RE MESSÈMI—GLI—BECCA—'L—FUMO[1]

C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si ammala e more

quest'omo. I tre fratelli dicono:—«Che si ha a fare?»[2]—Dicono i

due maggiori:—«Facciamo le parti di questa roba, perchè noi si vole

andare a girare il mondo.»—Dice il minore:—«Andate, ma io non ci

vengo, io rimango con la me' gattina.»—I fratelli maggiori vanno

via e quest'altro piglia la gatta[3] e se ne fugge in una cantina.

Quando gli è sul mezzogiorno, la gattina:—«Aspettami, or'ora vengo»—la

dice. La va via e gli porta una bona minestra, un bel pezzo di lesso,

un pezzo di pane e un pochino da bere. E questo ragazzo mangia e

la gattina la gli dice di bel novo:—«Aspettami, ora ritorno.»—Poco

distante da questa cantina c'era il palazzo d'il Re. La gattina

principia a gnaulare: urli! gnau! ma urli! La servitù:—«Che hai

tu, gattina?»—«Mi fareste la carità»—dice—«il mio padrone gli è

cascato in un fosso, di darmi un vestito?»—«Volentieri»—dicono.

Vanno e gnene danno. Dopo, poi, il giorno, la va e gnene riporta e

li ringrazia. Dice uno della servitù:—«Dimmi, gattina, chi è egli il

tuo padrone?»—«Un gran signore»—dice questa gattina. Dunque Maestà

voleva sapere chi gli era. Un altro giorno la gattina la gli dice

al ragazzo:—«Aspettami.»—Ogni giorno la gli portava da mangiare, la

stessa minestra, lo stesso lesso, lo stesso pane e un pochino da

bere.—«Aspettami qui; or'ora ritorno.»—Principia a gnaulare, più che

di quel giorno, ma urli!—«Gnau! gnau! gnau!»—«Che vuoi, poerina,

icchè tu hai?»—«Fatemi il piacere»—dice—«di prestarmi lo stajo. Il

mio padrone ha bisogno di misurare de' quattrini.»—Gnene danno e la

gattina va via. I domestici vanno da Sua Maestà:—«Questo e questo

verte. Gli è venuto la gattina per lo stajo per misurare i quattrini:

gli ha da essere un signore davvero.»—Dice il Re:—«Come la ritorna,

vo' dovete dirgli: Sua Maestà bramerebbe di conoscere il suo padrone,

avrebbe molto piacere.»—Aveva la gattina una moneta di dieci paoli;

va e la mette in fondo dello stajo; e gnene riporta.—«Grazie»—dice.

I servitori vedon questa moneta:—«Gattina! gattina!»—dicono—«guarda,

ci è questa moneta!»—«Eh»—dice—«prendetela per voi. Il mio padrone

non ci ha neppure osservato!...»—«Senti, gattina; _Sua Maestà ci ha

detto, bramerebbe di fare amicizia col tuo padrone_.»—«Sissignori,

come loro comandano. Non pensino, glielo condurrò.»—Va alla cantina

e dice:—«Oh! che domani si deve andare da il Re!»—dice—«intendi

bene!»—«Da il Re, io? O tu non vedi, son tutto stracciato, tutto

rifinito? Com'è possibile ch'io possa venire?»—«Tu non devi trasgredire

quel ch'io ti dico; altrimenti, ti graffio»—la gli dice.—«Oh senti!

Tu vedrai al palazzo tutti tappeti, tutte ricchezze. Alza i piedi,

sennò tu caschi. Vai franco con meco, sennò tu passi per un poero.»—La

batte la bacchettina fatata e lui vien vestito, non posso dire come,

da andare da Sua Maestà: un abito bello. E vanno al palazzo. Subito

corre parola che c'è questo. Sua Maestà va incontro a questo signore

e lo fa passare nel suo quarto, nelle sue stanze. Quando gli è lì,

discorre del più e del meno, sapete, di tante cose.—«Ma Lei»—dice il

Re—«avrà la sposa e i figli?»—Risponde la gattina:—«Nossignore; è

giovinotto.»—Allora disse Maestà:—«Ma si trattien molto, signore?»—«Eh,

per qualche mese»—rispose la gattina—«si trattiene.»—«Dica, signore,

mi favorirebbe di stare a mangiare una zuppa da me?»—dice Maestà.

