Dell'uso del sangue cristiano nei riti ebraici

Oggi ancora, nell'ultimo quarto del secolo decimonono, abbiamo veduto,

in un paese che si dice civile, Ebrei accusati di aver assassinato una

fanciulla cristiana, non per scopo di lucro o di libidine, non per

vendetta, o per qualsiasi altro dei soliti moventi cui obbediscono gli

assassini, ma nell'intento di raccoglierne il sangue, sangue che si

pretende necessario agli Ebrei per l'adempimento di tenebrosi loro

riti (247).

E mentre il processo si dibatteva in Ungheria, abbiamo veduto in Italia,

in Francia, in Germania, nei paesi insomma del continente d'Europa che

sono alla testa del movimento intellettuale, pubblicarsi giornali ed

opuscoli per sostenere che la religione ebraica impone ai suoi seguaci

l'obbligo di valersi del sangue di umane vittime per compiere non

sappiamo quali infami riti.

Che più? un professore dell'I. R. Università di Praga, il Rohling, si è

persino procacciata una tal qual nomea, facendosi banditore della oscena

accusa; e quasi ciò non fosse bastante, il _Figaro_ di Parigi, il

giornale certamente più diffuso dell'Europa continentale, e che ha

parecchi Ebrei fra i suoi collaboratori, riproduceva, a proposito del

processo di Tisza Eszlar, nel suo numero del 15 luglio 1883, un lungo e

calunnioso articolo contro gli Ebrei, togliendolo da un infame libello

antisemitico, il _Paderboner Judenspiegel_.

Certamente, di fronte agli scarsi accusatori, sorsero numerosi i

difensori degli Ebrei, e fra questi, solleva l'animo il poterlo dire,

non mancarono dotti ecclesiastici di tutte le confessioni cristiane.

Certamente gli stessi Tribunali Ungheresi, con tre conformi sentenze,

proclamarono l'innocenza degli Ebrei accusati nel famoso processo di

Tisza Eszlar; ma è pur troppo nell'indole della natura umana il prestare

più facile orecchio a chi accusa che a chi difende, a chi proclama il

male che a chi lo nega, sicchè non è a meravigliarsi che uomini di buona

fede, liberali sinceri, rimangano oggi ancora dubbiosi di fronte alla

strana accusa.

Si fa la grazia agli ebrei, che dimorano nei paesi più colti, di

ammettere che abbiano rinunziato al sanguinoso rito, ma si pretende che

esso si mantenga ancora rigoglioso in quei paesi dove il progresso della

civiltà trova refrattarii ebrei e non ebrei.

I più benevoli arrivano ad accordare che non tutti gli Ebrei pratichino

la nefanda cerimonia, ma insinuano che può bene essere sorta in seno al

giudaismo, una setta la quale abbia imposto ai suoi seguaci l'obbligo di

versare umano sangue e di cibarsene (248).

Insomma, mentre tutti gli onesti provano ribrezzo ad involgere nella

orrenda accusa gli Ebrei che conoscono personalmente, quelli che vivono

in continuo contatto con loro, non mancano però parecchi che vanno

cercando argomenti per persuadere a loro stessi che Ebrei di remote

contrade possono bene essere colpevoli.

Noi che scriviamo, conosciamo in Italia fior di onesti uomini che

protesterebbero indignati se domani una simile accusa si muovesse ad un

loro conterraneo, ad un loro amico ebreo, ma che la trovano invece

naturale, naturalissima, quando viene rivolta ad un ebreo ungherese o

siriaco (249).

Anzi abbiamo sentito taluno che pretendeva difendere gli Ebrei, non

negando la stolta calunnia, ma invocando questa singolare attenuante:

che cioè se simili accuse non si muovono più, contro gli Ebrei che

dimorano in paesi civili, egli è perchè essi rinunciano all'orribile

pratica, non appena cessano di esser fatti segno alle oppressioni di cui

furono e sono bersaglio nei tempi e nei paesi meno civili.

Certamente, al secolo nostro, che, più spesso che non convenga, giudica

dalle apparenze, ripugna meno l'accusare di una orribile superstizione

il lurido ebreo polacco dal classico cafetano e dai ricci bisunti, od il

palestinese dal turbante e dalla turchesca zimarra, che non il

gentiluomo lindo ed azzimato che si mescola a noi, che vive della nostra

vita e che ormai può dirsi in tutto eguale agli altri suoi concittadini.

Ma tutto ciò non è che parvenza.

Vanto precipuo del giudaismo è, che, malgrado le differenze, dalla

civiltà e dal progresso create, fra gli Ebrei dei varii paesi, essi

mantennero sempre l'unità del loro culto, delle loro credenze; sicchè le

stesse pratiche, gli stessi riti si celebrano tanto a Parigi quanto a

Bagdad, tanto a Milano od a Boston quanto nell'ultimo villaggio della

Ungheria e della Polonia.

Bisogna dunque ammettere che o tutti gli Ebrei, che oggi vivono fra noi,

hanno d'uopo di sangue cristiano per le loro cerimonie religiose, o che

questo bisogno non fu mai provato da nessun ebreo, in nessun tempo ed in

nessun paese.

La religione ebraica non ha sêtte, non ha discrepanze religiose, sicchè

è forza accettare questo dilemma: o tutti innocenti o tutti colpevoli.

E per questo noi — che scriviamo in Italia, dove, da ormai trenta anni,

non è più sorta nessuna accusa di questo genere contro gli

Ebrei — sentiamo il bisogno di insistere su questo argomento per far

chiaro che mai, in nessun luogo ed in nessun tempo, gli Ebrei

praticarono l'infame rito; perocchè se ci fosse provato che un solo

fanciullo cristiano fosse stato ucciso dagli Ebrei _per scopo

religioso_, in qualsivoglia tempo, ed in qualsivoglia paese, dovremmo

noi pei primi riconoscere che oggi ancora gli Ebrei di tutto il mondo

celebrano l'infame cerimonia.

Eppure la storia ribocca di accuse simiglianti mosse agli Ebrei, eppure

è antichissima la asserzione che gli Ebrei sacrifichino vittime umane a

non sappiamo quali orribili superstizioni.

Già Giuseppe Flavio confutava l'asserzione di Appione, il quale accusava

gli Ebrei d'ingrassare nel loro tempio degli stranieri fatti prigionieri

e di scannarli poi, per offrirli in olocausto a Dio (250).

Nei secoli posteriori, specialmente a partire dal XII secolo, l'accusa

di cui ci occupiamo si venne tanto spesso ripetendo sotto diverse forme,

che gli Ebrei hanno oggi nella loro lingua una parola speciale (GNALILAD

DAM, _la calunnia del sangue_) per designare questa calunnia loro sempre

tanto fatale, parola questa che non è ignorata nemmeno da coloro fra

essi che non sanno neppure una sillaba di ebraico, e che risuona sempre

ai loro orecchi come il rintocco di una campana funebre.

Ai tempi di Arcadio imperatore (395–408 d. G. C.) ad Imnestri, piccola

località situata tra Calcide ed Antiochia, alcuni Ebrei ubbriachi furono

accusati di aver attaccato ad una croce un fanciullo cristiano e di

averlo ucciso; ne seguì una lotta terribile. Ma questo fatto fu

giudicato da Arcadio con equità e furono puniti soltanto i veri

colpevoli (251).

Nel 1080 gli Ebrei furono tutti banditi dalla Francia, ed i loro beni

confiscati, sotto l'accusa di avere, alla loro Pasqua, sacrificato un

ragazzino.

Basnage ci narra (252), come — sotto il regno di Alfonso X il saggio, Re

di Castiglia e di Leon (1252–1284), — tre scellerati di Orsona, città

dell'Andalusia, gittassero un cadavere nel giardino attinente alla casa

di un ebreo ed accusassero poi questi di averlo ucciso. Questa calunnia

essendosi diffusa per la città il popolo massacrò tutti gli Ebrei che

gli caddero nelle mani.

