C'era una volta (dove non me ne ricordo) una Ostessa, la quale era di
molto bella, sicchè aveva una grande nomèa e tutti correvano al suo
albergo, se non foss'altro per la curiosità di vederla e parlarci.
L'Ostessa aveva pure una figlia, che crescendo superò la madre in
bellezza e grazia, e a diciott'anni non c'era donna che gli potesse
stare al paragone. La gente pertanto, se andava all'Albergo in gran
numero, ora non ci andava più per la madre, bensì per la figliola,
che veniva chiamata la Bell'Ostessina, per distinguerla dalla prima.
Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a
invecchiare, di farsi invidiose della gioventù; e così accadde
all'ostessa. La figliola gli era un pruno negli occhi e non poteva
soffrirsela d'attorno. E gli crebbe tanto l'odio e la rabbia contro
il proprio sangue, che deliberò ammazzare la Bell'Ostessina, dove non
gli riuscisse ridurla imbruttita. Piena di stizza, l'Ostessa cominciò
a tenere la figliola sempre chiusa, a dargli poco da mangiare e a
strapazzarla in tutti i modi acciò la cascasse in isfinimento; ma,
non si sa come, la ragazza non ne pativa nulla e la bellezza gli
cresceva. La madre avrebbe dato il capo per le mura; e finalmente
deliberò di cavarsi la figliola dinanzi agli occhi e finirla. Per non
dare sospetto, chiamò un servitore, su cui gli pareva poterci contare,
e gli diede ordine di condurre la Bell'Ostessina in un bosco e lì
ammazzarla, e poi a testimonianza del fatto portare a lei le mani, il
core e una boccetta piena del sangue della figliola. Il servitore, a
quel comando, rimase di sasso; ma, conoscendo l'umore della padrona,
temette che rifiutandosi non salvava di certo la ragazza, perchè la
barbara madre in un modo o in un altro l'avrebbe scannata. Disse
dunque di obbedire e il giorno dopo andò nella camera in cui era
chiusa l'Ostessina e gli fece assapere che la sua mamma voleva che
lui la menasse un po' a spasso in poggio a svagarsi. L'Ostessina, che
era di cuor bono, non sospettò a male; anzi la si persuase che la sua
mamma si fosse rimutata; però quest'idea gli era venuta con un tantino
di turbamento: pure la si vestì de' meglio abiti e col servitore
avviossi al bosco nel poggio vicino. Cammin facendo, il servitore
stava sopra a pensiero, e non sapeva capacitarsi di dovere ammazzare
quella bellissima creatura e mulinava al come avrebbe salvato capra e
cavoli[2]. Nel frattempo giunsero in mezzo del più folto del bosco. Qui
il servitore, buttatosi in ginocchioni, raccontò all'Ostessina quel
che la sua mamma gli aveva comandato. L'Ostessina a quella scoperta si
sentì tutta diacciare e quasi la dubitava una invenzione del servitore.
Ma questo gli giurò che pur troppo era vero quel che diceva e che
bisognava pensare a rimediarci, sicchè l'Ostessa non la pigliasse con
lui se disobbediva e non s'arrapinasse per trovare la figliola per
finirla dove sapesse che non era stata morta. L'Ostessina disperata
disse:—«Piuttosto che vivere così e odiata dalla mamma, voglio morire.
