C'era una volta un contadino, che aveva una figliola bellissima,
vispola e di mente fine, sicchè l'era il passatempo del vicinato, nè
si metteva su una veglia senza invitarci la ragazza, della quale[2]
il nome, per quel che ne dicono le storie, fu Giovanna. Nella città
vicina al paese di Giovanna comandava un Re, che pur lui aveva una
figliola di molto bella, ma al contrario di Giovanna, s'addimostrava
in viso seria e melanconica, e a nissuno era riuscito mai di farla
ridere. Il Re suo padre stava molto in pensieri per questo naturale
della figliola e s'ingegnava a tutto potere ogni dì a trovare qualche
cosa di novo e d'allegro e buffone, acciò la ragazza si rallegrasse: ma
tutto fu inutile[3]. Un giorno il Re discorrendo co' suoi cortegiani,
uno di loro gli fece assapere, come nel villaggio presso la città fosse
un contadino, padre di una figliola tanto gaja, che dov'essa era, la
malinconia pareva bandita. Codesta nova racconsolò il Re oltr'ogni
credere, e subito gli venne il pensiero di mandare a chiamare la
ragazza per far compagnia alla propria figliola e vedere se a lei
riuscisse tenerla svelta e obbligarla a ridere. Senza indugio mandò un
servitore al padre di Giovanna con ordine espresso che si presentasse
al Re. Il contadino rimase di stucco a sentire che il Re lo voleva;
gli vennero mille ubbìe e sospetti in capo. E' dubitava d'avere
commesso qualche malestro o lui o Giovanna; ma più credeva Giovanna,
perchè a quel modo scapata e di lingua lesta, che non badava a dir
le sue a ogni persona e in ogni lôgo. La chiamò pertanto e con una
faccia stravolta gli disse:—«Scommetto, vedi, che 'l Re mi vole per
gastigarmi di qualche buaggine tua. Già, me lo figuravo, che col tuo
girellonare e chiacchierare alla scapata ce ne doveva venir male.»—A
cui Giovanna:—«Vo' avete tanta paura e io punta. Di dove cavate che 'l
Re v'ha chiamato per le mie buacciolate? Andateci, e se è per me che
vi vogliono al palazzo, non indugiate a farmelo sapere, che so ben'io
come regolarmi.»—Il contadino, vestitosi de' meglio panni ch'avesse
nella cassa, e data una pulita al cappello delle feste, s'avviò alla
città; e giunto al palazzo del Re, fu dinanzi a questo menato. E'
gli parea d'esser lì alla gogna; e quantunque il Re l'accogliesse
con garbo, il contadino se ne stava tremante e grullo come chi
aspetta mala sentenzia. Isquadrollo il Re da capo a piedi e poi gli
disse:—«Galantomo, è egli vero che a casa tu ci hai una bellissima
figliola?»—A quella richiesta il contadino, abbene che se l'aspettasse,
e' fu come se gli avessero dato un manico di vanga tra capo e collo,
e gli si rimescolò il sangue nelle vene; andava balbuzzicando e
borbottava a tragòla, quasi fosse per tirare il calzino. Il Re, visto
quel rimescolìo, e' si pensò che gl'intravvenisse per sospetto della
sua reale persona, per cui confortava il contadino alla confidenza e
gli ripetè la domanda:—«L'ha' tu o no, questa figliola?»—E il contadino
a mezza voce:—«I' l'ho. Maestà, per mi' disgrazia. Ma io non ci ho che
fare se l'è un po' scapatella e allegrona. Se l'abbi commesso qualche
scangèo, egli è effetto di gioventù.»—«E che m'importa degli scangèi
della tua figliola?»—riprese il Re:—«Vuo' soltanto sapere s'egli è vero
che la sia gaja e buffona, come m'è stato rapportato, sicchè tiene
in gioja tutta il vicinato.»—«Sì veramente,»—disse il contadino;—«la
mi' figliola l'è così fin da quando nascette, e non s'è voluta mai
correggere. Anzi...»—Interruppe il Re:—«Queste chiacchiere non mi
fanno. Torna a casa; e menami o mandami a corte la tua figliola, chè
la voglio per compagnia alla mia figliola. Se gli riesce farla ridere,
Giovanna, parola di Re, non sarà più povera. Corri e obbedisci.»—Al
contadino gli parve essere ritornato a vita, sentita la voglia del Re.
