Chiunque invece ottempera a questi precetti si chiama giudeo: “Chi
rinnega l'idolatria si chiama giudeo” (113). Precetto questo che
basterebbe a far chiaro qual concetto di alta tolleranza abbia il
Giudaismo per tutte le religioni monoteistiche. Basta non essere
idolatra per meritarsi quel nome di giudeo, di cui la stolta malignità
delle plebi fece una ingiuria, ma che è, naturalmente, la più grande
espressione di benevolenza che si possa trovare nel Talmud. E tanto
differenziano gli Ebrei fra idolatri e monoteisti che Maimonide, il
massimo fra i loro filosofi, potè ridurre ad assioma il principio,
essere il Cristianesimo e l'Islamismo mezzo di preparazione all'êra
messiaca.
Da quanto si è fin qui detto parrebbe già evidente non doversi mai in
nessun caso la parola _goi_ applicare ai Cristiani, ma ne piace far più
chiara siffatta dimostrazione, esaminando la questione sotto un altro
aspetto.
La _Mischnà_ annovera tra le feste dei _Goim_ le Calende ed i Saturnali.
Ci volle davvero nel Bustorfio singolar mala fede, per tradurre nel suo
_Lessico Talmudico_ (colonna 2043), in questa guisa le parole della
_Mischnà_. _Haec autem sunt festa Christianorum_ (!) _Calendæ,
Saturnalia, Quadragesima._ Che le Calende ed i Saturnali non siano state
mai feste cristiane sanno anche i bimbi, nè vi ha chi ignori come i
primi scrittori cristiani stigmatizzassero con santo zelo gli osceni
riti dei saturnali pagani.
Come adunque supporre che la Mischnà abbia potuto dire essere feste dei
Cristiani quelle che notoriamente erano dai Cristiani riprovate? _Goim_,
in questo caso come sempre, non può tradursi con _Cristiani_, ma con
_Pagani_ o _Gentili_.
Nè si obbietti che se i Saturnali o le Calende sono feste pagane, è la
Quaresima essenzialmente cristiana; poichè a questa obbiezione si
risponde che l'introduzione della parola _Quaresima_ in questo passo è
un parto della immaginazione del Bustorfio, il quale non seppe, o non
volle, trovare nella lingua greca il vocabolo misnico _Kratesein_.
Questa festa è ritenuto dai Talmudisti essere la solennizzazione
anniversaria del giorno in cui Roma ha preso l'impero e l'antico lessico
talmudico, detto _Aruch_, dice essere voce greca. La voce è accorciata
da Κρατησίμαχος vincitore in battaglia, ed indica la festa istituita in
commemorazione di qualche solenne vittoria, qual era, per es., presso i
Romani il giorno degli Idi di aprile, consecrato a Giove vincitore od
alla libertà. E ben a ragione il Perengero tradusse questo vocabolo:
_Dies_ Κρατησίμαχος, _sive memoria subjugati alicujus imperii._
Spiegato per tal guisa che nel passo, citato dal Bustorfio, non si parla
di alcuna festa cristiana, ma bensì di tre feste pagane, sarà d'uopo
convenire che allorquando nel _Talmud_ si incontra la parola _goim_
converrà renderla con quelle di _gentili_, _pagani_, _idolatri_, ma non
mai con quella di _cristiani_.
Ma, si dirà, sien pure gli idolatri quelli che il Talmud designa col
nome di _goim_, non è però men vero che egli inculca l'odio ed il
disprezzo verso di loro, ciò che è sempre contrario ai precetti di
carità e di tolleranza.
Obbiezione questa giustissima in bocca di coloro che, conoscendo i santi
precetti del Vangelo, vorrebbero che ogni libro di ogni religione a
quelli si informasse.
Ma il Talmud non è il Vangelo, ed errerebbe a partito chi volesse
confrontare l'uno coll'altro. Il Vangelo è, come il Pentateuco legge
rivelata, il Talmud è legge tradizionale. Nei primi è Dio che parla, nel
secondo è l'uomo, con tutte le sue debolezze, con tutti i suoi difetti.
