C'era una volta un omo, che faceva il fornaio in un sobborgo di
campagna; e quest'omo aveva tre bambine, una più bella dell'altra,
tanto, che s'eran tirate il soprannome d'_Occhi di Sole_. Un giorno,
che le ruzzavano fra di loro sulla sua bottega, passò di lì un signore
tutto vestito di nero, con una bella catena d'oro ciondoloni al collo
e carico di tant'altre gioie e pietre preziose. A un tratto, questo
signore si fermò a guardare quelle bambine; e poi s'affacciò alla
bottega del fornaio e gli disse:—«O galant'omo, tenetemi conto di
queste bambine, l'hanno a essere un mio boccone!»—e, senza che il
fornaio avesse tempo di rispondere, riprese il suo viaggio. Ma il
fornaio tenne bene a mente quelle parole; motivo per cui tirava su le
figliole da signorine, perchè lui diceva che una di loro l'avea da
sposare un signorone, e l'altre due dietro a quella l'avrebbero fatto
altrettanto[2]. Per tornare un passo addietro, quell'omo vestito di
nero, quel giorno che si fermò alla bottega del fornaio, fece una
carezza per una alle tre bambine, e gli regalò un anellino molto
bello. Quelle bambine, le si ricordavan sempre di quella carezza e di
quell'anello; e specialmente la maggiore l'era sempre a guardarselo
in dito. Loro eran già diventate grandi e il fornaio aspettava il
signorone, quando un giorno stando la maggiore alla finestra tutta
impensierita, vede nella strada quello stesso signore, che aveva
veduto da piccina e neanche cangiato d'un neo. Questo signore, che si
chiamava Centomogli, entrò in casa; e, senza tanti discorsi, chiese
al fornaio la figliola maggiore in isposa. Ma il fornaio furbo disse
che non gliela avrebbe data, se prima non vedeva la casa dove dovea
andare. Centomogli rispose che era giusto; e subito, fatta attaccare
una carrozza, vi fece salire il fornaio; e poi via come il vento,
arrivarono ad una bellissima villa con tanti bei loggiati di marmo
e tante statue, chè il fornaio non n'aveva mai vedute di simili.
Figuratevi se rimanesse a bocca aperta! Centomogli scese col fornaio;
picchiò alla porta, che subito fu aperta da un gran gattone nero, che
non finiva mai di far riverenze al padrone. Centomogli, dopo aver dato
ordini per un gran pranzo al gatto, menò il fornaio a vedere quella
villa, dove dovea andare la sua figliola. Il fornaio, a vedere tante
meraviglie, aveva perso la parola, e camminò zitto zitto come un pulcin
bagnato; e non poteva credere che quella bella casa e quella bella roba
dovesse essere della sua figliola; e gli pareva mill'anni d'andare a
casa per raccontarglielo. Figuratevi poi com'e' rimanesse, quando vide
il gatto far da desinare, apparecchiare, portare in tavola! Un po' si
sganasciava dalle risa, e un po' rimaneva serio, perchè gli pareva
ch'e' fosse tutto un sogno. Dopo il desinare, rimontarono in carrozza;
e via di galoppo, come eran venuti, ritornarono a casa. Ci volle
tutta la sera, perchè il fornaio finisse il suo racconto. La figliola
maggiore si sentiva venir l'acquolina in bocca; e le sorelle, in cambio
d'averne invidia, gli dicevano:—«Oh! vai, vai, Caterina; e presto ti
verremo a far visita; e si starà allegre col gatto che ti farà il
servitore, che ti stirerà, che rifarà i letti!»—Per la mattina dopo
fu fissato lo sposalizio; e tutti contenti videro montare in carrozza
la Caterina, che anche lei, a pensare alla villa, rideva lasciando la
su' casuccia. Ma appena ebbero fatto un po' di strada, la vide il suo
sposo farsi nero come un nuvolo d'inverno: in casa sua gli avea fatto
tanti complimenti e ora 'un gli diceva neppure una parola e non la
guardava neppure. Sapeva da su' padre, che la strada da farsi era bella
e che doveano passare da tante ville: e, quando si vide entrare in un
folto bosco, s'azzardò a domandare allo sposo, se era quella la strada.