La gattina:—«Sissignore»—dice—«gli accetta volentieri.»—Sempre la

rispondeva lei. Si trattiene un altro poco lì Sua Maestà, poi va di

là e li lascia soli. La gattina dice:—«Che non credi tu di mangiare

come mangi nella cantina, che tu pari un lupo: gna, gna, gna. Ci sarà

ogni bene di Dio. Tu devi mangiare di tutto, e poco di tutto.»—«Ma

se ho tanta fame, come io farò a mangià' poco?»—dice lui alla

gatta.—«Chètati, sennò ti graffio.»—Andiamo all'ora di pranzo. Questo

ragazzo gradiva di tutto, ma pochino mangiava, come gli aveva detto

la gattina. Diceva lui alla gattina:—«Gatta, i me' cenci!»—chè gli

stava meglio alla cantina che lì, e lui insisteva.—«Chètati, ch'io ti

graffio!»—Dice Maestà:—«Cosa dice il tuo padrone?»—«Eh dice: _Gran bone

pietanze che son queste!_ Nel suo paese non si fanno.»—Finito che fu

il pranzo—«Oh senta»—dice Maestà—«oh si degnerebbe di rimanere anche

stasera da noi a dormire? due o tre giorni? Mi fa un regalo!»—Lui

guarda la gattina, che risponde:—«Sissignore, come Lei comanda. Quanto

gli sarà di piacere, noi ci staremo.»—Maestà dà ordine ai servitori

che mettan le lenzola le più grosse, le più ordinarie, che sieno nel

palazzo.—«Perchè»—dice—«se gli è un signore, non entra nel letto. Se

gli è un poero, non gli par vero; che sta a guardare le lenzola?»—Così

fu fatto. La sera, quand'è l'ora di andare a letto, la gattina entra

in camera con lui, va e scopre il letto.—«Che tu non entri nel letto,

sai, stasera!»—«Lasciami andare! Gli è tanti mesi che io dormo nella

cantina, che non mi par vero!»—«Ti dico che tu non entri!...»—e lo

graffia. Questo ragazzo si mette sur una poltrona e dorme. Venghiamo

alla gattina che non era fatto giorno:—«Gnau! gnau!»—per il[4] palazzo,

urla che la buttava giù il palazzo. I servitori s'alzano:—«Cos'hai,

gattina, cosa c'è?»—«Cosa c'è, eh? per chi gli avete preso il mio

padrone?»—dice.—«A mettergli quelle lenzola! Ha dovuto restare su d'una

poltrona tutta la notte!»—I servitori corrono da Maestà:—«Maestà,

questo e questo è stato con quelle lenzola!»—Maestà dice da sè:—«Gli

ho detto ch'era un signore! Ed io gli voglio dare mia figlia in

isposa.»—Aveva una figlia. Dà ordine ai servitori che la sera le più

sopraffine lenzola, quelle di tela che rimangono in un pugno[5] gli

fossero messe nel letto a questo ragazzo:—«E voi starete attenti

domattina se il letto gli è arruffato, se gli è com'egli v'è entrato.