Ed il Talmud, non dimentichiamolo, fu composto, quando le persecuzioni,
atroci, efferate dei Romani contro gli Ebrei, imperversavano ancora. Il
Talmud è il libro di una gente oltraggiata nella sua fede, cacciata
dalla sua patria, conculcata nella sua nazionalità, libro umano e non
divino, sicchè se lascia talvolta trapelare l'odio dell'oppresso contro
l'oppressore, non si può biasimarlo, senza involgere nello stesso
biasimo ogni grido di dolore, ogni imprecazione che esca dal petto di
una nazione oltraggiata, vilipesa, martirizzata.
Leggiamo le opere dei primi Cristiani che ebbero comuni cogli Ebrei i
patimenti e le sofferenze, e vediamo se, malgrado le massime di sublime
carità, bandite dal Vangelo, non rivelano l'odio verso il Pagano
oppressore e tiranno.
Perdonare agli oppressori, lambire la mano che vi schiaccia, sono atti
di virtù eroica, ma appunto perchè tali sarebbe assurdo il far colpa a
chi non se ne sente capace.
Ciò che importa notare è che la legge giudaica non fa espressa
distinzione dallo israelita al non israelita (_nochrì_) in alcuna di
quelle leggi che la giustizia e l'umanità hanno suggerite a tutti i
popoli civilizzati. Per esempio i precetti: _Non commettere omicidio_,
_non commettere adulterio_, _non rubare_, sono espressi in modo
illimitato ed assoluto; e questi misfatti sono indistintamente proibiti,
sia che si tratti di commetterli a danno di un israelita o di un non
israelita. Ciò fu chiaramente enunciato dal rabbino Eliezer figlio di
Natan, vivente in Magonza verso il 1140, e fratello ad un genero di
Rascì (114).
Ed anche i Talmudisti, se talvolta si lasciarono sfuggire qualche
espressione di ira verso gli oppressori, non mancarono però di inculcare
il perdono delle offese, una delle più sublimi fra le virtù evangeliche.
“Perdona a chi ti ha maltrattato, e dà a quello che a te ha rifiutato;
se tu cerchi di vendicarti lo rattristerai e ti pentirai del male che
avrai fatto. Se invece tu perdoni e ti mostri liberale, te ne
rallegrerai in ogni tempo ed in ogni momento” (115).
Ed altrove:
“Sii sempre pieghevole come giunco (benigno con tutti), nè essere mai
inflessibile come un cedro (inesorabile verso chi ti offese)” (116).
E più chiaramente:
“Coloro che umiliati da altri non ne anelano la rivincita, che
ingiuriati non hanno un pensiero di vendetta, la di cui religione è
amore di Dio, che con tacita rassegnazione soffrono le sventure di
questa vita, vengono dalla sacra scrittura designati lorchè leggiamo
(GIUDICI, v. 31): _Quelli che amano il Signore, sieno come quando il
sole esce fuori nella sua forza_” (117).
Oppure:
“Se offendesti il tuo prossimo ti sembri grave l'offesa; se facesti il
bene, lieve il beneficio. All'incontro se il tuo prossimo ti rese un
servizio stimalo grandissimo; se verso te si permise una ingiustizia
dimenticala come di poco momento.
“Apprendi a soffrire paziente e perdonare le ingiurie” (118).
Molti poi fra i precetti talmudici, che i nemici del Giudaismo
interpretarono come eccitamento all'odio verso i gentili, non erano in
fatto che precetti precauzionali intesi a guarentire la vita e gli averi
degli Ebrei, dalle popolazioni, loro infestissime, frammezzo alle quali
vivevano.
