L'UCCELLINO CHE PARLA[1]

C'era una volta un Re. Non si sa per qual caso proibì che la sera

non si sortisse[2], pena la testa; nessuno, indispensabilmente,

sennò tagliata la testa. Alle ventitrè tutti avevan preparata la sua

roba in casa per la sera non sortire. Il coco qui di cucina, ch'era

giusto d'estate che sudava stando al foco, quando ebbe finito il suo

impiego:—«Cheh! o ch'io moja che m'ammazzi Sua Maestà, o ch'io moja

ch'io mi sento affogare, io vo' andar fori!»—E va fori, e si mette

alle sponde d'Arno, come sarebbe su' nostri ponti, lì a prendere il

fresco. In mentre gli è lì a prendere il fresco, sente delle voci che

dicono:—«Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, quanto

sarebbon meglio le cose!»—Gli eran tre ragazze. L'altra la dice:—«O

me, se mi desse al suo maestro di casa, quanto gli andrebbon meglio

le cose!»—E la minore:—«Oh, se Sua Maestà mi sposassi, io gli farei

tre figli: due maschi ed una femmina. I maschi di latte e sangue e i

capelli d'oro; e la femmina di latte e sangue e i capelli d'oro e una

stella in fronte.»—Quest'omo, il coco, quando ha sentito, guarda e

prende il numero dell'uscio e torna a palazzo e va a letto. La mattina

s'alza; e, appena sente che Sua Maestà s'è alzata, chiede di passare

di là. Lo fecero passare.—«Maestà,»—dice—«io sono ai vostri piedi. Io

ieri sera trasgredii i vostri comandi. Perchè io mi sentiva affogare,

io me n'andiedi fori. Mentre io era lì alle sponde a prendere il

fresco, sento delle voci. Mi affaccio e vedo. Son tre ragazze (gli

eran lì al fiume a lavare) che dicono: _Oh se Sua Maestà mi desse per

moglie al suo scudiero, vorrebbe vedere le cosa come anderebbero!_

una di quelle. L'altra dice: _Oh lui, se mi desse il suo maestro di

casa, o quello sì che le cose andrebbero bene; non anderebbero come

le vanno_. Una di quelle:—_Se Maestà mi sposassi, io gli farei tre

figli, due maschi e una femmina. I maschi di latte e sangue co' capelli

d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella in

fronte_. Ora»—dice il coco—«son qua per pagare il mio fallo: aspetto

la morte.»—«No»—risponde Maestà[3]—«io ti perdono. Ma vai subito in

traccia di queste ragazze: e dirgli che le vengan da me in tutte le

maniere con suo padre.»—Eccoti quest'omo va alla casa che la sera

avea preso l'appunto e picchia[4]. S'affaccia una di quelle ragazze,

dice:—«Chi è?»—«Apra»—dice il coco,—«gli ho da dire una cosa.»—«Oh

babbo»—dice la ragazza—«c'è uno che mi vuol dire una cosa.»—«Tirate

la corda, eh, qualcosa verrà.»—La ragazza tira la corda, il coco vien

su. Gli dice il padre:— «Cosa vole?»—a quest'omo.—«Ordine di Sua

Maestà, che le sue figlie vengan via con meco nel momento.»—«Verrò

ancora io.»—«Venite ancora voi.»—Nel mentre che le si vestivano:—«Ma,

ragazze, che iersera andaste fori?»—Gua', c'era ordine di morte e

sospettava.—«No, babbo; noi non si sortì.»—Le scendevano una scalina

della sua casa e le andavano al fiume: le non erano sortite. Il coco le

porta al palazzo e le conduce a Sua Maestà. Maestà gli dice;—«Ditemi,

ierisera, alla tal ora, o dov'eri[5] voi?»—Dice:—«Al fiume, a

lavare,»—«E cosa parlavate voi ierisera al fiume?»—La maggiore:—«Io

dissi: _Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, vorrebbe

