LA BELLA E LA BRUTTA.[1]

Era un omo che aveva una figlia e si rimaritò e dalla seconda moglie

ebbe un'altra figlia. E la prima che aveva i' suo marito, la matrigna

non gli voleva punto bene. La prima, che non poteva lei, un giorno

lei gli dava molto da filare e gli diceva.... gli dava una libbra

di lino dapprima e gli diceva:—«Se stasera tu non hai finita questa

libbra di lino, tu non devi aver da cena.»—Quella poera bambina andiede

fòri; non faceva che piangere, non sapeva come fare a filare questa

libbra di lino. Strada facendo, trovò una vecchina; disse:—«Cos'hai,

bambina mia, che piangi tanto?»—Disse:—«Cos'ho? Debbo filare una

libbra di lino, sennò mia madre non mi dà punto da cena. Io non so

come fare.»—E lei, questa vecchina, gli disse:—«Stai zitta. Va là nel

bosco. Troverai una vaccuccina e gli dirai: _Con la bocca fila, fila;

Con le corna annaspa annaspa; Ti farò l'erba, che pasca._»—Arrivò

la sera, aveva finito i' suo lino bell' e annaspato e tutto. La sua

madre fu contenta, ma i' giorno dopo mandò la sua figlia: e tornò,

avendognene dato mezza libbra e non avendone filato neppure un quarto.

I' giorno dopo rimandò quella, la prima, la figliastra; e gnene diede

due libbre, che lei si struggeva di farla patire, non voleva dargli

neppure da mangiare. E gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste

due libbre di lino, non avrai da cena.»—Questa bimba, subito sortita

di casa, cominciò a piangere. Quando fu alla metà della strada, ritrovò

la solita vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina, che piangi tanto,

poerina?»—«Mia madre, invece d'una libbra, me ne ha date due.»—«Vai

n'i' solito bosco, troverai la solita vaccuccina, e gli dirai: _Con la

bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che

pasca._»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato

e tutto. I' giorno dopo, la madrigna gnene diede tre libbre e gli

disse:—«Se stasera non avrai filate queste tre libbre di lino, non

avrai da cena.»—Questa poera bambina, andiede fòri; non sapeva come

fare a filare queste tre libbre di lino. Strada facendo trovò quella

vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—«Mia

madre, invece di due libbre, me n'ha date tre.»—«Vai n'i' solito bosco;

troverai la solita vaccuccina e gli dirai: _Con la bocca fila, fila;

Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca._»—Arrivò

la sera; aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. Poi la

madrigna gli diede una camicia a cucire e gli disse:—«Se stasera non

hai finita questa camicia, non devi aver da cena.»—Questa poera bambina

non faceva che piangere. Per fortuna ritrovò la solita vecchina; e la

gli disse:—«Vai n'i' bosco; troverai la solita vaccuccina e falli i'

solito discorso: «_Con la bocca infila, infila; Con le corna cuci,

cuci; Ti farò l'erba, che pasca._»—La madre, tornando a casa, avendo

veduta cucita la camicia, non sapeva come fare a gastigarla. I' giorno

dopo pensò di mandarla dalle fate a prende' lo staccio per istaccià'

la farina per fare i' pane. Va dalle fate questa bambina, picchia

alla porta. Le fate dimandano:—«Chi è?»—Disse:—«Amici!»—«Fate adagio;

le scale son di vetro,»—Lei si levò le scarpe pe' fa' più piano.

Arrivò dalle fate e gli dissono:—«Fate i' piacere di pettinarmi.

