LA BELLA CATERINA[1]

C'era una volta una donna campagnola, che aveva due figliole: una

delle quali era bellissima e si chiamava Caterina; l'altra, tutt'

all'incontro, era brutta quanto dire si puole. Ma la madre voleva

più bene alla brutta; e siccome tutte e due si rodevano d'invidia

per la Caterina, perchè alla bellezza accoppiava pure una grande

bontà, s'arrapinavano a fargli dispetti e cercavano tutti i modi

perchè gli accadesse qualche malanno da ridurla imbruttita. La

Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni delle due arpie;

ed, invece di farsi brutta per gli strapazzi, pareva ogni dì che gli

s'accrescesse la bellezza. Un giorno la madre disse alla brutta:—«Sa'

tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio

dalle Fate, che gli sgraffieranno tutto il viso; e la imbruttirà e

nessuno più la guarderà.»—«Sì, sì!»—esclamò la brutta, gongolando di

maligna gioia:—«Le Fate sono cattive e l'acconceranno pel dì delle

feste.»—Subito la madre chiamò la Caterina e gli disse:—«Su via,

sguajata: c'è da fare il pane e non abbiamo in casa lo staccio per

ammannire la farina. Va' dalle Fate dentro al bosco e chiedigli lo

staccio in prestito.»—A questo comando la Caterina divenne bianca dalla

paura, sapendo per sentita dire, che chi andava dalle Fate ne ritornava

malconcio. Pregò la madre che non la mandasse, pianse: ma la madre e

la brutta sorella tanto la minacciarono, che ripensando non potere

soffrire dalle Fate un male maggiore, si piegò ad obbedire. Sicchè,

mesta e piagnucolosa e mettendo un piede innanzi e due addietro[2],

avviossi verso il bosco dove stavano le Fate. Quando la Caterina fu

in sull'entrata del bosco, gli si fece incontro un Vecchietto; e,

vistala a quel modo dolorosa, gli domandò:—«Che avete voi, bella

ragazza, che parete tanto afflitta?»—La Caterina gli raccontò allora

tutti i suoi mali, e che in casa non la potevano soffrire, e ora la

mandavano alle Fate per uno staccio, perchè le Fate la sciupassero e

la imbruttissero. Disse il Vecchietto:—«Non abbiate paura di nulla.

V'insegnerò io com'avete da condurvi. E se m'ascolterete, non ve

n'avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po' che cosa ho qui 'n

capo, che mi sento tanto prudere.»—Il Vecchietto piegò un tantino la

testa. E avendogliela la Caterina esaminata, disse:—«Ci veggo perle ed

oro.»—Disse il Vecchietto:—«E perle ed oro toccheranno anche a voi.

Statemi a sentire e fate quel che vi dico. Quando sarete alla porta

di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se vi diranno: _Ficcate un

dito nel buco della chiave_; vi ficcherete uno steccolo, che ve lo

stroncheranno. Aperto che sia, vi condurranno diviata in una stanza,

dove mirerete tanti gatti; e chi cucirà, chi filerà, chi farà la calza,

e insomma, tutti occupati a qualche lavoro: e voi adopratevi senza

invito ad ajutargli ed a fornire l'opera ad ognuno. Dopo anderete

in cucina; e anche lì saranno gatti alle loro faccende; ajutategli

come quegli altri. Un po' più in là sentirete chiamare il gatto

Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che avete fatto per

loro. Il Mammmone allora vi domanderà: _Che brami tu per colazione,

pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?_ E voi rispondete: _Pan

nero e cipolla_; e vi verrà dato pan bianco e cacio. Poi il Mammone

v'inviterà a salire una stupenda scala di cristallo: badate bene di non

la rompere. Giunta al piano di sopra, scegliete sempre la peggio roba

di quella che vi vorranno regalare.»—La Caterina promesse al Vecchietto

di obbedirgli; e, dopo ringraziato e salutatolo, si avviò verso le

Fate. E, picchiato alla porta, fece secondo l'ammaestramento. Sicchè

apertogli, richiese le Fate dello staccio. Dissero le Fate:—«Ora ve lo

diamo. Entrate intanto un po' e aspettate.»—Ed ecco vede tanti gatti

per la stanza, che lavoravano a tutto potere.—«Poveri micini!»—esclamò

la Caterina:—«Con codeste zampine chi sa quanta pena soffrite! Date

qua; farò io, farò io.»—E preso il lavoro di ognuno, in quattro e

quattr'otto l'ebbe terminato. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse

in ordine tutti gli arnesi. Fu chiamato il gatto Mammone e i gatti

miagolando dicevano:—«A me ha cucito!»—«A me ha fatto la calza!»—«A me

ha rigovernato!»—e così fino in fondo raccontavano tutti al Mammone

l'ajuto della Caterina; e saltavano a balzicùli per la stanza dal

gran piacere. Il gatto Mammone, sentito l'opera della Caterina, gli

disse:—«Che vuoi da colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e

cacio?»—«Oh! datemi pan nero e cipolla,»—rispose la Caterina,—«non sono

avvezza a mangiare altro.»—Ma il gatto Mammone volle che mangiasse pan

bianco e cacio. Poi il gatto Mammone invitò la Caterina a salire nel

piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo: e la Caterina si

levò gli zoccoli e salì su in peduli tanto pianino, che non isciupò

la scala e neppure la sgraffiò. Qui gli furono profferite vesti

belle e vesti brutte, oro e ottone. E lei scelse le vesti brutte e

l'ottone. Ma il Mammone comandava invece alle Fate, che l'acconciassero

splendidamente e gli fossero regalate gioie legate in oro.[3] Quando

la Caterina fu messa in modo, che pareva una Regina, il Mammone

gli disse:—«To' su lo staccio; e andata fuori dell'uscio di questa

casa, se senti ragliar l'asino non ti voltare; ma se canta il gallo,

vòltati.»—La Caterina obbedì: al raglio dell'asino non se ne diede

per intesa; ma al chicchirichì del gallo si voltò indietro, e subito

gli venne una stella rilucente in sul capo. A mala pena la Caterina

giunse a casa sua, che la madre e la sorella brutta se le rodevano la

rabbia e il dispetto; quella stella poi gli era un pruno negli occhi.

