C'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe
ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice:—«Giacchè io
sono in viaggio, che volete voi quando io torno?»—Una, la gli ordina
un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle. Dice alla
minore:—«O te, Cenerentola, o che tu vuoi?»—La chiamavan Cenerentola,
perchè la stava sempre nel cammino.—«Vo' m'avete a comperare un
uccellin Verdeliò.»—«La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare
dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle,
si piglia l'uccello chi sa per farne che!»—«Chetatevi!»—dice.—«Io son
contenta così».—Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta
il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola
l'uccellino. Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque
il Re gli dice a quest'omo:—«Io dò tre feste di ballo, tre festini;
se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco
le si spasseranno».—«Come Lei comanda»—dice.—«Grazie!»—e accetta.
Torna a casa:—«Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che
si vada alla festa da ballo, così e così.»—«Vedi tu, Cenerentola,
se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare
alla festa di ballo.»—Dice:—«Non me ne importa nulla! Andate pure,
io non ci vengo»—Eccoti la sera, quando gli è l'ora, si preparano
tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola:—«Vien
via, ti si accomoderà anche te.»—«Eh, io non voglio venire, andate
voi, io non voglio venire.»—«Ma»—dice suo padre—«andiamo, andiamo!
Vestitevi e venite via: lasciatela stare.»—Quando le sono andate via,
la va dall'uccellino:—«Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io
non so'[2].»—La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti
che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini
l'uccellino; gli dice:—«Porta questi due sacchetti; e entra in
carrozza e va via.»—Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia
a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella
signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi,
principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha
ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto
alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori
un fazzoletto e gli casca un braccialetto.—«Oh Signora,»—dice la
maggiore,—«Le è cascato questa roba.»—«Prendetelo per voi,»—dice.—«Oh
se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?»—Il
Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero
attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via
dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra
in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende
i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra
della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte
quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i
quattrini.[3] Lei la va al palazzo e sale su:—«Uccellin Verdeliò,
fammi più brutta ch'io non so'.»—La vien così brutta, orrenda tutta,
tutta cenere, bisognava vedere in che modo! Eccoti le sorelle che
tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—«Oh lasciatela stare!»—dice suo padre—«la
dormirà ora; lasciatela stare!»—Dunque le vanno su e gli fanno vedere
questo gran bel braccialetto:—«Vedi, scimunita? Lo potevi aver
te.»—«Non me ne importa nulla a me.»—Eccoti che vanno a cena. Il padre
dice:—«Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle.»—Venghiamo
a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il
coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:—«O
come è andata?»—Si buttano a' piedi:—«Così e così!... Ci ha buttati
tanti quattrini!...»—«Vili! che non siete altro»—dice.—«Avevi
paura di non essere ricompensati?»—dice.—«Ahn? bene!»—dice—«domani
sera, pena la morte se voi non istate attenti.»—Venghiamo la sera
dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:—«Stasera verrai,
eh, Cenerentola?»—«Oh!»—dice—«non mi seccate! Io non ci voglio
venire.»—E suo padre le grida:—«Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela
stare!»—Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio
dell'altra sera; e vanno via.—«Addio, sai, Cenerentola!»—Eccoti la
Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Uccellin
Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien tutta vestita di
verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti
mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice:—«Prendi
due sacchetti di rena. E quando»—dice—«sarai perseguitata, buttala
fora.»—Dice:—«Così, rimarranno ciechi.»—Così la fa: la va via, si
mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede,
mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare,
ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava,
ma lui si straccava!) la si mette accanto alle sorelle; tira
fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di
carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:—«Signora, Le è caduta
questa roba,»—Dice:—«Prendetelo per voi.»—«Se c'era la Cenerentola,
chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far
venire!»—Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori
(figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a
buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi,
lascio dire! La va a casa, la smonta e va su.—«Uccellin Verdeliò, fammi
più brutta ch'io non so'.»—La viene così brutta, uno spavento, ecco!
Veniamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—le principian
di giù.—«Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!»—«'Un me
ne importa nulla!»—«Ma domani sera tu ci hai a venire!»—«Sì, sì! vo'
l'areste aère!»—Suo padre dice:—«Andiamo a cena, e lasciatela stare:
impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena.»—Vanno a cena.
Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano
dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero
a fare accompagnare, gua'!—«Briccona!»—dice.—«Questa signora o l'è
qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge.»—Eccoti il
giorno dopo le sorelle:—«Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti:
l'è l'ultima sera, t'hai a venire.»—Suo padre:—«Oh lasciatela stare!
siete sempre a tormentarla!»—Allora le vengon via e si mettono a
prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno
via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la
Cenerentola va dall'uccellino:—Uccellin Verdeliò, fammi più bella
ch'io non so'.»—La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria
del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, e il
sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare!
solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti.[4]
Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè
l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato
ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non
andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando
ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a
suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una
tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.—«Signora, Le è caduta
questa tabacchiera.»—«Prendetela per voi!»—Figuratevi quest'omo,
l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza! Quando la
s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I
servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma
col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla
da gittare; non aveva nulla stasera:—«Oh!»—dice—«come ho a fare?»—Ma
non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli
cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono
il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che
va su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!»—Non gli
risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte,
gli risponde:—Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più
brutta, ma....»—e la fa divenire brutta e poi gli dice:—«Ora e che
vuoi fa'? Tu siei scoperta.»—La si mette a piangere, piangeva proprio.
Venghiamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—Eh figuratevi
questa sera, non gli risponde, cheh!—«Guarda che bella tabacchiera!
Se te fossi venuta, la potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla!
Escite di costì!»—«Andiamo, andiamo; venite a cena»—dice suo padre.
Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la
pianella e il numero dell'uscio.—«Che dimani»—dice Maestà—«appena
fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza
e portatemi questa signora nel palazzo.»—I servitori prendon la
pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano.
Si affaccia suo padre:—«Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa
ci sarà?»—Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.—«Cosa mi
comandano?»—gli dice il padre, gua', a questi servitori.—«Quante figlie
avete voi?»—Dice:—«Due.»—«Bene, fatecele vedere.»—Ecco il padre le
fa venire di qua.—«Mettetevi a sedere»—dicono a una di quelle. Gli
provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si
mette a sedere: gli era piccola.—«Ma ditemi, galantomo, non avete
altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole:
pena la morte!»—«Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure.
Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo
nemmen figliola per vergogna.»—«Nojaltri non siamo venuti nè per
bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!»—Eccoti,
le sorelle chiamano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—ma urla, urla! Ma lei non
rispondeva. Dopo un pezzo:—«Che v'è egli?»—la risponde.—«Bisogna che
tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere.»—«Io non vo'
venire, io.»—«Ma bisogna che tu venga, ti pare?»—dice.—«Sì, ditegli
che or'ora vengo.»—La và dall'uccellino:—«Ah Uccellin Verdeliò, fammi
più bella ch'io non so'.»—La vien vestita come l'ultima sera, col
sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene
d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino:—«Portami via, sai?
mettimi in seno, via, sai?»—Si mette l'uccellino in seno e principia
a scender le scale.—«La sentono?»—dice il padre—«la sentono? La si
strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che
sarà quella!»—Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono
apparire.—«Ah!»—riconoscono la signora dell'altra sera. Il padre, le
sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a
sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La
fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la
signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli
dice:—«Assolutamente, voi siete la mia sposa.»—Lei acconsente, gua', lo
credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel
palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che
fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo,
quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero
e se ne godettero e a me nulla mi dettero.