Parecchi cercarono un rifugio nelle case dei loro amici cristiani, ma

siccome ricorreva la Pasqua, nel qual tempo gli Ebrei non mangiano pane

lievitato, e come essi non trovavano naturalmente che di questo, nelle

case dei loro amici, poco mancò non morissero di fame, perchè

preferivano digiunare ad infrangere la prescrizione religiosa. Gli

abitanti di Palma imitarono quelli di Orsona e si dettero a perseguitare

ed uccidere gli Ebrei, sicchè questi fecero pregare i loro

correligionari di mandar deputati alla Corte per impedire un massacro

che stava per diventar generale. I persecutori tenner dietro dappresso

ai tre deputati Ebrei che erano stati all'uopo designati. Anzi essi

giunsero i primi, perocchè gli Ebrei erano stati obbligati a lasciare le

vie battute ed a nascondersi in una foresta per paura di cader nelle

mani dei loro persecutori. Giuseppe, capo della Deputazione ebrea, parlò

in nome di tutti, con tanta eloquenza che venne ammirato da tutta la

Corte. Re Alfonso assolse gli Ebrei dall'omicidio che non era mai stato

commesso. Gli accusatori insistevano perchè l'ebreo fosse messo alla

tortura, per sapere se egli aveva o meno perpetrato il reato, ma egli

potè sottrarsi alla dura prova, chiedendo ed ottenendo si aprisse la

tomba da cui era stato tratto il cadavere, per gittarlo nella sua casa.

Simiglianti accuse si produssero in Inghilterra. Nel 1226 gli Ebrei di

Norvich furono condannati a 20,000 marche di ammenda per aver voluto

crocifiggere un fanciullo (253). Egualmente nel 1255 a Lincoln, dove

dopo un simulacro di giudizio, diciotto ebrei furono appiccati ed il

piccolo Ugo, il crocifisso, canonizzato.

A Northampton, per delitto di crocifissione, se ne appiccarono

cinquanta, e pochi anni dopo, nel 1287, gli Ebrei furono espulsi

dall'Inghilterra, dove non ricomparvero che dopo aver ricevuto da

Cromwell l'autorizzazione di risiedere a Londra e di costruirsi una

sinagoga, di rito spagnuolo (254).

Nel 1432 si pretese che Ebrei avessero fatto morire, lardellandolo di

colpi di stile, V. Wernher di Bacharach.

Nel 1443 gli Ebrei di Milano, per un'accusa simile, dovettero pagare

20,000 fiorini.

Nel 1475 tre israeliti furono accusati di aver ucciso un ragazzo a

Trento, dove la popolazione era stata prima fanatizzata dalle prediche

di Bernardino da Feltre (255), e tutti gli Ebrei furono messi alla

tortura e spogliati di tutto.

Nel 1490, Giovanni di Passamento fu aggiunto alla lista dei santi

spagnuoli per il suo supposto martirio a Guardia.

Nel 1506, a Venezia, un giovane israelita ungherese venne arrestato per

sospetto di voler rapire un fanciullo cristiano, ma, da saggi giudici,

riconosciuto innocente, tosto posto in libertà.

Questo fatto ce lo narra il Sanuto nel volume sesto (256) dei suoi

diarii, e lo diamo nel suo testo originale, poichè le parole

dell'illustre storico mettono in più chiara luce e la illuminata

giustizia veneta, ed il retto e sano criterio dei nostri padri.

“22 marzo 1506.

“In questo zorno hessendo gran Conseio suso, achadete chel fo retenuto

un zudio hongaro, nominato Isaach, qual studiava et stava perhò in

questa terra, et venuto zoso Gran Conseio, ser Hieronimo Quirini et ser

Antonio Zustignam dotor, Avogadori, lo andono a examinar. Par chel ditto

a San Stin (257) in certa calle havesse trovato un puto di anni 2 ½ in

zercha, smarito, e lui lo tolse soto la vesta e lo voleva menar via ut

dicitur a marturizarlo como fo il bia Simon a Trento et Sebastian

Novello a Porto Bufole del 14.. (258), et visto da alcuni, tandem fu

preso detto zudio che fuziva e si buttò al aqua. Et cussì li Avogadori

fe la soa examination con interprete et formò il processo. Quello

seguirà noterò di sotto, unum che la matina in Rialto alcuni zudei dal

vulgo fonno batuti et quasi lapidati. _Ma judico nulla sia et nulla

seguirà et esser cossa falssa._”

“24 marzo 1506.

“In questa matina in quarantia criminal fu rilassato il zudeo retento

per cazon del puto, atento nulla erra con effecto, et cussì li Avogadori

messeno di rilassarlo e fu preso.”

Così si vedeva e si giudicava in Venezia nel 1506!

Verso il 1530, un ebreo, di Amasia, presso Erzerum, venne accusato

dell'assassinio di un cristiano il quale era stato bensì visto entrare

nella casa dell'ebreo, ma non era stato visto uscirne. Secondo il solito

i correligionari dell'accusato furono coinvolti nel processo. I

disgraziati vennero sottoposti alla tortura, e, sotto l'angoscia di

inenarrabili sofferenze, confessarono di aver assassinato un cristiano;

tutti furono appiccati, ed un medico, Jacob Abiob, bruciato vivo. Ma

l'accusa non era che una orribile calunnia ordita da falsi testimoni e

la prova non tardò a farsene palese: la pretesa vittima ricomparve. La

causa venne allora portata a Costantinopoli, dinanzi al Tribunale di

Solimano II, che non soltanto punì i calunniatori, ma ordinò che altre

accuse di questo genere, contro gli Ebrei, che potessero riprodursi,

dovessero portarsi dinanzi al divano di Costantinopoli, ogni altra

giurisdizione esclusa.

Bastò questa disposizione, bastò l'idea di trovarsi dinanzi a giudici

relativamente illuminati, perchè, per ben tre secoli, la calunnia non

rialzasse più il capo negli Stati del sultano (259).

Anche nel secolo nostro simili casi si riprodussero sovente, troppo

sovente per un secolo che ha la pretesa di essere quello dei lumi. Pur

tacendo di altri fatti, ricorderemo come a Damasco un rispettabile e

venerando cappuccino italiano, il padre Tommaso, ed un suo domestico,

scomparissero nel febbraio 1840. Un barbiere ebreo e sette mercanti

ebrei furono arrestati sotto l'imputazione di averli uccisi per compiere

un sagrifizio rituale. Il processo venne istruito in modo, che, lord

Palmerston, nella seduta della Camera dei Comuni inglesi del 22 giugno

1840, ebbe a dichiarare “esempio di barbarie e di atrocità inaudite nel

nostro secolo, e quali non potevansi aspettare in un paese che è in

relazione col mondo civile (260).” Atroci tormenti strapparono agli

sventurati accusati una specie di confessione che smentirono

energicamente dopo. Il console d'Austria, signor Merlato, tentò invano

di calmare l'emozione popolare. Una sollevazione dei cristiani siriaci

ne seguì, e, malgrado i passi fatti al Cairo, da sir Moses Montefiori e

da Cremieux, in favore dei loro correligionari, malgrado che il Vicerè

d'Egitto, Mohammed-Ali, prosciogliesse gli Ebrei da ogni accusa, il

popolaccio non fu meno convinto, e lo è ancora adesso, che il padre

Tommaso venne sacrificato in obbedienza ai riti talmudici delle feste

pasquali.

Quasi contemporaneamente, a Rodi, sorgeva una simile accusa, sempre

contro gli Ebrei, ma, il 20 luglio 1840, il Consiglio di giustizia della

Porta, che aveva avocato a sè la trattazione dell'affare, assolse tutti

gli Ebrei dalla accusa portata contro di loro dai Greci, di essersi

impadroniti di un fanciullo greco, al solito intento di scannarlo e di

servirsi del suo sangue per la Pasqua. Nè pago di ciò, il Governo turco,

per dimostrare tutto l'orrore che gli inspiravano le inumane sevizie

usate dal pascià di Rodi contro gli Ebrei accusati, lo destituì da ogni

sua carica ed il sultano Abdul-Medjid, con un suo firmano, in data del

13 Ramazan 1256 (7 novembre 1840), che si leggerà fra i documenti, pose

in piena luce l'innocenza degli Ebrei accusati a Damasco ed a Rodi.

