ZELINDA E IL MOSTRO[1]

C'era una volta un pover'omo, che aveva tre figliole. La minore,

essendo la più bella e la più manierata e dolce di carattere, era

di molto odiata dalle altre due sorelle, ma in quella vece il

padre gli voleva un gran bene. Or'avvenne, che in un vicino paese,

appunto nel mese di gennaio, vi fosse una fiera; alla quale andando

il pover'omo per provvigioni a campare la famiglia, ciascuna delle

figliole gli domandò che gli portasse qualche regaluccio: la Rosina

volle un vestito, la Marietta uno scialle, e la Zelinda si contentò

di una rosa[2]. Il giorno dopo a bruzzolo, il pover'omo si messe in

viaggio. E arrivato in sulla fiera, comprate che ebbe le provvigioni,

gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la

Marietta; ma non gli riescì, per quanto s'affannasse a cercarne,

trovar la rosa per la Zelinda. Pure, voglioso di accontentare quella

sua cara figliola, si rimesse in viaggio alla ventura lì pe' dintorni,

e, cammina cammina, giunse ad un bel giardino; e siccome n'era il

cancello aperto, e' vi entrò diviato. Il giardino era carico gremito

d'ogni sorta di fiori, e in un cantuccio sorgeva su un[3] cespuglio

di vaghe rose sbocciate e di colore smagliante. Non pareva che ci

fosse nel giardino anima viva, cui domandare una rosa in compra o

in regalo; sicchè il pover'omo, allungata la mano al cespuglio,

staccò una rosa per la sua Zelinda. Misericordia! chè appena colto

il fiore, di dentro al cespuglio, con gran fracasso e fiamme, sbucò

uno spaventevole Mostro in forma di dragone[4], che fischiando a

tutto potere, disse:—«Temerario, che ha' tu fatto? Bisognerà che tu

moja subito, giacchè avesti l'ardire di toccare e sciupinare la mia

pianta di rose.»—Il pover'omo, morto più che mezzo dalla paura, si

messe a piangere, a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono

dello sbaglio commesso, e si diè a fare racconto del perchè cogliesse

la rosa. E poi diceva:—«Lasciatemi andare. Ho famiglia; e, se non ci

son'io, l'è finita per lei e va in perdizione.»—Ma il Mostro inferocito

gli rispose:—«Uno ha da morire. O portami quella che volle la rosa; o,

se nò, t'ammazzo in sul momento.»—Invano il pover'omo pregò e ripregò:

