IL RE AVARO.[1]

C'era una volta un Re avaro. E da quanto era avaro, aveva sola una

figlia e la teneva su nelle soffitte, perchè nessun la vedesse. Era

avaro e non voleva dar la dote. Viene un assassino a Firenze, e per

l'appunto di faccia all'osteria dove si fermò, stava questo Re.

Cominciò ad interrogare:—«Chi c'è?»—«C'è un Re, così e così; avaro,

che tien la figliola nelle soffitte.»—Che ti fa questo assassino? La

notte, quando gli è verso le dodici, va su' tetti alla finestrina,

dove l'aveva la camera della principessa, e l'apre. Questa ragazza la

cominciò a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Corre la servitù e vede

la finestra serrata, perchè lui, l'assassino, la riserra.—«Maestà

si sogna:»—dicono i servitori—«chè non c'è nessuno. Lei sogna

assolutamente.»—La mattina la racconta a suo padre questo fatto.—«Eh,

l'avrà sognato!»—dice il Re. La seconda sera, all'istess'ora, il ladro

apre la finestra per entrare in casa e andare da questa ragazza. E

lei urla:—«A il ladro! a il ladro!»—Eccoti, corre i servitori e vede

la finestra serrata.—«Ma, signorina, lei armeggia. Non vede che la

finestra è serrata?»—Dice:—«No, che io ho veduto un omo.»—Ma, poerina,

non gli credevano.[2] Eccoti la mattina gnene dicono a il Re e lui

dice:—«Mettetegli insieme la sua damigella.»—La sua cameriera, dirò.

Eccoti la sera all'istess'ora il briccone che apre. La cameriera gli

dice:—«La non urli! zitto, signorina, zitto!»—Ma quando gli è quasi

entrato in casa, cominciano a urlare:—«A il ladro! a il ladro!»—Lui

sente due voci in vece d'una, va via e lascia la finestra aperta; non

ha tempo, gua', di serrare. Sopraggiungono i servitori che vedono la

finestra aperta, che dicono:—«Gli è vero, poerina, che ci è il ladro.

Ha ragione, ha ragione, gli è vero.»—La mattina dicono a il Re questo.

Dice:—«Murate subito la finestra.»—Eccoti murata subito la finestra!

Il briccone, la sera, all'istess'ora, tasta e sente per tutto muro.