Pochi anni dopo una cittaduzza italiana, Badia, in provincia di Rovigo,

vedeva svolgersi un importante processo, di cui pubblicheremo più

innanzi i documenti, processo che finì coll'assoluzione dell'ebreo

imputato e colla condanna della sua calunniatrice.

Ricorderemo ancora un processo che ebbe luogo or sono venti anni a

Saratoff, l'ultimo, crediamo, nel quale gli Ebrei venissero, malgrado le

proteste delle autorità civili e militari, e dello stesso ministro di

giustizia, condannati, e ciò, in seguito a testimonianze di persone

peggio che equivoche e malgrado che la tortura non fosse giunta a

strappare la menoma confessione a nessuno dei pretesi rei.

È troppo recente, e troppo presente alla memoria di tutti, un fatto

accaduto due anni or sono ad Alessandria d'Egitto, perchè vi spendiamo

sopra ulteriori parole.

Non possiamo però resistere al desiderio di fare qualche breve

osservazione sul conto dello stranissimo processo che si svolse non ha

guari in Ungheria. A Tisza Eszlar — paese situato, è bene notarlo, nella

circoscrizione elettorale che inviò alla Tavola dei deputati il famoso

antisemita Geza-Onody, — una ragazza quindicenne, di religione

protestante, a nome Ester Solymossy, essendo sparita, gli Ebrei furono

accusati di averla assassinata per scopo rituale. Mancava ogni base

giuridica all'accusa; nelle acque del Tibisco si era persino ritrovato

un cadavere che, quantunque deformato, appariva, indubbiamente, dagli

indumenti che portava, quello della infelice scomparsa; sul cadavere non

si riscontrava nessuna lesione che potesse far sospettare se ne fosse

cavata una sola goccia di sangue; malgrado tutto ciò si voleva il

processo; ed il processo, ad eterno disonore dell'Ungheria, ebbe luogo.

Non ce ne rammarichiamo noi; perocchè quel processo è la più fulgida

testimonianza dell'innocenza degli Ebrei, confermata da tre conformi

sentenze pronunciate, malgrado le esorbitanze di una folla briaca d'odio

e sitibonda di sangue, fanatizzata dalle mene degli antisemiti.

Solo argomento a sostegno dell'accusa era, orribile a dirsi, la

deposizione di un ragazzo quattordicenne, Maurizio Scharf, figlio ad uno

dei principali accusati (261). Come si giungesse a costringere un figlio

a calunniare il proprio padre, ce lo dica una corrispondenza che il

_Figaro_ di Parigi riceveva da Vienna in occasione del processo.

“Per slegare la lingua a quel Maurizio Scharf, il _Deus ex macchina_ di

quel processo, il ragazzo quattordicenne che, con accanimento singolare,

si era fatto accusatore del proprio padre, il cancelliere giudiziario

_Peczely_, quel fenomeno di magistrato che nel corso del processo si

seppe aver passato quindici anni della sua vita in galera per tentato

assassinio, ricorreva ai seguenti mezzi: gli somministrava schiaffi e

pugni in buona dose, gli anneriva il dorso con colpi del suo scudiscio

da caccia e gli minacciava di fargli finire i suoi giorni in una oscura

cella, talmente sucida _che neppure un cane_ vi accetterebbe un pezzo di

pane. Al contrario gli prometteva mari e monti nel caso in cui si

decidesse a parlare.”

Nè diversi erano, sempre secondo la citata corrispondenza, i mezzi usati

cogli altri imputati. Ora venivano gettati in qualche cella umida e

fredda, ora si esponevano ai raggi del sole, quel sole della Pusztah che

ha i suoi quaranta gradi al _minimum_, e quando si lagnavano di aver

sete, si versavano loro nella gola torrenti d'acqua che li soffocavano.

Del resto il knut non riposava gran fatto.

Più efficace ancora è la descrizione che, dei mezzi usati contro gli

imputati di quell'iniquo processo, ci fa un eminente scrittore francese,

il Cherbuliez — che mal si cela sotto il pseudonomo di Valbert — nella

_Revue des deux Mondes_ del 1º agosto 1883: “Il giudice

d'istruzione (262), non potendo cacciar nulla dall'imputato Vogel, dopo

avergli applicato un ceffone, chiamò i suoi sgherri, e minacciò di

bastonarlo: rispose che quanto si voleva fargli dire era falso, siccome

potevano confermare ventiquattro testimoni che desiderava si citassero.

Tre pugni fortemente appiccicatigli sulla mascella ne fecero sgorgare il

sangue; rifiutò di confessare. Gli si fece allora inghiottire tanta

acqua che fu costretto a lasciarsi cadere a terra per poterla recere;

quando l'ebbe rigettata, lo si costrinse a bere tre bicchieri di acqua

salata. Rifiutò di confessare. Gli vennero allora legate le mani dietro

il dorso, il commissario lo prese per uno dei ricci dei suoi capelli, un

altro per l'altro e tirarono così forte che i due ricci restarono loro

nelle mani. Rifiutò di confessare. Lo si spogliò, lo si fece coricare

sulla paglia minacciando di appiccarlo pei piedi. Rifiutò di confessare.

Poi lo si obbligò a correre sino ad Eszlar dinanzi al cavallo d'un

panduro. Il calore era soffocante ed egli non si reggeva più, ma ricusò

di confessare. Si finì col rinchiuderlo in una oscura cella. Vi dimorò

tre settimane e vi cadde gravemente malato sempre chiedendo, invano, che

si sentissero i suoi testimoni.”

Dopo queste narrazioni di scrittori e di giornali autorevoli nessuno

oserà meravigliarsi se il governo ungherese, in una corrispondenza di

origine evidentemente iperofficiosa, in data 3 luglio 1883, pubblicata

nella _République française_, è obbligato a lasciarsi strappare questa

preziosa confessione:

“Mentre l'Ungheria è governata da una legislazione eminentemente

liberale — una fra le più liberali d'Europa — la magistratura ungherese

non ha quasi subìto nessuna trasformazione, nessuna riforma, ed è

rimasta ad un dipresso tal quale era il secolo scorso”.

Malgrado tutto ciò, malgrado l'eloquenza ed il talento grandissimo che

il Szalay, avvocato della parte civile, aveva posto al servizio di

questa iniqua causa, tre conformi sentenze posero in luce la piena

innocenza degli accusati (263).

Nella impossibilità in cui eravamo di riferire tutti i fatti calunniosi

di questa natura addebitati agli Ebrei, siam venuti scegliendo

imparzialmente tanto fra quelli che terminarono colla condanna

dell'innocenza, come fra quelli in cui l'innocenza finì per trionfare.

Ma, di fronte all'odiosità di questi processi, ci piace porre la

testimonianza di coloro che si adoperarono a scagionare gli Ebrei dalla

iniqua accusa.

E tra questi vogliamo citare, fra i primi, molti ebrei che abbandonarono

la religione avita per abbracciare il cristianesimo. Si sa che in

generale coloro che abbandonano una religione od un partito ne divengono

i più fieri avversari, sicchè questi neofiti, se avessero avuto

conoscenza dell'infame rito, non avrebbero mancato di denunziarlo e, per

dovere di coscienza, sopratutto, ed anche forse un pochino per astio

verso gli antichi correligionari. Invece non uno fra essi (264) si fece

propalatore di simili accuse. L'abate Ratisbonne, i fratelli Lehmann di

Lyon, nati ed educati nella religione ebraica, e divenuti più tardi

zelantissimi sacerdoti di Cristo, non ne fecero cenno, ma anzi la

smentirono. Eisenmenger — fiero nemico degli Ebrei — nel suo _Giudaismo

svelato_ ci tiene parola di un Tommaso neofita, il quale, nell'anno

1413, interpellato da un re spagnuolo per conoscere cosa vi fosse di

vero in questa accusa, che il Vescovo di Madrid muoveva dal pergamo agli

Ebrei, ne proclamò altamente la falsità adducendo prove in contrario. Un

altro neofita, Gerolamo di Santa Fè, confessò a Papa Benedetto VIII

nulla esservi di vero in questa accusa che si vuol fare agli Ebrei.

