C'era una volta una donna campagnola, che aveva due figliole: una
delle quali era bellissima e si chiamava Caterina; l'altra, tutt'
all'incontro, era brutta quanto dire si puole. Ma la madre voleva
più bene alla brutta; e siccome tutte e due si rodevano d'invidia
per la Caterina, perchè alla bellezza accoppiava pure una grande
bontà, s'arrapinavano a fargli dispetti e cercavano tutti i modi
perchè gli accadesse qualche malanno da ridurla imbruttita. La
Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni delle due arpie;
ed, invece di farsi brutta per gli strapazzi, pareva ogni dì che gli
s'accrescesse la bellezza. Un giorno la madre disse alla brutta:—«Sa'
tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio
dalle Fate, che gli sgraffieranno tutto il viso; e la imbruttirà e
nessuno più la guarderà.»—«Sì, sì!»—esclamò la brutta, gongolando di
maligna gioia:—«Le Fate sono cattive e l'acconceranno pel dì delle
feste.»—Subito la madre chiamò la Caterina e gli disse:—«Su via,
sguajata: c'è da fare il pane e non abbiamo in casa lo staccio per
ammannire la farina. Va' dalle Fate dentro al bosco e chiedigli lo
staccio in prestito.»—A questo comando la Caterina divenne bianca dalla
paura, sapendo per sentita dire, che chi andava dalle Fate ne ritornava
malconcio. Pregò la madre che non la mandasse, pianse: ma la madre e
la brutta sorella tanto la minacciarono, che ripensando non potere
soffrire dalle Fate un male maggiore, si piegò ad obbedire. Sicchè,
mesta e piagnucolosa e mettendo un piede innanzi e due addietro[2],
avviossi verso il bosco dove stavano le Fate. Quando la Caterina fu
in sull'entrata del bosco, gli si fece incontro un Vecchietto; e,
vistala a quel modo dolorosa, gli domandò:—«Che avete voi, bella
ragazza, che parete tanto afflitta?»—La Caterina gli raccontò allora
tutti i suoi mali, e che in casa non la potevano soffrire, e ora la
mandavano alle Fate per uno staccio, perchè le Fate la sciupassero e
la imbruttissero. Disse il Vecchietto:—«Non abbiate paura di nulla.
V'insegnerò io com'avete da condurvi. E se m'ascolterete, non ve
n'avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po' che cosa ho qui 'n
capo, che mi sento tanto prudere.»—Il Vecchietto piegò un tantino la
testa. E avendogliela la Caterina esaminata, disse:—«Ci veggo perle ed
oro.»—Disse il Vecchietto:—«E perle ed oro toccheranno anche a voi.
Statemi a sentire e fate quel che vi dico. Quando sarete alla porta
di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se vi diranno: _Ficcate un
dito nel buco della chiave_; vi ficcherete uno steccolo, che ve lo
stroncheranno. Aperto che sia, vi condurranno diviata in una stanza,
dove mirerete tanti gatti; e chi cucirà, chi filerà, chi farà la calza,
e insomma, tutti occupati a qualche lavoro: e voi adopratevi senza
invito ad ajutargli ed a fornire l'opera ad ognuno. Dopo anderete
in cucina; e anche lì saranno gatti alle loro faccende; ajutategli
come quegli altri. Un po' più in là sentirete chiamare il gatto
Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che avete fatto per
loro. Il Mammmone allora vi domanderà: _Che brami tu per colazione,
pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?_ E voi rispondete: _Pan
nero e cipolla_; e vi verrà dato pan bianco e cacio. Poi il Mammone
v'inviterà a salire una stupenda scala di cristallo: badate bene di non
la rompere. Giunta al piano di sopra, scegliete sempre la peggio roba
di quella che vi vorranno regalare.»—La Caterina promesse al Vecchietto
di obbedirgli; e, dopo ringraziato e salutatolo, si avviò verso le
Fate. E, picchiato alla porta, fece secondo l'ammaestramento. Sicchè
apertogli, richiese le Fate dello staccio. Dissero le Fate:—«Ora ve lo
diamo. Entrate intanto un po' e aspettate.»—Ed ecco vede tanti gatti
per la stanza, che lavoravano a tutto potere.—«Poveri micini!»—esclamò
la Caterina:—«Con codeste zampine chi sa quanta pena soffrite! Date
qua; farò io, farò io.»—E preso il lavoro di ognuno, in quattro e
quattr'otto l'ebbe terminato. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse
in ordine tutti gli arnesi. Fu chiamato il gatto Mammone e i gatti
miagolando dicevano:—«A me ha cucito!»—«A me ha fatto la calza!»—«A me
ha rigovernato!»—e così fino in fondo raccontavano tutti al Mammone
l'ajuto della Caterina; e saltavano a balzicùli per la stanza dal
gran piacere. Il gatto Mammone, sentito l'opera della Caterina, gli
disse:—«Che vuoi da colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e
cacio?»—«Oh! datemi pan nero e cipolla,»—rispose la Caterina,—«non sono
avvezza a mangiare altro.»—Ma il gatto Mammone volle che mangiasse pan
bianco e cacio. Poi il gatto Mammone invitò la Caterina a salire nel
piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo: e la Caterina si
levò gli zoccoli e salì su in peduli tanto pianino, che non isciupò
la scala e neppure la sgraffiò. Qui gli furono profferite vesti
belle e vesti brutte, oro e ottone. E lei scelse le vesti brutte e
l'ottone. Ma il Mammone comandava invece alle Fate, che l'acconciassero
splendidamente e gli fossero regalate gioie legate in oro.[3] Quando
la Caterina fu messa in modo, che pareva una Regina, il Mammone
gli disse:—«To' su lo staccio; e andata fuori dell'uscio di questa
casa, se senti ragliar l'asino non ti voltare; ma se canta il gallo,
vòltati.»—La Caterina obbedì: al raglio dell'asino non se ne diede
per intesa; ma al chicchirichì del gallo si voltò indietro, e subito
gli venne una stella rilucente in sul capo. A mala pena la Caterina
giunse a casa sua, che la madre e la sorella brutta se le rodevano la
rabbia e il dispetto; quella stella poi gli era un pruno negli occhi.