La strada per ritornare a casa gli apparì più corta che al venire; e
in sull'uscio trovata Giovanna che lo aspettava bramosa, principiò a
bociare da lontano:—«Allegri, allegri! il Re vuol te a tenere compagnia
alla su' figliola, che a nessuno gli è riuscito farla ridere mai.
Vuol te, perchè ha saputo che ridi sempre e tieni sderto tutto il
vicinato a suon di chiacchiere e di buffonate. Su, vestiti, non c'è
da perdere neanche un momento di tempo. E se, mattacchiona come tu
sei, vieni a capo di far ridere la principessa, tu diventerà' ricca
sfondolata. Me l'ha promesso il Re.»—«Vo subito,»—disse Giovanna; e
a quel modo scalza com'era, e colla rocca al pensiero e il fuso in
mano e i capelli su per le spalle, s'incamminò.—«Ferma»— gridò il
contadino:—«Ma ti par'egli andare a corte in codesto arnese? Non ti
vergogni tu? Ravvìati un po' il capo e poniti una sottana a garbo, e
le scarpe in piè, e posa codesta roccaccia.»—E Giovanna:— «No davvero!
Scarpe non ne ho mai portate e non vo' quell'impiccio da stroppiarmi.
I' vuo' andar così. S'i' non vo a genio, torno a casa. Io non gli ho
ricercati per mettermi in corte.»—E senza aspettar repliche, Giovanna
se ne venne al palazzo del Re. Quando Giovanna fu al portone reale,
riscontrò sentinelle e servitori; ne prese uno pel braccio e gli
disse:—«Andate dal Re e ditegli che ci son io[4].»—Il servitore stette
lì un po' come sbalordito; ma sapendo chi dal Re fosse aspettato,
salì nell'appartamento ad annunziargli che sul portone c'era una
bellissima ragazza vestita alla contadina e scalza, con una rocca a'
fianchi, e che aveva poche parole e meno cerimonie in bocca. A farla
breve, Giovanna venne introdotta alla presenza del Re: ma lei, senza
nemmanco salutarlo, dice:—«Dove sta la Principessa?»—e il Re alzando
la mano per accennare la camera, Giovanna diviata entrò colà, e a
mala pena vista la Principessa, si messe a cantare una canzona tanto
ridicola, accompagnandola con gestri[5] tanto buffi e sversati, che
la Principessa principiò a ridere così da non poterne più; ed essendo
per le risa lì lì per isvenire, gridò che Giovanna uscisse subito
di camera sua. Rotto il ghiaccio, bastava che Giovanna fosse colla
Principessa, che a forza di canti, di balli, di scede, di racconti
buffi, la Principessa non faceva che ridere da mattina alla sera,
sicchè in pochi giorni si mutò affatto il carattere della figliola del
Re, e di triste e melanconica che era prima, divenne di bon'umore e
sempre allegra. Il Re non capiva in sè dal contento, e nominò Giovanna
damigella della Principessa; e gli disse che chiedesse pure quel
che voleva, chè tutto gli avrebbe subito conceduto. Già da qualche
tempo Giovanna era alla corte del Re, quando gli venne bramosia anche
a lei di vestirsi alla reale; e diceva alla Principessa:—«Che non
istarebbe anche a me bene la robba[6] vostra? Rincricchiata a dovere,
farè' la figura che dee fare una damigella di corte. Padrona, che ve
ne pare? Allora potrei pure accompagnarvi alla spasseggiata.»—Detto
fatto: Giovanna fu vestita da signora, ed apparì anche più bella. Di
lì a poco Giovanna cominciò a pensare che, abbene che messa come
una signora al di fori, l'era poi una bella ignorante, giacchè manco
sapeva leggere. E palesata la voglia d'istruirsi, subito gli dettero
maestri; per cui il naturale spirito che aveva gli s'accrebbe oltre
credenza e ognuno cercava la compagnia di Giovanna. Il Re poi e la
Principessa la riguardavano come figliola e sorella, tanto gli volevano
un ben dell'anima. Ma a dispetto delle premure che si avevano per
Giovanna e della vita scelta che menava, lei, ragazza avvezza alla
libertà della campagna, si sentiva spesso annojata delle cerimonie
di corte e oppressa dall'aria chiusa del palazzo e della città. Un
giorno disse alla Principessa:—«E che si fa noi qui rinserrate dalla
mattina alla sera, sempre in sul medesimo tenore di vita? È vero che
non manca nulla; ma se s'andasse via per un viaggio a divertirsi[7],
a vedere luoghi e persone nove, sarebbe pur la bella cosa.»—A cui
la Principessa:—«Tu se' matta, Giovanna: il Re mio padre non mi
darebbe mai il permesso di andar sola con te a girare il mondo. Ti
pare! Che direbbe la gente?»—«Vo' vi sgomentate di nulla!»—ripigliò
Giovanna.—«Ecco la mia proposta. Sceglieremo altre dieci ragazze, tutte
belle; le vestiremo tutte compagne come noi, e così viaggeremo. Chi
volete che dia noia ad una frotta di dodici ragazze?»—Alla Principessa
garbeggiò il consiglio e subito corse dal Re per ottenere il consenso:
ma il Re negò darlo. Disse che lui era vecchio e voleva la figliola
vicina; che a quei tempi e sempre le donne sole non potevano, senza
pericolo e disonore, girandolare per terre lontane e sconosciute.