il Mostro non gli diede agio di partire, se non dopo che il pover'omo

gli ebbe promesso con giuramento di ritornare colla figliola. Figurarsi

con che core il pover'omo rientrò in casa sua! Diede i regali alle

figliole; ma con un viso tanto stravolto, che quelle gli domandarono

con premura se gli fosse accaduta qualche disgrazia. Dàgli e ridàgli,

finalmente il pover'omo piangendo gli raccontò la storia del suo

viaggio e a che patto era potuto ritornare; e disse:—Bisognerà che io

o la Zelinda si sia mangiati dal Mostro.»—Allora sì che le altre due

sorelle scaricarono il sacco contro Zelinda:—«Bada lì»—dicevano—«la

smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro, che ha voluto

la rosa. Il babbo ha da rimanere con noi.»—E la Zelinda:—«È giusto che

paghi chi ha fatto il danno. Anderò io. Sì, babbo, menatemi al giardino

e sia pure la volontà di dio!»—Dopo varî contrasti e battibecchi, si

decise che la Zelinda anderebbe nel giardino del Mostro e ci sarebbe

lasciata sola. E così fu; chè, postisi in cammino l'indomani lei col

padre, in sull'imbrunire giunsero al giardino. Entro a quel luogo

ameno non ci veddero, secondo il solito, anima viva; ma osservarono

un gran palazzo signorile illuminato e colle porte spalancate. Si

introdussero i due viaggiatori nell'atrio; e subito quattro statue di

marmo si mossero da' loro piedistalli per fargli lume su per le scale

sino ad una sala, dove nel mezzo era una mensa apparecchiata d'ogni

ben di dio. I due, sentendosi affamati, si sederono; e satolli, le

medesime statue, presi i lumi, gli condussero in due belle camere,

dove andati a letto dormirono saporitamente tutta la notte. Al levar

del sole, Zelinda e il padre suo pur essi si levarono; e vennero

serviti della colazione da mani invisibili. Poi, scesi in giardino,

si diedero assieme a cercare del Mostro; e, giunti davanti al

cespuglio delle rose, eccotelo sbucar fori in tutta la sua bruttezza

e terribilità. La Zelinda dalla paura diventò bianca e gli tremavano

le gambe. Disse il Mostro al pover'omo, dopo avere guardata fissa la

Zelinda con due occhiacci infocati:—«Sta bene: tu hai mantenuta la

promessa. Ora vattene, vecchio; e lascia quì sola la ragazza.»—Il

pover'omo si sentiva morire dalla paura; e non meno dolorosa se ne

stava la Zelinda. Ma, per preghiere, che facessero, il Mostro rimase

duro come un sasso; sicchè bisognò, che il pover'omo se ne andasse,

abbandonando la figlia, la sua cara Zelinda, alla discrezione del

Mostro. Quando il Mostro fu solo colla Zelinda, principiò a farle

carezze e moine; e tanto s'adoperò, che gli riuscì rendersi amabile a

lei. Non la lasciava mancar di nulla. E tutti i giorni, discorrendo

con lei nel giardino, gli domandava:—«Che mi vuo' bene? Vuo' tu

diventarmi sposa?»—Ma la ragazza rispondeva:—«Signore, vi vo' bene

sì, ma non diventerò mai vostra sposa.»—E il Mostro si addimostrava

molto addolorato; e raddoppiava carezze e buoni garbi; e, sospirando

a modo suo, diceva:—«Eppure, se tu mi sposassi, accaderebbe una

cosa di molto maravigliosa. Ma non te la posso dire, fino a che tu

non voglia essere la mia sposa.»—La Zelinda, sebbene non si trovasse

lì malcontenta, pure di sposare il Mostro non se la sentiva punto,

perchè troppo brutto e bestiale; quindi alle richieste del Mostro

aveva sempre pronta la medesima risposta. Un giorno, il Mostro la

chiamò in fretta e gli disse:—«Senti, Zelinda, se tu non acconsenti a

sposarmi, è decretato, che moja tuo padre: già sta male e in fine di

vita e non lo potrai più rivedere. Guarda, se dico il vero.»—E, cavato

fori uno specchio incantato, il Mostro fece vedere a Zelinda il padre

moribondo sul letto nella camera di casa sua[5]. Allora Zelinda, tutta

disperata e fori di sè dal dolore, gridò:—«Che viva il babbo e lo possa

riabbracciare. Sì, vi prometto, che sarò in ogni modo vostra sposa

fedele e subito.»—Non ebbe a mala pena la Zelinda profferite quelle

parole, in un tratto il Mostro si trasmutò in un bellissimo giovane.

La ragazza ne rimase sbalordita; e il giovane, presala per mano, gli

disse:—«Cara Zelinda, sappi, che io sono il figliolo del Re delle

Pomarance[6]. Una vecchia strega, toccandomi, mi ridusse a Mostro;

e mi condannò a stare in quel cespuglio di rose in questa figura,

sino a tanto, che una bella fanciulla non acconsentisse diventare

mia sposa. Per grazia tua, Zelinda, eccomi ritornato come avanti.

Ora andiamo da tuo padre, che è già rinsanichito; e dopo faremo il

matrimonio, ottenuto il consentimento dal Re delle Pomarance.»—Zelinda

e il giovane a cavallo si partirono dal giardino; e, quand'ebbero

riveduto il padre di Zelinda, tutti assieme andarono nel Regno delle

Pomarance, dove il Re, alla vista del figliolo, mancò poco non

cascasse morto dall'allegrezza. Il giovane disse al Re quel, che gli

era intravvenuto. Ma, alla novella dello sposalizio fissato fra il

figliolo e la Zelinda, il Re si turbò fortemente; e fece protesto,

che, per quant'obblighi avesse alla ragazza per la liberazione del

figliolo, a quella richiesta non poteva acconsentire, perchè da molto

tempo innanzi aveva impegnata la sua parola di Re, che il suo figliolo

si maritasse alla figlia del Re di Prussia. E non ci fu versi di

tramutarlo da quel deliberato, per preghiere e pianti degli innamorati.