La brutta disse:—«Anch'io vo' andare dalle Fate, anch'io. Mandate me
a riportare lo staccio, mamma.»—Quando lo staccio fu adoperato, la
brutta se lo tolse su e s'avviò al bosco delle Fate. E all'entrata,
lei pure trovò il Vecchietto, che gli domandò:—«Ragazzina, per dove
così vispola?»—«Vecchio ignorante!»—rispose con superbia la brutta;—«i'
vo' dove mi pare. Impaccioso! badate a' fatti vostri.»—«Brutta e
scontrosa!»—disse il Vecchietto ridendo di sottecche:—«Va' va' dove
ti pare! doman te n'avvedrai!»—Ed ecco la brutta all'uscio delle
Fate; e agguanta in mano il picchiotto e dàgli, giù senza garbo, da
scassinare le imposte. Dissero le Fate di dentro:—«Metti un dito nel
buco della chiave ed apri.»—E la brutta caccia il dito nel buco; e
quelle _zìffete!_ e glielo stroncano. L'uscio si spalancò e la brutta,
tutta rabbiosa, saltando in casa e gettato per terra lo staccio, si
fece ad urlare:—«Questo è il vostro staccio, maledette!»—Poi visti i
gatti al lavoro, disse:—«Oh! buffi questi gattacci! o che mesticciate
voi, mammalucchi?»—E preso a loro gli arnesi, a chi bucò le zampe cogli
aghi, a chi le tuffò nell'acqua bollente, a chi dette su per le costole
la granata e i fusi. Ne successe un tafferuglio; e i gatti a scappare
di qua e di là, berciando pel dolore; sicchè al chiasso comparve il
gatto Mammone; e i gatti strillando a modo loro gli raccontarono
quel che avevano patito dalla brutta. Serio serio disse il gatto
Mammone:—«Ragazzina, dovete aver fame: volete pan nero e cipolla, o pan
bianco e cacio?»—E la brutta:—«Guarda che bella creanza! Se venissi a
casa mia non vi darè' mica pan nero e cipolle e non vi stroncherei le
dita. Voglio pan bianco e cacio.»—Ma, se volle mangiare, bisognò che
si contentasse di pan nero e cipolla, perchè non gli portarono altro.
Allora il gatto Mammone disse:—«Andiamo via, ragazzina, vi si regalerà
anche voi di vestito e d'altro. Salite di sopra, ma badate alla scala,
che è di cristallo.»—La brutta però non se n'addiede dell'avvertimento,
e salì alla sgraziata la scala cogli zoccoli in piedi, per cui la
fracassò da cima a fondo. E giunta su, le Fate gli domandarono:—«Che
più vi garba, un vestito di broccato e pendenti d'oro, o una gonnella
di frustagno e pendenti d'ottone?»—La brutta s'attaccò subito alla
sfacciata alla robba meglio; ma gli convenne pigliare la peggio,
perchè non gliene dettero altra. Tutta indispettita, la brutta prese
il portante per andarsene, e, quando fu all'uscio, gli disse il gatto
Mammone:—«Ragazzina, se canta il gallo tirate via; ma se raglia
l'asino, voltatevi addietro, che vedrete una bella cosa.»—Di fatto,
eccoti che l'asino raglia di gran forza; e la brutta, girato il capo
tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli venne
fuori dalla fronte. Disperata, si diè a correre verso casa sua, per
istrada urlando da lontano:
—«Mamma dondò,
Mamma dondò,
La coda dell'asino mi s'attaccò.»
In tanto la Caterina, più bella dal giorno che aveva visitato le
Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò così forte, da
obbligare il Re a consentire che se la pigliasse per moglie. Le nozze
si stabilirono, e la Madre e la brutta non ebbero ardire di opporsi al
Re; pure macchinarono d'ingannarlo, sperando riuscirvi. Il giorno dello
sposalizio, la Caterina fu messa in un tino chiuso giù nella cantina,
e de' suoi vestiti e gioie si acconciò la brutta, e la Madre a questa
gli rasò la coda d'asino d'in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo
con un fitto velo. Giunto, assieme al corteo[4], il figliolo del Re,
la cattiva Madre gli disse:—«Eccovi la sposa bell'e apparecchiata.»—Il
figliolo del Re stava per porgere la mano alla brutta, credendola
la Caterina, quando a un tratto gli parve sentire de' lamenti sotto
terra; e, stato un po' in orecchi e intimato il silenzio, s'accorse che
qualcheduno cantava con voce piangente:
—«Mau maurino!
«La Bella è nel tino,
«La Brutta è 'n carrozza
«E 'l Re se la porta.»—
Il figliolo del Re, insospettitosi allora, volle che si cavasse il velo
dal capo della sposa e scoperse l'inganno; perchè alla brutta di già
la coda d'asino era tanto cresciuta da coprirgli gli occhi. Andò sulle
furie, e cercata la Caterina, la tirò fuori dal tino e ci fece mettere
invece la madre e la brutta. E ordinato che si bollisse una caldaia
d'olio e che gli si buttasse addosso, quelle invidiose morirono subito.
Il figliolo del Re, sposata la bella Caterina, la condusse al palazzo.
E camparono insieme lunga vita e felice.
_Stretta è la foglia e larga è la via,
Dite la vostra chè ho detto la mia._