Ammazzami dunque e esegui quel che lei ti ha ordinato.»—Ma il servitore
replicava:—«Ma vi pare che sia tanto spietato e birbone? V'ho menato
qui apposta per salvarvi e vi salverò a tutti i patti!»—Nel mentre che
que' due discorrevano contrastando, venne a passare un pecoraio con di
molti agnellini nati di poco. Al servitore gli nacque il pensamento di
comprarne uno, scannarlo e cavargli il core, e portar questo assieme
col sangue all'Ostessa, dandogli ad intendere che fossero della sua
figliola: ma le mani? La ragazza disse:—«Tagliamele, che l'avrai.»—E
il servitore:—«Come volete campar la vita senza le mani? Ne farò di
meno.»—Comprato dunque l'agnellina, il servitore messe ad effetto
quanto aveva macchinato. La ragazza si spogliò di tutti i panni, e
rimasta colla camicia sola, li diede al servitore perchè anco quelli
riportasse a casa, e fu lasciata in abbandono nel bosco[3]. L'Ostessa,
che impaziente aspettava il servitore, gongolò dalla gioia, vedendolo
ritornare con i segni dell'ammazzamento commesso; ma, quando s'accorse
che mancavano le mani, gridò con mal viso al servitore:—«E le mani dove
sono?»—Rispose il servitore:—«Che volete? non ho avuto coraggio di
tagliargliele alla vostra figliola, dopo tanto male che per obbedirvi
gli ho fatto. O che non vi bastano quest'altri segni? Ci son fino
i vestiti.»—Abbene che l'Ostessa rimanesse con un po' di sconcerto
nell'animo, pure s'addimostrò contenta. E imposto al servitore di
stare zitto, sparse voce che la figliola era morta presso un parente
lontano, da cui era andata per istarci qualche mese. La Bell'Ostessina
intanto, lasciata lì sola e quasi ignuda nel bosco, fu sorpresa dalla
notte, dal freddo e dalla fame; sicchè, piena di paura, intirizzita
e rifinita, si sentiva morire. Tutt'a un tratto gli comparve dinanzi
una vecchia, che gli domandò chi fosse e che facesse lì a quell'ora
nel bosco e in quell'arnese. La ragazza gli raccontò per filo e per
segno la sua cattiva ventura, per cui la vecchia gli disse:—«Povera
fanciulla! ti piglierò con meco, ma a patto che tu mi sia sempre
ubbidiente.»—L'Ostessina glielo promise; e la vecchia, presala per la
mano, la condusse ad uno splendido palazzo incantato, dove nulla gli
fece mancare ed era trattata al pari di una Regina. La vecchia tutti
i giorni andava a girondolare per gli affari suoi e non tornava che a
sera tarda. Prima di uscire disse all'Ostessina:—«Senti, dammi retta e
fai a modo mio. Io sono una Fata di quelle bone, e ti avverto che tu
non ti lasci adescare da nessuno, che venga in questi dintorni. La tua
mamma malandrina sta in sospetto che tu non sia morta, e tra poco lo
saprà di certo e manderà a cercarti, perchè t'ammazzino. Dunque bada a
tenere gli occhi aperti.»—Ciò detto, uscì. In quel frattempo l'Ostessa
ripensava a quelle mani, che il servitore non gli aveva portato dopo
morta la sua figliola, e sempre più gli cresceva il dubbio, che il
servitore fosse un bugiardo e non avesse eseguito i comandi. Un dì,
stando sulla porta dell'albergo, l'Ostessa vedde passare una Strolaga,
sicchè la chiamò per farsi strolagare; a questo effetto gli porse la
mano e gli domandò se gli poteva leggere in core. La Strolaga, fatti i
suoi esami, disse:—«Bell'Ostessa, voi avete una figliola che pensate
morta e invece è viva, e sta da gran signora nel palazzo di una Fata,
che gli vole di molto bene, e nessuno la potrà mai ammazzare.»—Questa
notizia riescì amara di molto all'Ostessa; per cui, arrabbiata,
macchinò un nuovo modo per giungere a far morire la figliola. Siccome
sapeva che gli piacevano i fiori, fece un gran mazzo e lo sparse di
veleno; poi chiamato un servitore gli disse di fingersi un venditore
di fiori e andare a urlare—«chi vuol fiori?»—sotto il palazzo della
Fata. Il servitore obbedì a' comandi appuntino. La Bell'Ostessina,
sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata,
scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso,
che cascò morta in sul momento. Rivenuta la Fata a casa, picchia e
ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone
all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della
ragazza morta stecchita. Esclamò:—«Te l'avevo detto, scapataccia, e
non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè'
capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti
rinvivire.[4]»—Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando
quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e
scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita
si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse:—«Bada di non cascare
un'altra volta in queste reti, perchè un'altra volta non sarò così
misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?»—La giovane
promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente. Qualche giorno
dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa;
questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano. La
strolaga, esaminatala a garbo, disse:—«Quella figliola, che sta nel
palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e
oggi è viva come prima.»—L'Ostessa non si perdette d'animo, ma volle
ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta
delle stiacciate[5], ne manipolò un certo numero e le empì di veleno;
e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse
a vendere sotto il palazzo della Fata. La Bella Ostessina, che già
più non pensava al risico trascorso, scese, comprò le focacce e,
rimontata in camera, le mangiò tutte; se non che di lì a poco cadette
morta in terra. Rieccoti la vecchia Fata, e picchia e ripicchia, e
nessuno gli apre: dato un calcio all'uscio, lo spalanca; e, giunta
in camera, trova l'Ostessina stecchita. Alla vecchia gli girò il
boccino; e quasi quasi voleva tenere la promessa fatta alla ragazza di
lasciarla morta; ma poi, il buon core gli parlò meglio e la rinvivì.