Quindi la Principessa tornò da Giovanna, come suol dirsi, colle trombe
nel sacco. Ma Giovanna non si smarrì, e disse:—«Ci anderò io dal Re e
vedrete che non saprà negarmi la richiesta.»—E veramente lo raggirò in
modo, a forza di moine e belle parole, e tante gliene contò, che il
Re si dovette dare per vinto, impegnato pure dalla parola reale, che
avrebbe conceduto tutto quello che Giovanna bramasse. Dunque Giovanna
si diede ad apparecchiare ogni cosa pel viaggio; e prima trovò le dieci
ragazze e fece fare dodici abbigliamenti compagni; e quando ogni cosa
fu pronta, la Principessa, Giovanna e le altre dieci ragazze salite
in due vetture, dopo salutato il Re, se ne partirono e per parecchi
giorni vagarono per molte castella e paesi, fermandovisi a pena per
visitarle e riposarsi. Ma quando giunsero ad una grandissima e popolosa
città, stabilirono rimanerci più a lungo, e però si allogarono in un
albergo. Quivi ognuna attendeva alle proprie robbe, a tenere assestata
la camera, meno la Principessa, che era servita da Giovanna. L'allegra
brigata donnesca era tutta in sul darsi bel tempo, ora esaminando la
città e i suoi palazzi e giardini, ora andando a diporto pe' contorni;
e ciascuno stupiva di vedere tante belle ragazze sole e insieme unite,
ed eran curiosi di sapere chi fossero: ma loro badavano a sè e non
volevano òmini e impacciosi d'attorno. Un dì Giovanna, nell'assettare
la camera della Principessa, essendo montata per aria a cavar la
polvere da un quadro, lo alzò e con sua meraviglia ci scoperse al di
sotto una finestra. E messivi gli occhi per dentro, vide una cucina e
un coco affaccendato a preparare un pranzo tale, che non poteva essere
altro se non destinato a qualche principe: la cucina dell'albergo non
era di certo, e pranzi a quel modo mai non li avevano assaggiati lì.
Almanaccando di chi diavolo fosse quel pranzo e a chi spettasse la
cucina, si fece ad esaminare le vicinanze dell'albergo, e s'accorse ben
presto, che la cucina era addetta al palazzo del Re di quella città.
Subito gli saltò il grillo di fare una beffa al coco; e lasciatolo
allontanare, snella scese in cucina, saggiò tutte le pietanze, prese
larghe porzioni delle meglio[8], e nelle rimanenti buttato sale a
manate senza discrezione, in fretta rimontò dalla finestra in camera
e la richiuse col quadro. Venuta l'ora del ristorarsi e conversare
assieme, Giovanna diede alle compagne di quelli scelti cibi, ma non
disse da dove li aveva portati via, e discorse tanto e di tante altre
cose, sicchè nessuna gli domandò nulla. Il Re della città in quel
medesimo giorno teneva corte bandita, e di molti e di gran parentato
erano gl'invitati. Ma seduti a mensa, non ci fu verso che potessero
mangiare le pietanze apparecchiate, talmente erano amare di sale[9].