vedere le cose come anderebbero!_»—La seconda:—«Io dissi: _Oh, se mi

desse al suo maestro di casa, non andrebber come le vanno le cose!_»—La

minore:—«Io dissi: _Oh, se Sua Maestà mi sposassi, gli vorrei far tre

figli: due maschi e una femmina. I maschi latte e sangue co' capelli

d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella

in fronte._»—«Bene!»—risponde Maestà.—«Sarà fatto quello che voi

avete chiesto. Voi sposerete il maestro di casa; voi, lo scudiero; e

voi sarete mia sposa. Ma con questo, se non saranno eseguite quelle

cose che voi avete detto, pena la morte.»—Concludon le nozze, fanno

presto, gua'. La moglie dello scudiero in pochi mesi, eh! c'eran le

scuderie che non parevan più quelle affatto: ricche, belle, per bene,

i meglio cavalli. La moglie del maestro di casa gl'interessi andavan

benone, di bene in meglio. Il Re era contentissimo: la sua sposa era

rimasta incinta. Lasciamo quand'era già su' sette mesi la sposa che era

incinta, un cugino del Re gl'impone guerra. Ma, per tornare un passo

addietro, aveva due sorelle questo Re. Dovette andare alla guerra e

lasciar la sposa: come si fa? Dice addio alla sposa:—«Ricordati quel

che t'hai promesso»—gli dice. Queste sorelle che avevan tant'astio

con questa donna, gli avevano una rabbia le sorelle del Re! Viene

l'ora che la partorisce e fa un bambino di latte e sangue co' capelli

d'oro. Che ti fanno queste sorelle? Prendono questo bambino e ti

mettono in vece una scimmia leste leste. E danno ordine a un suo

servitore che lo metta in un canestrino e lo butti in Arno. C'eran

dei barcajoli: corron dietro a questo canestrino questi barcajoli; lo

prendono e vedono questa gran bella creatura.—«Oh birbante, chi gli

è stato?»—dicono questi barcajoli; e uno dice:—«Lo porterò a casa e

lo metterò a balia questo bambino.»—Che ti fa? lo prende e lo porta a

casa e va cercando una balia per custodirlo, che la gli desse latte.

Venghiamo ora a Maestà che doveva avere la risposta da queste sorelle,

come stava la sposa, come l'aveva partorito. Gli mandano a dire che

la sua consorte gli avea fatto una scimmia invece di un bambino di

latte e sangue co' capelli d'oro; cosa ne dovevan fare?—«O scimmia o

altro, tenete conto di lei»—risponde il Re alle sorelle. Dunque, quando

lui gli ha finito la guerra, torna a Firenze. Ma non era l'istesso

verso la moglie. Sì, gli voleva bene; ma mai non come prima, perchè

sperava nella parola che la gli aveva data. In questo tempo, la ritorna

incinta. Per tornare al bambino che è a balia, il balio vede questi

capelli:—«Ma guarda»—dice alla moglie,—«non ti pare oro codesto?»—Dice

la moglie:—«Sì, ch'è oro.»—Tagliano una ciocca di capelli e vanno a

venderla. L'orefice la pesa e gli dà una somma, ma di molto, sapete,

perchè era oro pesante e bello, che questo balio e questa balia erano

arricchiti con questi quattrini. Ogni giorno gli tagliavano i capelli e

andavano a venderli. Venghiamo ora a Sua Maestà, che mentre sua moglie

gli era di sette mesi, suo cugino gl'impone guerra un'altra volta. Ecco

lui va via, va alla guerra, dice addio alla moglie:—«Ricordati delle

promesse!»—Vien l'ora che la partorisce e fa un maschio come l'aveva

detto, co' capelli d'oro e con le carni di latte e sangue. Le birbanti

delle sorelle[6] fanno prendere il bambino e ci mettono un cane.