Per cui, non vedendo altro rimedio, il giovane e Zelinda fissarono

scappare assieme di notte tempo. E, travestiti da pitocchi, a piedi

uscirono fori dal palazzo alla chetichella; e si posero in cammino per

la campagna. Zelinda e il suo sposo, dopo avere viaggiato un giorno

intero così alla ventura, in sull'abbujare entrarono in una selva e

vi si smarrirono. Gira di quà, gira di là, non trovavano la via ad

uscirne; ed erano sul punto di sgomentarsi e darsi ormai per perduti

e per morti, quando lontan lontano scorsero un lumicino.[7] A tentoni

si diressero laggiù, finchè giunsero alla porta di una spelonca e

picchiarono colle nocche delle dita. Dopo qualche momento, s'affaccia

a un finestrino una donna, che aveva due zanne di porco sporgenti fori

delle labbra, che con una vociaccia sgangherata gridò:—«Chi siete? che

volete a quest'ora?»—Disse il figliolo del Re delle Pomarance:—«Siam

due poverelli, marito e moglie; e ci siam smarriti in questa selva.

Dateci in carità ricovero per la notte e un pò di pane, che siam

stanchi.»—«Oh! meschini!»—sclamò la donna dalle zanne,—«dove siete

mai capitati! Questa è la casa dell'Orco; e io sono la sua moglie.

Scappate, ma presto, chè a momenti torna. E se vi sente e vi trova,

per voi l'è finita; vi divora tutti e due vivi in un ammenne.»—« O

dove volete, che si vada?»—disse il giovane:—«Guardate di rimpiattarci

in qualche logo riposto, e domani a giorno ce n'anderemo senza farci

sentire.»—E l'Orchessa:—«Ma che vi pare! Alla porta, dal di dentro,

c'è quì una gabbia d'oro, tutta grema zeppa di sonaglioli; e ci sta un

uccellino, che fa la spia e svolazza; e nella stalla c'è un cavallo

con una sonagliera, che fa altrettanto. Se entra qualche cristiano in

casa, l'Orco lo risà subito, perchè le bestie collo scampanellìo e il

diavoleto de' canti, de' nitriti, dell'ali e delle zampe[8] glielo

ridicono. E allora l'Orco cerca dappertutto; e per chi trova, non c'è

scampo.»—«Tant'è,»—riprese il giovane,—«morti per morti, apriteci e

lasciateci venire dentro, accada quel, che vole accadere.»—L'Orchessa,

capito, che que' due non se ne volevano partire, e bramosa di fargli

un po' di bene, s'avviò per la scala ad aprirgli; e in quel mentre,

che tirava catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli e catene,

con che era assicurata la porta, una vecchina tutta grinzosa apparì

di fori a Zelinda e al suo sposo e presto presto gli disse:—«Pigliate

questo cotone, questi confetti e queste focacce. Quando sarete dentro,

tappate col cotone tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo, e

staranno cheti. Poi, quando l'Orco è a letto e dorme, scappate via

e rubate la gabbia coll'uccellino. Quando sarete in mezzo la selva,

ammazzate l'uccellino e apritegli il capo. Nel capo e' ci ha un ovo.

Rompetelo con una pietra; chè, rotto l'ovo, l'Orco morirà, essendo

lì nell'ovo l'incantesimo della sua vita.[9]»—Ciò detto, disparve.

Intanto la porta era aperta; e l'Orchessa, introdotti gli smarriti, li

condusse in cucina, li rifocillò alla meglio e poi li messe a dormire

nella mangiatoia del cavallo e li ricoprì colla paglia e col fieno per

nasconderli all'Orco. Que' meschini pensavano di fare quel, che gli

aveva detto la vecchina grinzosa, quando eccoti l'Orco: e l'uccellino

a cantare e scotere la gabbia; e il cavallo a nitrire e a saltare

tentennando la sonagliera. L'Orco, insospettito, tanto più che aveva

naso fine, si diè a fiutare quà e là, borbottando fra le zanne:

_—«Mucci, mucci!

