IL FIGLIOLO DEL PECORAIO.[1]

C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna

ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli

volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano

sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un

giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e

morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il

povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già

notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci

tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza

sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso

vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare,

dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma

non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo,

sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il

ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè!

tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto

impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E

lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte

di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la

sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto

contento nel trovare il vôto del sasso pieno di foglie secche; chè lui

non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e

più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e

stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto

del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere

inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha

empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte

per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto

sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta

la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro!

meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare

per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno,

il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo.

Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse

quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare

certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo.

Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai,

se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti

siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra,

ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a

sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno.

Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo,

accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il

ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano

grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse

tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini,

lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa

di darla in moglie, assieme al tesoro ammucchiato, al vincitore.

Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far

prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina

mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e

ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco

tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4] armi,

prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal

Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi

credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per

giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e,

guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa.

Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le

pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo

parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel

Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della

Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte

portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia

e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si

ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del

convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era

creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che,

vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui

a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione

e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da

mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse,

allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il

ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per

tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu fare

a darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E,

spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo,

apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti,

chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati

buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a

crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero

e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non

sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che

accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi

suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione,

disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene?

Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del

vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono

io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che

alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi;

e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo'

vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito

spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo,

apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande

meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di

mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no,

Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire

una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco;

e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda

del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e

un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il

ragazzotto—«e il tovagliolo è vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte

colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E,

il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati

veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e

bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare

adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col

Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E

i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi

servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina,

si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di

molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare

ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse

dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione,

quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la

scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma

col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co'

medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì

un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno

che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere

in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai

lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà

bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese

il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da

signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati.

Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito,

e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e

i convitati, andati in sala col Re e la sua corte, si sedettero a

mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino,

comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di

gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a

furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie

si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava

la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato

a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si

fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto

trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione

di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo

organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di

là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi

rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu

venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose

il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re.

E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e

sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito,

disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che

mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono

nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a

quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo.

Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A

pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e

gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto

collo sposo, tu risponda sempre di _no_ alle sue richieste.»—La

figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta

la sera, il ragazzotto se n'andiede a letto colla figliola del Re;

e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col

fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano

aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il

ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E

le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene,

sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E

la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando

della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono.

Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con

questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto,

alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al

buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di

tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti

fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E

la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino

alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno,

e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la

figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e

voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli

protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate

le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo;

e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran

bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle,

che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse

con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono

felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il

Regno.[6]

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 131 / 292 题