Al Re montò la mosca al naso e fatto chiamare il coco, con un viso da
Orco gli chiese ragione dell'avvenuto. Il pover'omo, tutto umile e
sorpreso, gli protestò che di certo non ci aveva colpa, perchè aveva
messo il sale nelle pietanze secondo il solito e non capiva come la
cosa fosse accaduta. Ma il Re gli dette poca retta, e condannatolo a
stare in prigione per qualche giorno, gli ordinò un altro gran pranzo
per la ventura settimana; poi rimediato alla meglio al disappunto de'
convitati, li accomiatò. Il coco, uscito di prigione, stava apprestando
un altro pranzo reale e con premura badava alla misura del sale: ma
allontanatosi per qualche necessità dalla cucina, Giovanna, che stava
alle vedette, gli fece la medesima burla; per cui il pranzo del Re
riuscì un'altra volta disgraziato. Il Re, imbestialito, fatto chiamare
il coco, gliene disse delle nere ed era risoluto che gli si tagliasse
la testa in piazza. Il coco, sentendo questo, si buttò in ginocchioni
e assicurava il Re della propria innocenza con tante lacrime, che il
Re si commosse. Allora il coco, preso animo, parlò così:—«Maestà, c'è
di certo qualcheduno che mi vol male e mi fa questi dispetti: perchè
bisogna sappiate che anche delle pietanze mi sono sparite, e non so
come. Ordinate un altro pranzo per la ventura settimana, e se non
iscopro il birbone malestroso, allora vada pure la mia testa.»—Al Re
la proposta garbeggiò, ed anzi egli stesso volle rimpiattarsi nella
cucina per vedere chi v'entrava di nascosto a sciupare i piatti. Ed
ecco il coco acciaccinato intorno al focolare: il Re frattanto si era
messo in un armadio. Quando il coco fece le viste di allontanarsi dalla
cucina, Giovanna che stava in sull'intese, schizza giù dalla solita
finestra e commette i medesimi malestri: ma nel mentre risaliva per
rientrare in camera, il Re sbucò fori del nascondiglio e l'acchiappò
per una gamba.—«Ti ci ho chiappato!»—esclama:—«Eri tu dunque la
ladra e la salatora! Adesso si faranno i conti!»—Giovanna però senza
sgomentarsi gli rispose:—«Maestà, non sono una ladra, chè graziaddio
non mi manca nulla. Quel che ho fatto era per beffa a questo coco e per
divertirmi del vostro disappunto a mensa. Per cui perdonatemi e non
se ne parli più.»—Disse il Re, che già cominciava a infocolarsi nel
core alla bellezza di Giovanna:—«I patti li fai tu, a quel che pare.
Io ti perdonerò dove tu mi palesi chi sei, di dove vieni e che arte
è la tua.»—Allora Giovanna l'accontentò raccontandogli la sua storia
sino a quel momento. Riprese il Re:—«Ebbene, giacchè ho fatto così la
tua conoscenza, te e le tue compagne verrete al palazzo e desinerete
con me e co' miei cortigiani.»—«Io, per me non rifiuto,»—disse
Giovanna,—«ma prima bisogna che la mia padrona me lo conceda, e chi sa
se lei ci vorrà venire. Ritornate domani, Maestà, a questa finestra;
e vi darò la risposta.»—E il Re:—«Così farò. Addio.»—Quindi Giovanna
risalì nella camera, e il Re andò tutto allegro per la scoperta nel
proprio appartamento. Non ci fu verso di tenere più nascosto alla
Principessa e alle sue compagne quel che era intravvenuto. Al racconto
di Giovanna, quale delle ragazze rideva, quale la rimproverava delle
sue mattie. La principessa poi si addimostrava scorruccita di molto
e si temeva compromessa. Ma Giovanna, con quei suoi garbi e con bone
parole, le persuase così, che finalmente restò fissato di accettare
l'invito reale, a condizione però che a mensa non fossero più di
dodici giovani, compreso il Re, in maniera che ogni ragazza avesse
il suo compagno. E perciocchè Giovanna stava in sospetto che il Re
gli usasse qualche sopruso per rifarsi delle beffe patite, macchinò
di recar seco dodici bone bottiglie del reame della Principessa e
alloppiarle e poi darle a bere a' convitati. A tal effetto fu spedito
un messo con una lettera, e in capo a pochi giorni Giovanna ebbe fra
mano le bottiglie. Venuto il giorno di andare al pranzo reale, la
Principessa, Giovanna e le dieci compagne si vestirono tutte eguali
con gran sfarzo[10] e poi si recarono a Corte, dove il Re le aspettava
con gli undici suoi giovanotti, trascelti fra i meglio signori della