Ma Centomogli gli rispose bruscamente che stasse zitta. La poveretta
incominciò a tremare, tanto più che il bosco era di molto buio, che
non ci si vedeva più. Allora si buttò in un cantuccio della carrozza e
cominciò a piangere, e mandar urli, e chiamare il su' babbo. Centomogli
stiede un pezzo zitto e finalmente gli disse in bona:—«Caterina, sta
zitta. Tanto il tuo babbo è lontano, e non sentirebbe una cannonata.
E, se tu gridi dell'altro, e' si rischia d'essere sentiti e presi
dagli assassini, che sono in questo bosco.»—La Caterina si chetò a
queste parole; ma la paura gli faceva battere i denti, che pareva che
la battesse la terzana. Cammina, cammina, arrivò notte; e Centomogli
disse alla sposa che c' era poco altro da correre, ma che bisognava
scendere di carrozza per iscorgere la casa. La Caterina, la 'un si
reggeva ritta, ma la si sforzò tanto, che in poco tempo tutt'e due
arrivarono a un punto, da dove si vedeva un lumicino.—«Eccoci»—disse
Centomogli. E la Caterina si sentì consolare. Quando furono vicini al
chiarore del lume, che veniva da un finestrino, Centomogli picchiò a
una porticina d'un gran castello tutto nero. E questa volta invece del
gatto fu una cagna ad aprire. Anche lei, tutta riverenze, ricevè gli
ordini del padrone. Cenarono, ma ancora Centomogli non diceva nulla
alla povera Caterina. Passarono quattro giorni, senza che la Caterina
avesse sentito la su' voce; andava a desinar con lui, a cena, a letto,
ma lui sempre zitto; e lei la si disperava come un can perso. Alla
fine dei quattro giorni, Centomogli disse alla Caterina:—«Domani parto;
e sto fori un mese. Se tu mi prometti d'ubbidire a' me' ordini e
d'osservarli, quando torno io sarò per te un buon marito, e ti menerò
nella villa, che vide tuo padre.»—La Caterina si buttò in ginocchioni
e promise a costo di morire che avrebbe ubbidito a tutto quello che
gli comandasse. Allora Centomogli gli consegnò un mazzo di chiavi e
gli disse:—«Eccoti le chiavi di tutte le porte di questo castello.
Tu vi troverai da divertirti per tutto il tempo che starò fuori. Ma
ti proibisco di aprire quella dalla chiave d'oro. Bada, che tu non
mi puoi ingannare. Me lo racconterà la cagnolina; e poi, ti darò un
mazzolino che mi renderai al mio ritorno, che diventerà secco subito,
che entrerai nella stanza, che ti ho detto.»—Lieti e contenti cotesta
sera cenarono; e poi si dissero addio. Rimasta sola la Caterina colla
cagna, tutti i giorni apriva una stanza; e difatti vi trovava sempre
qualcosa che la divertiva. Mancavano due giorni a finire il mese, e già
la Caterina aveva veduto tutto il castello; era scesa in giardino. Ma
ogni volta che passava davanti alla porta dalla chiave di oro sentivasi
spingersi ad aprirla; ma, se s'era vinta le altre volte, questo giorno,
che non aveva da far nulla, non potè resistere alla curiosità. Dopo
provato tre o quattro volte ad aprir la porta, entrò nella stanza.