Si leggano taluni di questi precetti e si dia torto agli Ebrei di averli
inscritti nelle loro leggi, quando si sappia, per dirne una sola, che
una legge dei Franchi Ripuarii, non abrogata che qualche secolo dopo, da
Lodovico il Pio, vietava, si procedesse contro un cristiano per
qualunque delitto, l'assassinio compreso, che avesse commesso contro un
ebreo (119)!
“Non si fermi solo un israelita con un idolatra perchè sono sospetti di
versar sangue. — Se viene a trovarsi per via, insieme ad un idolatra che
cinga spada, se lo metta a destra; se ha il bastone in mano, se lo metta
a sinistra. — Se salgono o scendono non sia l'idolatra di sopra e
l'israelita sotto, e ad ogni modo se lo metta un po' a destra, mai poi
non gli si abbassi davanti. Se gli domanda: dove vai? quando abbia
bisogno di andare un miglio, gli dica due miglia” (120).
Un esame particolareggiato del Talmud non è nell'indole di questo nostro
lavoro, sicchè mentre non possiamo, nell'interesse degli Ebrei, che far
voti perchè siffatto esame sia eseguito da uno scrittore veramente
imparziale, ci limiteremo a darne qui taluni brevissimi estratti per far
chiaro lo spirito che anima quello, che a buon diritto potrebbesi
chiamare, il _corpus juris_ degli Ebrei.
Fu detto, ed a ragione, che tutte le verità del Vangelo potrebbero
riassumersi nel precetto: _Amate il vostro prossimo come voi stessi._
Nè il fatto che questo precetto che Rabi Akivà diceva essere il più bel
precetto della religione (121), trovisi nell'Antico Testamento (LEV.
XIX, 20), attenua il merito grandissimo del Cristianesimo che,
sostituendosi al Paganesimo, mise in pratica il precetto della
scambievole benevolenza, in scala ben più larga che non avesse fatto
prima il Giudaismo e gli diede la sanzione di un dovere religioso. Ma il
merito del Cristianesimo non deve renderci ingiusti verso gli Ebrei che
seppero mostrarsi degni del sacro deposito della legge che avevano
ricevuto da Dio.
Infatti nel Talmud troviamo:
“Amerai il tuo prossimo come te stesso. È questa la gran legge di tutta
la legge. Guai a chi dice: _Sono avvilito, sia avvilito anche il mio
prossimo, sono maladetto, sia maladetto anche il mio prossimo._ Pensi
costui chi avvilisce, chi maledice; egli avvilisce e maledice chi porta
in sè l'immagine divina” (122).
Ed altrove:
“Un pagano si presentò ad Hillel (123) e gli disse:
“_Io sarò ebreo, ma a questo patto; voglio che tu mi insegni tutta la
legge in tanto tempo quanto posso tenermi ritto su d'un piede solo._
Hillel sorride, accetta la prova, e incomincia in questo modo: Ama il
tuo prossimo; non fare ad altri quello che a te spiacerebbe. Ecco, amico
mio, tutta la legge. Tutte le altre prescrizioni sono una conseguenza di
queste: va e studiale” (124).
In altro luogo due rabbini discutendo sulla base della morale, e sul
vero criterio della religione esprimono le seguenti opinioni. L'uno dice
che tutto è fondato sul precetto dell'amore del prossimo, l'altro invece
sulla unità della razza umana (125).
Nè l'amore del prossimo, tanto filosoficamente espresso in questa ultima
massima, è, pei Talmudisti, soltanto un precetto scritto sulla carta e
non applicato.
Ognun sa che gli odii religiosi, sempre vivi ed accaniti, lo sono tanto
più fra differenti sètte della stessa religione; e sono pur note le
dissensioni fra la scuola di Hillel e quella di Shamai, dissensioni che,
per dirla colla espressione rabbinica, d'una legge sola ne facevan due.
