MAGAGNA, ERSILIA

MAGAGNA. Talchè....

ERSILIA. Talchè con ragion mi dolgo e posso dolere, che io sono la

più scontenta tra le scontente giovani del mondo. Ahimè!..

MAGAGNA. Questo pianto è proprio come il fumo dell'arrosto, che non

ti giova a niente, perchè ti bisogna venire al monastero al tuo

marcio dispetto. Cammina dunque e lascia tanti _talchè_, se non vuoi

che ti calchi con un calcatoppolo la coppola.

ERSILIA. Eh Magagna, il dolor non è perchè io vada al monastero; ma

perchè mi manda in quest'ora così sola, senza compagnia di donne.

Poteva pur tardar insino a domani.

MAGAGNA. Signora no, perchè dice quel proverbio: Il mal che tarda,

piglia vizio. Avvertendosi la signora, che voi bestialmente siete

innamorata di Camillo, farà bene a farvi passar di questa vita

presente.

ERSILIA. _Come di questa vita presente?_ Dunque mi farai morire?

MAGAGNA. Oh poffar, che m'era scappata!

ERSILIA. Ritorniamo a casa; che, se sarà così, mi contenterò

volentieri, purchè mi conceda, che avanti la mia morte possa vedere e

parlare al mio dolcissimo Camillo, il quale dà lume a questi occhi e

dà spirito a queste labbra.

MAGAGNA. Tu ti pensi, con le tue parole inzuccherate, farmi tornare

indietro? ma t'inganni a fè. Cammina pure, perchè la vita presente

non s'intende di farti morire, ma di passarti di questa vita presente

cattiva e trista, che menavi, a vita onesta e santa, come sarà al

monastero.

ERSILIA. Eh Magagna, non si cangia pensiero per cangiar loco. Quanto

più m'allontano dal raggio del mio sole, tanto più cresce in me il

desiderio di scaldarmi al suo caldo. Io amo Camillo con zelo di

matrimonio, e questo zelo è pur onesto e santo. Ma che cosa fai?

MAGAGNA. Mi accomodo questo pugnale, dubitando di qualche repentino

assalto, perchè colui che accompagna femmine bisogna andar vigilante.

ERSILIA. Sicchè essendo questo mio zelo così onesto.... Ma che moti

son cotesti?

MAGAGNA. Mi metto in guardia e provo come ho da investire e offender

colui che per sorte ne volesse assaltare.

ERSILIA. E perciò sarà bene a ritornare a casa, che l'andar a

quest'ora per queste strade sospette mi fa temere di alcuno

inconveniente.

MAGAGNA. Tu zappi nell'acqua, se pensi di ritornar indietro. Cammina

e zitta!

ERSILIA. Fammi questo piacere!

MAGAGNA. Non posso.

ERSILIA. Beato te!

MAGAGNA. Non voglio.

ERSILIA. Per grazia.

MAGAGNA. Non mi piace.

ERSILIA. Per amore!

MAGAGNA. Cammina.

ERSILIA. Per pietà, almeno!

MAGAGNA. Mica.

ERSILIA. Or come sei crudele!

MAGAGNA. Crudelissimo.

ERSILIA. Che ferro ti cadde dalle mani? Dove mi meni?

MAGAGNA. Orsù, già che siamo al luogo determinato in questa parte

rimota, dove non saremo visti dalle genti, acconciati, Ersilia; e

pazienza.

ERSILIA. Che pretendi di fare?

MAGAGNA. Di rompere....

ERSILIA. Che?

MAGAGNA. Lo stame....

ERSILIA. Che stame?

MAGAGNA. Vitale.

ERSILIA. Che vitale, che vuoi?

MAGAGNA. Voglio....

ERSILIA. Che cosa?

MAGAGNA. Pertugiare.

ERSILIA. Che?

MAGAGNA. Il donne....

ERSILIA. Che donne?

MAGAGNA. Vuoi la palla mo'? Acconciati e zitta.

ERSILIA. Se pensi offendermi l'onor mio, morrò più presto.

MAGAGNA. Non voglio cotesto.

ERSILIA. Ma che vuoi?

