LA PREZZEMOLINA.[1]

C'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito

e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un

bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il

più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala

di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano.

Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via!

Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in

giardino:—«E dimmi»—dice la più bella—«non ti pare che manchi del

prezzemolo?»—Dicono le altre:—«E forse poco ne manca! Sai quel che si

farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta;

perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare.»—Le fate le figurano

di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per

ritornare in su, la fata gli sorte di dietro:—«Oh briccona»—dice—«ora

ti ho scoperta, eh?[2]»—«Abbiate pazienza»—dice questa donna—«io

sono gravida; avevo questa voglia....»—«Ebbene»—dice la fata—«Ti sia

perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome

Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande,

la si vol noi: è per noi, via, non è più tua.»—Figuratevi questa

donna! un dirotto pianto, dicendo:—«Malandrina la mia gola, la mi è

costata assai!»—Dal marito era sempre rimproverata:—«Golaccia! l'hai

visto?»—La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e

quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni

che la passava, gli dicevano:—«Bambina, dì alla mamma, che la si

ricordi di quella roba.»—«Mamma»—dice la Prezzemolina—«hanno detto

le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa.»—Un giorno la donna

era sopraffatta; torna la bambina e gli dice:—«Vi dicono le fate che

vi ricordiate quella cosa.»—Risponde:—«Sì, dì che se la piglino.»—La

bambina la va a scola. Dicono le fate:—«Cosa ti disse la mamma ieri

sera?—«Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella

roba.»—«Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere.»—Urli senza

fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo

alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver

detto che la prendino quella roba:—«Oh, mi son tradita! Ora addietro

non si torna.»—Dunque queste fate le dicono alla bambina:—«Sai,

Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?»—le ci tenevano il

carbone, la brace.—«Come si torna, la deve essere tutta bianca come

il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti

si mangia.»—Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e

la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando;

non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede

che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle

fate.[3]—«Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?»—«Vo' piangereste

anche voi»—dice.—«Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le

mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli

dell'aria, altrimenti le mi mangiano.»—«Se tu mi dài un bacio»—dice

Memè,—«te la fo nel momento questa stanza.»—Lei dice:—«Piuttosto dalle

fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—Dice Memè:—«Tu hai

detto tanto benino! ti voglio far la grazia.»—Batte la bacchettina

e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto

le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice:—«L'hai fatto,

Prezzemolina?»—«Sissignora, vengano a vedere.»—Le si guardano in

viso:—«Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!»—«Non conosco Memè, nè la mia

bella mamma che mi fè.»—Dunque la mattina:—«Come si fa?»—dicono—«non

ci riesce di mangiarla.»—«Prezzemolina!»—«Cosa comandano?»—E allora

gli dicono:—«Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi

dire la ti dia la scatola del Bel—Giullare.»—«Sissignore»—la dice.

Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia.

Cammina, cammina, la trova una donna.—«E dove vai»—la dice—«bella

bambina?»—«Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del

Bel—Giullare.»—La ti mangerà, sai, poerina?»—«Meglio per me»—dice—«così

la sarà finita.»—«Tieni»—dice la donna—«queste due pentole di lardo. Tu

troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai

che ti lascian passare.»—Eccoti la bambina la giunge a queste porte e

le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo

che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice

lo stesso:—«Dove tu vai, bambina?»—Dice:—«Vado dalla fata Morgana per

la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio

per me, così la sarà finita.»—«Tieni questi due pani, tu troverai due

cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu

passi,»—dice. Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la

gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto

un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice:—«Dove

vai?»—«Dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina,

la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tu troverai

un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni,

questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario.

Dagnene e lui ti lascerà passare.»—Eccoti la bambina la trovava questo

ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la

lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa

donnina e gli dice l'istesso:—«Bada, la ti mangerà sai?»—«Meglio per

me, così la sarà finita.»—«Troverai una fornaja che spazza il forno

con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono

spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo

poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto

la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel—Giullare, gli è

dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà:

_Aspetta bambina; aspetta un poco._ Te, tu sali, prendi la scatola

e vien via.»—Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la

gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La

picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che

sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che

scappa via.—«O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela,

tenetemela.»—«Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha

dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!»—«O ciabattino,

che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela,

tenetemela!»—«O io sì, che sarò un minchione! Dopo tant'anni, ch'io

fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina.»—«O

cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«O noi sì, che

saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!»—«O

porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«Oh noi sì, che

saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina.»—E

la fanno passare.[4] Quando l'è libera, la dice:—«Che ci sarà egli

in questa scatola?»—La trova una piazza, la si mette a sedere e apre

la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono

da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la

disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa

scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere,

potete credere! Eccoti Memè.—«Briccona, l'hai visto quel che t'hai

fatto?»—«Oh! voleva vedere...»—«Eh»—dice Memè,—«ora non c'è rimedio. Se

tu mi dài un bacio, io ti rimedio.»—«Meglio dalle fate esser mangiata,

che da un omo esser baciata.»—«Sai? tu l'hai detto tanto benino,

che ti vo' far la grazia.»—Batte la bacchettina e ritorna tutta la

scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e

picchia.—«Oh dio!»—dice—«È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata,

la fata Morgana?»—Dice:—«Felice giorno»—la dice la bambina—«Ecco la

scatola.»—Dicono le mamme:—«Che t'ha ella detto la fata Morgana?»—«La

me l'ha data e m'ha detto: _Fagli tanti saluti_.»—«Eh»—dicono le

fate—«abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come

viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare.»—Eccoti la sera vien

Memè:—«Sai?»—gli dicono—«la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la

s'ha da mangiar noi.»—«Oh bene!»—dice lui—«oh bene!»—«Domani, quando

l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje,

quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte

e quattro la si butta dentro a cocere.»—Lui dice:—«Bene, bene, sì,

sì; riman fissato così.»—Eccoti la mattina le vanno via loro e non

dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite

via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:—«Sai»—dice—«oggi, a un'ora, le ti

ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato.

E, _quando le bollan bene_, le ti diranno, _chiamaci_; le ti dicono:

_diccelo_. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a

guardare se ci si butta loro.»—Eccoti Memè va via e dopo poco tornan

le fate:—«Sai»—dice—«Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai

fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si

fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci.»—Quando l'ha finite

tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono:—«Fa

gran foco.»—La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli

avevan detto. Picchia Memè:—«Oh!»—dice—«ora ora la s'ha a mangiare!»—e

si fregava le mani.—«Oh»—dicono—«altro!»—Eccoti l'acqua quando la

bolle, Prezzemolina la dice:—«Mamme, le venghino a vedere; l'acqua

la bolle.»—Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle.

Dice:—«Coraggio!»—alla Prezzemolina; gli dice Memè. Lui ne acchiappa

due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli,

bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre

a bollire!—«Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni

con me.»—La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi

e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il

più grosso di tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era

un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco!—«Spengi di

costì e io spengo di questa parte.»—Così li spensero tutti e rimasero

padroni di ogni cosa.[5] Andiedero lassù nel posto della fata Morgana.

Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li

portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano

ungere.—«Te»—dice Memè—«sarai la mia sposa; questo è giusto.»—E si

vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi

dettero.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 82 / 292 题