LA BELLA OSTESSINA[1].

C'era una volta (dove non me ne ricordo) una Ostessa, la quale era di

molto bella, sicchè aveva una grande nomèa e tutti correvano al suo

albergo, se non foss'altro per la curiosità di vederla e parlarci.

L'Ostessa aveva pure una figlia, che crescendo superò la madre in

bellezza e grazia, e a diciott'anni non c'era donna che gli potesse

stare al paragone. La gente pertanto, se andava all'Albergo in gran

numero, ora non ci andava più per la madre, bensì per la figliola,

che veniva chiamata la Bell'Ostessina, per distinguerla dalla prima.

Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a

invecchiare, di farsi invidiose della gioventù; e così accadde

all'ostessa. La figliola gli era un pruno negli occhi e non poteva

soffrirsela d'attorno. E gli crebbe tanto l'odio e la rabbia contro

il proprio sangue, che deliberò ammazzare la Bell'Ostessina, dove non

gli riuscisse ridurla imbruttita. Piena di stizza, l'Ostessa cominciò

a tenere la figliola sempre chiusa, a dargli poco da mangiare e a

strapazzarla in tutti i modi acciò la cascasse in isfinimento; ma,

non si sa come, la ragazza non ne pativa nulla e la bellezza gli

cresceva. La madre avrebbe dato il capo per le mura; e finalmente

deliberò di cavarsi la figliola dinanzi agli occhi e finirla. Per non

dare sospetto, chiamò un servitore, su cui gli pareva poterci contare,

e gli diede ordine di condurre la Bell'Ostessina in un bosco e lì

ammazzarla, e poi a testimonianza del fatto portare a lei le mani, il

core e una boccetta piena del sangue della figliola. Il servitore, a

quel comando, rimase di sasso; ma, conoscendo l'umore della padrona,

temette che rifiutandosi non salvava di certo la ragazza, perchè la

barbara madre in un modo o in un altro l'avrebbe scannata. Disse

dunque di obbedire e il giorno dopo andò nella camera in cui era

chiusa l'Ostessina e gli fece assapere che la sua mamma voleva che

lui la menasse un po' a spasso in poggio a svagarsi. L'Ostessina, che

era di cuor bono, non sospettò a male; anzi la si persuase che la sua

mamma si fosse rimutata; però quest'idea gli era venuta con un tantino

di turbamento: pure la si vestì de' meglio abiti e col servitore

avviossi al bosco nel poggio vicino. Cammin facendo, il servitore

stava sopra a pensiero, e non sapeva capacitarsi di dovere ammazzare

quella bellissima creatura e mulinava al come avrebbe salvato capra e

cavoli[2]. Nel frattempo giunsero in mezzo del più folto del bosco. Qui

il servitore, buttatosi in ginocchioni, raccontò all'Ostessina quel

che la sua mamma gli aveva comandato. L'Ostessina a quella scoperta si

sentì tutta diacciare e quasi la dubitava una invenzione del servitore.

Ma questo gli giurò che pur troppo era vero quel che diceva e che

bisognava pensare a rimediarci, sicchè l'Ostessa non la pigliasse con

lui se disobbediva e non s'arrapinasse per trovare la figliola per

finirla dove sapesse che non era stata morta. L'Ostessina disperata

disse:—«Piuttosto che vivere così e odiata dalla mamma, voglio morire.