MAGAGNA. Entrare....

ERSILIA. Dove?

MAGAGNA. Al cuore.

ERSILIA. Di chi?

MAGAGNA. Sei stata mai uccisa tu?

ERSILIA. Io no.

MAGAGNA. Hai parlato con nessun altro, che fosse stato ucciso?

ERSILIA. Nè anco: perchè?

MAGAGNA. Acciò ti fossi informata della strada, per la quale si

cammina alla morte.

ERSILIA. Ahimè, mi avvedo che mi vuoi far morire.

MAGAGNA. Penso di sì.

ERSILIA. E perchè, Magagna mia, e perchè tanta crudeltà?

MAGAGNA. Non ti bisogna più _mio_, nè _crudeltà_; raccomandati

l'anima e finiamola.

ERSILIA. Io morire? Io morire per le mani tue, Magagna? E perchè? che

t'ho fatto io? qual cagion ti move? qual ragion hai?

MAGAGNA. Risolviti presto; e dimmi come vuoi che ti uccida; sotto, da

mezzo, o di sopra.

ERSILIA. Se non burli, Magagna, come è tuo costume, dimmi il vero,

che cosa ti spinge a volermi uccidere? Io so, che non ti offesi mai,

anzi ti ho giovato sempre. Da te, come da te, non hai cagione di

farlo. La signora, se bene è matrigna, e non madre, non sarà. Camillo

mio nè anco.

MAGAGNA. A che fine lo vuoi sapere, se a te non serve più di sapere

le cose di questo mondo, avendo da passare all'altro? Acconciati su,

cala la testa, e a perdonare!

ERSILIA. Deh! ferma di grazia, fermati per cortesia, Magagna.

MAGAGNA. Son sordo.

ERSILIA. Una parola.

MAGAGNA. Non sento.

ERSILIA. Sei Turco? sei Barbaro?

MAGAGNA. Turco e Barbaro. Levati, che ti dò.

ERSILIA. Eh per vita tua, te ne prego, te ne supplico; ascolta una

parola.

MAGAGNA. Or dì presto; chè non vorrei, che col tardare si

raffreddasse il caldo del mio furore.

ERSILIA. Dimmi di grazia, chi t'ha ordinato, che mi uccida?

MAGAGNA. Pur siamo al medesimo: or leva, e non più parole.

ERSILIA. È stata la signora, Magagna?

MAGAGNA. Non so.

ERSILIA. È stato Camillo mio, che sdegnato forse dell'indebite

ingiurie dategli per Cornelia, e d'averlo scacciato di casa,

comincerà a vendicarsi contra di me?

MAGAGNA. Non so.

ERSILIA. Se sarà così, morrò contentissima, morendo in soddisfazion

di colui, che per soddisfarlo, mi sarebbe poco pigliar mille morti

per amor suo.

MAGAGNA. Vuoi altro che questo? Acconciati e spediamola.

ERSILIA. Fammi un'altra grazia, Magagna mio; legami le mani e i

piedi a questa colonna mezza rovinata, e ritorna a chiamare Camillo:

acciò lo possa pregare, che mi uccida di sua propria mano, per morir

contentissima; o almeno, che io veda quegli occhi soavi, prima che io

muoja.

MAGAGNA. Quietati; chè non è Camillo che ti fa morire; ma, per dirla

in breve, la signora Cornelia è causa che, amando più che la vita

sua Camillo, ella disegnava pigliarselo per marito, e tu avendogli

guastato il giuoco per le mani, ti darà scaccomatto di pedina.

ERSILIA. Et io morrò per questo? Ah Cornelia, Cornelia, che non

da matrigna, ma da propria madre t'ho servita e onorata sempre,

s'era tale il tuo disegno, me lo dovevi dire, che tu contenta e io

contentissima restava in un tratto, bastandomi solo il mio Camillo

nell'istessa casa, dove se non come marito, l'avrei almeno come

signore servito. Ahi che è vero, che nessuna matrigna fu buona!

MAGAGNA. Orsù, non più parole; fermati che io alzo.

ERSILIA. Aspetta un poco per pietà, in fin che dica due altre parole.

