via. Sicchè, venuta la notte, vedde una grotta e ci entrò. La

grotta era piena di statue di marmo bianco in varî atteggiamenti; ma

il giovane non ci badò troppo, molle e stanco com'era. Ravviate delle

legna secche, coll'acciarino lui accese un pò di foco per rasciugarsi

e còcere gli uccelli morti, avendo fame; e, intanto, pensava alla

moglie; e si pentiva di non avergli dato retta. Di lì a poco, eccoti

nella grotta una vecchierella, che sbatteva i denti, come intrizzita

dal freddo, e tutta fradicia dal capo a' piedi. E, fattasi vicina al

giovane, lo pregò, che la lasciasse riscaldare. E lui:—«Venite pure, mi

terrete compagnia.»—La vecchierella si sedette, e offerse al giovane

sale per gli uccelli arrostiti, pane pel cane e sugna per ugnere le

armi. E il giovane, di nulla sospettando, accettò. Ma a mala pena

ebbe mangiato lui gli uccelli, il cane il pane e l'armi furono unte,

tutti diventarono statue di marmo. In sulla sera, la Principessa, non

vedendo tornare il marito, lo credette morto; e il Re, addolorato,

diede ordine, che la città si vestisse a bruno. Infrattanto, nella casa

paterna del giovane primogenito, che era partito, guardavano tutti i

giorni la boccetta dell'acqua, che lui aveva lasciata: un giorno a un

tratto, ecco! l'acqua s'intorba. Allora il secondogenito dice:—«Il

fratello maggiore o è morto, o gli è intravvenuta qualche disgrazia.

Vo' andare a cercarne. Tenete: anch'io vi dò questa boccetta d'acqua

chiara; se s'intorba, sapete quel, che vi tocca a fare. Addio.»—Monta

a cavallo; e col cane, la lancia e lo stioppo ad armacollo, parte di

galoppo. Il secondogenito, dappertutto, dove passava o si fermava,

faceva delle ricerche sul fratello suo, dicendo:—«Avete visto uno

compagno a me?»—E ognuno rideva, rispondendo:—«Oh bella! non siete

voi quello dell'altra volta?»—A questo modo il giovane capiva, che

pur' anche il primogenito era passato da quei luoghi. E quando lui

arrivò alla città, dove il primogenito aveva morto il Mago e sposata

la figliola del Re, in nel suo entrare, tutti facevano le meraviglie

e gridavano:—«È lui! è salvo! Viva il Principe!»—Sicchè, fermato e

condotto dal Re, tanto questo, che la Principessa e la corte intiera,

ingannati dalla gran somiglianza, lo sbagliavano col primogenito.

E lui? zitto! non conoscendo se era in mezzo a gente di garbo o a

gente traditora. Ma tanto la rigirò con furbizia, interrogando e

rispondendo a proposito, che venne a capo di raccapezzare a un dipresso

le avventure del primogenito, le sue nozze colla Principessa e il suo

smarrimento nella selva incantata. Venuta la notte, il secondogenito

fece le viste di essere di molto sturbato pe' disagi sofferti e

stracco morto; e, messosi sovra una sponda del letto, lontano dalla

Principessa, si addormentò. Alla mattina, si sveglia, si alza e apre la

finestra e vede la selva dirimpetto. Coll'animo bramoso di ricercare il

fratello, dice alla Principessa:—«Vò andare un po' a caccia laggiù.»—E

la Principessa piangendo:—«Ma che non ti basta il pericolo, scansato

una volta, e le pene, che m'hai fatto soffrire a cagion tua? Non andare

nella selva.»—Il secondogenito però non gli diede ascolto, e partì

verso la selva assieme al cane, e con la lancia e lo stioppo. E costì

a lui pure gli accade tutto quello, che era accaduto al primogenito;

