LE TRE FORNARINE.[1]

C'era una volta un omo, che faceva il fornaio in un sobborgo di

campagna; e quest'omo aveva tre bambine, una più bella dell'altra,

tanto, che s'eran tirate il soprannome d'_Occhi di Sole_. Un giorno,

che le ruzzavano fra di loro sulla sua bottega, passò di lì un signore

tutto vestito di nero, con una bella catena d'oro ciondoloni al collo

e carico di tant'altre gioie e pietre preziose. A un tratto, questo

signore si fermò a guardare quelle bambine; e poi s'affacciò alla

bottega del fornaio e gli disse:—«O galant'omo, tenetemi conto di

queste bambine, l'hanno a essere un mio boccone!»—e, senza che il

fornaio avesse tempo di rispondere, riprese il suo viaggio. Ma il

fornaio tenne bene a mente quelle parole; motivo per cui tirava su le

figliole da signorine, perchè lui diceva che una di loro l'avea da

sposare un signorone, e l'altre due dietro a quella l'avrebbero fatto

altrettanto[2]. Per tornare un passo addietro, quell'omo vestito di

nero, quel giorno che si fermò alla bottega del fornaio, fece una

carezza per una alle tre bambine, e gli regalò un anellino molto

bello. Quelle bambine, le si ricordavan sempre di quella carezza e di

quell'anello; e specialmente la maggiore l'era sempre a guardarselo

in dito. Loro eran già diventate grandi e il fornaio aspettava il

signorone, quando un giorno stando la maggiore alla finestra tutta

impensierita, vede nella strada quello stesso signore, che aveva

veduto da piccina e neanche cangiato d'un neo. Questo signore, che si

chiamava Centomogli, entrò in casa; e, senza tanti discorsi, chiese

al fornaio la figliola maggiore in isposa. Ma il fornaio furbo disse

che non gliela avrebbe data, se prima non vedeva la casa dove dovea

andare. Centomogli rispose che era giusto; e subito, fatta attaccare

una carrozza, vi fece salire il fornaio; e poi via come il vento,

arrivarono ad una bellissima villa con tanti bei loggiati di marmo

e tante statue, chè il fornaio non n'aveva mai vedute di simili.

Figuratevi se rimanesse a bocca aperta! Centomogli scese col fornaio;

picchiò alla porta, che subito fu aperta da un gran gattone nero, che

non finiva mai di far riverenze al padrone. Centomogli, dopo aver dato

ordini per un gran pranzo al gatto, menò il fornaio a vedere quella

villa, dove dovea andare la sua figliola. Il fornaio, a vedere tante

meraviglie, aveva perso la parola, e camminò zitto zitto come un pulcin

bagnato; e non poteva credere che quella bella casa e quella bella roba

dovesse essere della sua figliola; e gli pareva mill'anni d'andare a

casa per raccontarglielo. Figuratevi poi com'e' rimanesse, quando vide

il gatto far da desinare, apparecchiare, portare in tavola! Un po' si

sganasciava dalle risa, e un po' rimaneva serio, perchè gli pareva

ch'e' fosse tutto un sogno. Dopo il desinare, rimontarono in carrozza;

e via di galoppo, come eran venuti, ritornarono a casa. Ci volle

tutta la sera, perchè il fornaio finisse il suo racconto. La figliola

maggiore si sentiva venir l'acquolina in bocca; e le sorelle, in cambio

d'averne invidia, gli dicevano:—«Oh! vai, vai, Caterina; e presto ti

verremo a far visita; e si starà allegre col gatto che ti farà il

servitore, che ti stirerà, che rifarà i letti!»—Per la mattina dopo

fu fissato lo sposalizio; e tutti contenti videro montare in carrozza

la Caterina, che anche lei, a pensare alla villa, rideva lasciando la

su' casuccia. Ma appena ebbero fatto un po' di strada, la vide il suo

sposo farsi nero come un nuvolo d'inverno: in casa sua gli avea fatto

tanti complimenti e ora 'un gli diceva neppure una parola e non la

guardava neppure. Sapeva da su' padre, che la strada da farsi era bella

e che doveano passare da tante ville: e, quando si vide entrare in un

folto bosco, s'azzardò a domandare allo sposo, se era quella la strada.

