C'era una volta un Re. Non si sa per qual caso proibì che la sera
non si sortisse[2], pena la testa; nessuno, indispensabilmente,
sennò tagliata la testa. Alle ventitrè tutti avevan preparata la sua
roba in casa per la sera non sortire. Il coco qui di cucina, ch'era
giusto d'estate che sudava stando al foco, quando ebbe finito il suo
impiego:—«Cheh! o ch'io moja che m'ammazzi Sua Maestà, o ch'io moja
ch'io mi sento affogare, io vo' andar fori!»—E va fori, e si mette
alle sponde d'Arno, come sarebbe su' nostri ponti, lì a prendere il
fresco. In mentre gli è lì a prendere il fresco, sente delle voci che
dicono:—«Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, quanto
sarebbon meglio le cose!»—Gli eran tre ragazze. L'altra la dice:—«O
me, se mi desse al suo maestro di casa, quanto gli andrebbon meglio
le cose!»—E la minore:—«Oh, se Sua Maestà mi sposassi, io gli farei
tre figli: due maschi ed una femmina. I maschi di latte e sangue e i
capelli d'oro; e la femmina di latte e sangue e i capelli d'oro e una
stella in fronte.»—Quest'omo, il coco, quando ha sentito, guarda e
prende il numero dell'uscio e torna a palazzo e va a letto. La mattina
s'alza; e, appena sente che Sua Maestà s'è alzata, chiede di passare
di là. Lo fecero passare.—«Maestà,»—dice—«io sono ai vostri piedi. Io
ieri sera trasgredii i vostri comandi. Perchè io mi sentiva affogare,
io me n'andiedi fori. Mentre io era lì alle sponde a prendere il
fresco, sento delle voci. Mi affaccio e vedo. Son tre ragazze (gli
eran lì al fiume a lavare) che dicono: _Oh se Sua Maestà mi desse per
moglie al suo scudiero, vorrebbe vedere le cosa come anderebbero!_
una di quelle. L'altra dice: _Oh lui, se mi desse il suo maestro di
casa, o quello sì che le cose andrebbero bene; non anderebbero come
le vanno_. Una di quelle:—_Se Maestà mi sposassi, io gli farei tre
figli, due maschi e una femmina. I maschi di latte e sangue co' capelli
d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella in
fronte_. Ora»—dice il coco—«son qua per pagare il mio fallo: aspetto
la morte.»—«No»—risponde Maestà[3]—«io ti perdono. Ma vai subito in
traccia di queste ragazze: e dirgli che le vengan da me in tutte le
maniere con suo padre.»—Eccoti quest'omo va alla casa che la sera
avea preso l'appunto e picchia[4]. S'affaccia una di quelle ragazze,
dice:—«Chi è?»—«Apra»—dice il coco,—«gli ho da dire una cosa.»—«Oh
babbo»—dice la ragazza—«c'è uno che mi vuol dire una cosa.»—«Tirate
la corda, eh, qualcosa verrà.»—La ragazza tira la corda, il coco vien
su. Gli dice il padre:— «Cosa vole?»—a quest'omo.—«Ordine di Sua
Maestà, che le sue figlie vengan via con meco nel momento.»—«Verrò
ancora io.»—«Venite ancora voi.»—Nel mentre che le si vestivano:—«Ma,
ragazze, che iersera andaste fori?»—Gua', c'era ordine di morte e
sospettava.—«No, babbo; noi non si sortì.»—Le scendevano una scalina
della sua casa e le andavano al fiume: le non erano sortite. Il coco le
porta al palazzo e le conduce a Sua Maestà. Maestà gli dice;—«Ditemi,
ierisera, alla tal ora, o dov'eri[5] voi?»—Dice:—«Al fiume, a
lavare,»—«E cosa parlavate voi ierisera al fiume?»—La maggiore:—«Io
dissi: _Oh, se Sua Maestà mi desse per moglie al suo scudiero, vorrebbe
vedere le cose come anderebbero!_»—La seconda:—«Io dissi: _Oh, se mi