La brutta disse:—«Anch'io vo' andare dalle Fate, anch'io. Mandate me

a riportare lo staccio, mamma.»—Quando lo staccio fu adoperato, la

brutta se lo tolse su e s'avviò al bosco delle Fate. E all'entrata,

lei pure trovò il Vecchietto, che gli domandò:—«Ragazzina, per dove

così vispola?»—«Vecchio ignorante!»—rispose con superbia la brutta;—«i'

vo' dove mi pare. Impaccioso! badate a' fatti vostri.»—«Brutta e

scontrosa!»—disse il Vecchietto ridendo di sottecche:—«Va' va' dove

ti pare! doman te n'avvedrai!»—Ed ecco la brutta all'uscio delle

Fate; e agguanta in mano il picchiotto e dàgli, giù senza garbo, da

scassinare le imposte. Dissero le Fate di dentro:—«Metti un dito nel

buco della chiave ed apri.»—E la brutta caccia il dito nel buco; e

quelle _zìffete!_ e glielo stroncano. L'uscio si spalancò e la brutta,

tutta rabbiosa, saltando in casa e gettato per terra lo staccio, si

fece ad urlare:—«Questo è il vostro staccio, maledette!»—Poi visti i

gatti al lavoro, disse:—«Oh! buffi questi gattacci! o che mesticciate

voi, mammalucchi?»—E preso a loro gli arnesi, a chi bucò le zampe cogli

aghi, a chi le tuffò nell'acqua bollente, a chi dette su per le costole

la granata e i fusi. Ne successe un tafferuglio; e i gatti a scappare

di qua e di là, berciando pel dolore; sicchè al chiasso comparve il

gatto Mammone; e i gatti strillando a modo loro gli raccontarono

quel che avevano patito dalla brutta. Serio serio disse il gatto

Mammone:—«Ragazzina, dovete aver fame: volete pan nero e cipolla, o pan

bianco e cacio?»—E la brutta:—«Guarda che bella creanza! Se venissi a

casa mia non vi darè' mica pan nero e cipolle e non vi stroncherei le

dita. Voglio pan bianco e cacio.»—Ma, se volle mangiare, bisognò che

si contentasse di pan nero e cipolla, perchè non gli portarono altro.

Allora il gatto Mammone disse:—«Andiamo via, ragazzina, vi si regalerà

anche voi di vestito e d'altro. Salite di sopra, ma badate alla scala,

che è di cristallo.»—La brutta però non se n'addiede dell'avvertimento,

e salì alla sgraziata la scala cogli zoccoli in piedi, per cui la

fracassò da cima a fondo. E giunta su, le Fate gli domandarono:—«Che

più vi garba, un vestito di broccato e pendenti d'oro, o una gonnella

di frustagno e pendenti d'ottone?»—La brutta s'attaccò subito alla

sfacciata alla robba meglio; ma gli convenne pigliare la peggio,

perchè non gliene dettero altra. Tutta indispettita, la brutta prese

il portante per andarsene, e, quando fu all'uscio, gli disse il gatto

Mammone:—«Ragazzina, se canta il gallo tirate via; ma se raglia

l'asino, voltatevi addietro, che vedrete una bella cosa.»—Di fatto,

eccoti che l'asino raglia di gran forza; e la brutta, girato il capo

tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli venne

fuori dalla fronte. Disperata, si diè a correre verso casa sua, per

istrada urlando da lontano:

—«Mamma dondò,

Mamma dondò,

La coda dell'asino mi s'attaccò.»

In tanto la Caterina, più bella dal giorno che aveva visitato le

Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò così forte, da

obbligare il Re a consentire che se la pigliasse per moglie. Le nozze

si stabilirono, e la Madre e la brutta non ebbero ardire di opporsi al

Re; pure macchinarono d'ingannarlo, sperando riuscirvi. Il giorno dello

sposalizio, la Caterina fu messa in un tino chiuso giù nella cantina,

e de' suoi vestiti e gioie si acconciò la brutta, e la Madre a questa

gli rasò la coda d'asino d'in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo

con un fitto velo. Giunto, assieme al corteo[4], il figliolo del Re,

la cattiva Madre gli disse:—«Eccovi la sposa bell'e apparecchiata.»—Il

figliolo del Re stava per porgere la mano alla brutta, credendola

la Caterina, quando a un tratto gli parve sentire de' lamenti sotto

terra; e, stato un po' in orecchi e intimato il silenzio, s'accorse che

qualcheduno cantava con voce piangente:

—«Mau maurino!

«La Bella è nel tino,

«La Brutta è 'n carrozza

«E 'l Re se la porta.»—

Il figliolo del Re, insospettitosi allora, volle che si cavasse il velo

dal capo della sposa e scoperse l'inganno; perchè alla brutta di già

la coda d'asino era tanto cresciuta da coprirgli gli occhi. Andò sulle

furie, e cercata la Caterina, la tirò fuori dal tino e ci fece mettere

invece la madre e la brutta. E ordinato che si bollisse una caldaia

d'olio e che gli si buttasse addosso, quelle invidiose morirono subito.

Il figliolo del Re, sposata la bella Caterina, la condusse al palazzo.

E camparono insieme lunga vita e felice.

_Stretta è la foglia e larga è la via,

Dite la vostra chè ho detto la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 79 / 292 题