Ammazzami dunque e esegui quel che lei ti ha ordinato.»—Ma il servitore

replicava:—«Ma vi pare che sia tanto spietato e birbone? V'ho menato

qui apposta per salvarvi e vi salverò a tutti i patti!»—Nel mentre che

que' due discorrevano contrastando, venne a passare un pecoraio con di

molti agnellini nati di poco. Al servitore gli nacque il pensamento di

comprarne uno, scannarlo e cavargli il core, e portar questo assieme

col sangue all'Ostessa, dandogli ad intendere che fossero della sua

figliola: ma le mani? La ragazza disse:—«Tagliamele, che l'avrai.»—E

il servitore:—«Come volete campar la vita senza le mani? Ne farò di

meno.»—Comprato dunque l'agnellina, il servitore messe ad effetto

quanto aveva macchinato. La ragazza si spogliò di tutti i panni, e

rimasta colla camicia sola, li diede al servitore perchè anco quelli

riportasse a casa, e fu lasciata in abbandono nel bosco[3]. L'Ostessa,

che impaziente aspettava il servitore, gongolò dalla gioia, vedendolo

ritornare con i segni dell'ammazzamento commesso; ma, quando s'accorse

che mancavano le mani, gridò con mal viso al servitore:—«E le mani dove

sono?»—Rispose il servitore:—«Che volete? non ho avuto coraggio di

tagliargliele alla vostra figliola, dopo tanto male che per obbedirvi

gli ho fatto. O che non vi bastano quest'altri segni? Ci son fino

i vestiti.»—Abbene che l'Ostessa rimanesse con un po' di sconcerto

nell'animo, pure s'addimostrò contenta. E imposto al servitore di

stare zitto, sparse voce che la figliola era morta presso un parente

lontano, da cui era andata per istarci qualche mese. La Bell'Ostessina

intanto, lasciata lì sola e quasi ignuda nel bosco, fu sorpresa dalla

notte, dal freddo e dalla fame; sicchè, piena di paura, intirizzita

e rifinita, si sentiva morire. Tutt'a un tratto gli comparve dinanzi

una vecchia, che gli domandò chi fosse e che facesse lì a quell'ora

nel bosco e in quell'arnese. La ragazza gli raccontò per filo e per

segno la sua cattiva ventura, per cui la vecchia gli disse:—«Povera

fanciulla! ti piglierò con meco, ma a patto che tu mi sia sempre

ubbidiente.»—L'Ostessina glielo promise; e la vecchia, presala per la

mano, la condusse ad uno splendido palazzo incantato, dove nulla gli

fece mancare ed era trattata al pari di una Regina. La vecchia tutti

i giorni andava a girondolare per gli affari suoi e non tornava che a

sera tarda. Prima di uscire disse all'Ostessina:—«Senti, dammi retta e

fai a modo mio. Io sono una Fata di quelle bone, e ti avverto che tu

non ti lasci adescare da nessuno, che venga in questi dintorni. La tua

mamma malandrina sta in sospetto che tu non sia morta, e tra poco lo

saprà di certo e manderà a cercarti, perchè t'ammazzino. Dunque bada a

tenere gli occhi aperti.»—Ciò detto, uscì. In quel frattempo l'Ostessa

ripensava a quelle mani, che il servitore non gli aveva portato dopo

morta la sua figliola, e sempre più gli cresceva il dubbio, che il

servitore fosse un bugiardo e non avesse eseguito i comandi. Un dì,

stando sulla porta dell'albergo, l'Ostessa vedde passare una Strolaga,

sicchè la chiamò per farsi strolagare; a questo effetto gli porse la

mano e gli domandò se gli poteva leggere in core. La Strolaga, fatti i

suoi esami, disse:—«Bell'Ostessa, voi avete una figliola che pensate

morta e invece è viva, e sta da gran signora nel palazzo di una Fata,

che gli vole di molto bene, e nessuno la potrà mai ammazzare.»—Questa

notizia riescì amara di molto all'Ostessa; per cui, arrabbiata,

macchinò un nuovo modo per giungere a far morire la figliola. Siccome

sapeva che gli piacevano i fiori, fece un gran mazzo e lo sparse di

veleno; poi chiamato un servitore gli disse di fingersi un venditore

di fiori e andare a urlare—«chi vuol fiori?»—sotto il palazzo della

Fata. Il servitore obbedì a' comandi appuntino. La Bell'Ostessina,

sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata,

scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso,

che cascò morta in sul momento. Rivenuta la Fata a casa, picchia e

ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone

all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della

ragazza morta stecchita. Esclamò:—«Te l'avevo detto, scapataccia, e

non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè'

capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti

rinvivire.[4]»—Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando

quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e

scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita

si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse:—«Bada di non cascare

un'altra volta in queste reti, perchè un'altra volta non sarò così

misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?»—La giovane

promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente. Qualche giorno

dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa;

questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano. La

strolaga, esaminatala a garbo, disse:—«Quella figliola, che sta nel

palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e

oggi è viva come prima.»—L'Ostessa non si perdette d'animo, ma volle

ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta

delle stiacciate[5], ne manipolò un certo numero e le empì di veleno;

e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse

a vendere sotto il palazzo della Fata. La Bella Ostessina, che già

più non pensava al risico trascorso, scese, comprò le focacce e,

rimontata in camera, le mangiò tutte; se non che di lì a poco cadette

morta in terra. Rieccoti la vecchia Fata, e picchia e ripicchia, e

nessuno gli apre: dato un calcio all'uscio, lo spalanca; e, giunta

in camera, trova l'Ostessina stecchita. Alla vecchia gli girò il

boccino; e quasi quasi voleva tenere la promessa fatta alla ragazza di

lasciarla morta; ma poi, il buon core gli parlò meglio e la rinvivì.

