C'era una volta un pover'omo, che aveva tre figliole. La minore,
essendo la più bella e la più manierata e dolce di carattere, era
di molto odiata dalle altre due sorelle, ma in quella vece il
padre gli voleva un gran bene. Or'avvenne, che in un vicino paese,
appunto nel mese di gennaio, vi fosse una fiera; alla quale andando
il pover'omo per provvigioni a campare la famiglia, ciascuna delle
figliole gli domandò che gli portasse qualche regaluccio: la Rosina
volle un vestito, la Marietta uno scialle, e la Zelinda si contentò
di una rosa[2]. Il giorno dopo a bruzzolo, il pover'omo si messe in
viaggio. E arrivato in sulla fiera, comprate che ebbe le provvigioni,
gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la
Marietta; ma non gli riescì, per quanto s'affannasse a cercarne,
trovar la rosa per la Zelinda. Pure, voglioso di accontentare quella
sua cara figliola, si rimesse in viaggio alla ventura lì pe' dintorni,
e, cammina cammina, giunse ad un bel giardino; e siccome n'era il
cancello aperto, e' vi entrò diviato. Il giardino era carico gremito
d'ogni sorta di fiori, e in un cantuccio sorgeva su un[3] cespuglio
di vaghe rose sbocciate e di colore smagliante. Non pareva che ci
fosse nel giardino anima viva, cui domandare una rosa in compra o
in regalo; sicchè il pover'omo, allungata la mano al cespuglio,
staccò una rosa per la sua Zelinda. Misericordia! chè appena colto
il fiore, di dentro al cespuglio, con gran fracasso e fiamme, sbucò
uno spaventevole Mostro in forma di dragone[4], che fischiando a
tutto potere, disse:—«Temerario, che ha' tu fatto? Bisognerà che tu
moja subito, giacchè avesti l'ardire di toccare e sciupinare la mia
pianta di rose.»—Il pover'omo, morto più che mezzo dalla paura, si
messe a piangere, a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono
dello sbaglio commesso, e si diè a fare racconto del perchè cogliesse
la rosa. E poi diceva:—«Lasciatemi andare. Ho famiglia; e, se non ci
son'io, l'è finita per lei e va in perdizione.»—Ma il Mostro inferocito
gli rispose:—«Uno ha da morire. O portami quella che volle la rosa; o,
se nò, t'ammazzo in sul momento.»—Invano il pover'omo pregò e ripregò:
il Mostro non gli diede agio di partire, se non dopo che il pover'omo
gli ebbe promesso con giuramento di ritornare colla figliola. Figurarsi
con che core il pover'omo rientrò in casa sua! Diede i regali alle
figliole; ma con un viso tanto stravolto, che quelle gli domandarono
con premura se gli fosse accaduta qualche disgrazia. Dàgli e ridàgli,
finalmente il pover'omo piangendo gli raccontò la storia del suo
viaggio e a che patto era potuto ritornare; e disse:—Bisognerà che io
o la Zelinda si sia mangiati dal Mostro.»—Allora sì che le altre due
sorelle scaricarono il sacco contro Zelinda:—«Bada lì»—dicevano—«la
smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro, che ha voluto
la rosa. Il babbo ha da rimanere con noi.»—E la Zelinda:—«È giusto che
paghi chi ha fatto il danno. Anderò io. Sì, babbo, menatemi al giardino
e sia pure la volontà di dio!»—Dopo varî contrasti e battibecchi, si
decise che la Zelinda anderebbe nel giardino del Mostro e ci sarebbe
lasciata sola. E così fu; chè, postisi in cammino l'indomani lei col
padre, in sull'imbrunire giunsero al giardino. Entro a quel luogo
ameno non ci veddero, secondo il solito, anima viva; ma osservarono
un gran palazzo signorile illuminato e colle porte spalancate. Si
introdussero i due viaggiatori nell'atrio; e subito quattro statue di
marmo si mossero da' loro piedistalli per fargli lume su per le scale
sino ad una sala, dove nel mezzo era una mensa apparecchiata d'ogni
ben di dio. I due, sentendosi affamati, si sederono; e satolli, le