Batte l'acciarino, accende e vede tutto murato.—«Briccona! me la

pagherai!»—dice. Lascia passare un tempo e poi si veste tutto da gran

signore e chiede d'andare a udienza. Questa udienza fu fatta passare

subito da Sua Maestà. E lo interroga del più, del meno, se gli era

scapolo:—«Ma Lei»—dice—«è giovinotto; oppure è ammogliato?»—Questo

assassino discorreva tanto bene e tanto bono, che faceva questa

interrogazione per dargli la figliola, questo Re. Dice:—«Io son

giovinotto. Pagherei»—dice—«per trovare una ragazza per bene, che non

avessi tanti capricci. E sa»—dice—«sono uno che non cerca di dote, io,

perchè io non ne ho bisogno. Voglio solo una bona ragazza.»—Questo

avaro che sente che non prende dote, dice:—«Anch'io ho una figlia,

che so che io pagherei per maritarla bene a un giovane come Lei. La

vol vedere?»—dice.—«Volentieri»—dice l'assassino—«la vedrei.»—Maestà

manda a chiamare la figliola, e lei la vien giù.—«Che comanda,

signor padre?»—«Lo vedete quel giovane?»—«Sissignore»—la dice. Fa il

complimento.—«Lui»—dice Maestà—«vi chiede in isposa.»—Eh! poerina, la

non aveva volontà. La non dice nè sì, nè no, gua'! Gli domanda se

lui gli chiedeva qualcos'altra, e torna nelle sue stanze la ragazza,

piangendo. Maestà dice all'assassino:—«Le piace?»—«Eh»—dice lui—«Molto

mi piace. Io sono contentissimo. Quando è contento Lei, è accomodato

tutto.»—«Dunque»—dice il Re avaro—«domani l'aspetto a pranzo da

me.»—Questo va via, e Maestà manda a chiamar la figliola:—«L'avete

veduto quel giovane? Vi ho detto anche dianzi che quello ha da essere

il vostro sposo.»—«Signor padre»—dice la ragazza—«Lei non ha che una

figlia sola. La marita senza sapere chi è chi non è. Potrebbe anche

essere un....»—fa come dire: un briccone.—«Chetatevi!»—dice il Re.—«Vi

do uno schiaffo.»—dice alla figliola. Questa poera ragazza la va via

piangendo, pensando al suo stato. Eccoti il giovane la mattina viene a

pranzo, questo briccone.—«Io»—dice—«ho di bisogno di sollecitare questo

matrimonio. Io, che vole? è tanto che manco, ho bisogno di spicciarmi

tornando al mio posto. Quando Lei vole, anche se La vole nella

settimana, io sono pronto.»—Concludono le nozze; per farla più breve,

si sposano; e l'assassino si trattiene altri due o tre giorni, non più.

Il padre per regalo gli dà una scatola di gioje grande, ma grande, alla

figlia a titolo di regalo. Un Re, avere una figliola sola e dargli solo

una scatola di gioje! E va a accompagnarla per un pezzo di strada:

gli sposi va accompagnare. E poi li lascia:—«Addio!»—«Addio!»—come si

fa,—«A quando ci rivedremo. >—Quando gli è andato via, l'assassino

comincia a imboscare; entrare nel bosco, ecco. Quando gli è nel

bosco, gli pare d'essere sicuro, gli dice:—«Briccona, ti ricordi

quelle sere, che io veniva là alla finestrina, e te urlavi: _A

il ladro! a il ladro!_»—«Sì, me ne ricordo»—dice.—«Smonta di

carrozza»—dice—«Ora è il tempo della mia vendetta. Spògliati!»—Sta

poerina si sarà levata la veste; ma lui volle che si spogliasse

ignuda, ignuda.—«Tutta nuda, tutta nuda!»—dice. Quando la fa ignuda,

prende due pentole di lardo e l'unge tutta da capo a piedi; la lega a

un albero e gli mette la scatola con le gioje a' piedi, con le mani

legate da dietro e i piedi incrociati: messi in croce, si direbbe. E

gli dice:—«Come io torno, se non trovo quella scatola, ti butto in

mare.»—Come volete che la facesse? era tutta legata. Quest'albero

rimaneva sul mare; c'era tutt'i bastimenti. La principessa comincia

a fare col capo, così, de' cenni; a chiamare.—«Guarda!»—dice uno

di quelli del bastimento—«Non c'è' gente che chiama là?»—«Sì, sì,

ci sono, altro!»—S'avvicinano i pescatori e vedono questa bella

donna, in croce, legata a quest'albero:—«Poerina!»—dicono—«in che

maniera?»—«Scioglietemi»—dice—«e buttatemi nel mare e questa scatola

prendetela per voi.»—«Poerina, no certo!»—dicono. La sciolgono; e

siccome erano mercanti di cotone, levan tutte le balle e la metton

dentro nella barca; mettono tutte le balle sopra e vanno via. Venghiamo

a questo briccone che torna addietro, e trova l'albero senza più

nulla. Vede questa nave: dietro gli va questo assassino a questa

nave. E senza dir nulla, prende le balle e le butta nell'acqua, le

principia a buttar via.—«Signore, ma cosa cerca Lei? ci manda in

rovina, buttando via tutto questo cotone. Se Lei ha qualche sospetto,

prenda la spada e buchi, gua'! Non Le si può dir altro.»—«Avete

ragione!»—dice. Prende la spada e buca. E siccome il cotone rasciuga,

la spada veniva pulita; bucava il cotone, feriva la principessa,

ma veniva pulita.—«Eh»—dice—«perchè a quell'albero laggiù, vedete?

aveva lasciata roba e non l'ho trovata più.»—Rispondono questi

barcaroli:— La vede quella nave laggiù, laggiù? Codesta s'è veduta

fermare.»—«Grazie!»—e va via l'assassino e corre dietro a quell'altra

nave. E questi seguitano ad andare verso la città. Quando furono

liberi, levano tutte le sue balle e trovano la donna svenuta e ferita

in una mano. Gli dànno da riaversi. Lei la insiste sempre:—«Buttatemi

in mare! Buttatemi in mare!»—Ma loro non gli dànno retta. La levano

nella barca e ragionano tra di loro.—«Io»—dice uno—«Io, senti, ho

la moglie giovane; a casa io non la posso portare. Gua' tu sai, le

donne!...»—Quello che era vecchio, dice:—«La prenderò io e la porterò

dalla mi' moglie.»—E così fanno. Si dividono le gioje a metà: il

vecchio va a casa con questa ragazza, e quest'altro va dalla su'

moglie. Il vecchio picchia alla casa; e la moglie tira e la gli apre.

