C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna
ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli
volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano
sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un
giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e
morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il
povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già
notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci
tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza
sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso
vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare,
dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma
non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo,
sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il
ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè!
tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto
impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E
lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte
di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la
sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto
contento nel trovare il vôto del sasso pieno di foglie secche; chè lui
non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e
più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e
stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto
del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere
inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha
empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte
per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto
sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta
la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro!
meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare
per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno,
il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo.
Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse
quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare
certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo.
Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai,
se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti
siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra,
ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a
sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno.
Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo,
accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il
ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano
grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse
tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini,
lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa
di darla in moglie, assieme al tesoro ammucchiato, al vincitore.
Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far
prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina
mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e
ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco
tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4] armi,
prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal
Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi
credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per
giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e,
guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa.
Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le
pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo
parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel
Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della
Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte
portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia
e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si
ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del
convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era
creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che,
vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui
a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione
e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da
mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse,
allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il
ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per
tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu fare
a darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E,
spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo,
apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti,
chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati
buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a
crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero
e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non
sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che
accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi
suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione,
disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene?
Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del
vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono
io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che
alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi;
e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo'
vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito
spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo,
apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande
meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di
mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no,
Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire
una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco;
e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda
del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e
un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il
ragazzotto—«e il tovagliolo è vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte
colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E,
il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati
veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e
bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare
adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col
Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E
i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi
servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina,
si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di
molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare
ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse
dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione,
quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la
scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma
col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co'
medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì
un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno
che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere
in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai
lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà
bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese
il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da
signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati.
Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito,
e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e
i convitati, andati in sala col Re e la sua corte, si sedettero a
mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino,
comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di
gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a
furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie
si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava
la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato
a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si
fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto
trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione
di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo
organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di
là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi
rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu
venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose
il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re.
E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e
sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito,
disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che
mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono
nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a
quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo.
Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A
pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e
gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto
collo sposo, tu risponda sempre di _no_ alle sue richieste.»—La
figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta
la sera, il ragazzotto se n'andiede a letto colla figliola del Re;
e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col
fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano
aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il
ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E
le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene,
sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E
la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando
della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono.
Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con
questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto,
alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al
buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di
tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti
fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E
la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino
alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno,
e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la
figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e
voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli
protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate
le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo;
e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran
bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle,
che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse
con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono
felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il
Regno.[6]