Quando la vedde in piedi, gli disse con faccia seria:—«Senti bene,
e ti giuro che la mia parola la custodirò: se ti avviene un'altra
volta un simil fatto, per me ti lascio stare e alla vita tu non ci
ritorni.»—L'Ostessina gli disse che aveva ragione, e che da ora in
là baderebbe di non ricadere in quelli sbagli. Accadde, che di lì a
pochi giorni venne a cacciare per la selva il Re di una città vicina;
e passando dal palazzo della Fata, vedde l'Ostessina alla finestra e
se ne innamorò. Lui seguitando per varie volte quelle passeggiate e
quelle occhiatine, anche l'Ostessina si sentiva tirata verso il Re;
nulla di meno, siccome il Re non gli aveva detto niente, nè mandato
ambasciate, così non sapeva quel che sarebbe nato. Intanto la Strolaga
era ritornata dalla Bell'Ostessa, informandola come la figliola sua
viveva sempre e come un Re se n'era invaghito. L'Ostessa, incaponita di
riuscire nell'ammazzamento della figliola, sapendola alquanto ambiziosa
e credenzona, macchinò di giungere a quell'intento con un novo inganno.
Fece fare de' bellissimi abiti alla reale e una corona di oro piena
zeppa di pietre preziose, e dappertutto messe del veleno, che al solo
toccarlo credeva fosse capace di fare morire; poi, chiamati diversi
servitori, li mascherò con livree e gli comandò di andare al palazzo
della Fata, di cercare l'Ostessina e presentargli quelle robbe come
un dono del Re suo amante. Quelli ubbidirono appuntino. L'Ostessina
credette davvero che i servitori venissero da parte del Re; sicchè,
presi gli abiti e la corona, senza frappor tempo se ne acconciò. Ma di
lì a poco cascò morta in terra. Quando la vecchia Fata rivenne a casa
e trovossi a quella tragedia, imbizzarrita disse:—«Tu l'hai voluta,
e sia. Ora poi non ti rinvivisco a nessun patto. Ma anche questi
luoghi tu me gli hai fatti venire in uggia.»—Presa quindi in su le
braccia la giovane, costruito un ricco catafalco nel mezzo del salone
e per arte magica circondatolo di ceri perpetuamente accesi, ci pose
sopra il corpo morto vestito com'era alla reale. Poi chiuse tutte le
finestre del palazzo; e statuì che dentro vi fosse per tre anni quanto
occorreva per il servizio abbondante di tre principi; e trasmutata
la posizione della selva perchè il palazzo non si ritrovasse tanto
facile, serrò l'uscio di entrata e ne tolse seco la chiave; la quale,
giunta al mare, ve la scaraventò nel fondo e dietro a quella andò lei
medesima. Il Re, di cui s'è fatto menzione, e che era un bel giovane
scapolo, ritornando alla caccia, rimase sbalordito non ritrovando più
la via del palazzo in cui aveva veduto l'Ostessina, e si confondeva
nel pensare come accadesse tal contrattempo. Ora bisogna sapere, che
al servizio di cotesto Re stavano certi pescatori, che gli fornivano
ne' giorni di magro il meglio pesce marino. Un venerdì, non si sa
come, pesce in mare non ne pigliarono punto, per cui il coco stimò
necessario farne cercare sul pubblico mercato; ma sul pubblico mercato
non c'era che un pescione sterminato, e agli spenditori gli convenne
comprarlo in mancanza d'altro. Lo stupore del coco fu però grande,
quando, sparato il pesce, gli rinvenne in capo una grossa chiave.