Va su e gli racconta il caso.—«Poerina!»—dice la moglie—«ti si piglierà

pur troppo per nostra figliola! La si prenderà e la si tratterà per

bene, poerina! La mi dispiace tanto!»—Dice questa ragazza:—«Voglio

una grazia: non voglio veder nessuno omo di nessuna sorte, levato

mio padre.»—Così chiamava ora quel vecchio che l'aveva presa.—«Come

questo è, state sicura»—dice—«che da noi non ce ne vien davvero degli

òmini.»—«Eh!»—dice—«queste gioje, bisognerà venderne qualcheduna,

perchè io voglio fare dei lavori. Voglio che ne vendiate, e mi

compriate tanta seta da ricamo.»—Questa vecchia la vende le gioje, la

compra questa seta e la gnene porta. E la principessa fa un bellissimo

tappeto, ma tanto bello che non ci poteva esser niente di più bello.

Quando la lo ha fatto, vicino a questa vecchia là ci stava un Re;

pochi passi distante, via.—«Voi»—dice la ragazza—«dovete andare da

Sua Maestà a sentire se compra questo tappeto.»—La vecchia prende

questo tappeto e lo porta da Sua Maestà. E così Sua Maestà dice:—«Ma

chi li fa questi bei lavori?»—Risponde:—«Una mia figlia.»—«Ah, una

vostra figlia? È impossibile! Uhm! Sarà, gua'!»—Compra il tappeto e

dà i quattrini. E la vecchia viene a casa e porta i quattrini. E la

principessa dice:—«Sapete? domani, dovete comprarmi dell'altra seta

con questi quattrini.»—La mercantessa gli compra la seta e la giovane

fa un bellissimo parato da stanza. Quando gli è finito, la vecchia la

lo porta a questo Re. Sua Maestà domanda:—«Ma quella donnina, ditemi

la verità; chi li fa questi lavori?»—Dice:—«Mah! mia figlia!»—Il Re

l'intendeva male, ma con tutto ciò bisognava che gli credesse, quando

diceva ch'era sua figliola. Gli dà i quattrini e la li porta alla

ragazza.—«Sapete»—dice—«domani dovete con tutti questi quattrini,

comprarmi dell'altra seta parimenti.»—La vecchia gli compra la seta;

e lei, la fa tutto un finimento di seggiole, di poltrone, di tutto

ciò che occorre in una camera. Quando l'ha finito, la lo manda a Sua

Maestà. Maestà non gli sta a dire:—«Di chi sono i lavori?»—sta zitto.

Paga la vecchia e poi gli va dietro, dietro, dietro. Quando questa

donna è per serrar l'uscio, gli spinge l'uscio: entra dietro. Questa

vecchia comincia a urlare, a urlare. La giovane, che sente urlare,

la crede che sia l'assassino, la va sotto il letto e si sviene.

Vien su la vecchia e cerca per tutto: non c'è la ragazza; e il Re

con lei.—«Oh!»—la urlava—«Lei che n'è stato causa!»—Guardano sotto

il letto e la vedono svenuta. La tirano fori, la rianno: e lei apre

gli occhi. La vede che non è l'assassino e lei gli ritorna il sangue

in calma; perchè lei la paura non era altro che dell'assassino. Sua

Maestà gli domanda:—«E perchè vi viene di queste mancanze?»—«La mia

disgrazia»—la dice. Vede Maestà questa gran bella ragazza, questa bella

donna, se ne innamora. E tutti i giorni andava in questa casa per far

visita. Dunque, facendo il discorso corto, la chiede in isposa[3].