Ma Centomogli gli rispose bruscamente che stasse zitta. La poveretta

incominciò a tremare, tanto più che il bosco era di molto buio, che

non ci si vedeva più. Allora si buttò in un cantuccio della carrozza e

cominciò a piangere, e mandar urli, e chiamare il su' babbo. Centomogli

stiede un pezzo zitto e finalmente gli disse in bona:—«Caterina, sta

zitta. Tanto il tuo babbo è lontano, e non sentirebbe una cannonata.

E, se tu gridi dell'altro, e' si rischia d'essere sentiti e presi

dagli assassini, che sono in questo bosco.»—La Caterina si chetò a

queste parole; ma la paura gli faceva battere i denti, che pareva che

la battesse la terzana. Cammina, cammina, arrivò notte; e Centomogli

disse alla sposa che c' era poco altro da correre, ma che bisognava

scendere di carrozza per iscorgere la casa. La Caterina, la 'un si

reggeva ritta, ma la si sforzò tanto, che in poco tempo tutt'e due

arrivarono a un punto, da dove si vedeva un lumicino.—«Eccoci»—disse

Centomogli. E la Caterina si sentì consolare. Quando furono vicini al

chiarore del lume, che veniva da un finestrino, Centomogli picchiò a

una porticina d'un gran castello tutto nero. E questa volta invece del

gatto fu una cagna ad aprire. Anche lei, tutta riverenze, ricevè gli

ordini del padrone. Cenarono, ma ancora Centomogli non diceva nulla

alla povera Caterina. Passarono quattro giorni, senza che la Caterina

avesse sentito la su' voce; andava a desinar con lui, a cena, a letto,

ma lui sempre zitto; e lei la si disperava come un can perso. Alla

fine dei quattro giorni, Centomogli disse alla Caterina:—«Domani parto;

e sto fori un mese. Se tu mi prometti d'ubbidire a' me' ordini e

d'osservarli, quando torno io sarò per te un buon marito, e ti menerò

nella villa, che vide tuo padre.»—La Caterina si buttò in ginocchioni

e promise a costo di morire che avrebbe ubbidito a tutto quello che

gli comandasse. Allora Centomogli gli consegnò un mazzo di chiavi e

gli disse:—«Eccoti le chiavi di tutte le porte di questo castello.

Tu vi troverai da divertirti per tutto il tempo che starò fuori. Ma

ti proibisco di aprire quella dalla chiave d'oro. Bada, che tu non

mi puoi ingannare. Me lo racconterà la cagnolina; e poi, ti darò un

mazzolino che mi renderai al mio ritorno, che diventerà secco subito,

che entrerai nella stanza, che ti ho detto.»—Lieti e contenti cotesta

sera cenarono; e poi si dissero addio. Rimasta sola la Caterina colla

cagna, tutti i giorni apriva una stanza; e difatti vi trovava sempre

qualcosa che la divertiva. Mancavano due giorni a finire il mese, e già

la Caterina aveva veduto tutto il castello; era scesa in giardino. Ma

ogni volta che passava davanti alla porta dalla chiave di oro sentivasi

spingersi ad aprirla; ma, se s'era vinta le altre volte, questo giorno,

che non aveva da far nulla, non potè resistere alla curiosità. Dopo

provato tre o quattro volte ad aprir la porta, entrò nella stanza.