Quando la vedde in piedi, gli disse con faccia seria:—«Senti bene,

e ti giuro che la mia parola la custodirò: se ti avviene un'altra

volta un simil fatto, per me ti lascio stare e alla vita tu non ci

ritorni.»—L'Ostessina gli disse che aveva ragione, e che da ora in

là baderebbe di non ricadere in quelli sbagli. Accadde, che di lì a

pochi giorni venne a cacciare per la selva il Re di una città vicina;

e passando dal palazzo della Fata, vedde l'Ostessina alla finestra e

se ne innamorò. Lui seguitando per varie volte quelle passeggiate e

quelle occhiatine, anche l'Ostessina si sentiva tirata verso il Re;

nulla di meno, siccome il Re non gli aveva detto niente, nè mandato

ambasciate, così non sapeva quel che sarebbe nato. Intanto la Strolaga

era ritornata dalla Bell'Ostessa, informandola come la figliola sua

viveva sempre e come un Re se n'era invaghito. L'Ostessa, incaponita di

riuscire nell'ammazzamento della figliola, sapendola alquanto ambiziosa

e credenzona, macchinò di giungere a quell'intento con un novo inganno.

Fece fare de' bellissimi abiti alla reale e una corona di oro piena

zeppa di pietre preziose, e dappertutto messe del veleno, che al solo

toccarlo credeva fosse capace di fare morire; poi, chiamati diversi

servitori, li mascherò con livree e gli comandò di andare al palazzo

della Fata, di cercare l'Ostessina e presentargli quelle robbe come

un dono del Re suo amante. Quelli ubbidirono appuntino. L'Ostessina

credette davvero che i servitori venissero da parte del Re; sicchè,

presi gli abiti e la corona, senza frappor tempo se ne acconciò. Ma di

lì a poco cascò morta in terra. Quando la vecchia Fata rivenne a casa

e trovossi a quella tragedia, imbizzarrita disse:—«Tu l'hai voluta,

e sia. Ora poi non ti rinvivisco a nessun patto. Ma anche questi

luoghi tu me gli hai fatti venire in uggia.»—Presa quindi in su le

braccia la giovane, costruito un ricco catafalco nel mezzo del salone

e per arte magica circondatolo di ceri perpetuamente accesi, ci pose

sopra il corpo morto vestito com'era alla reale. Poi chiuse tutte le

finestre del palazzo; e statuì che dentro vi fosse per tre anni quanto

occorreva per il servizio abbondante di tre principi; e trasmutata

la posizione della selva perchè il palazzo non si ritrovasse tanto

facile, serrò l'uscio di entrata e ne tolse seco la chiave; la quale,

giunta al mare, ve la scaraventò nel fondo e dietro a quella andò lei

medesima. Il Re, di cui s'è fatto menzione, e che era un bel giovane

scapolo, ritornando alla caccia, rimase sbalordito non ritrovando più

la via del palazzo in cui aveva veduto l'Ostessina, e si confondeva

nel pensare come accadesse tal contrattempo. Ora bisogna sapere, che

al servizio di cotesto Re stavano certi pescatori, che gli fornivano

ne' giorni di magro il meglio pesce marino. Un venerdì, non si sa

come, pesce in mare non ne pigliarono punto, per cui il coco stimò

necessario farne cercare sul pubblico mercato; ma sul pubblico mercato

non c'era che un pescione sterminato, e agli spenditori gli convenne

comprarlo in mancanza d'altro. Lo stupore del coco fu però grande,

quando, sparato il pesce, gli rinvenne in capo una grossa chiave.