Ora ecco cosa leggiamo nel Talmud a questo proposito:
“La scuola di Shamai e la scuola di Hillel, in perpetue disputazioni
religiose l'una contro l'altra dividevano Israello in due grandi
partiti, di cui uno parteggiava pel primo e l'altro per l'altro. Una
scuola dichiarava immonde molte cose che l'altra voleva pure; quella
dichiarava illegittimi i matrimoni in certi gradi di parentela, che
questa credeva permessi. E tuttavia i due partiti e le due scuole
vivevano comodamente insieme; non si astenevano dal mangiare l'uno in
casa dell'altro, e legavano maritaggi gli uni cogli altri” (126).
Nè questo spirito di tolleranza vien meno, allorquando si tratta di
altre religioni. Le prove che potremmo addurre sono tali e tante che ci
troviamo obbligati a scegliere.
“La giustizia non è un retaggio particolare, non è di discendenza; solo
i sacerdoti sono sacerdoti, solo i leviti sono leviti; chi volesse
divenire o sacerdote o levita, non può: tutti che vogliono, possono
divenire giusti, anche il pagano” (127).
Ed a confermare il precetto coll'esempio non mancano nel Talmud leggende
e racconti, nelle quali, idolatri sono rappresentati come specchio
d'ogni virtù! Si legga, a cagion d'esempio, la leggenda del pagano Damo
d'Ascalona che riferiamo fra i documenti, giovandoci della bella
traduzione datane dal Levi, e ci si dica se, in tutte le letterature
antiche, esiste una pagina dove un nemico, un infedele, sia ritratto con
così splendidi colori (128).
Ma la tolleranza è, checchè se ne sia detto, virtù essenzialmente
giudaica, ed un sereno pensatore, anche ignorando il Talmud, dovrebbe
convenire che un popolo non avrebbe potuto sopportare per secoli e
secoli, senza trascendere a vendette e ad eccessi quella lunga serie di
persecuzioni di cui Milman ebbe a dire “che furono le più schifose e le
più continue che possano citarsi fra le nazioni al dissopra dello stato
selvaggio” (129), se non avesse trovato nella propria legge il
fondamento di ogni virtù, e non avesse succhiato col sangue il precetto
dei suoi maestri: “Scopo principale dei religiosi precetti si e
l'avvicinamento fra Israello e tutti gli esseri creati” (130).
La carità verso i peccatori è spesso raccomandata dal Talmud. “Non
giudicate gli altri senza mettervi al loro posto.” (131).
Ed altrove:
“Tre cose conducono, anzi trascinano l'uomo malgrado suo al
male, — l'errore della idolatria, la passione e la povertà.
“Meritano perciò grande compassione gl'infelici che ne sono trascinati,
ed è dovere nostro di pregare Iddio per loro” (132).
E come moralità di uno dei tanti apologhi che formicolano nel Talmud:
“Il giusto non deve mai provocare la punizione di Dio sul
colpevole” (133).
Nè il Dio degli Ebrei è animato da quello spirito di crudeltà e di
intolleranza che i nemici del Giudaismo gli prestano, per poi torcere
contro gli Ebrei il noto detto che non Dio ha fatto l'uomo a sua
immagine, ma che ogni uomo si foggia un Dio ad immagine sua. Mentre i
pagani sono vinti dagli Ebrei, Dio geme e sclama:
“Ebrei e pagani sono opera delle mie mani, potrei io annientare gli uni
per far trionfare gli altri?” (134).
Ed altrove:
“Il Signore così protestava a Mosè: Ebreo o gentile, uomo o donna, servo
o libero, tutti sono eguali per me; ogni buona opera è accompagnata dal
premio” (135).
E questo principio si riscontra, ad ogni pie' sospinto, nel Talmud.
“Giuro pel cielo e per la terra, risponde un dottore, che ebreo od
idolatra, uomo o donna, schiavo o ancella, tutti sono giudicati secondo
le loro opere e su tutti può scendere lo spirito divino” (136).