Girò appena gli occhi intorno, che cadde svenuta. Si rinvenne poco

dopo, ma fuggì via subito. Quella stanza era tutta circondata di donne

attaccate a tanti chiodi, chi per la vita chi per le braccia, chi

per il collo, alle mura di quella stanza. La povera Caterina, bianca

come un panno lavato, andò a nascondersi in camera sua, perchè non la

vedesse la cagna in quello stato, e vi stiede tutt'e due i giorni,

sempre al buio; perchè la cagna andava a portargli da mangiare. Tornò

Centomogli e trovò la Caterina sempre in camera, che non ebbe coraggio

di dirgli una parola. Ma lui, senza aver bisogno del mazzolino, sapeva

quello che aveva fatto la Caterina. E non bastò che la piangesse, che

la si buttasse in ginocchioni; perchè lui la prese, la menò nella

stanza della chiave d'oro e l'attaccò come quell'altre a un chiodo,

e gli disse:—«Anche te hai fatto come l'altre; dunque hai da avere

un gastigo compagno.»—Poi, come se nulla fosse, richiuse l'uscio. Il

giorno dopo andò dal padre di Caterina e gli disse che la su' figliola

voleva la sorella mezzana in compagnia, e che gliela mandasse per

qualche giorno. Il fornaio acconsentì e mandò la figliola, senza metter

tempo in mezzo. Centomogli, quando fu per la strada, gli raccontò

il fatto della sorella e gli disse che, se voleva diventar lei sua

sposa, l'avrebbe provata a quel modo; e, se avesse ubbidito, l'avrebbe

menata a quella bella villa e gli avrebbe voluto bene. Quella povera

ragazza gli promesse Roma e Toma; ed il giorno dopo che fu arrivato

al castello, Centomogli partì. Stette fuori due mesi e quando tornò,

per farla corta, messe anche la sorella della Caterina appiccicata al

muro coll'altre donne. E il giorno dopo, eccotelo daccapo dal fornaio

a chiedergli quell'altra figliola per compagnia di quell'altre. Ma

questa non volle partir da casa subito in quel modo; e si trattenne

per più d'otto giorni senza risolversi a nulla; e non sarebbe ita, se

non l'avesse spinta il su' babbo. La bella Clorinda volle partir di

sera, sicchè arrivò al castello di giorno. Ma Centomogli questa volta

non disse altro delle sorelle, che se la le voleva rivedere, l'erano

in castigo; ma fino a tanto che egli non tornava, non avrebbe potuto

scoprirgliele; e se anche lei disubbidiva al suo comando, sarebbe stata

messa dove la Caterina e quell'altra. Intanto gli lasciò le chiavi e

gli impose che non aprisse le stanze dalla chiave d'oro e di argento.

Clorinda non rispose niente; e, dopo che fu partito Centomogli, la

prima cosa, andò ad aprire la stanza dalla chiave d'argento. Non vide

nulla in tutta la stanza, ma sentì un certo mugolìo, che veniva come di

sottoterra. Allora girò, guardò e scoprì una lapida. L' alza e vede che

era un pozzo. E da questo pozzo veniva una voce, che chiedeva ajuto.