Aloisio di Sonnenfels (265) pubblicò in Vienna un dottissimo opuscolo:

_Ripugnanza degli Ebrei contro il sangue ossia il Giudaismo accusato,

inquisito ed assolto dal preteso uso del sangue cristiano innocente_ nel

quale, con copia di irrefutabili argomenti, scagiona gli Ebrei dalla

orrenda accusa. Fra i documenti, che vanno uniti al presente libercolo,

si troverà la solenne dichiarazione fatta a Vienna dal predicatore di

Corte, Veit, nel 1840, colla quale solennemente proclamava dal pergamo

la innocenza dei suoi antichi correligionari. A questi si debbono

aggiungere, sempre tra i neofiti, il dott. Alessandro M. Caul (266) in

Londra che nella opera “_Reasons for Believing_ ecc.”, dedicata alla sua

Graziosa Sovrana, dimostra come i sacrifizi umani ed il versar sangue

stieno in aperta contraddizione coi principii fondamentali del Mosaismo.

Ed a questo libro va unita una dichiarazione firmata da 35 ebrei,

convertiti al cristianesimo, i quali, unanimemente, dichiaravano essere

l'accusa di cui ci occupiamo una vile e diabolica menzogna. Anche un

altro ebreo convertito, il dott. Augusto Neander (267) rilasciò nel 1840

una dichiarazione contro quest'accusa e del paro il dott. Biesenthal di

Berlino (268) ed il dott. Tugendhold di Varsavia (269) hanno, nei loro

scritti dimostrato nel modo il più rigorosamente scientifico, come tale

accusa altro non sia che una orribile menzogna (270).

A questi autori, che appartengono tutti alla categoria degli Ebrei

convertiti, convien aggiungere due scrittori tedeschi, il Wagenseil e

l'Eisenmenger, già citato, autori, il primo della _Tela ignea_ ed il

secondo del _Giudaismo svelato_, entrambi accaniti nemici degli Ebrei,

ma abbastanza onesti per non calunniare scientemente i loro avversari.

Il primo chiama l'uso falsamente attribuito agli Ebrei del sangue

cristiano _spaventevole menzogna che ha privato degli averi e della vita

tante migliaia di persone innocenti_ (271).

Il secondo scrive: _Da ciò puossi giudicare che in questa cosa si fa

torto agli Ebrei, particolarmente dacchè è severamente vietato nei libri

di Mosè_.

Si noti che entrambi questi autori avean fatto profondi studi sul

Giudaismo ed avevano avuto parte alla conversione di moltissimi Ebrei.

Un italiano, Chiarini, uno dei più feroci nemici del giudaismo, a pag.

161 della sua introvabile _Teoria del Giudaismo_, scrive: che dopo aver

fatto il più maturo esame della legge mosaica si viene necessariamente a

concludere che: 1º l'amore del prossimo vi è comandato sempre e verso

tutti; 2º che l'avversione che vi s'inspira contro i riti e i costumi

degli altri popoli non cade sopra le persone, ma non è che una cautela

che Mosè dovette usare per impedire agli Ebrei di darsi alla idolatria

alla quale erano sì inclinati; 3º che infine l'odio comandato contro i

Cananei, gli Amaleciti, ecc., fu una conseguenza necessaria del rigore

dell'antico diritto di guerra e di rappresaglia provocata contro di sè

stessi da quegli stessi popoli; odio perciò di nazione e passeggiero e

voluto soltanto per quei dati popoli designati dalla legge (272).

Anche Giovanni Hornbeck, olandese, e non certamente amico degli Ebrei,

come lo prova il solo titolo del suo libro: _De convertendis Judæis_

(1655), scrive a pag. 26 dei prolegomeni:

“Bisognerebbe sapere se è vero ciò che nelle storie si legge comunemente

per irritare gli Ebrei contro i Cristiani o piuttosto questi contro

quelli, cioè, che ogni anno alla preparazione della pasqua, questi Ebrei

sacrificano barbaramente un fanciullo cristiano ch'essi hanno

furbescamente involato, e che fanno questo per deridersi della pasqua

del Cristo che si celebra in quell'epoca istessa: io non voglio nè posso

affermarlo, sapendo bene che nei tempi in cui si inventarono simili

racconti e specialmente dopo che il Tribunale dell'Inquisizione fu

stabilito dal papismo, mille di coteste fandonie vennero inventate e gli

storici di quei tempi non cessarono di pubblicarle. A dir il vero, io

non ho ancor letto alcuna relazione che mi provi esser veri quei fatti.

Tutto si fonda su delle donnicciolate popolari sempre molto incerte o

per lo meno raccolte alla meglio dalla bocca di qualche monaco

inquisitore, senza calcolare poi la cupidigia delle spie che tutto si

facevano lecito per rendersi padroni dei beni degli Ebrei e se non

padroni, almeno riscuotere buon premio del loro spionaggio. Ciò è

provato da quanto si legge nel 1º libro delle costituzioni di Sicilia,

titolo VII. L'imperatore Federico ci dice: Si vero Judaeus vel Saracenus

sit, in quibus, prout certo perpendimus, Christianorum persecutio minus

abundat ad praesens, etc., cioè: Se poi vi sia Ebreo o Saraceno, in cui

come certamente sappiamo che la persecuzione dei cristiani meno abbonda

al presente, ecc. Questo fa supporre che i Cristiani sono sempre più o

meno animati contro gli Ebrei, che se però questa volta è avvenuto per

caso che un Cristiano è stato ucciso da un Ebreo, non si è per questo in

diritto di asserire che gli Ebrei ogni anno si fanno un obbligo di

uccidere un bambino cristiano, e ciò che Tommaso Cantipratensis nel suo

II libro, capitolo 23 assicura, cioè esser noto a tutti che ogni anno ed

in ogni Provincia gli Ebrei tirano a sorte il borgo od il villaggio o la

città che deve fornir loro l'olocausto, (cristiano, s'intende, dice

lui), non è che una di quelle menzogne, di quelle calunnie, e di quelle

fandonie, di cui ha pieno il suo libro.”

Giuseppe De Maistre, scrittore cattolico ed ortodosso se ve ne fu uno,

un omino che dava gloria ai suoi fratelli e non viveva, come altri,

della gloria che il fratello riflette, sopra di loro, Giuseppe De

Maistre, dico, ha scritto un _Trattato sui sacrifizi_ che fa seguito

alle _Serate di Pietroburgo_. Ora in quel trattato non soltanto non si

fa menzione del preteso rito di sangue addebitato agli Ebrei ma si viene

indirettamente a scagionarli con queste parole che leggonsi a pagina 368

(Ed. di Lyon, 1836): “Una esperienza di quaranta secoli ci apprende che

dovunque il vero Dio non sarà, in forza di una esplicita rivelazione,

riconosciuto e servito, l'uomo immolerà sempre l'uomo e spesso lo

divorerà.”

Citiamo ancora, fra i moltissimi, due sacerdoti cattolici. Il padre

Riccardo Simon dell'Oratorio, che in occasione del processo di Raphael

Levy, bruciato vivo a Metz il gennaio 1670, sotto l'accusa di aver

assassinato un fanciullo cristiano, ne scrisse una splendida

difesa (273); ed il R. P. Bonaventura du Maine dell'ordine dei Minori

Conventuali, che discorrendo, nel 1865, al Congresso Cattolico di

Malines (si noti: al _Congresso Cattolico_) dello orribile assassinio

del padre Tomaso, accaduto nel 1840 a Damasco, ebbe a dire che questo

reato “non può essere imputato che ai suoi assassini, giacchè _nessun

uomo serio_ crede più oggi che in nessun luogo di questo mondo, gli

Ebrei si credano _autorizzati dalla loro religione_ ad immolare dei

Cristiani” (274).

Anche principi secolari e Pontefici, spesso si adoperarono a purgare gli

Ebrei dalla indegna calunnia.

Bona e Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, con particolare decreto 19

maggio 1470, che si troverà fra i documenti, non esitarono a dichiarar

l'accusa falsa e calunniosa.