E questo giuramento, monumento insigne di tolleranza, e quale
difficilmente si troverebbe nei codici religiosi di altre nazioni,
trovasi ripetuto nel _Tanà Devè Eliau_, libro antichissimo dei tempi
talmudici, e così autorevole presso gli Ebrei che la pietosa leggenda lo
attribuisce al profeta Elia.
Nè, checchè siasi preteso in contrario, questo spirito di tolleranza
venne meno negli Ebrei moderni.
Un illustre rabbino italiano del secolo XVII scrive:
“..... E dicono i Rabbini che honorar similmente si deve ogni Vecchio,
ben che non sia Hebreo, come Cittadino del mondo di molto tempo, che ha
passato molti avenimenti et in conseguenza per esperienza saggio; da
Giobbe, cap. 12. _In antiquis est sapientia et in multo tempore
prudentia_” (137).
Un altro italiano, S. D. Luzzatto, è autore di queste parole che noi
vorremmo seriamente meditate da coloro, che, non sappiamo per quali
satanici intenti, si sforzano a metter zizzania fra Cristiani ed Ebrei:
“Chi volesse confutarli [gli scrittori che presero a difendere il
Cristianesimo], quand'anche lo facesse per difendere il Giudaismo,
commetterebbe una immorale azione, poichè contribuirebbe ad immergere
molta parte dell'umana società nella irreligione, essendo quasi
impossibile che le nazioni nate fuori dal Giudaismo lo abbraccino... Che
se taluno poi pensasse a confutare gli apologisti del Cristianesimo
coll'idea di guarentire i suoi correligionari dalla seduzione dei loro
scritti, il suo procedere non cesserebbe di esser men che onesto,
siccome quello che nuocerebbe a milioni per giovare ad uno o due” (138).
A queste parole di stragrande importanza, e pel valore dell'uomo che le
dettava, che fu può dirsi il maestro di tutti i Rabbini oggi viventi in
Italia, e per essere scritte in una lettera particolare, non destinata a
veder la luce, tanto che rimase inedita per ben quarant'anni, fanno
degno riscontro le seguenti del venerando M. Isidore, gran Rabbino di
Francia.
“La Religione..... non ha che una missione, quella di raccomandare la
concordia e la giustizia e benedire gli uomini di cuore a qualunque
culto appartengano, nessuno essa eccettua ed a tutti richiede
annegazione e sincerità” (139).
Ad un accanito nemico degli Ebrei, a Paolo Medici, autore di un libro
scritto espressamente per provocare l'odio ed il disprezzo contro gli
Ebrei (140), la verità strappa queste due preziose confessioni che
mostrano, al paro dei passi da noi citati, lo spirito di tolleranza del
Giudaismo.
“Nella formola della confessione degli Ebrei in cui chiedono
l'assoluzione dei loro peccati è fra gli altri annoverato il seguente:
abbiamo altri in abbominazione” (141).
Locchè ci pare provi che se gli Ebrei nutrono odio contro chicchessia, e
questo accade naturalmente anche a loro, perchè non sono migliori degli
altri uomini, la loro religione però li obbliga ad accusarsene come di
un peccato.
E lo stesso Medici ci reca la seguente prova dello spirito di tolleranza
de' Rabbini:
“Nel trattato Tahamit, cap. 4 (142), prescrivono i Rabbini e dicono che
se alcuno vuol digiunare, digiuni il lunedì, il martedì, il mercoledì o
il giovedì, non mai però il venerdì, il sabbato o la domenica... La
causa perchè non digiunano la Domenica, dice nello stesso luogo Rabbi
Jochanan, per amor di Cristiani” (143).
Ogni spirito imparziale converrà, che non è possibile dar prova maggiore
di tolleranza che vietare ai seguaci di una religione di far penitenza
in un dato giorno, per ciò soltanto che, in quel giorno, i seguaci di
un'altra religione celebrano la loro festa.