Subito la portarono al Re, il quale non conoscendo che uscio aprisse,

e sospettando che andasse a qualche toppa di palazzo meraviglioso,

deliberò di non separarsene mai e a quest'effetto se l'appese al collo

con una catena d'oro. Il Re intanto non si dava pace nel ricercare

l'abitazione dell'Ostessina. Un giorno, presi con seco due servitori

fedeli e messosi tutti lo stioppo da caccia ad armacollo, partirono a

levar di sole. Dopo percorso gran paese e folte boscaglie, sopraggiunse

una notte tanto buja, che nessuno sapeva dove mettesse i piedi fra

mezzo agli alberi e a' pruni. Si tenevano per perduti; e difatto il

Re smarrì un compagno, sicchè andava solo a tentoni coll'altro. Ad un

tratto gli parve da lontano scorgere un chiarore e a quello con molta

pena s'indirizzarono; e stanchi e trafelati e intirizziti dal freddo,

giunsero alla porta di un palazzo. Picchiarono e ripicchiarono, ma

nessuno apriva. Al Re allora venne in mente la chiave, che teneva al

collo; e avendola provata nella toppa, rimase stupito nell'accorgersi,

che pareva la sua e che apriva la porta benissimo. Entrano, salgono le

scale, e sebbene il palazzo fosse pieno di lumi, non appariva anima

viva. Nella sala trovarono una mensa riccamente apparecchiata, su

cui stava un gran mazzo di chiavi, e in un canto della sala istessa

vi era un camminetto acceso. Il Re ed il servitore, esaminato ogni

cosa, nell'idea di aspettare se qualcuno venisse a salutarli, si

posero intanto al foco per rasciugarsi. Poi si sedettero a tavola e

mangiarono. E ogni volta che le pietanze erano finite, mani invisibili

ne recavano delle altre sempre più squisite e appetitose. Il Re capì

bene che quel palazzo doveva essere incantato; per cui non istava senza

temenza; ignorando se chi lo possedeva fosse un Genio buono o cattivo.

Ad ogni modo, siccome il Re era di molto ardito, quando fu ristorato,

disse al servo:—«Piglia un lume e visitiamo il palazzo; questo mazzo

di chiavi di certo apre le porte degli appartamenti.»—Girarono tutto

il palazzo, ma da ogni parte riscontrarono il medesimo deserto e la

medesima solitudine. Quindi l'ammirazione di que' due era grande, tanto

più che scorgevano una ricchezza di addobbi e di mobili incredibile;

l'oro e le gemme luccicavano ammonticchiate. Quasi disperati di

arrivare a scoprire i padroni del palazzo, si avviavano di novo

nella sala, e nel ragionare il Re gettò gli occhi ad una porticella,

che prima non aveva veduta: subito col servo e co' lumi corse a

quella, e dopo provatovi più chiavi nella toppa gli riuscì aprirla.

La porticina dava accesso ad una fuga di stanze, anche più di lusso

dell'altre; ma, giunti ad un salone, il Re ed il servitore restarono

fra istupiditi e impauriti nel mirarvi in mezzo un catafalco circondato

di ceri accesi e con sopra una donna morta. Rimessi un po' in calma,

il Re s'avvicinò al catafalco, ed ebbe quasi a svenirsi, nella morta

riconoscendo l'Ostessina tanto ricercata. Diè in disperazioni, e il

servitore pensò bene di tirarlo via di là. Ma prima volle prendere un

ricordo della giovane, e a quest'effetto gli levò un anello gemmato

da un dito; se non che dal terrore gli si rizzarono i capelli in

capo, giacchè appena cavato fuori l'anello la giovane morta mosse la

mano. A quella veduta il Re disse:—«Quì c'è qualche incanto, e la

ragazza non è morta. Proviamo a spogliarla.»—Detto fatto, la misero

nuda come dio la creò. E a mala pena nuda l'Ostessina si stirava e

sbadigliava, come se svegliata da un lungo sonno; e finalmente, aperti

gli occhi, nello scorgersi in quello stato in faccia a due òmini, stava

fra l'ingrullita e la vergognosa e cercava scappare e nascondersi.

Avendola non pertanto il Re assicurata che nulla aveva da temere e

raccontatogli in brevi parole l'accaduto, l'Ostessina si rinfrancò, e

fattasi menare nella camera sua del palazzo, coi vestiti che ci erano

sempre, in un momento acconciossi a garbo. A non andar per le lunghe,

il Re e l'Ostessina, innamorati com'erano, si sposarono e vissero lì

in quel palazzo da due o tre anni, senza che di nulla mancassero; anzi

il matrimonio loro fu così felice, che ne nacquero due be' figlioli

maschi. Frattanto la madre del Re, che dal giorno della partenza non

aveva più nulla saputo del figliolo, ne faceva fare continua ricerca;