Se gli è un signore, il letto è quasi tocco punto.»—Eccoti la sera

vanno in camera e la gattina va a guardare il letto:—«Oh stasera

entrerai nel letto. Ma bada bene, se tu ti movi, ti graffio in una

maniera»—dice—«che quasi tu hai a morire!»—Figuratevi, gli entra

nel letto, poero figliolo, se anche si moveva nel sonno, e il sonno

fa fare degli scossoni, la lo graffiava, ma come! Tutta la notte fu

sveglio: gua'! non poteva dormire. La mattina i servitori vanno a

vedere se gli occorreva qualcosa, cioccolata o caffè[6], quel che

gli fosse occorso, e vedono il letto senza toccare neppure. Vanno da

Maestà:—«Se la vedesse, Maestà, non par neppure che gli abbia toccato

il letto.»—Risponde il Re:—«Ve l'ho detto, eh, che era un signore?»—E

dice da sè:—«Oggi io parlo di matrimonio assolutamente.»—Venghiamo

all'ora del pranzo. Il Re lo fa discorrere questo ragazzo del più e del

meno; gli entrava sempre sul matrimonio:—«Via, si accaserebbe[7] Lei

volentieri?»—dice Maestà a questo signore. Risponde la gattina:—«Se

trovasse una ragazza per bene, una sua pari, volentierissimo

s'accaserebbe.»—Risponde Maestà:—«Non fo per lodare mia figlia; ma

se non gli dispiacesse, io gnene darei volentieri. Può star sicuro,

è una ragazza per bene, come Lei brama.»—Lui sapeva d'essere tanto

poero, non sapeva quel che dire, gua'. La gattina la gli fa che dicesse

di sì:—«Quando Lei fosse contento, Maestà»—dicono tanto lui che la

gattina—«volentierissimo nojaltri si farebbe questo passo.»—Eccoti, per

farla corta, questa ragazza la la mandano a chiamare, perchè lei la

stava su; e gli dice Maestà:—«Vedi? Questo è il vostro sposo.»—«Come

Lei comanda, signor Padre!»—Di certo, gua', la non aveva volontà. Loro

penarono poco a conchiudere le nozze e forse entro la settimana fu

fatto lo sposalizio. Dunque eccoti che si trattennero forse un altro

mese quaggiù da Sua Maestà. Poi gli dice la gattina:—«Sa bene»—gli

dice—«il su' genero gli è un Re anche lui. È un pezzo che manchiamo

dal nostro posto; e quando non c'è il Re, i sudditi han sempre da

dire[8].»—Risponde Maestà:—«Hai ragione, poerina; e così è di me,

sai? Nella settimana partirete... partiremo, perchè vengo anch'io

ad accompagnarla la mia figliola.»—Maestà va nel suo quartiere;

rimangono la gatta e il ragazzo soli.—«Ma dimmi un po', indove la

vuoi tu condurre questa sposa? nella cantina?»—la gli dice questo

giovane, gua'. Lei gli dice:—«Chètati, sennò ti graffio. Te, non

ci devi pensare.»—Quando gli è il giorno di partire, la gattina

batte la bacchetta magica e gli viene tutte queste belle strade,

tutte palazzi e ville. Maestà chiedeva:—«Di chi sono tutte queste

ville?»—Le genti dicevano:—«Di Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—Eccoti

partono con le carrozze tutte a otto e dieci cavalli; e lei si

mette a cavallo vestita da fantino, la gattina. Gli sposi col padre

entrano in carrozza e via. E per quante strade di lì fin che fossero

al posto, tutti replicavano:—«Ma di chi sono queste ville?»—ed essa

rispondeva:—«Del Re Messèmi—gli—becca—'l—fumo.»—E tutte le genti

che si domandava, sempre ripetevano così. Arrivarono al palazzo.