e rimase anche lui nella grotta trasmutato in istatua di marmo. La

Principessa, non vedendolo tornare, lo tenne per perso; e la città

daccapo si vestì a bruno per comando del Re. Nella casa paterna,

intanto, dei tre fratelli, anche la boccetta del secondogenito si

sturbò. E il terzogenito non frappose indugio; ma, sellato il cavallo,

vi montò sopra; e, detto addio al padre e alla madre, partì a ricercare

i due suoi fratelli. Prese con seco anche lui il cane, la lancia e lo

stioppo. Cammin facendo, sempre chiedeva notizie, dicendo:—«C'è passato

di quì due compagni a me?»—E tutti rispondevano:—«O perchè fate sempre

la stessa domanda? Che siete matto?»—In questo modo, capiva, che i

suoi fratelli avevano tenuta la medesima strada. Giunto alla città,

venne accolto con gran festa e menato dal Re: e al solito, per la

gran somiglianza, tutti lo sbagliavano pel primogenito. Andato poi a

letto colla Principessa, si finse stracco e dormì sovra una sponda. La

mattina, a levata di sole, il terzogenito si affacciò alla finestra,

e, vista la selva, disse alla Principessa:—«Voglio andare a caccia

laggiù.»—La Principessa diede in disperazione e gridava:—«Dunque

proprio tu vuoi andare in perdizione? e finirai con farmi morire di

paura.»—Ma il terzogenito non si commosse, avendo fissato in core di

ritrovare a ogni costo i proprî fratelli. Sicchè, prese le armi ed

il cane, s'avviò alla selva. Quando fu lì, ammazzò di molti uccelli.

Ma, tutt'a un tratto, s'alza il temporale. Sicchè smarritosi, gira e

rigira, capitò nella grotta; e, guardate le statue, ci riconobbe subito

anche i proprî fratelli. Disse fra sè:—«Qui c'è qualche inganno; ma

starò a occhi aperti.»—Accese il foco per rasciugarsi e per cocere gli

uccelli; ed eccoti la medesima vecchierella, che, accostandosi, gli

chiese di lasciarla scaldarsi. Il giovane la sbirciò di traverso; e

con mal garbo gli disse:—«Va 'n là! accanto a me non ti ci voglio.»—La

vecchierella parve sconcertata a quest'accoglienza: e soggiunse

frignando:—«Quanta poca carità avete! pure io vi offerirò di che

meglio cenare. Eccovi del sale per gli uccelli arrostiti, del pane pel

cane e della sugna per ungere le armi.»—«Eh! vecchia strega,»—urlò il

giovane,—«me, tu non mi cucchi!»—E, saltatogli addosso, la buttò in

terra e ce la tenne con un ginocchio sul ventre. Poi gli serrò la gola

colla mancina, tirò fori la scimitarra e, accostategliela al collo,

disse:—«Stregaccia infame! o tu mi rendi i miei fratelli o ti cavo

l'anima senza misericordia.»—La vecchierella protestava, che nulla

di male aveva fatto; ma, vedendo che il giovane non si commoveva e

che stava lì lì per segargli la gola, piena di paura, promesse, che

avrebbe obbedito a quel, che il giovane gli comandava. E, frugatasi

in tasca, cavò un vaso di ungento, perchè ne ugnesse le statue,

assicurandogli, che a quel modo sarebbero tornati tutti in vita. Il

giovane non lasciò la vecchierella; ma, minacciandola sempre coll'arme,

la obbligò a fare lei l'operazione: sicchè in poco d'ora tutte quelle

statue erano rimenate a vivere e la grotta ne fu piena. I fratelli

subito si riconobbero e s'abbracciarono; tutte le altre persone pure

non trovavano parole, per ringraziare degnamente chi l'aveva salvate.

Nel trambustìo intanto la vecchia cercava svignarsela; ma, essendosene

accorti, gli furono sopra e la squartarono e così ruppero l'incanto

della selva. Di più, il primogenito gli prese il vasetto dell'unguento,

che rendeva la vita agl'incantati e a' morti. Cammin facendo per

ritornare in città, i fratelli si raccontavano le avventure patite;

ma il primogenito, nel sentire, che gli altri due erano stati a letto

colla Principessa, preso da furore geloso, sfoderata la scimitarra,

ammazzò i suoi fratelli. Non appena però commesso quel delitto,

che un gran rimorso gli nacque in core; e si buttò su' corpi de'

morti, e diede in disperazioni e voleva tagliarsi in tutti i modi la

gola. Ma gli altri lo impedirono. Tutto a un tratto, si ricordò lui

dell'unguento preso alla vecchia strega; e, pensando, che era bono a

far rinvivire i fratelli, ne fece la prova, ugnendo le loro ferite; e,

miracolo! que' due si alzarono in piedi rinsanichiti e vispoli. Pieno

di allegria, il primogenito chiese e ottenne perdono dai suoi fratelli;

e poi con loro e la frotta dei compagni si recarono dal Re. Furono

ricevuti con grande contentezza; si ordinarono canti e feste per la

città; e si dette nelle campane, che pareva il nabisso. Il Primogenito

si riunì colla Principessa; e il Re trovò mogli signorili agli altri

due fratelli e gli messe nelle prime cariche di corte.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 135 / 292 题