Girò appena gli occhi intorno, che cadde svenuta. Si rinvenne poco
dopo, ma fuggì via subito. Quella stanza era tutta circondata di donne
attaccate a tanti chiodi, chi per la vita chi per le braccia, chi
per il collo, alle mura di quella stanza. La povera Caterina, bianca
come un panno lavato, andò a nascondersi in camera sua, perchè non la
vedesse la cagna in quello stato, e vi stiede tutt'e due i giorni,
sempre al buio; perchè la cagna andava a portargli da mangiare. Tornò
Centomogli e trovò la Caterina sempre in camera, che non ebbe coraggio
di dirgli una parola. Ma lui, senza aver bisogno del mazzolino, sapeva
quello che aveva fatto la Caterina. E non bastò che la piangesse, che
la si buttasse in ginocchioni; perchè lui la prese, la menò nella
stanza della chiave d'oro e l'attaccò come quell'altre a un chiodo,
e gli disse:—«Anche te hai fatto come l'altre; dunque hai da avere
un gastigo compagno.»—Poi, come se nulla fosse, richiuse l'uscio. Il
giorno dopo andò dal padre di Caterina e gli disse che la su' figliola
voleva la sorella mezzana in compagnia, e che gliela mandasse per
qualche giorno. Il fornaio acconsentì e mandò la figliola, senza metter
tempo in mezzo. Centomogli, quando fu per la strada, gli raccontò
il fatto della sorella e gli disse che, se voleva diventar lei sua
sposa, l'avrebbe provata a quel modo; e, se avesse ubbidito, l'avrebbe
menata a quella bella villa e gli avrebbe voluto bene. Quella povera
ragazza gli promesse Roma e Toma; ed il giorno dopo che fu arrivato
al castello, Centomogli partì. Stette fuori due mesi e quando tornò,
per farla corta, messe anche la sorella della Caterina appiccicata al
muro coll'altre donne. E il giorno dopo, eccotelo daccapo dal fornaio
a chiedergli quell'altra figliola per compagnia di quell'altre. Ma
questa non volle partir da casa subito in quel modo; e si trattenne
per più d'otto giorni senza risolversi a nulla; e non sarebbe ita, se
non l'avesse spinta il su' babbo. La bella Clorinda volle partir di
sera, sicchè arrivò al castello di giorno. Ma Centomogli questa volta
non disse altro delle sorelle, che se la le voleva rivedere, l'erano
in castigo; ma fino a tanto che egli non tornava, non avrebbe potuto
scoprirgliele; e se anche lei disubbidiva al suo comando, sarebbe stata
messa dove la Caterina e quell'altra. Intanto gli lasciò le chiavi e
gli impose che non aprisse le stanze dalla chiave d'oro e di argento.
Clorinda non rispose niente; e, dopo che fu partito Centomogli, la
prima cosa, andò ad aprire la stanza dalla chiave d'argento. Non vide
nulla in tutta la stanza, ma sentì un certo mugolìo, che veniva come di
sottoterra. Allora girò, guardò e scoprì una lapida. L' alza e vede che
era un pozzo. E da questo pozzo veniva una voce, che chiedeva ajuto.
Allora la cara Clorinda non sapendo come fare a dar soccorso a chi
era laggiù, sorte dalla stanza, va a chiamare la cagna e gli ordina
di mettere dell'acqua a bollire. E quando l'acqua fu ben bollente,
disse alla cagna:—«Portami in camera quell'acqua.»—E nel mentre che
gliela portava, Clorinda prese la cagna di dietro all'improvviso e la
buttò nella caldaia, dove tutta pelata vi morì[3]. Rimasta padrona
del castello, piglia la porta e va a trovare un carbonaio, che stava
all'entrata del bosco (e lei l'aveva visto, perchè era passata da
que' posti di giorno) e gli ordinò di venire con una cesta ed una
fune al castello. Insomma riprese dal pozzo un bellissimo giovinotto,
tutto sfinito per il patimento. Ma Clorinda, avanti d'interrogarlo,
gli diede da mangiare e lo fece riavere. Tutti e due si erano belli
e 'nnamorati e fissarono di fuggire insieme e concertarono d'andar
col carbonaro, rimpiattati nelle balle del carbone. E intanto che
il carbonaio preparava, Clorinda aprì la stanza della chiave d'oro,
e vide le sue povere sorelle morte a quel modo. Non ebbe coraggio
d'andargli vicino, e scappò via subito; che gli pareva sempre ch'avesse
a tornare Centomogli. Domandò al giovinotto dove voleva andare. E lui