I vecchi dice:—«Maestà, nojaltri siamo poera gente....»—«A me non

importa. Io voglio la ragazza, non voglio i denari.»—Lei risponde:—«Io

son contenta, ma voglio una grazia da voi.»—La ragazza dice così.—«E

quale?»—dice il Re.—«Io non voglio veder òmini, levato che voi e

mio padre, di nessuna sorta.»—«Come questo è,»—dice Maestà—«io sono

contento. Io vi concedo la grazia.»—Da sè dice:—«L'è tanto bella! a

me non mi par vero, che non voglia veder òmini!»—Eccoti, concludon le

nozze, senza invito, senza nulla: la giovane non voleva veder òmini:

fu quasi uno sposalizio occulto. Lascio dire i sudditi! che si sente

lo sposalizio e la Regina non si vede da nessuna parte. Chi:—«Ha

sposato un cane.»—Chi:—«Ha sposato una scimmia.»—Chi una cosa, chi

un'altra. Tutti i signori della corte, parimenti un bisbiglìo. Lui

fu costretto a dirgnene alla moglie:—«Tu bisogna che mi faccia una

grazia: ma bada a non dir di no. La corte c'è tutto un bisbiglìo: se

io ho preso un cane, se io ho preso una scimmia. Tu, bisogna che tu

ti faccia vedere ai sudditi, che tu decida un'ora.»—Allora lei la

dice:—«Dalle undici a mezzogiorno, starò sul terrazzino.»—Figuratevi

le genti, da dove le venivano: da tutte le parti! Messi i bandi alle

cantonate, dicevano—«Qui ci ha da essere una meraviglia.»—Eccoti,

questo briccone d'assassino capita lì; legge: _dalle undici al

mezzogiorno la Regina su il terrazzino_:—«Oh!»—dice—«vo' vederla.»—Si

mette sotto il terrazzino e la riconosce, e fa così: si morde il dito

e gli accenna così minacciando. Quella lo riconosce e la va giù

svenuta e si sfragella tutta la testa. La vecchia che sente questo

colpo e la va di là e trova la ragazza che tutta sanguina, chè s'era

spaccata la testa, principia a urlare. Corre il Re e vede questo

spettacolo. La dice la vecchia al Re:—«L'avete avuta di farla vedere,

l'avete avuta! Cos'avete ricavato di farla vedere a il pubblico? La

vedete come gli è questa donna?»—Corre subito i medici; con balsami;

gli fasciano la testa e la mettono a letto; quattro o cinque giorni,

la stava benino. Venghiamo a questo briccone, che lascia passare

un tempo: poi si veste da signorone e chiede di andare a udienza.

L'udienza principia: mille discorsi, mille complimenti a il Re. Per la

quale questo Re rimane incantato e gli dice se vol restare a mangiare

una zuppa da lui.—«Volentieri»—dice—«accetterò.»—Costui accetta e

stanno a pranzo tutti contenti. La Regina no, perchè la non voleva

veder òmini.—«Via»—dice il Re—«si trattiene molto Lei qua?»—«Oh!»—dice

questo assassino—«un pajo di settimane.»—«Se mi favorisse tutti i

giorni di venire a mangiare una zuppa con me, Lei mi farebbe un gran

regalo.»—Quando gli è il quarto giorno che andava a pranzo da Maestà,

questo briccone ordina non so quante botti di vino tutte alloppiate; e

bottiglie, una quantità d'ogni qualità, tutte alloppiate; e le manda

al palazzo. Figuratevi la servitù che vede tutte queste botti di vino!