desse al suo maestro di casa, non andrebber come le vanno le cose!_»—La
minore:—«Io dissi: _Oh, se Sua Maestà mi sposassi, gli vorrei far tre
figli: due maschi e una femmina. I maschi latte e sangue co' capelli
d'oro; la femmina di latte e sangue co' capelli d'oro e una stella
in fronte._»—«Bene!»—risponde Maestà.—«Sarà fatto quello che voi
avete chiesto. Voi sposerete il maestro di casa; voi, lo scudiero; e
voi sarete mia sposa. Ma con questo, se non saranno eseguite quelle
cose che voi avete detto, pena la morte.»—Concludon le nozze, fanno
presto, gua'. La moglie dello scudiero in pochi mesi, eh! c'eran le
scuderie che non parevan più quelle affatto: ricche, belle, per bene,
i meglio cavalli. La moglie del maestro di casa gl'interessi andavan
benone, di bene in meglio. Il Re era contentissimo: la sua sposa era
rimasta incinta. Lasciamo quand'era già su' sette mesi la sposa che era
incinta, un cugino del Re gl'impone guerra. Ma, per tornare un passo
addietro, aveva due sorelle questo Re. Dovette andare alla guerra e
lasciar la sposa: come si fa? Dice addio alla sposa:—«Ricordati quel
che t'hai promesso»—gli dice. Queste sorelle che avevan tant'astio
con questa donna, gli avevano una rabbia le sorelle del Re! Viene
l'ora che la partorisce e fa un bambino di latte e sangue co' capelli
d'oro. Che ti fanno queste sorelle? Prendono questo bambino e ti
mettono in vece una scimmia leste leste. E danno ordine a un suo
servitore che lo metta in un canestrino e lo butti in Arno. C'eran
dei barcajoli: corron dietro a questo canestrino questi barcajoli; lo
prendono e vedono questa gran bella creatura.—«Oh birbante, chi gli
è stato?»—dicono questi barcajoli; e uno dice:—«Lo porterò a casa e
lo metterò a balia questo bambino.»—Che ti fa? lo prende e lo porta a
casa e va cercando una balia per custodirlo, che la gli desse latte.
Venghiamo ora a Maestà che doveva avere la risposta da queste sorelle,
come stava la sposa, come l'aveva partorito. Gli mandano a dire che
la sua consorte gli avea fatto una scimmia invece di un bambino di
latte e sangue co' capelli d'oro; cosa ne dovevan fare?—«O scimmia o
altro, tenete conto di lei»—risponde il Re alle sorelle. Dunque, quando
lui gli ha finito la guerra, torna a Firenze. Ma non era l'istesso
verso la moglie. Sì, gli voleva bene; ma mai non come prima, perchè
sperava nella parola che la gli aveva data. In questo tempo, la ritorna
incinta. Per tornare al bambino che è a balia, il balio vede questi
capelli:—«Ma guarda»—dice alla moglie,—«non ti pare oro codesto?»—Dice
la moglie:—«Sì, ch'è oro.»—Tagliano una ciocca di capelli e vanno a
venderla. L'orefice la pesa e gli dà una somma, ma di molto, sapete,
perchè era oro pesante e bello, che questo balio e questa balia erano
arricchiti con questi quattrini. Ogni giorno gli tagliavano i capelli e
andavano a venderli. Venghiamo ora a Sua Maestà, che mentre sua moglie
gli era di sette mesi, suo cugino gl'impone guerra un'altra volta. Ecco
lui va via, va alla guerra, dice addio alla moglie:—«Ricordati delle
promesse!»—Vien l'ora che la partorisce e fa un maschio come l'aveva
detto, co' capelli d'oro e con le carni di latte e sangue. Le birbanti
delle sorelle[6] fanno prendere il bambino e ci mettono un cane.