rispose:—«Io sono figlio del Re di Portogallo. Io ti farò Regina e mia
sposa.»—Ci si può figurare, se Clorinda era matta per la gioia! Ma per
la strada, rinchiusa nelle balle del carbone, ebbe a patire non poco; e
il viaggio era lungo e pericoloso fra mezzo a quel nero bosco[4]. Dopo
otto giorni arrivarono sani e salvi in Portogallo; ma così rovinati,
che il Re non riconosceva più il suo figliolo. Ora, per tornare un
passo addietro, dovete sapere che il figliol del Re tre giorni avanti,
che arrivasse la Clorinda al castello, era a caccia; e fu preso dagli
assassini e messo in quel pozzo nel castello di Centomogli, che era il
capo degli assassini. Il Re fece grandi feste, perchè il suo figliolo
era tornato con una bellissima sposa; e tutta la corte si messe in
gala per lo sposalizio, che fu fatto con molta allegria. Passato due
mesi, che Clorinda viveva tanto contenta col suo marito, tornò al
castello Centomogli e trovò la porta di casa aperta. Sali la scala,
chiamò la cagna; ma non c'era nessuno.—«Ah! perfida maledetta, ti
troverò quand'anche tu fossi in cima al mondo!»—diceva Centomogli. E
subito si travesti da vecchio e andò spiando da per tutto e scoprì del
carbonaio. Allora corre da quello e non parendo su' fatto, gli domanda
come potè riuscire a salvare quei due poveri giovani del castello. E
il carbonaio spifferò che gli aveva menati nelle balle da carbone al
Re di Portogallo. Centomogli non stiede a dir _che c'è egli_?, e in
due giorni fu in Portogallo. Passeggiava tutti i giorni dinanzi al
palazzo, per vedere se vedeva la Clorinda. Un giorno finalmente, che la
s' affacciò alla finestra, Centomogli disse fra sè:—Ora tu ci sarai!»—E
subito si portò da un mago, e si fece fare un orologio, che messo in
qualunque posto di una casa, tutte le genti si addormentassero da non
si potere svegliare. E quando l'ebbe avuto, che era tanto bello da non
se ne vedere, andò dal Re. Ma mi sono scordata di dire che Centomogli
aveva sentito raccontare che la Clorinda era gravida, e che la notte
lei non poteva mai chiudere un occhio a cagione della gravidanza
cattiva. Centomogli, dunque, si presentò al Re e gli dimandò se voleva
quell'orologio, che aveva la virtù di far dormire. Il Re subito lo
comprò, benchè a caro prezzo, per la Regina; e volle che quell'uomo
stasse per quella notte nel palazzo, per assicurarsi se diceva il vero;
chè, se non fosse stato come gli aveva detto, gli disse che gli avrebbe
dato un gran castigo. Centomogli non desiderava altro! e' gli pareva
mill'anni che venisse la notte. E quando tutti furono a letto, lui si
levò e andò in camera della Regina. E quella dormiva come tutti gli
altri per la magìa dell'orologio. Centomogli andò per prenderla dal
letto e portarla via. Ma, quando le persone eran toccate da lui, la
virtù dell'orologio spariva. E la Regina al primo tocco si svegliò; e
vedendosi davanti quell'omo, che voleva pigliarla, principiò a gridare.
Ma era inutile! Faceva sforzi, sonava il campanello. Ma ogni cosa era
sorda. Centomogli intanto la levava dal letto. Ma Clorinda con tutta
la sua forza s'atteneva al letto e poi alle seggiole e a tutto ciò che
poteva agguantare. Finalmente Centomogli la strascicò. Se non che,
giunti al mezzo di camera, buttarono giù un tavolino, dove si trovava
l'orologio incantato e tutt'e due i mobili si rompèrono. Il rumore
fece svegliar tutti, perchè l'orologio rotto aveva persa la sua virtù.
E tutti corsero alla camera della Regina, che si era svenuta. Presero
Centomogli, lo messero in una prigione e presto lo fecero morire,
perchè si seppe che gli era un capo—assassino, e che (dopo gli altri
delitti) aveva preso cento mogli e l'aveva ammazzate come Caterina
e sua sorella. Clorinda si riebbe, e poco dopo fece un bel bambino;
chiamò alla corte suo padre e su' madre; fecero al solito grandi feste,
e se ne godettero e se ne stettero e a me nulla mi dettero.
_Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, chè ho detto la mia._