L'imperatore Carlo V, con editto del 3 aprile 1544, dannava tali

imposture e proclamava, che, in forza delle dichiarazioni papali, quanto

viene imputato agli Ebrei, necessariamente non può sussistere ed

impartiva disposizioni a tutela degli innocenti calunniati.

Una pubblica sentenza, pronunciata in Verona, l'ultimo febbraio del

1603, proclamò l'innocenza dell'imputato Giuseppe Ebreo, all'appoggio,

più che d'altro, del divieto di Sommi Pontefici di prestar credenza a

tali accuse, la quale osservanza condusse i giudici a provare falsi e

calunniosi tutti i testimoni intervenuti nel processo.

Nel 26 luglio dello stesso anno Vincenzo I duca di Mantova e Monferrato,

illuminato dalla pietà di Monsignor Vescovo e del Padre Inquisitore, per

levare, come si esprime, la suddetta vana e falsa voce che s'era levata

in odio agli Ebrei, proibì persino di parlarne sotto comminatoria di 200

scudi d'ammenda commutabili, per chi non li pagasse, in pene corporali

_ad arbitrio nostro_.

Tullio Carreto, vescovo di Casale, con pubblica sentenza, 27 luglio

1611, resa d'accordo con frà Benedetto Ruota, inquisitore generale di

Casale e d'Alba, proclamò l'innocenza di un'infelice donna israelita,

accusata dell'immaginario reato. Federico III, Massimiliano II e

Leopoldo, dietro l'esempio dei predecessori, ed appoggiandosi alle Bolle

dei Sommi Pontefici, bandirono la falsità dell'accusa, e tutelarono gli

imputati con ogni sorta di leggi e di penalità.

E, invocando finalmente l'autorità dei Sommi Pontefici, esporremo:

Che un Gregorio IX, sulle orme apostoliche di Calisto, Eugenio,

Alessandro, Celestino, Innocenzo, Onorio e tanti altri, pronunciò

scomunica contro gli autori e propalatori dell'iniqua calunnia, e con

particolar Breve, in data 9 settembre 1236, che comincia _Lacrimabilem

Judaeorum_, vi rese palese, anche ai Principi secolari, la pia e retta

sua intenzione (275).

Che il pontefice massimo Innocenzo IV, con suo Breve 5 luglio 1247,

scrisse ad arcivescovi e vescovi di Francia e di Germania, ingiungendo

alle persone ecclesiastiche, ed ai principi, nobili, secolari e

cittadini di astenersi dal supporre negli Ebrei la colpa di cui

trattasi, Breve che comincia: _Archiepiscopis et episcopis per Alemaniam

constitutis. Lacrimabilem Judaeorum Alemaniæ recepimus questionem_,

ecc. (276).

Che analoghe dichiarazioni ebbero a fare Clemente VI nel 1342, e Sisto

IV;

Che il sommo pontefice Alessandro VII infine, nel settimo anno del suo

pontificato, con suo Breve od Editto, fu pietosamente indotto a

condannare siffatte calunnie contro gli Ebrei.

Basterebbe davvero la concorde testimonianza di tanti autori, di tanti

principi, di tanti pontefici a ridurre al silenzio ogni uomo di buona

fede (277).

Pure non è così; e noi che vorremmo schiacciare per sempre la testa

all'idra della calunnia, siam costretti ad abusare della cortesia e

della pazienza dei lettori ed a soffermarci troppo su di un'accusa che

Sir Robert Peel, nella seduta della Camera inglese del 22 gennaio 1841,

dichiarava indegna di ogni attenzione (278).

Ma siamo obbligati a farlo dalla malizia, o, diremo meglio, dalla

malignità dei nemici degli Ebrei, la quale non ha limiti.

I papi, come si è visto, hanno più volte scagionato gli Ebrei dalla

stolta calunnia. Un giornale cattolico ed onesto, l'_Unità Cattolica_ di

Torino, aveva, pochi anni or sono, ripetuta l'accusa, ignorando quanto i

Papi avevano scritto in proposito. Ma bastò che un dotto israelita

facesse avvertito il Teologo Margotti dell'errore, perchè questi nel N.

112 del 1872 della sua _Unità_ pubblicasse la seguente leale

dichiarazione:

“Nella vigilia del giorno natalizio del nostro Santo Padre Pio IX,

vogliamo emendare un articolo sugli Ebrei pubblicato nel nostro numero

106, discorrendo dei tumulti di Smirne e del supposto sagrifizio di un

fanciullo. Ed è nostro debito il dichiarare che già _ab antico_ fu

apposta agli Ebrei QUESTA CALUNNIA, ma ne vennero purgati dai Papi

medesimi, tra i quali vogliamo annoverare principalmente Gregorio IX ed

Innocenzo IV. Noi abbiamo voluto vedere in fonte i documenti e,

consultati gli Annali del Baronio continuati dal Raynoldo, nel volume

II, a pag. 395, vi abbiamo letto le seguenti parole che tradurremo dal

latino:

“Fu tocco Papa Innocenzo IV dalle dolorose lagnanze degli Ebrei che in

Germania ed in Francia piangevano oppressi da gravissime ingiurie e

mali. Imperocchè correndo attorno la falsa voce che essi nelle feste

pasquali si mangiassero, a guisa di sacra comunione, il cuore di un

ucciso fanciullo, questa calunnia loro si appiccò talmente, che per la

più lieve causa venivano spogliati dei beni, gettati in carcere ed anche

colpiti, senza forma alcuna di giudizio, di ingiustissima e crudelissima

morte. Per proteggerne l'innocenza e liberarli da quel feroce zelo di

Principi e popoli, il Pontefice scrisse agli Arcivescovi e Vescovi di

Germania che resistessero al furor popolare, perchè non si straziassero

in sì crudel modo gli innocenti, dovendosi colla massima prudenza

riflettere che dal sacro loro archivio ci venivano quasi i testimoni

della fede cristiana. Ecco la lettera di Innocenzo IV: “_Agli

Arcivescovi e Vescovi costituitisi per la Germania._ Abbiamo ricevuto

lagrimose lagnanze dagli Ebrei di Germania perchè non pochi Principi sì

ecclesiastici come secolari ed altri nobili potenti delle vostre città e

diocesi per rapire ed usurpare i loro beni, macchinando contro di loro

empi disegni, fingendo varii e diversi casi, non considerando

saggiamente che dalle origini loro quasi provennero le testimonianze

della fede cristiana nè che la divina scrittura tra gli altri precetti

dice: — Non ammazzare — e agli Ebrei vieta nella solennità pasquale

qualunque omicidio, falsamente li accusano che nella stessa solennità

essi si comunichino col cuore di un ucciso fanciullo, credendo di

ubbidire alla stessa legge, mentre ciò è a questa legge medesima affatto

contrario, e malignamente a quelli imputano l'uccisione di un uomo se

loro accade di scoprire in qualche luogo un cadavere. E per questa ed

altre molte finzioni incrudelendo contro di essi nè accusati, nè

confessi, nè convinti e contrariamente a' privilegi loro benignamente

concessi dall'Apostolica Sede, li spogliano, contro Dio e la giustizia,

di tutti i loro beni, e li opprimono colla fame, la prigionia, e tante

molestie e sì grandi tormenti, infliggendo loro diversi generi di pene,

e spessissimo condannandoli a turpissima morte, che gli stessi Ebrei,

trovandosi quasi sotto il dominio dei predetti Principi, nobili e

potenti, in peggiore condizione di quel che fossero i loro padri sotto

Faraone d'Egitto, sono costretti a miseramente esulare da' luoghi

abitati da essi e da' loro antecessori da tempo immemorabile: laonde,

temendo il proprio esterminio, stimarono di dover ricorrere alla

prudenza della Sede Apostolica.