città. Si sedettero a mensa coppia per coppia, e Giovanna era col Re:
ma quantunque parlasse più specialmente con lui, occupava tutta la
brigata co' suoi scherzi e le sue novelle piacevoli. Alle frutta i
giovani e il Re, avendo trincato, cominciavano a dirne delle belle:
per cui Giovanna, temendo qualche brutto tiro, fatte portare le dodici
bottiglie alloppiate, si alzò e disse:—«Signori, questo vino viene di
lontano ed esce dalla cantina del Re mio padrone e padre di questa
Principessa. Se siete cavalieri cortesi, io vi sfido a votarne una
per ciascuno alla salute nostra.»—Detto fatto: le bottiglie furono
votate, e di lì a poco il Re ed i giovani cominciarono a cascare dal
sonno e si addormentarono sopra le loro poltrone, che parevano ghiri
d'inverno. Ma non contenta Giovanna della burla, tirato fuori un par
di forbici, tagliò a tutti e dodici un solo mostaccio, e quindi via
per le scale in fretta seguita dalle compagne, e a casa: dove giunte,
messe le robe ne' bauli[11], se ne partirono colle vetture fermandosi
ad una villa fuor di mano, distante qualche miglio dalla città. Il Re e
i compagni suoi non si destarono che all'alba, ma rotti e sfracasciati
pel disagio e pel vino bevuto; gli era come se avessero del piombo
dentro il cervello. Cominciarono a stiracchiarsi e a scionnarsi, e
guardavan qua e là a similitudine di smemorati. A un tratto disse uno
a un altro:—«Oh! tu hai un mostaccio solo».—E quello:—«Anche tu n'hai
un solo».—«Poffareddina!»—esclamò il Re:—«Siam tutti conci in simil
modo! Ce l'hanno fatta. Su su, vendichiamoci, perchè l'è troppo grossa.
Burlare un Re! Non son più Re, se a quella malestrosa Giovanna non
gliela faccio pagar cara».[12]—Inutilmente però cercarono le ragazze
per la città: ma il Re ben presto col mezzo delle sue spie seppe dove
s'erano ricoverate, e quindi risolvette sorprenderle sotto mentite
vesti. Pure, bisogna notare che il Re era rimasto un po' cotto di
Giovanna, e non era soltanto la bramosia di vendicarsi che lo spingeva
a corrergli dietro. Il Re immaginò trasfigurarsi da pellegrino: e
preso un paniere, ci messe dentro dodici mele cotte e s'avviò fuor
della porta, seguito alla lontana dagli undici suoi compagni. Giunse
in sull'abbujare alla villa dov'erano le dodici ragazze e picchiò
ammodino. Giovanna scese e visto chi fosse e sentito che voleva un
po' di ricovero per la notte, perchè era di buon core, introdusse il
finto pellegrino. E menatolo in cucina, lo fece sedere al focolare
a riscaldarsi. Disse allora il Re:—«Signora, mi sono smarrito pe'
dintorni mentre andavo alla città per portare queste mele cotte a un
mio vecchio conoscente. Oramai da qui a domani saranno ite a male; e
siccome[13] non ho altro da darvi per rimunerarvi dell'accoglienza,
se le volete, ve le offro. Son mele francesche e come bone!»—Giovanna
accettò, e volendone far parte alle compagne, lasciato il pellegrino lì
al focolare, andiede nel salotto. Ma scoperte le mele cotte, gli venne
un po' di sospetto nell'accorgersi che fossero appunto dodici; per
cui, rifatti indietro i passi, entrando in cucina, vedde il pellegrino
alla finestra e sentì che diceva a qualcheduno:—«Su, lesti: ora vi
vengo ad aprire, appena sono addormentate».—Giovanna non stette a dir:
che c'è? Preso il pellegrino per le gambe, lo scaraventò di sotto.
Fortuna che la finestra era bassa! Il Re battè il capo sull'erba, ma
non morì: soltanto si svenne, per cui i compagni lo portarono via a
braccia sino al palazzo e lo messero a letto. Nulla di meno al Re venne
una grossa malattia, e tutti credevano che in breve se n'anderebbe. Il
male era più di amore sprezzato, che altro; i medici non sapevano che
mesticciarsi per rinsanichirlo, non intendendo, secondo il solito, che
cosa avesse il Re. Intanto Giovanna stava in paura, e quando riseppe
dalla gente che il Re era malato, si propose rimediare al malfatto, e
pensò travestirsi da dottore e visitare il Re, perchè gli rincresceva
che fosse ridotto a quel modo. A malgrado delle rimostranze della
Principessa, Giovanna volle fare a modo suo, e giunta al palazzo
reale, si fece annunziare come un medico capace di guarire sua Maestà.
