LA CENERENTOLA.[1]

C'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe

ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice:—«Giacchè io

sono in viaggio, che volete voi quando io torno?»—Una, la gli ordina

un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle. Dice alla

minore:—«O te, Cenerentola, o che tu vuoi?»—La chiamavan Cenerentola,

perchè la stava sempre nel cammino.—«Vo' m'avete a comperare un

uccellin Verdeliò.»—«La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare

dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle,

si piglia l'uccello chi sa per farne che!»—«Chetatevi!»—dice.—«Io son

contenta così».—Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta

il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola

l'uccellino. Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque

il Re gli dice a quest'omo:—«Io dò tre feste di ballo, tre festini;

se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco

le si spasseranno».—«Come Lei comanda»—dice.—«Grazie!»—e accetta.

Torna a casa:—«Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che

si vada alla festa da ballo, così e così.»—«Vedi tu, Cenerentola,

se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare

alla festa di ballo.»—Dice:—«Non me ne importa nulla! Andate pure,

io non ci vengo»—Eccoti la sera, quando gli è l'ora, si preparano

tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola:—«Vien

via, ti si accomoderà anche te.»—«Eh, io non voglio venire, andate

voi, io non voglio venire.»—«Ma»—dice suo padre—«andiamo, andiamo!

Vestitevi e venite via: lasciatela stare.»—Quando le sono andate via,

la va dall'uccellino:—«Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io

non so'[2].»—La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti

che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini

l'uccellino; gli dice:—«Porta questi due sacchetti; e entra in

carrozza e va via.»—Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia

a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella

signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi,

principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha

ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto

alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori

un fazzoletto e gli casca un braccialetto.—«Oh Signora,»—dice la

maggiore,—«Le è cascato questa roba.»—«Prendetelo per voi,»—dice.—«Oh

se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?»—Il

Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero

attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via

dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra

in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende

i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra

della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte

quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i

quattrini.[3] Lei la va al palazzo e sale su:—«Uccellin Verdeliò,

fammi più brutta ch'io non so'.»—La vien così brutta, orrenda tutta,

tutta cenere, bisognava vedere in che modo! Eccoti le sorelle che

tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—«Oh lasciatela stare!»—dice suo padre—«la

dormirà ora; lasciatela stare!»—Dunque le vanno su e gli fanno vedere

questo gran bel braccialetto:—«Vedi, scimunita? Lo potevi aver

te.»—«Non me ne importa nulla a me.»—Eccoti che vanno a cena. Il padre

dice:—«Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle.»—Venghiamo

a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il

coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:—«O

come è andata?»—Si buttano a' piedi:—«Così e così!... Ci ha buttati

tanti quattrini!...»—«Vili! che non siete altro»—dice.—«Avevi

paura di non essere ricompensati?»—dice.—«Ahn? bene!»—dice—«domani

sera, pena la morte se voi non istate attenti.»—Venghiamo la sera

dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:—«Stasera verrai,

eh, Cenerentola?»—«Oh!»—dice—«non mi seccate! Io non ci voglio

venire.»—E suo padre le grida:—«Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela

stare!»—Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio

dell'altra sera; e vanno via.—«Addio, sai, Cenerentola!»—Eccoti la

Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:—«Uccellin

Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'.»—La vien tutta vestita di

verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti

mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice:—«Prendi

due sacchetti di rena. E quando»—dice—«sarai perseguitata, buttala

fora.»—Dice:—«Così, rimarranno ciechi.»—Così la fa: la va via, si

mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede,

mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare,

ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava,

ma lui si straccava!) la si mette accanto alle sorelle; tira

fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di

carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:—«Signora, Le è caduta

questa roba,»—Dice:—«Prendetelo per voi.»—«Se c'era la Cenerentola,

chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far

venire!»—Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori

(figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a

buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi,

lascio dire! La va a casa, la smonta e va su.—«Uccellin Verdeliò, fammi

più brutta ch'io non so'.»—La viene così brutta, uno spavento, ecco!

Veniamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—le principian

di giù.—«Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!»—«'Un me

ne importa nulla!»—«Ma domani sera tu ci hai a venire!»—«Sì, sì! vo'

l'areste aère!»—Suo padre dice:—«Andiamo a cena, e lasciatela stare:

impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena.»—Vanno a cena.

Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano

dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero

a fare accompagnare, gua'!—«Briccona!»—dice.—«Questa signora o l'è

qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge.»—Eccoti il

giorno dopo le sorelle:—«Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti:

l'è l'ultima sera, t'hai a venire.»—Suo padre:—«Oh lasciatela stare!

siete sempre a tormentarla!»—Allora le vengon via e si mettono a

prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno

via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la

Cenerentola va dall'uccellino:—Uccellin Verdeliò, fammi più bella

ch'io non so'.»—La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria

del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, e il

sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare!

solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti.[4]

Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè

l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato

ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non

andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando

ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a

suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una

tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.—«Signora, Le è caduta

questa tabacchiera.»—«Prendetela per voi!»—Figuratevi quest'omo,

l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza! Quando la

s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I

servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma

col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla

da gittare; non aveva nulla stasera:—«Oh!»—dice—«come ho a fare?»—Ma

non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli

cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono

il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che

va su:—«Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!»—Non gli

risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte,

gli risponde:—Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più

brutta, ma....»—e la fa divenire brutta e poi gli dice:—«Ora e che

vuoi fa'? Tu siei scoperta.»—La si mette a piangere, piangeva proprio.

Venghiamo alle sorelle che tornano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—Eh figuratevi

questa sera, non gli risponde, cheh!—«Guarda che bella tabacchiera!

Se te fossi venuta, la potevi aver te.»—«Non me ne importa nulla!

Escite di costì!»—«Andiamo, andiamo; venite a cena»—dice suo padre.

Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la

pianella e il numero dell'uscio.—«Che dimani»—dice Maestà—«appena

fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza

e portatemi questa signora nel palazzo.»—I servitori prendon la

pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano.

Si affaccia suo padre:—«Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa

ci sarà?»—Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.—«Cosa mi

comandano?»—gli dice il padre, gua', a questi servitori.—«Quante figlie

avete voi?»—Dice:—«Due.»—«Bene, fatecele vedere.»—Ecco il padre le

fa venire di qua.—«Mettetevi a sedere»—dicono a una di quelle. Gli

provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si

mette a sedere: gli era piccola.—«Ma ditemi, galantomo, non avete

altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole:

pena la morte!»—«Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure.

Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo

nemmen figliola per vergogna.»—«Nojaltri non siamo venuti nè per

bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!»—Eccoti,

le sorelle chiamano:—«Ce—ne—reen—to—laa!»—ma urla, urla! Ma lei non

rispondeva. Dopo un pezzo:—«Che v'è egli?»—la risponde.—«Bisogna che

tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere.»—«Io non vo'

venire, io.»—«Ma bisogna che tu venga, ti pare?»—dice.—«Sì, ditegli

che or'ora vengo.»—La và dall'uccellino:—«Ah Uccellin Verdeliò, fammi

più bella ch'io non so'.»—La vien vestita come l'ultima sera, col

sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene

d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino:—«Portami via, sai?

mettimi in seno, via, sai?»—Si mette l'uccellino in seno e principia

a scender le scale.—«La sentono?»—dice il padre—«la sentono? La si

strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che

sarà quella!»—Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono

apparire.—«Ah!»—riconoscono la signora dell'altra sera. Il padre, le

sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a

sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La

fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la

signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli

dice:—«Assolutamente, voi siete la mia sposa.»—Lei acconsente, gua', lo

credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel

palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che

fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo,

quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero

e se ne godettero e a me nulla mi dettero.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 63 / 292 题