Se il _Talmud_ è, come abbiamo dimostrato, legge di tolleranza, esso,
seguendo il precetto del salmista (XXXIV, 15) “_Ritratti dal male e fa
il bene_” è anche legge di carità e si informa a quella universale pietà
ed umanità che formarono in ogni secolo la gloria degli Israeliti. I
Siri dopo una battaglia perduta, dicono al proprio Re: _noi abbiamo
udito dire che i Re della casa d'Israele sono Re benigni_ (144). I
Talmudisti dicono: “Gli Ebrei si distinguono per tre caratteri: essi,
cioè, sono pietosi, verecondi e beneficienti” (145); ed altrove: “Chi
non ha pietà non è della stirpe d'Abramo” (146).
Ed in altro luogo: “Caratteristica dei discendenti di Abramo è la pietà
verso tutti gli esseri creati” (147).
Ed estendendo lo spirito di beneficenza anche ai non israeliti: “Per
conservare l'unione e l'armonia che devono regnare fra tutti i membri
della famiglia umana è prescritto di nutrire i poveri idolatri al paro
dei poveri israeliti, di visitare i malati idolatri al pari dei malati
israeliti, di rendere gli estremi uffici tanto agli idolatri morti,
quanto agli israeliti” (148).
Ed il Modena constata come questo spirito di carità fosse ancor vivo
negli Ebrei dei suoi tempi: “Hanno anco tanto per opera pia il dare
elemosina, e sovvenir ogni misero, benchè non sia Hebreo; in particolare
a quelli delle città, e luoghi dove abitano; come cosa propria della
pietà humana indifferentemente et espressamente lo raccontano i
Rabini” (149).
Di questo spirito di carità presso gli Ebrei rende splendida
testimonianza un autore non sospetto, l'illustre De-Gerando con queste
parole: “Tanta è la forza della legislazione biblica sulla carità, che
essa ha conservato tutti i suoi effetti attraverso alle vicissitudini
che ha subito questo popolo da tanti secoli. Qualunque siano state le
sue disgrazie, fuggitivo, sparpagliato, perseguitato, non si è punto
visto i suoi figli ricorrere alla carità pubblica. Anche là dove i
diritti civili gli sono stati negati, là dove egli si trovava escluso
dai principali rami di industria e dalla facoltà di possedere degli
immobili, egli ha trovato nella comunità religiosa e morale, che unisce
tutti i membri, dei mezzi sufficienti per sovvenire a' bisogni di quelli
fra essi che non poterono sussistere coi loro proprii mezzi” (150).
Ed oggi ancora uno dei più illustri letterati e pensatori francesi,
Maxime du Camp, in un notevole lavoro sulla carità (151) può scrivere
senza tema di essere smentito queste parole:
“Ho molto viaggiato, e molto osservato, e non ho trovato in nessun luogo
razza più benefaciente e più soccorrevole della razza ebraica.”
Dopo un pensatore un romanziere, ed un romanziere alla moda, Ernest
Dandet che nel suo _Jack_ scrive:
“Quando un ebreo si mette ad esser generoso la sua carità è
inesauribile.”
Se dal frutto si giudica l'albero, da questi concordi giudizi sarà
agevole argomentare quali sieno le dottrine giudaiche in materia di
beneficenza. Ci piace però raccogliere anche su questo argomento talune
sentenze talmudiche e non ci sarà difficile raccoglierne nelle opere di
quei dottori che avevan per massima: “Fine della sapienza, esser la
penitenza e le buone opere” (152), e che dicevano “lo stesso povero che
vive di elemosina non esser dispensato dalle opere di carità” (153), e
che insegnavano “principio della divina legge esser la carità; fine la
carità” (154).
Ed ecco taluni precetti sull'argomento: “Tieni la tua casa a chiunque
aperta e sien i poveri tuoi famigliari” (155). — “Val più la carità che
la beneficenza” (156). — “Amare l'umanità equivale ad amar
Dio (157).” — “Quattro caratteri vi sono nella beneficenza. Chi dà
volentieri, ma non vuole che altri dia, è geloso de' meriti altrui. Chi
vuol ch'altri dieno, ma egli stesso non dà, è avaro. Chi dà del suo e
vuole ch'altri dieno, è uomo pio. Chi non dà, nè vuole ch'altri dieno, è
malvagio” (158).