“Non volendo adunque che siano ingiustamente vessati i predetti Giudei,

la cui conversione aspetta il misericordiosissimo Iddio; credendosi per

testimonianza del Profeta, che saranno salvi i loro avanzi; mandiamo

che, mostrandosi ad essi favorevoli e benigni, qualunque delle predette

cose avete trovato essersi temerariamente tentata contro gli stessi

Ebrei dai predetti prelati, nobili e potenti, legittimamente rivocando

qualunque ordine, non permettiate che essi per l'avvenire siano

indebitamente molestati intorno alle dette ed altre simili cose. _Dato a

Lione, III nov. dell'anno V._ Questa lettera fu altresì mandata ai

prelati della Francia”.

“Il chiarissimo professore Giuseppe Levi, direttore dell'_Educatore

Israelita_ di Vercelli, ci indicò il documento riferito più sopra; e noi

dopo averlo consultato negli annali del Baronio, continuato dal

Raynaldo, non tardammo a tradurlo e pubblicarlo. Aggiungiamo pure di non

aver saputo trovare nel Talmud nessun testo che comandi o consigli agli

Ebrei l'uccisione di bambini cristiani per celebrare la Pasqua.

Francesco Domenico Guerrazzi nel 1857 stampava nel suo _Asino_ questa

calunnia. Protestammo, scrive il professor Levi, e, dopo lungo

carteggio, convinto delle nostre ragioni, Guerrazzi disdiceva nella

seconda edizione il già detto, e ci scriveva da Genova nel 20 luglio

1857: Non mi resta che a congratularmi con voi dell'essere rimasti

soddisfatti dell'ammenda fatta, e di avermi porta occasione di

raddrizzare un errore il quale, certo contro la mia volontà, vi recava

gravame”.

Lasciamo a parte la buona fede del Guerrazzi, che il Levi avrà avute le

sue buone ragioni per trovare soddisfacente, e confessiamo che il

contegno dell'_Unità Cattolica_ fu così onesto, così leale da

giustificare pienamente quanto noi scrivemmo a pag. 15.

Ma, pur troppo, non tutti i giornalisti cattolici son del valore di Don

Giacomo Margotti. Un articolaio della _Civiltà Cattolica_ a pag. 234 del

vol. VII del 1881 vuole provarsi ad aggiustare il latino in bocca al

papa, e vien fuori con questo bel ragionamento che noi, più onesti

dell'articolaio suddetto, amiamo riferire per esteso prima di

rispondervi:

“Che fra queste pratiche giudaico-talmudiche vi sia anche quella di

_comunicarsi la Pasqua col cuore di un fanciullo cristiano assassinato_

questo noi nol crediamo: nè se ne trova a nostra notizia cenno nel

Talmud e neanche sappiamo che mai sia stato formato sopra un tale

misfatto un regolare autentico processo. Ma quanto alla legge ed alla

pratica talmudica di assassinare dei cristiani fanciulli e non fanciulli

per servirsi del loro sangue nella confezione degli azimi nelle feste

pasquali, questa è legge fondata nel Talmud, e praticata più volte dai

Giudei come consta da molti processi anche recenti (_ma, articolaio del

mio cuore, se è fondata nel Talmud, non dovrebbe constare dal Talmud

stesso, anzichè dai processi?_) secondo che fu già da molti e sarà anche

da noi colla scorta dei processi ampiamente, chiaramente ed

indubbiamente dimostrato”.

Che sorta di ciuco sia l'articolaio della _Civiltà_ dimostreremo a luce

meridiana in una lettera indirizzata al chiarissimo direttore di quel

periodico, lettera che i nostri lettori troveranno più innanzi; ma qui

non si tratta di maggior o minor dottrina, ma bensì di spudorate

calunnie, tanto più infami, in quanto che scritte su di una imputazione

che costò già la vita a molti innocenti e scritte allorquando pendevano

processi sull'argomento, coll'evidente intento di esercitare, mercè

l'autorità del giornale che le accoglieva, una pressione sull'animo dei

giudici (279).

Affermiamo dunque che nel brano succitato sono più le infamie, e le

menzogne scientemente scritte, di quello che non siano le parole — e lo

proviamo:

1. Che razza di papi, e che razza di uomini, sarebbero stati Gregorio IX

ed Innocenzo IV se, sapendo che gli Ebrei avevan per obbligo di uccidere

fanciulli cristiani per compiere tenebrosi riti, avessero impiegato la

loro parola a scagionare gli Ebrei dall'accusa _di comunicarsi col cuore

di un fanciullo cristiano_? Che la religione mosaica non abbia nulla di

simile al Sacramento della Eucaristia sanno anche i bimbi; e quei papi

sarebbero stati i peggiori fra i malfattori se, arzigogolando sulle

parole, come un volgare scrittore della _Civiltà_, avessero detto ai

Cristiani: _Non è vero che gli Ebrei ammazzino i fanciulli per

comunicarsi col loro cuore_, sottointendendo, con strana restrizione

mentale, _ma li ammazzano per servirsi del loro sangue nella confezione

degli azimi_.

Ingiuria più atroce e più insana di questa, verso la memoria di due

Sommi Pontefici, non poteva scagliarsi da nessun ebreo, da nessun ateo,

da nessun nemico della Chiesa, ed è bello, è istruttivo sopratutto, che

l'abbia scagliata un articolaio della _Civiltà Cattolica_.

2. _Assassinare dei cristiani fanciulli e non fanciulli per servirsi del

loro sangue nella confezione degli azimi nelle feste pasquali, questa è_

LEGGE FONDATA SUL TALMUD.

Chi asserisce ha sempre avuto l'obbligo di provare. Noi, per esempio,

affermiamo qui anche una volta che l'odio dell'articolaio e dei pari

suoi contro il Talmud proviene da ciò: che, mentre essi desiderano la

immediata conversione degli Ebrei (V. _Civiltà Catt._, Quaderno 814, p.

487), quel libro tanto esecrato giovò specialmente a confermare gli

Ebrei nella loro fede, e, siccome lo affermiamo, lo proviamo subito,

citando le parole di un autore ultra-cattolico, il Rohrbacher (280):

“Questa raccolta di tradizioni farisaiche (il Talmud) chiosate,

predicate dai rabbini, è appunto, siccome pare, il maggior impedimento

alla conversione dei giudei”.

L'articolaio invece, asserendo che nel Talmud è fatta agli Ebrei

prescrizione di celebrare l'orrendo rito, afferma, ma non prova, e sì

che la prova qui era tanto facile e semplice, bastava citare il trattato

ed il foglio del Talmud dove si trova imposto agli Ebrei il nefando

rito.

Ma questo l'articolaio non potè fare per una ragione semplicissima; ed è

che frammezzo alle bellissime cose ed alle matte stranezze di cui

riboccano i dodici volumi in foglio del Talmud, non vi è una riga,

neppur una, che possa, per quanto torta e ritorta, venire in appoggio

alla bieca accusa.

Sa invece l'articolaio cosa c'è nel Talmud?

Legga l'articolaio, se li sa leggere, per tacer d'altri, i trattati

_Choiln_, _Keridut_, _Pesachim_, _Jebamoth_, _Zevachim_ e vi troverà ad

ogni pie' sospinto rinnovato il divieto fatto agli Ebrei dalla

Bibbia (281) di cibarsi di sangue, e non solo lo troverà rinnovato, ma

lo troverà aggravato da tutte quelle _siepi_ che, secondo il detto

talmudico, i Rabbini si sono piaciuti a porre attorno alla legge di Dio

per renderne più sicura la osservanza. E perciò non soltanto troverà

vietato l'uso del sangue di animali, ma troverà minuziose, ridicole

prescrizioni perchè i cibi sieno preparati in modo che non vi rimanga la

più piccola traccia di sangue, troverà persino fatto divieto all'ebreo

di inghiottire il boccone che ha in bocca, se per caso venisse, mentre

lo sta masticando, ad uscirgli una goccia di sangue dalle gengive, o di

sorbire un uovo nel quale si trovi una goccia di sangue.

Rida finchè vuole l'articolaio di queste minuzie e noi rideremo con lui,

e di buon cuore; ma, vivaddio, non accusi coloro che le osservano di

pasti da antropofaghi.