medesime statue, presi i lumi, gli condussero in due belle camere,
dove andati a letto dormirono saporitamente tutta la notte. Al levar
del sole, Zelinda e il padre suo pur essi si levarono; e vennero
serviti della colazione da mani invisibili. Poi, scesi in giardino,
si diedero assieme a cercare del Mostro; e, giunti davanti al
cespuglio delle rose, eccotelo sbucar fori in tutta la sua bruttezza
e terribilità. La Zelinda dalla paura diventò bianca e gli tremavano
le gambe. Disse il Mostro al pover'omo, dopo avere guardata fissa la
Zelinda con due occhiacci infocati:—«Sta bene: tu hai mantenuta la
promessa. Ora vattene, vecchio; e lascia quì sola la ragazza.»—Il
pover'omo si sentiva morire dalla paura; e non meno dolorosa se ne
stava la Zelinda. Ma, per preghiere, che facessero, il Mostro rimase
duro come un sasso; sicchè bisognò, che il pover'omo se ne andasse,
abbandonando la figlia, la sua cara Zelinda, alla discrezione del
Mostro. Quando il Mostro fu solo colla Zelinda, principiò a farle
carezze e moine; e tanto s'adoperò, che gli riuscì rendersi amabile a
lei. Non la lasciava mancar di nulla. E tutti i giorni, discorrendo
con lei nel giardino, gli domandava:—«Che mi vuo' bene? Vuo' tu
diventarmi sposa?»—Ma la ragazza rispondeva:—«Signore, vi vo' bene
sì, ma non diventerò mai vostra sposa.»—E il Mostro si addimostrava
molto addolorato; e raddoppiava carezze e buoni garbi; e, sospirando
a modo suo, diceva:—«Eppure, se tu mi sposassi, accaderebbe una
cosa di molto maravigliosa. Ma non te la posso dire, fino a che tu
non voglia essere la mia sposa.»—La Zelinda, sebbene non si trovasse
lì malcontenta, pure di sposare il Mostro non se la sentiva punto,
perchè troppo brutto e bestiale; quindi alle richieste del Mostro
aveva sempre pronta la medesima risposta. Un giorno, il Mostro la
chiamò in fretta e gli disse:—«Senti, Zelinda, se tu non acconsenti a
sposarmi, è decretato, che moja tuo padre: già sta male e in fine di
vita e non lo potrai più rivedere. Guarda, se dico il vero.»—E, cavato
fori uno specchio incantato, il Mostro fece vedere a Zelinda il padre
moribondo sul letto nella camera di casa sua[5]. Allora Zelinda, tutta
disperata e fori di sè dal dolore, gridò:—«Che viva il babbo e lo possa
riabbracciare. Sì, vi prometto, che sarò in ogni modo vostra sposa
fedele e subito.»—Non ebbe a mala pena la Zelinda profferite quelle
parole, in un tratto il Mostro si trasmutò in un bellissimo giovane.
La ragazza ne rimase sbalordita; e il giovane, presala per mano, gli
disse:—«Cara Zelinda, sappi, che io sono il figliolo del Re delle
Pomarance[6]. Una vecchia strega, toccandomi, mi ridusse a Mostro;
e mi condannò a stare in quel cespuglio di rose in questa figura,
sino a tanto, che una bella fanciulla non acconsentisse diventare
mia sposa. Per grazia tua, Zelinda, eccomi ritornato come avanti.
Ora andiamo da tuo padre, che è già rinsanichito; e dopo faremo il
matrimonio, ottenuto il consentimento dal Re delle Pomarance.»—Zelinda
e il giovane a cavallo si partirono dal giardino; e, quand'ebbero
riveduto il padre di Zelinda, tutti assieme andarono nel Regno delle
Pomarance, dove il Re, alla vista del figliolo, mancò poco non
cascasse morto dall'allegrezza. Il giovane disse al Re quel, che gli
era intravvenuto. Ma, alla novella dello sposalizio fissato fra il
figliolo e la Zelinda, il Re si turbò fortemente; e fece protesto,
che, per quant'obblighi avesse alla ragazza per la liberazione del
figliolo, a quella richiesta non poteva acconsentire, perchè da molto
tempo innanzi aveva impegnata la sua parola di Re, che il suo figliolo
si maritasse alla figlia del Re di Prussia. E non ci fu versi di
tramutarlo da quel deliberato, per preghiere e pianti degli innamorati.