All'istesso omo dicono:—«Buttatelo, come avete fatto a quell'altro, in
Arno.»—Questi barcajoli stessi veggono un altro canestrino, vanno e lo
prendono e veggono un altro bambino:—«Ah poerino! Ma che bricconate
son queste?»—dicono i barcajoli. Quel navicellajo prende il bambino
e fa come all'altro; lo porta a casa e poi va dalla balia e riprende
quello primo e rimette questo a balia e vien via a casa[7] col bambino
maggiore. Lasciamo a questi e venghiamo alla novità che doveva avere
il Re, se l'aveva partorito la su' moglie. E gli mandarono a dire le
sorelle:—«L'ha fatto un cane la vostra sposa; scriveteci quel che
si deve far di lei.»—«O cane o altro, tenerne di conto;»—manda a
dire il Re.—«O cane o cagna, tenetene di conto.»—Il navicellajo ogni
tanto l'andava a veder questo bambino. E trova il balio arricchito,
in una maniera! con tanta mobilia, loro vestiti tutti per bene.—«In
che maniera»—dice—«vo' siete così arricchiti?»—«Oh»—dicono—«noi siamo
arricchiti...»—tante bugie! Ma il navicellajo guarda il bambino e vede
i capelli tutti d'oro: ci fa osservazione.—«Oh bricconi»—dice—«perchè
non me lo dire? Voi mi renderete la metà dei quattrini che avete
presi.»—Questi balii, gua'! gli danno la metà de' quattrini e gli
dicono:—«Per amor di dio, la ci perdoni!»—«Eh!»—dice—«Io vi perdono.
Basta che facciamo a mezzo, è finita.»—Venghiamo ora che lui torna
alla moglie, gli mostra i quattrini e gli racconta il caso.—«Noi si
taglierà i capelli al nostro e così si arricchirà.»—Eccoti che il Re
che torna alla città e va al palazzo dalla sposa, sempre più serio. Ma
poi, sapete, gli voleva bene di molto e sperava nell'ultimo figliolo.
Lei rimane incinta un'altra volta. Mentre che la rimane incinta, eccoti
il cugino che gl'impone proprio un'altra volta guerra al Re, destino
proprio! Ma il Re deve andare alla guerra e gli dice:—«Addio; ricordati
della promessa. Ora non ce n'è più che un solo de' figlioli.»—Ella
la partorisce e fa la bambina di latte e sangue, co' capelli d'oro
e la stella in fronte. Le sorelle per l'istess'omo la fan mettere in
un canestrino e buttare in Arno; e ci mettono una tigre in letto,
piccolina. Scrivono al Re che la sua sposa l'ha fatta una tigre; quel
che le avevano a fare della sua sposa. Lui gli dice:—«Quel che volete;
purchè, come io vengo a Firenze, non ci sia nel palazzo.»—Torniamo
ora a questi barcaroli. Veggon l'istesso canestrino[8], lo prendono e
veggon questa bambina, che! una cosa che sorprendeva. La prendono e
la portano a casa del solito navicellajo. E questo poi va cercando la
balia, e riprende il maschio e mette la bambina. E de' quattrini de'
capelli sempre facevano a mezzo. Venghiamo alle sorelle che il Re gli
lascia piena libertà di far quel che le vogliono di questa donna. La
prendono, la levano di letto, la portano giù in cantina, la murano di
qui in giù; dal collo in giù, tutta murata, altro che la testa fori.
Ed ogni giorno gli andavano a portare un po' di pane, un bicchier
d'acqua; e uno schiaffo per una gli davano: questo era il suo mangiare.
Per tornare un passo addietro, il Re gli aveva scritto che murassero
le stanze di questa donna dov'era stata: non le voleva veder più. Il
Re torna, bell'e finita la guerra, e non fa menzione della moglie, non
ne ricerca, chêh! Entra nel suo quartiere, com'era solito, senza dir
nulla. Altro dicendo:—«Guarda come sono stato messo in mezzo da questa
donna!»—da sè diceva. Venghiamo ora al navicellajo, che la bambina
era grande, la riprende, dà uno sborso al balio e la riporta a casa.