Che se poi l'articolaio fosse vago di sapere cosa pensano i padri del

Talmud dello omicidio, gli diremo che al tempo delle persecuzioni di

Trajano, raccoltisi i maestri del Giudaismo in segreto consiglio,

stabilirono: che qualunque ebreo potesse tenersi sciolto dall'obbligo di

adempiere i riti religiosi, ognora che ne potesse seguire pericolo di

morte; e che solo per sottrarsi a un atto di idolatria, all'OMICIDIO e

all'adulterio fosse cosa onorevole e giusta, spendere la propria

vita (282).

E questa opinione è cento volte ripetuta nel Talmud dove a tacere

d'altri mille passi si legge anche il seguente:

“Chi versa il sangue dell'uomo sarà versato il suo sangue.

“Molti è vero, hanno le mani lorde di sangue umano, eppure muoiono

tranquillamente nel letto loro. Ma il loro sangue sarà versato nel

giorno del giudizio (283)”.

E se ciò non basta all'articolaio, se non gli basta la dichiarazione

dell'_Unità Cattolica_ di non aver trovato nel Talmud nessun precetto

che comandi o consigli il nefando rito, ci stia a sentire; non potremo

esser brevi, e ne chiediam venia ai lettori, ma vorremmo farla finita

una buona volta con questa stolida calunnia.

Vi è all'Università di Praga, un I. R. professore di antichità

giudaiche, che dopo essersi fatto una bella fama di cretino sostenendo i

pretesi miracoli della stigmatizzata Lateau (284), e coprendo di

contumelie i protestanti, ha pensato in occasione del processo di

Tisza-Eszlar di riconfermarla, mandando fuori parecchie sue cicalate,

intese a dimostrare come gli Ebrei facciano uso pei loro riti di sangue

cristiano.

Queste cicalate provocarono le risa di tutti i dotti di Europa, senza

distinzione di culto; fu provato che il Rohling è un vigliacco

calunniatore, un ignorante di tre cotte, nella migliore ipotesi, un

mattoide della più bell'acqua.

Ma tutte queste qualità che rendono il Rohling indegno di esser citato a

qualsivoglia persona seria, lo costituiscono invece la più bella, la più

luminosa autorità che possa opporsi all'articolaio della _Civiltà_.

_Similia similibus._

Ora questo Rohling, in una lettera, scritta il 19 giugno 1883, al famoso

deputato antisemita ungherese Geza di Onody, lettera che venne

riprodotta il 24 giugno nell'_Ungarischer Grenzbotes_ di Presburgo

scrive queste precise parole: “Avevo detto nella mia _Antwort an die

Rabbinen_ che io non avevo trovato nel Talmud — per quanto ne conosciamo

delle edizioni stampate — nessuna prova dell'assassinio ritualmente

ordinato agli Ebrei”.

Mentre quindi l'articolaio, poco _civile_ e meno _cattolico_, con quella

sicumera che si addice alla sua ignoranza, afferma nel 1881 questa legge

di sangue fondata nel Talmud, due anni dopo, il suo degnissimo Rohling,

professore di antichità giudaiche, è costretto ad affermare che non

seppe trovare nel Talmud una riga che facesse al caso suo.

Prevediamo però l'obbiezione che si potrebbe farci. Si potrebbe dirci

che la malafede del Rohling è uguagliata soltanto dalla sua crassa

ignoranza, sicchè nessun uomo, per poco che si rispetti, è obbligato a

prestar fede alle sue parole.

E rispondendo così anche l'articolaio sarebbe perfettamente nel suo

diritto e nessuno saprebbe dargli torto.

Ma cosa, risponderebbe, di grazia, alla testimonianza di due principi

della Chiesa, emessa in occasione di un recente processo e citata da un

giornale non sospetto: la _Gazzette de France_ del 2 luglio 1883? Stia a

sentire, l'articolaio:

“In occasione del processo di Tisza-Eszlar il dottor Samassa,

arcivescovo d'Erlau, ed il cardinale Luigi Haynald, arcivescovo di

Kalocza, non esitarono a dichiarare che in NESSUNO dei libri religiosi

degli Ebrei si contenevano simili prescrizioni.”

Ma taluno a corto di migliori argomenti, ci dirà che se non è nel Talmud

stampato, può essere in qualcuno dei manoscritti antichi.

Rispondiamo che cataste di quei manoscritti furono sequestrate in _illo

tempore_, da preti e da frati, in tanta copia che oggi riescono

rarissimi, sicchè il solo completo che si conosca è quello della

Biblioteca Reale di Monaco. Ora questi preti e questi frati, se vi

avessero trovato la nefanda legge, avrebbero avuto l'obbligo sacrosanto

di renderla pubblica.

Non l'hanno fatto? segno evidente che non hanno trovato niente.

E siccome conosciamo e disprezziamo il modo di polemizzare dei nostri

avversari e non vogliamo servirci dell'arte loro di citar una riga di

uno scritto per snaturarne il concetto, così confesseremo francamente

che il Rohling, nella lettera citata, prosegue affermando di aver

trovato l'obbligo imposto agli Ebrei di far uso di sangue, in un libro

stampato nel 1868 a Gerusalemme.

Ma, il degnissimo compare, non sa e non può citare il titolo del libro,

perchè egli non ha fatto che copiare una calunnia messa in giro da un

immondo libello antisemitico, il _Paderboner Judenspiegel_, siccome

luminosamente dimostra l'illustre Delistsch, un cristiano, professore

della facoltà di Teologia di Lipsia, nel _Pester Lloyd_ del 16 marzo

1883.

3. L'ultima infamia che leggesi nelle poche righe dello sconcio

articolo, che ci piacque riferire, è nelle parole: _che fu già da molti

e sarà anche da noi, colla scorta dei processi, ampiamente, chiaramente

ed indubbiamente dimostrato._

Siccome _infinitus est numerus stultorum_, non abbiamo difficoltà ad

ammettere che molti abbiano voluto trarre da quei processi una illazione

qualsiasi.

I processi in proposito furono molti, moltissimi anzi, e noi ne abbiamo

ricordati una buona serqua.

Ma chiediamo, non all'articolaio, evidentemente convinto essere il medio

evo il periodo più splendido della storia dell'umanità, ma a qualunque

uomo non sia del tutto cretinizzato dal fanatismo, che valore abbiano

tutti i processi nei quali gli imputati, ed anco i testimoni se occorre,

sono assoggettati alle torture.

Ce lo dica il Fleury, quando narra che ai servi dei primi cristiani si

estorceva coi tormenti la confessione dei pretesi infanticidii commessi

dai loro padroni.

E se l'autorità del Fleury non basta, adduciamo quella di tale che fu ad

un tempo un Santo, ed un Pontefice, San Nicola I (858–867), e perchè non

ci si accusi di falsare le citazioni, riferiamo l'opinione di questo

Santo Pontefice tal quale come la riferisce uno scrittore, cui, è a

sperare, non si negherà fede (285):

“Il papa S. Nicolò I, rispetto all'usanza che avevano i giudici di porre

alla tortura i sospetti di alcun delitto, dichiara non ammessa nè dalla

divina nè dalla umana legge, vale a dire dalla romana; volontaria, dice,

dovendo esser la confessione e non forzata. Per la tortura può un

innocente patir eccessivamente senza nulla confessare; e in tal caso la

è un'empietà da parte del giudice: o, vinto dal dolore, dirsi reo,

quand'anche non sia; empietà, anche allora non minore da parte del

giudice.”

Ora, dopo avere dimostrato come un Papa del IX secolo la pensasse, in

materia di processi istruiti col mezzo della tortura, invitiamo

l'articolaio a por mente che tutti i processi, che ebbero esito fatale

per gli Ebrei, furono istruiti mercè quel mezzo, che egli probabilmente

deplora in cuor suo di non poter applicare all'autore di queste pagine.

E quasi questa infamia della tortura non bastasse a togliere ogni valore

a questi processi, è opportuno ricordare che in molti fra essi, e

specialmente nei primi, cioè in quelli che più degli altri giovarono ad

accreditare lo stolto pregiudizio contro gli Ebrei, la prova della loro

pretesa colpabilità fu ottenuta mercè il giudizio di Dio. Così avvenne,

per esempio, a Blois nel 1171. L'unico testimonio che accusava gli Ebrei

fu posto sul fiume dentro una barca ed essendo egli riescito a salvarsi,

la sua accusa venne tenuta per vera.