Che ci trovi in capo mio?»—«Perle e diamanti.»—«E perle e diamanti

avrai. Fammi i' piacere di rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i'

letto mio?»—«Oro e argento.»—«E oro e argento avrai. Fammi i' piacere

di spazzammi la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Rubini e

Cherubini.»—«Rubini e Cherubini avrai.»—La menorno alla stanza dei

vestiti e gli dissono:—«Prendi un vestito a tuo piacere.»—Lei prese

un vestito dei peggiori che avessero. Glielo levorno e gli diedono

i' più bello che avessero nell'armadio. La menorono alla stanza dove

avevano i quattrini e gli dissero:—«Prendi quello che ti fa piacere.»—E

lei prese tre o quattro soldi poco boni. Gnene levorono e gli dierono

dell'oro e dell'argento. La menorono alla cassetta delle gioie e gli

dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Lei prese un

pajo tutti rotti. Gnene levorno e gli diedono un pajo di orecchini di

brillanti. Gli dissero:—«Quando sarai sur i' ponte, vòltati indietro;

sentirai un gallo cantare.»—Quando la fu sur i' ponte sentì un gallo

cantare; lei si voltò indietro e gli venne una bella stella nella

testa. Quando arrivò a casa, la sua madre gnene volea levare: con

più[2] che col coltello la raschiava, credeva di levargnene e più

bella diventava. La sua madre gelosa, che aveva avuta tanta roba, i'

giorno dopo, per riportà' lo staccio, volse mandà' la sua figlia.

Quando arrivò in fondo alle scale, picchiò. Le fate dissero:—«Chi

è?»—«Amici.»—«Fate adagio, le scale sono di vetro.»—Con più che

dicevano di fare adagio, e lei più forte faceva; che gli rompè tutte le

scale.—«Pettinatemi. Che ci trovi in capo mio?»—«Zeccacce, pidocchiacce

e brutte donnacce come siete vojaltre.»—«E zeccacce e pidocchiacce

avrai.»—«Rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Pulci

e cimici.»—«Pulci e cimici avrai.»—«Spazzami la mia casa. Che ci

trovi in casa mia?»—«Sudiciume, spazzatura, porcherie, come siete

vojaltre.»—«Spazzatura, sudiciume e porcherie, come siamo nojaltre,

avrai.»—La portorono alla stanza dei vestiti. Gli dissero:—«Prendine

uno a i' tuo piacere.»—Prese i' più bello che ci fosse nell'armadio.

Glielo levorono e gli diedono i' vestito più brutto che ci avesse.

La menorno alla stanza dei quattrini; gli dissero:—«Prendi quello

che tu vòi.»—Si era empito il grembiale di danari. Glieli levorono e

gli dierono tre o quattro soldacci che ci avevano. La menorno alla

stanza delle gioie. Dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo

piacere.»—Prese un pajo de' più belli. Gnene levorono e gnene dierono

un pajo tutti rotti. Dice:—«Quando sarai su i' ponte, vòltati indietro:

sentirai un asino ragliare.»—Si voltò e gli venne una bella coda in

mezzo alla testa. Tornò a casa: la sua madre gnene tagliava: con più

gnene tagliava e più lunga diventava.[3] Era brutta prima e con questa

coda più brutta che mai. Un giorno (avevano un melo vicino a casa)