MAGAGNA. Ma siano brevi; e presto, chè io intanto passeggio.

ERSILIA. In che orrendo spettacolo ti vedi, o Ersilia infelicissima!

Oh cara mia madre, s'ora mi vedessi! Ed o Alessandro, mio carissimo

padre, dove sei? che riaccasandosi con Cornelia, morendo poi mi

lasciasti piccola, raccomandata tanto a questa crudele Medea! Vedi,

vedi, che ora mi fa condurre al macello, e in man di chi? in man

d'un vilissimo servo. Deh! spietata la mia sorte, poichè volesti che

io morissi di mala morte, dovevi far almeno che io morissi o per

man del mio Camillo, o d'altri della qualità mia. Giorno infelice,

che io nacqui! perchè non mi affogai nella culla? poichè per amor

io moro. Nè perchè mora mi doglio, ma perchè, ferendosi questo

petto, s'offenderà la bell'immagine del mio bellissimo Cammillo, che

vivamente vi sta impressa. Perdonami, Cammillo, se per me pati questa

offesa; e ti prego a ricordarti, che quanto maggiormente si puote

amarti, t'ho amato io.[iv]

MAGAGNA. Troppo sei lunga; non accade più aspettare. Io mi risolvo in

ogni modo di darti.

ERSILIA. Deh, Magagna, che crudeltà è questa? Che ti ho fatto io?

ricordati pure, che tu eri servo di mia madre; pensa all'affezion

grande che ti portava mio padre. Considera che tu m'hai cresciuta

sopra coteste braccia, e ora sarai micidiale quasi di te stesso?

quasi del tuo sangue?

MAGAGNA. È troppo il vero, ahimè!

ERSILIA. Non sai, che sempre t'ho sovvenuto? Non ti ricordi, che ti

ho difeso? Chi riparava a' tuoi danni, se non io? La mia borsa non ti

fu sempre aperta? Che m'hai cerco, che non ti ho dato? Insino alle

camice ti ho conce di mia mano.

MAGAGNA. È troppo il vero. Uh, Uh, Uh!

ERSILIA. Io ti faceva mangiar per tempo; ti serbavo anco le reliquie

della tavola; ti ho riputato da fratello, ti ho amato da sorella; e

ora tu, che dovevi essere il riparo della mia vita, il difensore

della mia persona, hai animo di uccidere una povera innocente,

infelice pupilla? Ahimè, come non piangi di compassione?

MAGAGNA. Non pianger più, chè mi tiri l'anima dall'antiporta del

cuore. Io me ne pento: ecco qua il pugnale, uccidimi tu, perchè il

torto è il mio, la ragione è tua; ovvero mettiamo mano al rimedio per

salvar l'uno e l'altra.

ERSILIA. Il rimedio è facile. Lasciami andare, ch'io ti prometto

partirmi di qua, con proposito di non ritornarvi mai più.

MAGAGNA. «Aspetta, pensa e poi fa»—dice il proverbio. Come faremo,

che io mi trovo promesso alla Signora di portarle la vostra testa

con i vestiti insanguinati? E se io non eseguisco a punto quanto mi

ha detto, oltre il pericolo d'esser cacciato, perdo l'occasione di

copularmi con essa. Perchè, per dirla, s'era appuntato fra di noi,

che uccisa Ersilia, io, arso per amarla, entravo al suo arsenale,

cioè che me la pigliavo per mogliera.

ERSILIA. Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica

di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio

padre?

MAGAGNA. Conosco.

ERSILIA. Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a

casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli

naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate,

mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente

di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io

dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da

Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io

ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o

di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.

MAGAGNA. Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile.

Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada,

alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa

mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in

veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.

_La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia:

la Moglie giudice e parte_, è una storia popolare diffusissima. In essa

troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di

Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a

chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.

—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglie

Con due sue damigelle, empie canaglie;

E quando in mezzo[v] al mar l'onda ti accoglie,

Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie.