Ed è sulla base di tali processi che l'articolaio vuole _ampiamente,

chiaramente, indubbiamente_ dimostrare?

Non è difficile che, in mancanza di altri argomenti, ci si opponga

l'antichità della accusa, il numero grande delle vittime, e dei relativi

processi, l'universale diffusione della accusa; i soliti argomenti,

insomma, di tutti quelli che non ne hanno di migliori.

Rispondiamo:

Quale colta persona crede oggi giorno che vi sieno mai state persone

capaci di diffondere ad arte pestilenze e morbi?

Eppure le storie riboccano di processi contro i pretesi untori; ed oggi

ancora una grave epidemia non si manifesta in un paese, senza che la

plebe non accusi questo o quello di diffondere il morbo, e nella prima

metà del nostro secolo ancora, Parigi, il cervello d'Europa, vide dei

pretesi avvelenatori uccisi a furor di plebe (286).

Chi crede oggi alle streghe, ai commerci col demonio, a tutto quanto

farneticavano, su questi argomenti, i nostri buoni nonni?

Eppure le storie abbondano di processi contro streghe, le quali furono,

non soltanto convinte di reati impossibili, ma persino confesse; eppure

le vecchie biblioteche sono ingombre di volumi in cui si tracciano ai

giudici le vie da seguire per giungere alla scoperta di delitti che il

progresso della umana ragione dimostrò non poter accadere; eppure non

sono tanto remoti i tempi obbrobriosi nei quali un sacerdote cattolico,

Urbano Grandier, veniva accusato di aver stregato diciassette monache di

Loudun, in cui si costringeva un'altro curato, il Gianfredi, a

confessare che aveva soffiato il diavolo nel corpo di Maddalena Lapallu

ed in cui si vide il gesuita Girard sul punto di essere condannato al

rogo, per aver gittato un sortilegio sulla Cadière.

Se i processi contro gli untori, se quelli contro le streghe, non

bastano a farci persuasi che un uomo possa diffondere una pestilenza

senza esserne la prima vittima, che una donna possa attraversare dozzine

di leghe, a cavallo di una scopa, perchè i processi contro gli Ebrei

avranno, soli, virtù di persuaderci che essi facciano uso di sangue

cristiano nei loro riti?

Nè maggior autorità dei processi, ha la antichità della accusa. Ciò che

forma il principale pericolo di ogni calunnia è questo appunto: che per

quanto luminosamente smentita dai fatti, e dalla ragione, essa persiste

sempre in talune menti più ottuse, sicchè, quando sembra completamente

vinta e debellata, la si vede poi ogni qual tratto rinascere più viva e

rigogliosa che mai.

Circa all'esser stata questa accusa mossa agli Ebrei in tempi e luoghi

diversissimi, locchè può parer prova della sua veridicità, rispondiamo

subito che, in tempi ed in paesi diversissimi, si credette agli untori

ed alle streghe; che la chiromanzia ebbe seguaci fra i greci antichi e

fra i moderni francesi; che all'astrologia credettero, per tacer

d'altri, gli antichi Caldei, gli Arabi del medio evo, e gli uomini più

colti di tutti i paesi sino a pochi secoli or sono; e che oggi noi

ridiamo di tutte queste cose, e ci faremmo beffe di chiunque invocasse,

sul serio, l'argomento dell'universale diffusione che ebbero in passato

queste credenze per persuaderci della loro verità.

La progredita civiltà dell'epoca nostra non impedisce poi che anche oggi

perdurino talune incredibili superstizioni. I montanari di Scozia

credono ancora che un tale e tal lago abbia il suo _kelpie_ e il suo

_caval d'acqua_; nel fondo di certe provincie di Francia i contadini son

lungi dal negar fede al lupo mannaro; e qui, nella nostra Italia, il

romano, per non dir d'altri, crede ancora al cattivo occhio e gli

ospedali di Napoli ricevono, ogni anno, qualche infelice martoriato da

malvagi superstiziosi, che pretendono ottenere in tal guisa i numeri del

lotto.

Un'ultima osservazione ci rimane poi a fare circa il preteso valore dei

numerosi processi che si fecero, con esito diverso, contro gli Ebrei.

L'articolaio stesso osserva, che man mano che un paese va incivilendosi,

i processi di questo genere divengono più rari, mentre sono tanto più

frequenti, e hanno esito peggiore per gli Ebrei, quanto più avvengono in

epoche remote ed in paesi meno civili.

In Inghilterra, dacchè gli ebrei vi furono richiamati dal protettore

Cromwell, non ebbe più luogo nessun processo di tale natura. In Francia

non se ne ebbe nessuno, dopo la sentenza del parlamento di Metz che

dannò a morte Raphael Levi (16 giugno 1670), sentenza che è riconosciuta

da tutti come un errore giudiziario e contro cui si scagliò un venerando

ed illustre sacerdote cattolico, il padre Simon dell'Oratorio.

In Italia l'ultimo processo, che terminasse con una condanna, risale al

1480. Vi furono bensì, varie volte dopo, dei tentati ammutinamenti

contro gli Ebrei, come a Casale Monferrato nel 1611, a Mantova nel 1824,

per pretese sparizioni di fanciulli che poi vennero trovati vivi e sani.

Un immondo libello pubblicato l'anno scorso a Prato, libello al quale

non è certamente estranea la mano dello articolaio della _Civiltà_, col

titolo _Il sangue cristiano nei riti ebraici della moderna sinagoga_

reca un lungo elenco di pretesi assassinii rituali commessi dagli Ebrei;

ora da quell'elenco stesso desumiamo che nel corso di questi due ultimi

secoli nessuno di questi assassinii fu commesso in Francia, Inghilterra,

Italia o Germania; tutti i segnalati hanno per teatro la Polonia,

l'Ungheria, la Russia e l'Oriente.

Abbiamo già dimostrato che una è la religione mosaica in tutti i tempi

ed in tutti i paesi, sicchè dal fatto che simili processi divengono

impossibili nei paesi civili, non è lecito dedurre la conseguenza che

gli Ebrei di questi paesi si astengano dal compiere quello che, secondo

i loro nemici, sarebbe per essi un dovere di coscienza; ma ben piuttosto

è logico l'argomentare che il progredire della civiltà renda impossibile

nonchè il condannare neppure l'iniziare processi sopra una così stolida

accusa. E persino in Germania, la terra classica dell'antisemitismo e

dei processi inverosimili, se crediamo al seguente fatto narrato mesi

sono dai giornali, pare, o articolaio diletto, che il tempo cessi

d'esser propizio agli arrosti.

“Sino dal 22 gennaio 1883, a Skurz, paese di due mila abitanti, nella

Prussia occidentale, presso Danzica, fu rinvenuto il cadavere mutilato

di un ragazzo di 15 anni. La voce popolare accusò del misfatto gli

Ebrei, asserendo che essi avevano assassinato il ragazzo per servirsi

del suo sangue ne' loro riti religiosi. Un ebreo, certo Josephsohn, come

sospetto dell'orribile delitto, fu subito arrestato. Malgrado _precise

deposizioni di testimoni, che dichiaravano di aver veduto ed udito

tutto_, non si poterono ottenere prove sicure contro di lui. Adesso la

direzione della polizia di Berlino ha spedito a Skurz un valente

commissario di polizia, il quale ha potuto fare la luce su lo strano

avvenimento e scoprire il vero autore dell'assassinio nella persona del

macellaio cattolico Giuseppe Behrendt. Costui, più di tutti, aveva

gridato contro gli Ebrei e con minaccie era riuscito a indurre uno de'

principali testimoni del misfatto a deporre di aver veduto sul luogo

l'ebreo Josephsohn. Il Behrendt è stato, sul momento, tratto in

arresto” (287).

Dopo ciò, — con buona venia dell'articolaio, passiamo ad occuparci di

altro, lieti di avergli dimostrato:

Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti · 第 16 / 85 题