Subito la portarono al Re, il quale non conoscendo che uscio aprisse,
e sospettando che andasse a qualche toppa di palazzo meraviglioso,
deliberò di non separarsene mai e a quest'effetto se l'appese al collo
con una catena d'oro. Il Re intanto non si dava pace nel ricercare
l'abitazione dell'Ostessina. Un giorno, presi con seco due servitori
fedeli e messosi tutti lo stioppo da caccia ad armacollo, partirono a
levar di sole. Dopo percorso gran paese e folte boscaglie, sopraggiunse
una notte tanto buja, che nessuno sapeva dove mettesse i piedi fra
mezzo agli alberi e a' pruni. Si tenevano per perduti; e difatto il
Re smarrì un compagno, sicchè andava solo a tentoni coll'altro. Ad un
tratto gli parve da lontano scorgere un chiarore e a quello con molta
pena s'indirizzarono; e stanchi e trafelati e intirizziti dal freddo,
giunsero alla porta di un palazzo. Picchiarono e ripicchiarono, ma
nessuno apriva. Al Re allora venne in mente la chiave, che teneva al
collo; e avendola provata nella toppa, rimase stupito nell'accorgersi,
che pareva la sua e che apriva la porta benissimo. Entrano, salgono le
scale, e sebbene il palazzo fosse pieno di lumi, non appariva anima
viva. Nella sala trovarono una mensa riccamente apparecchiata, su
cui stava un gran mazzo di chiavi, e in un canto della sala istessa
vi era un camminetto acceso. Il Re ed il servitore, esaminato ogni
cosa, nell'idea di aspettare se qualcuno venisse a salutarli, si
posero intanto al foco per rasciugarsi. Poi si sedettero a tavola e
mangiarono. E ogni volta che le pietanze erano finite, mani invisibili
ne recavano delle altre sempre più squisite e appetitose. Il Re capì
bene che quel palazzo doveva essere incantato; per cui non istava senza
temenza; ignorando se chi lo possedeva fosse un Genio buono o cattivo.
Ad ogni modo, siccome il Re era di molto ardito, quando fu ristorato,
disse al servo:—«Piglia un lume e visitiamo il palazzo; questo mazzo
di chiavi di certo apre le porte degli appartamenti.»—Girarono tutto
il palazzo, ma da ogni parte riscontrarono il medesimo deserto e la
medesima solitudine. Quindi l'ammirazione di que' due era grande, tanto
più che scorgevano una ricchezza di addobbi e di mobili incredibile;
l'oro e le gemme luccicavano ammonticchiate. Quasi disperati di
arrivare a scoprire i padroni del palazzo, si avviavano di novo
nella sala, e nel ragionare il Re gettò gli occhi ad una porticella,
che prima non aveva veduta: subito col servo e co' lumi corse a
quella, e dopo provatovi più chiavi nella toppa gli riuscì aprirla.
La porticina dava accesso ad una fuga di stanze, anche più di lusso
dell'altre; ma, giunti ad un salone, il Re ed il servitore restarono
fra istupiditi e impauriti nel mirarvi in mezzo un catafalco circondato
di ceri accesi e con sopra una donna morta. Rimessi un po' in calma,
il Re s'avvicinò al catafalco, ed ebbe quasi a svenirsi, nella morta
riconoscendo l'Ostessina tanto ricercata. Diè in disperazioni, e il
servitore pensò bene di tirarlo via di là. Ma prima volle prendere un
ricordo della giovane, e a quest'effetto gli levò un anello gemmato
da un dito; se non che dal terrore gli si rizzarono i capelli in
capo, giacchè appena cavato fuori l'anello la giovane morta mosse la
mano. A quella veduta il Re disse:—«Quì c'è qualche incanto, e la
ragazza non è morta. Proviamo a spogliarla.»—Detto fatto, la misero
nuda come dio la creò. E a mala pena nuda l'Ostessina si stirava e
sbadigliava, come se svegliata da un lungo sonno; e finalmente, aperti
gli occhi, nello scorgersi in quello stato in faccia a due òmini, stava
fra l'ingrullita e la vergognosa e cercava scappare e nascondersi.