Lagrime non curar, nè finte doglie,

Perchè le donne sono tutte quaglie,

Che ti faranno smorfie e meraviglie:

Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»—

Indi intima alla moglie e damigelle,

Di parco cibo non ancor satolle,

Che senza farsi nè lisciate e belle,

Le aspetta di Gaeta al piè del colle.

Vanno quelle innocenti meschinelle,

Che il Prence di veder desio le bolle.

E nell'entrar del mar nell'ampia valle,

Le portò il marinar sopra le spalle.

Il Principe montò l'altra filuca,

E la sposa mirò come nemica,

Che non sa dove il fato or la conduca;

Lo chiamava: ma indarno è la fatica.

Fero le damigelle in mar la buca,

Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica:

—«Empî, che fate?»—in guardatura bieca,

Ma bella, che pareva Elena greca.

Poi presero Fiorlinda allora allora,

Ma tutti quasi con ridente cera;

Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora,

Cenar con Teti in questa propria sera.»—

Ma lei si smania e strazia e si addolora,

Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»—

Prega, singhiozza, lagrima e sospira,

Che d'un tigre averìa[vi] placata l'ira.

Era quel marinar pien di clemenza,

E immobil stette con la sua costanza,

E solo di salvarla il modo penza (_sic_)

E vivere sicur nella sua stanza.

Attribuì del mare all'inclemenza

E l'impeto suo proprio[vii] e l'incostanza.

La spoglia e poi da marinar l'acconza,

E la portò nell'isola di Ponza.

L'altra mattina addolorata e mesta

Ritornò la filuca alla sua costa,

Riportando a quel principe la vesta,

Che per la sposa sua fu fatta a posta.

Nel mirar questa spoglia atra e funesta

A deliquio mortal quasi si accosta,

Toglierla comandò dalla sua vista

E nel proprio dolor piange e si attrista[viii].

[i] Scrivo per esteso _Novella quinta della Deca seconda_, acciò

nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il

dotto Warburton. Il POPE, in una nota al _Measure for Measure_ dello

SHAKESPEARE, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio, _Dec. 8.

Nov. 5._ Ed il WARBURTON, critico inglese, nella sua edizione dello

Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così: _Decembre 8,

Novembre 5._ Similmente un dotto tedesco, il BEYREIS, ricitando delle

citazioni da un libro inglese, dove trovava scritto _The same_ (cioè

_lo stesso_, l'autore già citato) poneva _Thesamius_, prendendo quelle

due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non

si avessero a credere infallibili gli oltramontani!

[ii] Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho

sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuole

_iddio_ potersi usar solo al nominativo.

[iii] Cf. SCHILLER, _Die Jungfrau von Orleans_. Parlata che

termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco

biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro.

Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologico _Kehrt_

dello Schiller, che può significare _tornare_ ed anche _spazzare_ o

_scopare_, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.

[iv] _Che quanto amar si può, v'haggio amato io._ ARIOSTO.

[v] VAR. in alto.

[vi] VAR. Che d'una tigre avria.

[vii] VAR. Se l'epiteto proprio. Poco intelligibili ambe le lezioni.

[viii] Nota la consonanza fra le rime di ciascuna stanza: _uglie,

oglie, eglie_; _elle, olle, alle_; _uca, ica, eca_; _ora, era, ira_;

_enza, anza, onza_; _esta, osta, ista_.

[4] _Rinvivire_, Riavvivare, rivivificare, risuscitare.

[5] _Stiacciata_, e più giù _stioppo_. Ne' vernacoli toscani, lo

_schi_ (_schj_) della lingua nobile si trasforma in _sti_ (_stj_).

Anzi in _istioppo_ questa forma è più etimologica, malgrado tutta la

indegnazione di Vincenzio Monti, che scrisse:

Voci italiche son: _schiaffo_, _schiamazzo_,

_Schiettezza_, _schiavitù_, _schioppo_, _schidione_;

E tu m'insegni a dir: _stioppo_, _stidione_,

_Stiettezza_, _stiavitù_, _stiaffo_, _stiamazzo_?

Va va, maestro mio, va, che sei pazzo.

[6] Caterina I di Russia era anche da meno, facendo da serva in

un'osteria, che non apparteneva a' suoi genitori.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 93 / 292 题