All'istesso omo dicono:—«Buttatelo, come avete fatto a quell'altro, in

Arno.»—Questi barcajoli stessi veggono un altro canestrino, vanno e lo

prendono e veggono un altro bambino:—«Ah poerino! Ma che bricconate

son queste?»—dicono i barcajoli. Quel navicellajo prende il bambino

e fa come all'altro; lo porta a casa e poi va dalla balia e riprende

quello primo e rimette questo a balia e vien via a casa[7] col bambino

maggiore. Lasciamo a questi e venghiamo alla novità che doveva avere

il Re, se l'aveva partorito la su' moglie. E gli mandarono a dire le

sorelle:—«L'ha fatto un cane la vostra sposa; scriveteci quel che

si deve far di lei.»—«O cane o altro, tenerne di conto;»—manda a

dire il Re.—«O cane o cagna, tenetene di conto.»—Il navicellajo ogni

tanto l'andava a veder questo bambino. E trova il balio arricchito,

in una maniera! con tanta mobilia, loro vestiti tutti per bene.—«In

che maniera»—dice—«vo' siete così arricchiti?»—«Oh»—dicono—«noi siamo

arricchiti...»—tante bugie! Ma il navicellajo guarda il bambino e vede

i capelli tutti d'oro: ci fa osservazione.—«Oh bricconi»—dice—«perchè

non me lo dire? Voi mi renderete la metà dei quattrini che avete

presi.»—Questi balii, gua'! gli danno la metà de' quattrini e gli

dicono:—«Per amor di dio, la ci perdoni!»—«Eh!»—dice—«Io vi perdono.

Basta che facciamo a mezzo, è finita.»—Venghiamo ora che lui torna

alla moglie, gli mostra i quattrini e gli racconta il caso.—«Noi si

taglierà i capelli al nostro e così si arricchirà.»—Eccoti che il Re

che torna alla città e va al palazzo dalla sposa, sempre più serio. Ma

poi, sapete, gli voleva bene di molto e sperava nell'ultimo figliolo.

Lei rimane incinta un'altra volta. Mentre che la rimane incinta, eccoti

il cugino che gl'impone proprio un'altra volta guerra al Re, destino

proprio! Ma il Re deve andare alla guerra e gli dice:—«Addio; ricordati

della promessa. Ora non ce n'è più che un solo de' figlioli.»—Ella

la partorisce e fa la bambina di latte e sangue, co' capelli d'oro

e la stella in fronte. Le sorelle per l'istess'omo la fan mettere in

un canestrino e buttare in Arno; e ci mettono una tigre in letto,

piccolina. Scrivono al Re che la sua sposa l'ha fatta una tigre; quel

che le avevano a fare della sua sposa. Lui gli dice:—«Quel che volete;

purchè, come io vengo a Firenze, non ci sia nel palazzo.»—Torniamo

ora a questi barcaroli. Veggon l'istesso canestrino[8], lo prendono e

veggon questa bambina, che! una cosa che sorprendeva. La prendono e

la portano a casa del solito navicellajo. E questo poi va cercando la

balia, e riprende il maschio e mette la bambina. E de' quattrini de'

capelli sempre facevano a mezzo. Venghiamo alle sorelle che il Re gli

lascia piena libertà di far quel che le vogliono di questa donna. La

prendono, la levano di letto, la portano giù in cantina, la murano di

qui in giù; dal collo in giù, tutta murata, altro che la testa fori.

Ed ogni giorno gli andavano a portare un po' di pane, un bicchier

d'acqua; e uno schiaffo per una gli davano: questo era il suo mangiare.

Per tornare un passo addietro, il Re gli aveva scritto che murassero

le stanze di questa donna dov'era stata: non le voleva veder più. Il

Re torna, bell'e finita la guerra, e non fa menzione della moglie, non

ne ricerca, chêh! Entra nel suo quartiere, com'era solito, senza dir

nulla. Altro dicendo:—«Guarda come sono stato messo in mezzo da questa

donna!»—da sè diceva. Venghiamo ora al navicellajo, che la bambina

era grande, la riprende, dà uno sborso al balio e la riporta a casa.