Questi ragazzi e questa bambina crescevano che bisognava vedere che
belle creature erano codeste! E il navicellajo avea fatta tanta e tanta
ricchezza su questi capelli. Dice alla moglie:—«Qui bisogna pensare a
questi ragazzi; bisogna fabbricargli un palazzo, poerini, per quando
saran grandi.»—Ma questo navicellajo stava poco distante dal Re, padre
di questi bambini. Fabbrica questo gran bel palazzo che gli era anche
più bello di quello del Re, davvero; con un giardino in dove c'eran
tutte le meraviglie, non c'era più che desiderare. Que' bambini sempre
crescevano, si fecero giovanettini; la bambina una ragazzina. Quando
fu un dato tempo si ammala questo navicellajo e more. Per dispiacere,
la moglie, sopraggiunge una febbre e more anco lei. E rimane questi
tre giovanetti, ricchi, che figuratevi! non ve la posso dire la
ricchezza che su' capelli aveva fatta il navicellajo. E i giovanetti
procurorno d'occuparsi in qualche occupazione. La bambina rimaneva in
casa a far le faccende domestiche. Quando aveva fatte le sue faccende
domestiche, andava nel giardino così per passare una mezz'ora. Poi
tornava i fratelli a mangiare, che s'adoravano: questi due fratelli
adoravan la bambina e la bambina adorava loro, proprio s'adoravano
da veri fratelli. Un giorno, quando l'era nel giardino, la dice da
sè:—«Cosa manca in questo giardino? di più non ci pol essere. Oh che
degna cosa che è questo giardino!»—Lì al cancello gli si presenta una
vecchia:—«Te, tu dici che in questo giardino non manca nulla?»—la
gli dice la vecchia.—«Ci mancano tre cose, bambina!»—dice.—«E quali
sono?»—«Uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla.»—In
mentre la bambina la voleva dire:—«E in dove si pol ire?...»—la
vecchia la sparisce, la non c'era più. E lei si mette a piangere
disperata:—«Ah io credeva che non mancasse nulla, e ci mancano tre
cose: uccello che parla; albero che canta; fontana, che brilla!»—E
piangeva a calde lagrime. Tornano i fratelli e la veggono disperata
in quel modo lì:—«Cosa c'è? cosa ci hai?»—«Eh lasciatemi stare! Era
nel giardino che a me dicevo che non mancava nulla, che proprio non
ci poteva che desiderare. M'è apparito una vecchia che m'ha detto:
_Te, lo dici che non manca nulla; ci mancano tre cose: uccello che
parla, albero che canta, fontana che brilla._»—«Ah!»—dice il fratello
maggiore—«e siei disperata per questo? Sarò io che ti farò felice. Vado
io cercando queste tre cose.»—Aveva un anello questo fratello in dito;
se lo leva, e gnene mette in dito alla sorella, e gli dice:—«Quando
sarà cangiata la pietra, sarà segno che io son morto.»—La sorella
non vole che vada:—«Ah!»—l'urla—«io non vo'....»—Ma lui parte e non
gli dà retta e va via. Quando gli ha fatto un pezzo di strada; ma un
pezzo, via, molto, trova una vecchia che gli dice:—«Dove tu vai, bel
giovane?»—«Oh vado in cerca dell'uccello che parla, albero che canta,
fontana che brilla.»—«Poerino!»—dice—«tu non sai che hai da camminar
tanto!»—«Eh»—dice—«cammini quanto volete: gua', io ho da trovar
questa roba.»—In mentre che tu hai finita la strada, tu troverai una
bellissima piazza dove c'è una porta. Entra dentro e vedrai un cortile
lungo lungo, ma lungo! Di qui e di là non vedrai altro che statue;
che sono uomini e donne andati come siei ito tu, tale e quale, per
cercare queste tre cose. Te, le puoi avere. Se quando tu senti urlare,
strapparti per la persona, se tu non ti volti, questa roba l'è tua;
ma se ti volti, tu divieni statua.»—Questo giovane ringraziò questa
donna e si rimette in cammino. E cammina quanto può e arriva a questa
bellissima piazza che gli avea detto ed entra nel cortile. Appena
ch'egli è entrato nel cortile principia a sentire urli.—«Acchiàppalo!
acchiàppalo! Lascialo ire! Dàgli, dàgli!»—Chi lo strappa di qui, chi
di là, una cosa impossibile, ecco! Lui resiste per un pezzo, ma poi si
volta e viene una statua. Veniamo alla sorella. La guarda l'anello
e la vede che la pietra divien gialla. Urla:—«Ah! mio fratello, mio
fratello è morto!»—Dice l'altro fratello:—«Se è morto il fratello,
son vivo io per farti felice.»——E la bambina l'urla che non vol che
vada via a nessun costo. L'urla! Ma lui non gli dà retta, scappa
via ed è finita. E la ragazza rimane a piangere dicendo:—«Io son la
vittima de' miei fratelli! io per la mia ambizione sono la vittima[9]
de' miei fratelli!»—Il fratello cammina cammina; quando gli ha fatto
un pezzo di strada trova la stessa vecchina dell'altro; l'istessa
vecchina l'incontra. E lei dice:—«Dove vai, bel giovane?»—«Vado
così a trovare l'uccello che parla, albero che canta, fontana che
brilla.»—«Ah poerino, te hai a camminare assai!»—«Eh!»—dice—«questo
si sa. Camminerò quanto ci vole! Tanto io l'ho da trovar questa
roba.»—«Ma senti. Troverai una bellissima piazza...»—la vecchina gli
dice come a quell'altro maggiore.—«E poi te troverai un bellissimo
cortile. Appena che tu entri dentro sentirai urlare. Non ti voltare,
altrimenti tu diventerai una statua.»—Questo ragazzo la ringrazia,
va via, e trova la piazza col cortile e entra dentro. E sente:—«Ah
piglialo! acchiappalo!»—Lo strascinavan di qui, lo battevano, mah!