Allora la cara Clorinda non sapendo come fare a dar soccorso a chi

era laggiù, sorte dalla stanza, va a chiamare la cagna e gli ordina

di mettere dell'acqua a bollire. E quando l'acqua fu ben bollente,

disse alla cagna:—«Portami in camera quell'acqua.»—E nel mentre che

gliela portava, Clorinda prese la cagna di dietro all'improvviso e la

buttò nella caldaia, dove tutta pelata vi morì[3]. Rimasta padrona

del castello, piglia la porta e va a trovare un carbonaio, che stava

all'entrata del bosco (e lei l'aveva visto, perchè era passata da

que' posti di giorno) e gli ordinò di venire con una cesta ed una

fune al castello. Insomma riprese dal pozzo un bellissimo giovinotto,

tutto sfinito per il patimento. Ma Clorinda, avanti d'interrogarlo,

gli diede da mangiare e lo fece riavere. Tutti e due si erano belli

e 'nnamorati e fissarono di fuggire insieme e concertarono d'andar

col carbonaro, rimpiattati nelle balle del carbone. E intanto che

il carbonaio preparava, Clorinda aprì la stanza della chiave d'oro,

e vide le sue povere sorelle morte a quel modo. Non ebbe coraggio

d'andargli vicino, e scappò via subito; che gli pareva sempre ch'avesse

a tornare Centomogli. Domandò al giovinotto dove voleva andare. E lui

rispose:—«Io sono figlio del Re di Portogallo. Io ti farò Regina e mia

sposa.»—Ci si può figurare, se Clorinda era matta per la gioia! Ma per

la strada, rinchiusa nelle balle del carbone, ebbe a patire non poco; e

il viaggio era lungo e pericoloso fra mezzo a quel nero bosco[4]. Dopo

otto giorni arrivarono sani e salvi in Portogallo; ma così rovinati,

che il Re non riconosceva più il suo figliolo. Ora, per tornare un

passo addietro, dovete sapere che il figliol del Re tre giorni avanti,

che arrivasse la Clorinda al castello, era a caccia; e fu preso dagli

assassini e messo in quel pozzo nel castello di Centomogli, che era il

capo degli assassini. Il Re fece grandi feste, perchè il suo figliolo

era tornato con una bellissima sposa; e tutta la corte si messe in

gala per lo sposalizio, che fu fatto con molta allegria. Passato due

mesi, che Clorinda viveva tanto contenta col suo marito, tornò al

castello Centomogli e trovò la porta di casa aperta. Sali la scala,

chiamò la cagna; ma non c'era nessuno.—«Ah! perfida maledetta, ti

troverò quand'anche tu fossi in cima al mondo!»—diceva Centomogli. E

subito si travesti da vecchio e andò spiando da per tutto e scoprì del

carbonaio. Allora corre da quello e non parendo su' fatto, gli domanda

come potè riuscire a salvare quei due poveri giovani del castello. E

il carbonaio spifferò che gli aveva menati nelle balle da carbone al

Re di Portogallo. Centomogli non stiede a dir _che c'è egli_?, e in

due giorni fu in Portogallo. Passeggiava tutti i giorni dinanzi al

palazzo, per vedere se vedeva la Clorinda. Un giorno finalmente, che la

s' affacciò alla finestra, Centomogli disse fra sè:—Ora tu ci sarai!»—E

subito si portò da un mago, e si fece fare un orologio, che messo in

qualunque posto di una casa, tutte le genti si addormentassero da non

si potere svegliare. E quando l'ebbe avuto, che era tanto bello da non

se ne vedere, andò dal Re. Ma mi sono scordata di dire che Centomogli

aveva sentito raccontare che la Clorinda era gravida, e che la notte

lei non poteva mai chiudere un occhio a cagione della gravidanza

cattiva. Centomogli, dunque, si presentò al Re e gli dimandò se voleva

quell'orologio, che aveva la virtù di far dormire. Il Re subito lo

comprò, benchè a caro prezzo, per la Regina; e volle che quell'uomo

stasse per quella notte nel palazzo, per assicurarsi se diceva il vero;

chè, se non fosse stato come gli aveva detto, gli disse che gli avrebbe

dato un gran castigo. Centomogli non desiderava altro! e' gli pareva

mill'anni che venisse la notte. E quando tutti furono a letto, lui si

levò e andò in camera della Regina. E quella dormiva come tutti gli

altri per la magìa dell'orologio. Centomogli andò per prenderla dal

letto e portarla via. Ma, quando le persone eran toccate da lui, la

virtù dell'orologio spariva. E la Regina al primo tocco si svegliò; e

vedendosi davanti quell'omo, che voleva pigliarla, principiò a gridare.

Ma era inutile! Faceva sforzi, sonava il campanello. Ma ogni cosa era

sorda. Centomogli intanto la levava dal letto. Ma Clorinda con tutta

la sua forza s'atteneva al letto e poi alle seggiole e a tutto ciò che

poteva agguantare. Finalmente Centomogli la strascicò. Se non che,

giunti al mezzo di camera, buttarono giù un tavolino, dove si trovava

l'orologio incantato e tutt'e due i mobili si rompèrono. Il rumore

fece svegliar tutti, perchè l'orologio rotto aveva persa la sua virtù.

E tutti corsero alla camera della Regina, che si era svenuta. Presero

Centomogli, lo messero in una prigione e presto lo fecero morire,

perchè si seppe che gli era un capo—assassino, e che (dopo gli altri

delitti) aveva preso cento mogli e l'aveva ammazzate come Caterina

e sua sorella. Clorinda si riebbe, e poco dopo fece un bel bambino;

chiamò alla corte suo padre e su' madre; fecero al solito grandi feste,

e se ne godettero e se ne stettero e a me nulla mi dettero.

_Stretta la foglia, larga la via,

Dite la vostra, chè ho detto la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 105 / 292 题