Per cui, non vedendo altro rimedio, il giovane e Zelinda fissarono
scappare assieme di notte tempo. E, travestiti da pitocchi, a piedi
uscirono fori dal palazzo alla chetichella; e si posero in cammino per
la campagna. Zelinda e il suo sposo, dopo avere viaggiato un giorno
intero così alla ventura, in sull'abbujare entrarono in una selva e
vi si smarrirono. Gira di quà, gira di là, non trovavano la via ad
uscirne; ed erano sul punto di sgomentarsi e darsi ormai per perduti
e per morti, quando lontan lontano scorsero un lumicino.[7] A tentoni
si diressero laggiù, finchè giunsero alla porta di una spelonca e
picchiarono colle nocche delle dita. Dopo qualche momento, s'affaccia
a un finestrino una donna, che aveva due zanne di porco sporgenti fori
delle labbra, che con una vociaccia sgangherata gridò:—«Chi siete? che
volete a quest'ora?»—Disse il figliolo del Re delle Pomarance:—«Siam
due poverelli, marito e moglie; e ci siam smarriti in questa selva.
Dateci in carità ricovero per la notte e un pò di pane, che siam
stanchi.»—«Oh! meschini!»—sclamò la donna dalle zanne,—«dove siete
mai capitati! Questa è la casa dell'Orco; e io sono la sua moglie.
Scappate, ma presto, chè a momenti torna. E se vi sente e vi trova,
per voi l'è finita; vi divora tutti e due vivi in un ammenne.»—« O
dove volete, che si vada?»—disse il giovane:—«Guardate di rimpiattarci
in qualche logo riposto, e domani a giorno ce n'anderemo senza farci
sentire.»—E l'Orchessa:—«Ma che vi pare! Alla porta, dal di dentro,
c'è quì una gabbia d'oro, tutta grema zeppa di sonaglioli; e ci sta un
uccellino, che fa la spia e svolazza; e nella stalla c'è un cavallo
con una sonagliera, che fa altrettanto. Se entra qualche cristiano in
casa, l'Orco lo risà subito, perchè le bestie collo scampanellìo e il
diavoleto de' canti, de' nitriti, dell'ali e delle zampe[8] glielo
ridicono. E allora l'Orco cerca dappertutto; e per chi trova, non c'è
scampo.»—«Tant'è,»—riprese il giovane,—«morti per morti, apriteci e
lasciateci venire dentro, accada quel, che vole accadere.»—L'Orchessa,
capito, che que' due non se ne volevano partire, e bramosa di fargli
un po' di bene, s'avviò per la scala ad aprirgli; e in quel mentre,
che tirava catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli e catene,
con che era assicurata la porta, una vecchina tutta grinzosa apparì
di fori a Zelinda e al suo sposo e presto presto gli disse:—«Pigliate
questo cotone, questi confetti e queste focacce. Quando sarete dentro,
tappate col cotone tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo, e
staranno cheti. Poi, quando l'Orco è a letto e dorme, scappate via
e rubate la gabbia coll'uccellino. Quando sarete in mezzo la selva,
ammazzate l'uccellino e apritegli il capo. Nel capo e' ci ha un ovo.
Rompetelo con una pietra; chè, rotto l'ovo, l'Orco morirà, essendo
lì nell'ovo l'incantesimo della sua vita.[9]»—Ciò detto, disparve.
Intanto la porta era aperta; e l'Orchessa, introdotti gli smarriti, li
condusse in cucina, li rifocillò alla meglio e poi li messe a dormire
nella mangiatoia del cavallo e li ricoprì colla paglia e col fieno per
nasconderli all'Orco. Que' meschini pensavano di fare quel, che gli
aveva detto la vecchina grinzosa, quando eccoti l'Orco: e l'uccellino
a cantare e scotere la gabbia; e il cavallo a nitrire e a saltare
tentennando la sonagliera. L'Orco, insospettito, tanto più che aveva
naso fine, si diè a fiutare quà e là, borbottando fra le zanne:
_—«Mucci, mucci!