non era possibile, gua'! Stancato, si volta.—«Eh state fermi!»—Rimane
una statua. Venghiamo alla sorella. Guarda l'anello e vede la pietra
cangiata un'altra volta[10]. Lei urla e dice:—«Oh dio! l'è morto anche
questo de' miei fratelli! Sono stata io la vittima!»—Che ti fa? Serra
il palazzo e va via:—«Sono morti loro, e voglio morire anch'io.»—Quando
ha fatto un pezzo di strada, la trova l'istessa vecchina.—«Ah, dove
vai, bella ragazza?»—«Ah!»—la gli dice—«vado incontro di uccello che
parla, albero che canta, fontana che brilla.»—«Poerina!»—dice—«tu
morirai!»—«Eh! come han fatto i miei fratelli! Sono morti loro e
voglio morire anch'io!»—«Lo so, che quelli eran tuoi fratelli»—la gli
dice.—«Tieni queste due pentole di lardo, con questo pennello. Tieni
questa boccettina per mette' l'acqua della fontana. Se ti riesce di
passare, èmpila d'acqua, prendi una rama di quell'albero e acchiappa
l'uccellino e vien via. Di queste due pentole io ti do, quando tu
torni addietro, ungi tutte queste statue, fra quelle c'è anche i
tuoi fratelli. Ungile tutte, risuscitan tutte; quante ce ne è, tante
risuscitano.»—Poi la gli dice—«questa boccettina, buttala nella tua
vasca, tu vedrai come brilla! Quella rama, piantala dove tu vuoi nel
tuo giardino, tu sentirai come canta! E l'uccello, mettilo su un
posto nel boschetto, tu sentirai come discorre!»—Eccoti la bambina,
la ragazza ringrazia questa vecchina e va via via via e trova il
posto che gli aveva detto. Entra e principia a sentire:—«Acchiàppala!
pìgliala! pìgliala!»—sempre urli; e chi la tirava di qui, chi di
là. Ma lei costante, arriva al giardino senza mai voltarsi. Entra
dentro, empie la boccettina di acqua, come la vecchina gli aveva
detto, prende la rama dell'albero, acchiappa l'uccello e vien via.
L'uccello se lo mette in seno e poi la prende queste pentole che gli
avevan dato ed unge tutte le statue, che risuscitano. Urla! tutti,
uomini e donne:—«Ah ecco la nostra liberatrice! Ah ecco la nostra
liberatrice!»—Urla di tutti quelli che risuscitavano. Costì c'era
anche i suoi fratelli. Figuratevi! baci, abbracciamenti vedendo la sua
sorella. Ognuno andiede alle sue case. La ragazze e i fratelli tornano
al loro palazzo. Lei, appena entra in casa, va nel suo giardino e
butta l'acqua subito nella vasca. E comincia a brillare quest'acqua:
fontana che brilla, brilla che era una cosa che sorprendeva. E così
pianta la rama; e la diviene un albero che comincia a cantare. E si
cava l'uccellino dal seno e comincia a ragionare. Maestà s'affaccia
e sente questi canti dell'albero, questi ragionamenti dell'uccello,
vede questa fontana brillante e rimane estatico. E vede questi tre,
due ragazzi e una ragazza, compagni come gli avea detto la sua sposa.
Sente in sè un trasporto verso quei ragazzi, una cosa seria: eran suoi!