Disse:—«Io la cura la fo a quattr'occhi co' miei ammalati. E per grida
che mandino, non permetto che nessuno accorra. Ma la guarigione è
certa».—Credendo ciascuno il caso perduto, si promise a Giovanna di
eseguire i suoi comandamenti: e lei, venuta al letto del Re, cavato un
buon nerbo, con quello gliene dette tante sinchè non lo vidde svenuto:
allora lo rinvoltolò nelle lenzola e poi se n'andò. Pochi giorni dopo
il Re uscì dal letto guarito. Ma Giovanna e le sue compagne avevano
fatto fagotto e se n'erano a gambe ritornate presso il padre della
Principessa; temendo la vendetta del Re burlato in tante maniere e
di più nerbato. Questo però, incaponitosi di possedere Giovanna, chè
pur si addiede lei fosse stata la sua guaritora, ordinato il corteo
d'accompagnamento, venne al reame in cui abitava Giovanna, e per farla
sbrigativa, la richiese in moglie. Il padre della Principessa cancugnò,
sospettando che quel Re volesse Giovanna fra le mani per gastigarla. Ma
Giovanna ardita e vogliolosa di diventar Regina, cavò la paura di capo
al suo padrone, sicchè questo, datagli una dote reale e sposatala egli
medesimo, gli disse addio. E lei partì col marito, non senza lacrime
della Principessa e sue. Quantunque il Re marito adorasse Giovanna,
pure aveva una gran bramosia che la scontasse le beffeggiature e le
offese che lei gli aveva recate: e Giovanna, furba, stava con tanto
di occhi aperti, sicchè di nascosto ordinò che gli fabbricassero
una donna di pasta, e acconciatala nelle casse del corredo la portò
con sè. Quando la prima notte gli sposi furono per entrare a letto,
Giovanna colla scusa di vergognarsi, non volle il lume in camera. E
una volta spento e restati al bujo, lei zitta zitta infilzò la donna
di pasta tra le lenzola e poi ci si messe accanto, ma in ginocchio
sul tappeto in terra contro la sponda dei letto. Il Re, sdrajatosi,
principiò a dire:—«Tu siè' stata con me di molto ardita e traditora,
Giovanna! Sarebbe questo il momento di gastigarti: ma siccome ti
voglio bene, mi stimerò soddisfatto che tu mi chieda perdono e tu mi
prometta che simili cose non le farai più.»—E Giovanna lì accosto
con una voce da burla:—«Non mi pento di nulla; e quando mi capita,
farò come prima[14].»—Il Re allora inferocito, agguanta la spada che
aveva a capo del letto e giù un picchio sulla donna di pasta, che
credeva essere Giovanna, e gli taglia netta la testa. Se non che,
sbollorata la furia, tastando, sente un corpo freddo, e non è a dirsi
se diede in disperazioni dubitando avere ammazzato la moglie. Salta
dal letto, esce di camera e chiama gente con lumi; i servitori e i
cortigiani accorrono. Intanto Giovanna, tolta prestamente la donna di
pasta smozzicata e ripostala, lei stessa si messe in luogo di quella,
e finse d'essere ferita, tingendosi il collo con del sangue serbato
in una vescica, e pareva come moribonda. Quando il Re colle persone
del seguito rientrò in camera, si buttò a traverso il letto con gran
pianti. E si strappava i capelli, accusando la sua maledetta rabbia,
e non poteva darsi pace di avere ammazzato Giovanna. E Giovanna,
lasciatolo un po' disperare, finalmente con meraviglia di tutti, si
rizza a sedere e dice:—«Signori! veramente, se dovessi badare al
trattamento del mio sposo la prima notte del matrimonio, io dovrei
pigliare la robba mia e tornarmene là da dove sono venuta. Ma siccome
io non tengo rancori e penso che quanto il Re ha fatto provenne da un
po' di subita mattia, oramai quel che è stato è stato e non ci si pensi
più. Soltanto, il Re esca di camera e mi lasci rimettere dalla paura
che ho avuto.»—Il Re gli consentì ogni cosa, gli domandò perdono e gli
dette arbitrio di chiamarlo accanto a lei quando gli piacesse e fosse
rinsanichita. Giovanna fece le viste di stare malata per qualche tempo
e alla perfine fatta la pace collo sposo, vissero allegri e contenti, e
credo ancora lo sieno.
_In santa pace pia,
Dite la vostra, che ho detta la mia._