Questi ragazzi e questa bambina crescevano che bisognava vedere che

belle creature erano codeste! E il navicellajo avea fatta tanta e tanta

ricchezza su questi capelli. Dice alla moglie:—«Qui bisogna pensare a

questi ragazzi; bisogna fabbricargli un palazzo, poerini, per quando

saran grandi.»—Ma questo navicellajo stava poco distante dal Re, padre

di questi bambini. Fabbrica questo gran bel palazzo che gli era anche

più bello di quello del Re, davvero; con un giardino in dove c'eran

tutte le meraviglie, non c'era più che desiderare. Que' bambini sempre

crescevano, si fecero giovanettini; la bambina una ragazzina. Quando

fu un dato tempo si ammala questo navicellajo e more. Per dispiacere,

la moglie, sopraggiunge una febbre e more anco lei. E rimane questi

tre giovanetti, ricchi, che figuratevi! non ve la posso dire la

ricchezza che su' capelli aveva fatta il navicellajo. E i giovanetti

procurorno d'occuparsi in qualche occupazione. La bambina rimaneva in

casa a far le faccende domestiche. Quando aveva fatte le sue faccende

domestiche, andava nel giardino così per passare una mezz'ora. Poi

tornava i fratelli a mangiare, che s'adoravano: questi due fratelli

adoravan la bambina e la bambina adorava loro, proprio s'adoravano

da veri fratelli. Un giorno, quando l'era nel giardino, la dice da

sè:—«Cosa manca in questo giardino? di più non ci pol essere. Oh che

degna cosa che è questo giardino!»—Lì al cancello gli si presenta una

vecchia:—«Te, tu dici che in questo giardino non manca nulla?»—la

gli dice la vecchia.—«Ci mancano tre cose, bambina!»—dice.—«E quali

sono?»—«Uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—In

mentre la bambina la voleva dire:—«E in dove si pol ire?...»—la

vecchia la sparisce, la non c'era più. E lei si mette a piangere

disperata:—«Ah io credeva che non mancasse nulla, e ci mancano tre

cose: uccello che parla; albero che canta; fontana, che brilla!»—E

piangeva a calde lagrime. Tornano i fratelli e la veggono disperata

in quel modo lì:—«Cosa c'è? cosa ci hai?»—«Eh lasciatemi stare! Era

nel giardino che a me dicevo che non mancava nulla, che proprio non

ci poteva che desiderare. M'è apparito una vecchia che m'ha detto:

_Te, lo dici che non manca nulla; ci mancano tre cose: uccello che

parla, albero che canta, fontana che brilla._»—«Ah!»—dice il fratello

maggiore—«e siei disperata per questo? Sarò io che ti farò felice. Vado

io cercando queste tre cose.»—Aveva un anello questo fratello in dito;

se lo leva, e gnene mette in dito alla sorella, e gli dice:—«Quando

sarà cangiata la pietra, sarà segno che io son morto.»—La sorella

non vole che vada:—«Ah!»—l'urla—«io non vo'....»—Ma lui parte e non

gli dà retta e va via. Quando gli ha fatto un pezzo di strada; ma un

pezzo, via, molto, trova una vecchia che gli dice:—«Dove tu vai, bel

giovane?»—«Oh vado in cerca dell'uccello che parla, albero che canta,

fontana che brilla.»—«Poerino!»—dice—«tu non sai che hai da camminar

tanto!»—«Eh»—dice—«cammini quanto volete: gua', io ho da trovar

questa roba.»—In mentre che tu hai finita la strada, tu troverai una

bellissima piazza dove c'è una porta. Entra dentro e vedrai un cortile

lungo lungo, ma lungo! Di qui e di là non vedrai altro che statue;

che sono uomini e donne andati come siei ito tu, tale e quale, per

cercare queste tre cose. Te, le puoi avere. Se quando tu senti urlare,

strapparti per la persona, se tu non ti volti, questa roba l'è tua;

ma se ti volti, tu divieni statua.»—Questo giovane ringraziò questa

donna e si rimette in cammino. E cammina quanto può e arriva a questa

bellissima piazza che gli avea detto ed entra nel cortile. Appena

ch'egli è entrato nel cortile principia a sentire urli.—«Acchiàppalo!

acchiàppalo! Lascialo ire! Dàgli, dàgli!»—Chi lo strappa di qui, chi

di là, una cosa impossibile, ecco! Lui resiste per un pezzo, ma poi si

volta e viene una statua. Veniamo alla sorella. La guarda l'anello

e la vede che la pietra divien gialla. Urla:—«Ah! mio fratello, mio

fratello è morto!»—Dice l'altro fratello:—«Se è morto il fratello,

son vivo io per farti felice.»——E la bambina l'urla che non vol che

vada via a nessun costo. L'urla! Ma lui non gli dà retta, scappa

via ed è finita. E la ragazza rimane a piangere dicendo:—«Io son la

vittima de' miei fratelli! io per la mia ambizione sono la vittima[9]