Principia a discorrere a questi ragazzi:—«Oh! gran bel giardino che
avete!»—dice—«gran bella cosa che avete!»—«Maestà,—dicono i ragazzi—«se
Lei ci fa degni, pò venire pure a passeggiare una mezz'ora, un'ora nel
giardino.»—«Ben volentieri accetterò quest'invito di venire.»—E va
nel giardino di questi ragazzi, discorre del più e del meno e poi gli
dice:—«Verreste a mangiare una zuppa da me?»—«Ah Signore»—dicono—«sarà
troppo incomodo.»—«No;»—dice—«mi fate un regalo.»—«E allora accetteremo
le sue grazie e dimani saremo da Lei.»—Il Re va via, viene a casa
e dice alle sorelle:—«Domani ci ho persone a pranzo.»—«E chi ci
avete?»—«Ci ho quei ragazzini di quel giardino là.»—«Quelli!...»—Esse
lo sapevano che eran quelli i figlioli del Re.—«Ah noi ci dispensiamo,
non si ci vole stare a questo pranzo»—dicono le sorelle.—«Perchè
non ci volete stare? Son tanto boni que' ragazzi! Andiamo, andiamo,
non facciamo chiasso.»—E le sorelle, gua! s'accordarono. La bambina
la prende l'uccellino che parla e se lo mette in seno per andare al
pranzo.—«Maestà,»—dice—«mi sono presa la libertà, ho portato ancora
l'uccellino.»—«Bene: anzi sarà il divertimento della tavola!»—Quando
furono sul bello del desinare gli dicono:—«Uccello, non dici
niente?»—«Oh signore,»—dice—«avrei un fatto da raccontare, se Lei mi
permette. Vi era un Re: in un tal tempo, non si sa per qual caso,
proibì che la sera andassero fuori dalle ventiquattro in là. L'omo
di cucina che sente quest'ordine, era così stanco e sudato, dice da
sè: _O ch'io moja di caldo o che mi faccia morir Sua Maestà, tanto è
l'istesso! io vado fori._ E si mette alle sponde d'Arno a prendere il
fresco. Mentre che gli è a prendere il fresco, sente voci che parlano.
S'affaccia. Erano tre ragazze. Una di quelle dice: _O se il Re mi
desse per moglie al suo scudiero, dovrebbero vedere come andrebbero le
cose!_ L'altra: _Se mi desse al maestro di casa, quello sì che vorrebbe
vedere come andrebbono!_ La terza dice: _O se Sua Maestà mi sposassi,
vorrebbe vedere! Gli farei tre figli: due maschi e una bambina. I
maschi di latte e sangue e i capelli d'oro_, che son quelli lì; _la
bambina di latte e sangue coi capelli d'oro e la stella in fronte_,
come Lei vede. L'omo di cucina raccontò tutto al Re, che gli perdonò
la vita, e maritò le tre ragazze secondo le avevan detto. Le briccone
delle sue sorelle»—e l'uccellino le accenna col becco facendo col capo
così—«la sua Sposa l'aveva fatto questi bambini e loro dicevano l'aveva
fatto la scimmia, il cane e la tigre. E la sua Sposa è giù in cantina,
murata dal collo in giù, e tutti i giorni un po' di pane, un bicchier
d'acqua e uno schiaffo da quelle scimmie.»—Maestà che sente questo,
corre giù alla cantina con tutti i suoi signori che avea dintorno, e
trova questa infelice, murata come aveva detto l'uccellino, più morta
che viva. La fa smurare, la fa mettere su di una materassa, e portare
su nel quartiere a riaversi. Il Re piangeva su di lei ed abbracciava i
suoi bambini dicendo:—«Tanto birbanti le mie sorelle sono state! Ma mi
saprò vendicare!»—Ordina che sian rizzate le forche assolutamente nel
momento. E nel mentre che la sposa cominciava a stare benino, nell'ora
del pranzo, furono impiccate quelle briccone. Non si pò spiegare la
contentezza di questo signore, quando vide che la sposa stava meglio
e che gli perdonava. Gli chiese tanto perdono e i bambini sempre li
baciava. Costì se ne stiedero tutti uniti fino che comparono. E lei gli
fece degli altri figli; rimasero ricchi di tutta la ricchezza delle
sorelle che avevano cose assai. E stretta la foglia e larga la via,
dite la vostra che ho detto la mia. L'Uccellino che canta finisce così.