«Sento puzzo di cristianucci:

«O ce n'è, o ce n'è stati,

«O ce n'è de' rimpiattati.»—_

Poi, rivoltosi alla moglie, disse:—«Moglie, c'è carne umana, non è

vero? Dove l'ha' tu riposta?»—E l'Orchessa, facendo l'indiana:—«Ma

che? Stasera tu ha' bevuto, marito, tu ha' i frazî nel naso. Va'

vai a letto.»—L'Orco non era punto persuaso e storse il grugno alle

parole dell'Orchessa. Stette in fra le due e poi disse:—«Sono stracco

e non vo' mettermi in sul ricercare adesso. Domani poi frugherò bene

la casa; e, se trovo carne umana, mi servirà per colazione.»—L'Orco

se n'andiede a letto e di lì a un po' russava da sentirlo un miglio

lontano. Pian pianino si alzarono il figliolo del Re delle Pomarance e

Zelinda; e, gettate le focacce al cavallo e i confetti all'uccellino,

perchè stessero zitti, col cotone tapparono tutti i sonaglioli della

gabbia e del cavallo. Poi, senza pensare ad altro, vogliolosi com'erano

di scappare, aperta la porta non senza fatica e agguantata la gabbia,

via a corsa per la selva. Quando la gabbia fu fori della soglia della

porta, l'Orco si svegliò con una scossa e urlò:—«Mi portan via la

vita»—e, saltato il letto, corse dietro a' fuggiaschi. E, siccome

aveva le gambe lunghe e l'odorato bono, presto li raggiunse; sicchè

quelli impauriti abbandonarono la gabbia. L'Orco allora si contentò di

ripigliare la gabbia e si sentì ritornare le forze, che cominciavano

a scemargli; e, rinvenuto alla spelonca, la serrò con gran cura.

Intanto i fuggiaschi s'eran messi a sedere ansimando per la corsa

fatta. Ed eccoti la solita vecchia grinzosa, tra il losco e il brusco,

gli riapparì e gli disse:—«Oh matterelli, che non avete saputo fare

l'interesse vostro! Se l'Orco era morto, tutti i suoi tesori (e sono di

molti) diventavano cosa vostra. Andiamo! ritornate stasera dall'Orco e

fate quel, che non avete fatto.»—Que' due si sentivano poco vogliosi di

ritentare la prova. Ma la vecchina gliene disse tante, che alla sera

ripicchiarono alla porta della spelonca; e, dopo le solite cerimonie

dell'Orchessa, che non gli riconobbe per que' della sera prima, gli

entraron dentro. Ma, per tornare un passo addietro, bisogna sapere,

che la vecchina aveva dato al figliolo del Re delle Pomarance una

boccettina, dove stava racchiuso un liquore, che, odorato da chi la

teneva in mano, rendeva ottuso il naso dell'Orco. Messi nel solito

posto i due sposi, sentirono tornar l'Orco, che fiutava e borbottava

la medesima canzone di prima; poi disse alla moglie:—«Questa volta,

moglie, non sarò tanto mammalucco. Dammi un lume. Vo' cercare bene

prima di andare a letto. E, se c'è cristiani, me li pappo in due

bocconi.»—Gira e rigira, l'Orco venne alla stalla; ma il giovane annusò

la boccetta, sicchè l'Orco perdette la bussola; e, non iscoprendo

nulla, credette meglio andare a letto. Quando fu addormentato e

russava, i due sposi, impiegate le stesse diligenze della notte avanti,

tolser la gabbia dal chiodo e via per la selva; e l'Orco dietro

sbraitando. Ma il giovane, cavato fuori l'uccellino, gli sfrantumò il

capo con un sasso, per cui l'Orco cascò in terra morto steccolito intra

fine fatta. Il che accaduto, Zelinda e il suo compagno ritornarono alla

spelonca; e, caricato sul cavallo dell'Orco tutto il tesoro, presero la

strada del Regno delle Pomarance. Quì giunti, si presentarono al Re,

che molto lieto li ricevè; e, mirato le grandi ricchezze acquistate,

consentì allo sposalizio di Zelinda con il suo figliolo. E gli sposi

vissero a lungo assieme e allegramente; e lì nel Regno

_Si goderono e se ne stiedero,

Ed a me nulla mi diedero._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 125 / 292 题