«Sento puzzo di cristianucci:
«O ce n'è, o ce n'è stati,
«O ce n'è de' rimpiattati.»—_
Poi, rivoltosi alla moglie, disse:—«Moglie, c'è carne umana, non è
vero? Dove l'ha' tu riposta?»—E l'Orchessa, facendo l'indiana:—«Ma
che? Stasera tu ha' bevuto, marito, tu ha' i frazî nel naso. Va'
vai a letto.»—L'Orco non era punto persuaso e storse il grugno alle
parole dell'Orchessa. Stette in fra le due e poi disse:—«Sono stracco
e non vo' mettermi in sul ricercare adesso. Domani poi frugherò bene
la casa; e, se trovo carne umana, mi servirà per colazione.»—L'Orco
se n'andiede a letto e di lì a un po' russava da sentirlo un miglio
lontano. Pian pianino si alzarono il figliolo del Re delle Pomarance e
Zelinda; e, gettate le focacce al cavallo e i confetti all'uccellino,
perchè stessero zitti, col cotone tapparono tutti i sonaglioli della
gabbia e del cavallo. Poi, senza pensare ad altro, vogliolosi com'erano
di scappare, aperta la porta non senza fatica e agguantata la gabbia,
via a corsa per la selva. Quando la gabbia fu fori della soglia della
porta, l'Orco si svegliò con una scossa e urlò:—«Mi portan via la
vita»—e, saltato il letto, corse dietro a' fuggiaschi. E, siccome
aveva le gambe lunghe e l'odorato bono, presto li raggiunse; sicchè
quelli impauriti abbandonarono la gabbia. L'Orco allora si contentò di
ripigliare la gabbia e si sentì ritornare le forze, che cominciavano
a scemargli; e, rinvenuto alla spelonca, la serrò con gran cura.
Intanto i fuggiaschi s'eran messi a sedere ansimando per la corsa
fatta. Ed eccoti la solita vecchia grinzosa, tra il losco e il brusco,
gli riapparì e gli disse:—«Oh matterelli, che non avete saputo fare
l'interesse vostro! Se l'Orco era morto, tutti i suoi tesori (e sono di
molti) diventavano cosa vostra. Andiamo! ritornate stasera dall'Orco e
fate quel, che non avete fatto.»—Que' due si sentivano poco vogliosi di
ritentare la prova. Ma la vecchina gliene disse tante, che alla sera
ripicchiarono alla porta della spelonca; e, dopo le solite cerimonie
dell'Orchessa, che non gli riconobbe per que' della sera prima, gli
entraron dentro. Ma, per tornare un passo addietro, bisogna sapere,
che la vecchina aveva dato al figliolo del Re delle Pomarance una
boccettina, dove stava racchiuso un liquore, che, odorato da chi la
teneva in mano, rendeva ottuso il naso dell'Orco. Messi nel solito
posto i due sposi, sentirono tornar l'Orco, che fiutava e borbottava
la medesima canzone di prima; poi disse alla moglie:—«Questa volta,
moglie, non sarò tanto mammalucco. Dammi un lume. Vo' cercare bene
prima di andare a letto. E, se c'è cristiani, me li pappo in due
bocconi.»—Gira e rigira, l'Orco venne alla stalla; ma il giovane annusò
la boccetta, sicchè l'Orco perdette la bussola; e, non iscoprendo
nulla, credette meglio andare a letto. Quando fu addormentato e
russava, i due sposi, impiegate le stesse diligenze della notte avanti,
tolser la gabbia dal chiodo e via per la selva; e l'Orco dietro
sbraitando. Ma il giovane, cavato fuori l'uccellino, gli sfrantumò il
capo con un sasso, per cui l'Orco cascò in terra morto steccolito intra
fine fatta. Il che accaduto, Zelinda e il suo compagno ritornarono alla
spelonca; e, caricato sul cavallo dell'Orco tutto il tesoro, presero la
strada del Regno delle Pomarance. Quì giunti, si presentarono al Re,
che molto lieto li ricevè; e, mirato le grandi ricchezze acquistate,
consentì allo sposalizio di Zelinda con il suo figliolo. E gli sposi
vissero a lungo assieme e allegramente; e lì nel Regno
_Si goderono e se ne stiedero,
Ed a me nulla mi diedero._