passò i' Re e gli disse alla sua madre che era lì fòri:—«Ci sarebbe da

avere un poche di mele?»—Disse la madre:—«Sì, subito:»—e chiamò la sua

figlia Luisa e gli disse:—«Arriva un poche di mele a i' Re.»—Prende

la scala per arrivà' alle mele: con più credeva di avvicinarsi e più

il melo si alzava, non ci arrivava! faceva di tutto per arrivarle e

più il melo si alzava. Il Re disse:—«Com'è possibile che non siate

bona a arrivarmi un poche di mele? Non ci avete nessuno altri in casa

che sian capaci più di voi?»—«Ci ho un'altra, ma non è bona a niente,

perchè è una Cenerontolaccia, che sta sempre tra la cenere; non è bona

a niente.»—«Pure chiamate quella: potrebbe esser più bona di voi.»—E

la chiamò:—«Cenerontola, vien qui per arrivare un poche di mele a

i' Re.»—Si messe un vestito, che gli avevan regalato le fate, che

scendendo la scala sonava, che pareva un campanello. La sua madrigna

disse:—«Sentite quella Cenerontolaccia, si tira persino la paletta

addietro.»—I' Re gli disse:—«Arrivatemi un poche di quelle mele.»—La

Cenerontola andiede sott'i' melo. I' melo si calò e s'empì i' grembiule

pieno di mele in un minuto. I' Re avendo veduto questa bella giovine

con questa bella stella nella testa, disse che la voleva per moglie. La

sua madrigna gelosa, benchè pensava a i' tradimento, disse—«Sì»—che era

contenta; e fissarono tra tre giorni d'andare a prenderla in carrozza

e gli mandò i' vestiario con sette anella. La madre, la madrigna, la

mattina dello sposalizio, invece di vestire la sposa, vestì la sua

figlia da sposa e messe la Cenerontola drento a un tino ignuda, e messe

a bollire una caldaja d'acqua. Va i' Re a prendere la sposa in carrozza

e la porta via. Quando i cavalli cominciarono a camminare con la sposa

drento, che il Re non avea veduto se era la bella o la brutta, e' gli

andiede drieto un gatto. Gli diceva:

—«Gnaolo, gnaolino!

«La bella è drento i' tino;

«E la brutta malincotta,

«I' cavallo d'i' Re che se la porta.»—

Ma quelli non gli davano retta; seguitavano i' camminare. I' gatto

seguitava sempre a gnaolare. I' Re, seguitando i' gatto, e' gli

venne a nojare e disse:—«Meglio è indietro ritornare; ci dev'essere

qualcosa.»—Tornorono indietro e i' gatto andava sempre innanzi a

i cavalli; loro sempre indietro; e gli accompagnò insino alla

cantina. Entrorono drento e trovorono n' i' tino questa poera ragazza

disgraziata, ignuda. I' Re l'ha riconosciuta, ha spogliato quella

ch'era in carrozza, e ha vestito quella che era dentro a i' tino; e

hanno messa n' i' tino quella che era in carrozza, ignuda com'era

quella prima, e son partiti. I' gatto non l'hanno udito più. Dopo pochi

minuti la sua madre ha cominciato a buttare delle pentole d'acqua

bollente n' i' tino. La sua figlia diceva:—«Mamma, voi mi bruciate.»—La

gli diceva:

—«La mia figlia non sei tu.

«La mia figlia è andata a marito,

«Con sette anella in dito.»—

E lei seguitava a dire:—«Mamma, voi mi bruciate.»—E lei rispondeva:

—«La mia figlia non sei tu.

«La mia figlia è andata a marito,

«Con sette anella in dito.»—

Ha seguitato a buttar acqua bollente insin in quanto non è stata

estinta. Quando non ha sentito più parlare è andata giù a volerla

levare. Credeva che la fussi la sua figliastra; e invece era la sua

figlia. Non sapeva come fare per dillo a suo padre. L'ha vestita, l'ha

portata in casa, l'ha messa a sedere sopra una seggiola, sopra alla

porta di casa, con la rocca allato, figurando di filare. Arrivando a

casa suo padre, era sull'uscio di casa a sedere sopra la seggiola.

Suo padre ha detto:—«Cosa fai costì a sedere? Sei sempre a dormire!

tu non lavori mai?»—Appena che lui gli ha toccata una mano, è caduta

in terra. La sua madre s'è messa a gridare, dicendogli che lui gli

aveva ammazzata la figliola. S'è radunato di molta gente. Suo padre

l'avevan fatto carcerare; ma avendo scoperto i' delitto di sua madre,

in breve tempo l'hanno fatta fucilare. Prima hanno fatto carcerare lui

e poi hanno fatto morire lei. La Cenerentola s'ha goduto i' suo marito;

divenne Principessa. Se ne stiedero e se ne goderono e a me nulla mi

dierono.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 76 / 292 题