Da quanto era bello questo palazzo! l'architettura, tutte le mura,

tutte pietre preziose. Principiando dalle scale, tappeti, lumiere,

una cosa che sorprendeva. E servitori! Urlando tutti:—«Evviva gli

sposi! Evviva gli sposi!»—Il padre si trattiene otto o dieci giorni

in questo bel palazzo, fra queste belle robe, dicendo:—«Che sorte

è stata questa per la me' figliola! Che signore è questo!»—Fra sè

diceva:—«Io mojo contento per avere accasato una figlia a questa

maniera.»—Eccoti il giorno viene:—«Io domani parto, non posso fare di

meno, gua'!»—La mattina all'ora fissata—«Addio!»—«Addio!»—Bacia la

figliuola:—«Ci scriveremo!»—E va via, e torna al suo posto. Venghiamo

agli sposi che ogni giorno di bene in meglio, di bene in meglio,

sempre più cresceva l'abbondanza. Un giorno la dice la gattina allo

sposo:—«Avrei bisogno di parlarti in disparte.»—«Quando tu vuoi.

Quando ho finite le mie occupazioni, io verrò da te e sarò a sentire

quel che tu vuoi.»—Quando ebbe finito quel che doveva fare, eccoti,

va di là dalla gattina:—«Cosa vuoi da me?»—«Ora, aspetta un po'!»—e

serra tutti gli usci, bussole,—«Voleva sapere una cosa da te; ma bada

di dirmi la verità!»—«Te lo giuro. Dimmi, cos'è questo che mi vuoi

domandare?»—Dice:—«Abbi da sapere che io son vecchia.»—«Ebbene?»—dice

il ragazzo.—«Eh sai bene che più che vecchia non si campa. Un giorno

io devo morire. Tu vedi il bene che io t'ho fatto. Se io morissi, cosa

faresti di me?»—«Ah! Ah!»—si mette a piangere questo sposo.—«Ahi!

Ahi! non discorriamo di queste cose!»—dice piangendo.—«Ah! non mi

affliggere!»—Dice la gattina:—«Non credo di affliggerti. Voglio

sapere quel che tu faresti di me.»—«Ahn, che vuoi?»—sempre piangendo

questo ragazzo—«non ci posso pensare! Ma che vuoi ch'io ti facessi?

Ti farei una custodia tutta soda d'oro e d'argento.»—Dice la

gattina:—«Davvero?»—Risponde lui:—«Davvero. Ma non discorriamo di

queste cose.»—«Ah»—la dice—«adesso non voglio altro; se vuoi andare,

puoi andare.»—Lascia passare un tempo questa gatta, oh! anche più

d'un anno. Una notte che ti fa? per tutti i tappeti e la meglio roba,

con rispetto, la va di corpo. Con rispetto, vòmita per tutta la roba,

quanta ce n'era, con un fetore insopportabile. E poi, nel quartiere

bono, lei tutta sparata la si butta distesa morta. Venghiamo alla

mattina che i servitori s'alzano per pulire e sentono un fetore, una

cosa insopportabile. Apron le finestre e vedon tutta la roba straziata.

Vanno nel salotto bono e vedon la gattina, tutta distesa lì, sparata,

e sciupato ogni cosa.—«Noi non abbiamo colpa»—dicon tra loro.—«Si dirà

a Maestà, Maestà vedrà, ma noi non ci s'ha colpa.»—Nell'ora in cui Sua

Maestà s'alza e quando sorte dalla stanza e sente questo fetore:—«Cos'è

stato? cosa non è stato?»—I servitori dicono:—«Maestà venga a

vedere.»—E lo conducono nel salotto a vedè' la gattina tutta sparata;

tutto conciato ogni cosa. Dice lui:—«Oh porca sudicia! Prendetela e

buttatela in Arno!»—Non aveva detta questa parola e si trovò giù nella

cantina, con la sposa accanto e senza mangiare nè nulla. Dunque lui fu

costretto a scrivere al padre della moglie la disgrazia seguita, che

mandasse a prender sua figlia perchè lui era ritorno un poero meschino.

Il padre sente questo e manda a prendere la figliola e la fa tornare

lassù nel palazzo. E lui rimase poero; e in capo a poco tempo credo che

morisse di fame e di rimorso.

_In santa pace pia,

Dite la vostra, che ho detto la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 60 / 292 题