ma indarno, e oramai credeva che fosse morto, e però aveasi rimesso

l'animo in pace. Se non che in quel mentre capitò la solita Strolaga

dalla Bell'Ostessa e gli disse, come la figliola sua non era mica

morta, e che invece se ne godeva gaudiosa vita, sposa del Re, nel

palazzo incantato. L'Ostessa, sempre di mal'animo, che ti fa? corre

dalla Regina e gli racconta tutto; per cui la Regina, se da una parte

s'allegrò nel sentire vivo il figliolo, dall'altra era arrabbiata di

molto in quantochè lui avesse preso in moglie una ragazza di bassa

nascita e di vile mestiere.[6] Non pose dunque tempo in mezzo e pensò

al rimedio, che fu di dividere a qualunque costo gl'innamorati; e a

questo anche l'Ostessa per odio contro il proprio sangue la istigava,

mettendola su con parole infinite e false calunnie. La Regina scrisse

una lettera al figliolo, e siccome la via del palazzo incantato

l'avevano ritrovata, gliela mandò con ordine di tornare subito alla

Reggia a riprendere il governo del popolo. Ma il Re gli rispose che

stava là troppo bene e non voleva per niente separarsi dalla sua cara

moglie e da' suoi bambini. Allora la Regina ricorse a un ripiego: diede

ad intendere al figliolo che la sua assenza aveva provocato l'ambizione

del Re confinante, il quale s'era mosso colle sue genti ad assaltare

lo Stato, di modo che lei stessa e il Regno si trovavano in gran

pericolo, e il dovere del Re era quello di difendere tutti coll'armi

e in persona. A colorire la invenzione richiese a un suo parente di

radunare de' soldati a' confini, sicchè paressero i nemici. Il Re,

che sull'onore non ischerzava, cadette nella rete, e apparecchiossi

a partire, come di fatto partì per il campo colle sue schiere, dopo

avere raccomandato a sua moglie di essere prudente per iscansare le

insidie di chi gli volesse male; anzi, tirato fuori un vestimento tutto

pieno di sonaglioli, lo porse all'Ostessina, dicendogli:—«Se caso mai

t'avviene qualche cosa a traverso e tu sei in risico, mettiti questo

vestimento e scotilo, ch'io lo sentirò, quantunque lontano, e correrò

senza indugio a darti soccorso.»—Di lì a pochi giorni, eccoti càpita

al palazzo un'ambasceria da parte della Regina madre a fine d'invitare

l'Ostessina a portarsi in città con i due bambini, perchè la Regina

mandava a dirgli che voleva fare la conoscenza della moglie del suo

figliolo, come pure dei nipoti; e che non avesse paura di nulla; anzi

sarebbe onorata al pari di una Principessa. L'Ostessina, minchiona

com'era, credette sincere le profferte della Regina; per cui, presi

con seco i ragazzi, uscì dal palazzo assieme cogli ambasciatori e

venne alla città. Giunta alla presenza della Regina, ci trovò accanto

anche la sua cattiva madre: tutte e due la caricarono d'improperî,

e finalmente la Regina diede ordine alle guardie che l'Ostessina si

arrestasse e si buttasse in prigione co' figlioli; e volendo ammazzarla

e spergere con lei la sua generazione, si consigliò coll'Ostessa. La

quale, per isfogare la invidia rabbiosa che la rodeva, gli disse che

facesse bollire una caldaia di olio e lì dentro sulla piazza pubblica

ci gettasse l'Ostessina ed i figlioli. Era dunque tutto pronto per

il supplizio, e l'Ostessina si rassegnava ormai al suo fine, quando

si ricordò dell'avviso del suo caro sposo. E siccome in prigione gli

avevano lasciato il fagotto de' panni, lei levò via da quello il

vestito co' sonaglioli e se lo messe. E arrivata che fu in piazza

vicino alla caldaia dell'olio bollente, si dette a scoterli a tutto

potere. Allo scampanellìo, eccoti comparisce il Re di galoppo sul suo

cavallo. Veduto il brutto spettacolo e informatosi delle cose accadute,

per la sua autorità di Re, comandò l'arresto della Regina e della Bella

Ostessa. Ed il giorno appresso, radunato un Consiglio, tutte e due

le malvage donne dovettero morire legate assieme, bollite in quella

caldaja di olio, che era stata ordinata per l'Ostessina e pe' suoi

figliuoli. Così il Re e l'Ostessina, liberati da ogni paura, regnarono

amati da tutti; e se non fossero morti per la vecchiaja, vivrebbero

tuttavia.

_Il fosso sta tra il campo e tra la via;

Dite la vostra, che ho detto la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 91 / 292 题