Quando gli è l'ora del pranzo, che a tavola c'era bottiglie e loro ci

avevano le botti: bevi ch'io bevo! Sua Maestà non fece che bere, ma una

cosa da non la si poter credere, più di mezze le bottiglie. Quando è

finito il pranzo, questo assassino vien via come le altre sere:—«Addio

a domani; addio a domani.»—Quando gli è una certa ora, chi casca di

qua, ubbriaco; chi casca di là: tutte le guardie erano alloppiate e

Sua Maestà gli era più di loro: lo misero in letto. Venghiamo a questo

briccone. Entra nel palazzo e vede una guardia qui addormentata,

tutti addormentati. Va nella stanza su lesto, gira la gruccia e

apre. Dice lei:—«Chi è?»—la Regina. Risponde l'assassino:—«Sono io,

briccona.»—Gli dice:—«Adesso è il tempo della mia vendetta. Esci dal

letto e va a prendere un bacino d'acqua, quando io mi laverò le mani

intinte nel tuo sangue.»—Lei la va lì:—«Marito mio, svegliati!»—la

dice e lo scote. E lui, il briccone, risponde:—«Eh! non si sveglia,

no.»—Manda poi per un asciugamano, poi per non so che altra cosa. E

lei sempre:—«Marito, svegliati!»—Ritorna al letto e dice:—«Marito,

svegliati!»—Ed esso si sveglia. Il marito si sveglia:—«Cosa

c'è?»—«Vedete quel briccone? Mi vole ammazzare.»—Prende la pistola

che avea sotto il capo, la scarica e ammazza l'assassino.[4]—«Oh, ora

poi»—dice lei—«potrò vedere quanti òmini che voi volete. Ma abbiate

da sapere che ce ne sono quarantatrè altri di questi assassini;»—la

gli dice—«e stanno nel tal posto, nella tal città.»—Subito Maestà

spedisce i soi òmini, quattro e sei, per questo posto ch'ella avea

detto. Quattro e sei? Altro! anche un centinajo; tutta la gendarmeria,

i soi scudieri: spedì tutto. E li chiapparono pari pari, credetemi,

tutte quelle genti. Chi squartato, chi bruciato, chi strascinato

a coda di cavallo di questi assassini. Entrorno nel palazzo di

questi assassini; presero le ricchezze, che non si può credere,

erano più ricchi di Sua Maestà, e le portorono via e diedero foco

al posto:—«Perchè se ve n'è rimasto qualcheduno»—dicevano—«sien

bruciati.»—Andarono al palazzo del Re, portando tutta la ricchezza

che non si pò dire. Gli raccontano che hanno fatta l'ubbidienza

e poi hanno bruciato il palazzo degli assassini. E allora lui gli

dice:—«Bravi, io vi ringrazio!»—E avrà loro fatto il regalo, questo

è certo. La Regina, lei allora lì con tutti que' signori, non aveva

più paura e andava in società come tutte le altre. La chiede un

giorno una grazia a Sua Maestà:—«Voglio una grazia. Voglio che si

faccia un invito a tutti i Re del mondo, tutti tutti, che vengano

a pranzo da noi; e chi non interviene, pena la testa.[5]»—Bisogna

venire, delle teste ce n'è una. Poi la Regina la ordina che per

suo padre, questo Re avaro, tutto fosse fatto sciocco; le pietanze

tutte sciocche. E poi fossero rizzate le forche. Tutti i Re, tutti

tutti intervennero, ed anche questo padre di lei; ed era fatto tutto

sciocco per lui. Tutti dicevano:—«bravo»—qua—«bravo»—là—«bravo il

coco!»—Questo vecchio dice:—«Tutti dicono: _bravo il coco!_ ed io

sento ogni cosa sciocca!»—«Sciocco come Lei, signor padre»—la gli

risponde, la Regina.—«Io, padre?»—dice lui.—«Lei padre»—dice—«che

non aveva che una figlia. Lei si ricordi, che per la sua avarizia

la maritò ad un assassino. Ed io»—dice—«debbo a questi vecchi che

mi hanno salvata la vita. Venga con me!»—Lo conduce dove c'era le

forche:—«Guardi»—dice—«quel che c'è' per Lei!»—«Oh me lo merito!»—dice

il padre, vedendo le forche. Quando gli è il boja per dare il colpo,

dice questa Regina:—«Ferma! gli sia perdonato!»—Potete credere, gli

vien giù quel povero vecchio, gli s'attacca al collo, baciandola e

chiedendole scusa e perdono. E lei gli disse:—«Alzatevi, io vi ho

perdonato.»—Ma il colpo di questo vecchio, tra i rimorsi, tra la paura,

tra la vecchiaja, campò pochi mesi. Venne a morte e lasciò tutta la

ricchezza alla figliola. Figuratevi che ricchezza la fu quella! Se ne

vissero e se ne godettero, e in pace sempre stettero.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 85 / 292 题