de' miei fratelli!»—Il fratello cammina cammina; quando gli ha fatto

un pezzo di strada trova la stessa vecchina dell'altro; l'istessa

vecchina l'incontra. E lei dice:—«Dove vai, bel giovane?»—«Vado

così a trovare l'uccello che parla, albero che canta, fontana che

brilla.»—«Ah poerino, te hai a camminare assai!»—«Eh!»—dice—«questo

si sa. Camminerò quanto ci vole! Tanto io l'ho da trovar questa

roba.»—«Ma senti. Troverai una bellissima piazza...»—la vecchina gli

dice come a quell'altro maggiore.—«E poi te troverai un bellissimo

cortile. Appena che tu entri dentro sentirai urlare. Non ti voltare,

altrimenti tu diventerai una statua.»—Questo ragazzo la ringrazia,

va via, e trova la piazza col cortile e entra dentro. E sente:—«Ah

piglialo! acchiappalo!»—Lo strascinavan di qui, lo battevano, mah!

non era possibile, gua'! Stancato, si volta.—«Eh state fermi!»—Rimane

una statua. Venghiamo alla sorella. Guarda l'anello e vede la pietra

cangiata un'altra volta[10]. Lei urla e dice:—«Oh dio! l'è morto anche

questo de' miei fratelli! Sono stata io la vittima!»—Che ti fa? Serra

il palazzo e va via:—«Sono morti loro, e voglio morire anch'io.»—Quando

ha fatto un pezzo di strada, la trova l'istessa vecchina.—«Ah, dove

vai, bella ragazza?»—«Ah!»—la gli dice—«vado incontro di uccello che

parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Poerina!»—dice—«tu

morirai!»—«Eh! come han fatto i miei fratelli! Sono morti loro e

voglio morire anch'io!»—«Lo so, che quelli eran tuoi fratelli»—la gli

dice.—«Tieni queste due pentole di lardo, con questo pennello. Tieni

questa boccettina per mette' l'acqua della fontana. Se ti riesce di

passare, èmpila d'acqua, prendi una rama di quell'albero e acchiappa

l'uccellino e vien via. Di queste due pentole io ti do, quando tu

torni addietro, ungi tutte queste statue, fra quelle c'è anche i

tuoi fratelli. Ungile tutte, risuscitan tutte; quante ce ne è, tante

risuscitano.»—Poi la gli dice—«questa boccettina, buttala nella tua

vasca, tu vedrai come brilla! Quella rama, piantala dove tu vuoi nel

tuo giardino, tu sentirai come canta! E l'uccello, mettilo su un

posto nel boschetto, tu sentirai come discorre!»—Eccoti la bambina,

la ragazza ringrazia questa vecchina e va via via via e trova il

posto che gli aveva detto. Entra e principia a sentire:—«Acchiàppala!

pìgliala! pìgliala!»—sempre urli; e chi la tirava di qui, chi di

là. Ma lei costante, arriva al giardino senza mai voltarsi. Entra

dentro, empie la boccettina di acqua, come la vecchina gli aveva

detto, prende la rama dell'albero, acchiappa l'uccello e vien via.

L'uccello se lo mette in seno e poi la prende queste pentole che gli

avevan dato ed unge tutte le statue, che risuscitano. Urla! tutti,

uomini e donne:—«Ah ecco la nostra liberatrice! Ah ecco la nostra

liberatrice!»—Urla di tutti quelli che risuscitavano. Costì c'era

anche i suoi fratelli. Figuratevi! baci, abbracciamenti vedendo la sua

sorella. Ognuno andiede alle sue case. La ragazze e i fratelli tornano

al loro palazzo. Lei, appena entra in casa, va nel suo giardino e

butta l'acqua subito nella vasca. E comincia a brillare quest'acqua:

fontana che brilla, brilla che era una cosa che sorprendeva. E così

pianta la rama; e la diviene un albero che comincia a cantare. E si

cava l'uccellino dal seno e comincia a ragionare. Maestà s'affaccia

e sente questi canti dell'albero, questi ragionamenti dell'uccello,

vede questa fontana brillante e rimane estatico. E vede questi tre,

due ragazzi e una ragazza, compagni come gli avea detto la sua sposa.

Sente in sè un trasporto verso quei ragazzi, una cosa seria: eran suoi!