Avendola non pertanto il Re assicurata che nulla aveva da temere e
raccontatogli in brevi parole l'accaduto, l'Ostessina si rinfrancò, e
fattasi menare nella camera sua del palazzo, coi vestiti che ci erano
sempre, in un momento acconciossi a garbo. A non andar per le lunghe,
il Re e l'Ostessina, innamorati com'erano, si sposarono e vissero lì
in quel palazzo da due o tre anni, senza che di nulla mancassero; anzi
il matrimonio loro fu così felice, che ne nacquero due be' figlioli
maschi. Frattanto la madre del Re, che dal giorno della partenza non
aveva più nulla saputo del figliolo, ne faceva fare continua ricerca;
ma indarno, e oramai credeva che fosse morto, e però aveasi rimesso
l'animo in pace. Se non che in quel mentre capitò la solita Strolaga
dalla Bell'Ostessa e gli disse, come la figliola sua non era mica
morta, e che invece se ne godeva gaudiosa vita, sposa del Re, nel
palazzo incantato. L'Ostessa, sempre di mal'animo, che ti fa? corre
dalla Regina e gli racconta tutto; per cui la Regina, se da una parte
s'allegrò nel sentire vivo il figliolo, dall'altra era arrabbiata di
molto in quantochè lui avesse preso in moglie una ragazza di bassa
nascita e di vile mestiere.[6] Non pose dunque tempo in mezzo e pensò
al rimedio, che fu di dividere a qualunque costo gl'innamorati; e a
questo anche l'Ostessa per odio contro il proprio sangue la istigava,
mettendola su con parole infinite e false calunnie. La Regina scrisse
una lettera al figliolo, e siccome la via del palazzo incantato
l'avevano ritrovata, gliela mandò con ordine di tornare subito alla
Reggia a riprendere il governo del popolo. Ma il Re gli rispose che
stava là troppo bene e non voleva per niente separarsi dalla sua cara
moglie e da' suoi bambini. Allora la Regina ricorse a un ripiego: diede
ad intendere al figliolo che la sua assenza aveva provocato l'ambizione
del Re confinante, il quale s'era mosso colle sue genti ad assaltare
lo Stato, di modo che lei stessa e il Regno si trovavano in gran
pericolo, e il dovere del Re era quello di difendere tutti coll'armi
e in persona. A colorire la invenzione richiese a un suo parente di
radunare de' soldati a' confini, sicchè paressero i nemici. Il Re,
che sull'onore non ischerzava, cadette nella rete, e apparecchiossi
a partire, come di fatto partì per il campo colle sue schiere, dopo
avere raccomandato a sua moglie di essere prudente per iscansare le
insidie di chi gli volesse male; anzi, tirato fuori un vestimento tutto
pieno di sonaglioli, lo porse all'Ostessina, dicendogli:—«Se caso mai
t'avviene qualche cosa a traverso e tu sei in risico, mettiti questo
vestimento e scotilo, ch'io lo sentirò, quantunque lontano, e correrò
senza indugio a darti soccorso.»—Di lì a pochi giorni, eccoti càpita
al palazzo un'ambasceria da parte della Regina madre a fine d'invitare
l'Ostessina a portarsi in città con i due bambini, perchè la Regina
mandava a dirgli che voleva fare la conoscenza della moglie del suo
figliolo, come pure dei nipoti; e che non avesse paura di nulla; anzi
sarebbe onorata al pari di una Principessa. L'Ostessina, minchiona
com'era, credette sincere le profferte della Regina; per cui, presi
con seco i ragazzi, uscì dal palazzo assieme cogli ambasciatori e
venne alla città. Giunta alla presenza della Regina, ci trovò accanto
anche la sua cattiva madre: tutte e due la caricarono d'improperî,
e finalmente la Regina diede ordine alle guardie che l'Ostessina si
arrestasse e si buttasse in prigione co' figlioli; e volendo ammazzarla
e spergere con lei la sua generazione, si consigliò coll'Ostessa. La
quale, per isfogare la invidia rabbiosa che la rodeva, gli disse che
facesse bollire una caldaia di olio e lì dentro sulla piazza pubblica
ci gettasse l'Ostessina ed i figlioli. Era dunque tutto pronto per
il supplizio, e l'Ostessina si rassegnava ormai al suo fine, quando
si ricordò dell'avviso del suo caro sposo. E siccome in prigione gli
avevano lasciato il fagotto de' panni, lei levò via da quello il
vestito co' sonaglioli e se lo messe. E arrivata che fu in piazza
vicino alla caldaia dell'olio bollente, si dette a scoterli a tutto
potere. Allo scampanellìo, eccoti comparisce il Re di galoppo sul suo
cavallo. Veduto il brutto spettacolo e informatosi delle cose accadute,
per la sua autorità di Re, comandò l'arresto della Regina e della Bella
Ostessa. Ed il giorno appresso, radunato un Consiglio, tutte e due
le malvage donne dovettero morire legate assieme, bollite in quella
caldaja di olio, che era stata ordinata per l'Ostessina e pe' suoi
figliuoli. Così il Re e l'Ostessina, liberati da ogni paura, regnarono
amati da tutti; e se non fossero morti per la vecchiaja, vivrebbero
tuttavia.
_Il fosso sta tra il campo e tra la via;
Dite la vostra, che ho detto la mia._