Principia a discorrere a questi ragazzi:—«Oh! gran bel giardino che

avete!»—dice—«gran bella cosa che avete!»—«Maestà,—dicono i ragazzi—«se

Lei ci fa degni, pò venire pure a passeggiare una mezz'ora, un'ora nel

giardino.»—«Ben volentieri accetterò quest'invito di venire.»—E va

nel giardino di questi ragazzi, discorre del più e del meno e poi gli

dice:—«Verreste a mangiare una zuppa da me?»—«Ah Signore»—dicono—«sarà

troppo incomodo.»—«No;»—dice—«mi fate un regalo.»—«E allora accetteremo

le sue grazie e dimani saremo da Lei.»—Il Re va via, viene a casa

e dice alle sorelle:—«Domani ci ho persone a pranzo.»—«E chi ci

avete?»—«Ci ho quei ragazzini di quel giardino là.»—«Quelli!...»—Esse

lo sapevano che eran quelli i figlioli del Re.—«Ah noi ci dispensiamo,

non si ci vole stare a questo pranzo»—dicono le sorelle.—«Perchè

non ci volete stare? Son tanto boni que' ragazzi! Andiamo, andiamo,

non facciamo chiasso.»—E le sorelle, gua! s'accordarono. La bambina

la prende l'uccellino che parla e se lo mette in seno per andare al

pranzo.—«Maestà,»—dice—«mi sono presa la libertà, ho portato ancora

l'uccellino.»—«Bene: anzi sarà il divertimento della tavola!»—Quando

furono sul bello del desinare gli dicono:—«Uccello, non dici

niente?»—«Oh signore,»—dice—«avrei un fatto da raccontare, se Lei mi

permette. Vi era un Re: in un tal tempo, non si sa per qual caso,

proibì che la sera andassero fuori dalle ventiquattro in là. L'omo

di cucina che sente quest'ordine, era così stanco e sudato, dice da

sè: _O ch'io moja di caldo o che mi faccia morir Sua Maestà, tanto è

l'istesso! io vado fori._ E si mette alle sponde d'Arno a prendere il

fresco. Mentre che gli è a prendere il fresco, sente voci che parlano.

S'affaccia. Erano tre ragazze. Una di quelle dice: _O se il Re mi

desse per moglie al suo scudiero, dovrebbero vedere come andrebbero le

cose!_ L'altra: _Se mi desse al maestro di casa, quello sì che vorrebbe

vedere come andrebbono!_ La terza dice: _O se Sua Maestà mi sposassi,

vorrebbe vedere! Gli farei tre figli: due maschi e una bambina. I

maschi di latte e sangue e i capelli d'oro_, che son quelli lì; _la

bambina di latte e sangue coi capelli d'oro e la stella in fronte_,

come Lei vede. L'omo di cucina raccontò tutto al Re, che gli perdonò

la vita, e maritò le tre ragazze secondo le avevan detto. Le briccone

delle sue sorelle»—e l'uccellino le accenna col becco facendo col capo

così—«la sua Sposa l'aveva fatto questi bambini e loro dicevano l'aveva

fatto la scimmia, il cane e la tigre. E la sua Sposa è giù in cantina,

murata dal collo in giù, e tutti i giorni un po' di pane, un bicchier

d'acqua e uno schiaffo da quelle scimmie.»—Maestà che sente questo,

corre giù alla cantina con tutti i suoi signori che avea dintorno, e

trova questa infelice, murata come aveva detto l'uccellino, più morta

che viva. La fa smurare, la fa mettere su di una materassa, e portare

su nel quartiere a riaversi. Il Re piangeva su di lei ed abbracciava i

suoi bambini dicendo:—«Tanto birbanti le mie sorelle sono state! Ma mi

saprò vendicare!»—Ordina che sian rizzate le forche assolutamente nel

momento. E nel mentre che la sposa cominciava a stare benino, nell'ora

del pranzo, furono impiccate quelle briccone. Non si pò spiegare la

contentezza di questo signore, quando vide che la sposa stava meglio

e che gli perdonava. Gli chiese tanto perdono e i bambini sempre li

baciava. Costì se ne stiedero tutti uniti fino che comparono. E lei gli

fece degli altri figli; rimasero ricchi di tutta la ricchezza delle

sorelle che avevano cose assai. E stretta la foglia e larga la via,

dite la vostra che ho detto la mia. L'Uccellino che canta finisce così.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 44 / 292 题