Si noti però che mentre il Talmud eccita il ricco alla beneficenza,
eccita il povero al lavoro dicendogli: “L'uomo che è mantenuto
foss'anche dal padre, fosse anche dalla madre e dai figliuoli suoi, non
prova mai l'ineffabile compiacenza di chi si mantiene colle proprie
fatiche” (159) e dipingendogli la sorte dell'uomo che vive dell'altrui
beneficenza usa queste parole che rammentano i famosi versi del nostro
Dante:
“Quand'uno trovasi costretto a ricorrere all'altrui beneficenza, egli è
come fosse condannato a due supplizi, a quello del fuoco e a quello
dell'acqua” (160).
E perciò il Talmud contiene consigli di previdenza così saggia, che
nessun economista moderno sdegnerebbe di firmare; questo, per esempio:
“Ti costruisci prima una casa, acquista qualche terreno, coltivalo e
quindi pensa ad ammogliarti” (161).
Ma ogni legge sulla beneficenza sarebbe incompleta e manchevole, se non
consigliasse più il soccorso che permette all'infelice di rialzarsi,
mercè la propria attività, che la elemosina pura e semplice, che abbassa
il carattere di chi la riceve. Come non plaudire quindi a questo
precetto talmudico: “Ha maggior merito chi presta che chi dona”? (162).
E dopo essersi dato tanto pensiero per inculcare la beneficenza,
provvedono i dottori del Talmud ad impedire, per quanto sta in loro, che
i malvagi sfruttino la beneficenza dei pii: “Chi non abbisognando di
vivere di elemosina, pur la riceve, non morrà di vecchiaia se pria non
sia stato ridotto alla stringente necessità d'implorare l'altrui
beneficenza. D'altro canto, chi oppresso dalla miseria fa ogni onorato
sforzo per non accattare il suo pane, perverrà prima di morire a nutrire
egli stesso degli sventurati co' suoi averi. È di lui che disse Geremia
(XVII, 7) _Benedetto l'uomo che si confida nel Signore e la cui
confidenza è il Signore_” (163).
In questo stesso Talmud, tanto calunniato, si trovano, con grandissima
meraviglia, trattate e risolute questioni che nel XIX secolo preoccupano
ancora lo spirito pubblico.
La questione della pena di morte vi è esaminata (164).
“Se un tribunale, vi si legge, pronunzia ogni sette anni una sentenza
capitale, si ha il diritto di chiamarlo crudele. Esso merita questo
rimprovero, dice Rabi Eleazzaro, anche se pronuncia una condanna di
morte ogni settanta anni. Se noi avessimo fatto parte del gran tribunale
(aggiungono Rabbi Tarfon e Akivà), mai nessun uomo sarebbe stato
condannato a morte.
“Questo sarebbe, dice un ultimo rabbino, causa che i delitti di sangue
si farebbero frequenti in Israello” (165). È a questo stesso Talmud, a
questo stesso libro ove sta scritto _anche al reo scegli una morte
dolce_ (166) che si è ispirato uno scrittore ebreo dell'XI secolo, Giuda
Levi, per scrivere queste parole che nessun moderno criminalista
respingerebbe.
L'opera è in forma di dialogo tra un re _Cosri_ ed un Ebreo che
rappresenta le opinioni dell'autore:
“_Cosri._ Le pene imposte pei reati sono forse fissate dalla legge dove
è detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ciò che un uomo ha fatto di
male ad un altro, deve a sua volta soffrirlo?
“_L'Ebreo._ Non è detto nello stesso luogo: Chi avrà ucciso una giumenta
la pagherà o la compenserà. Vita per vita. Chi colpirà un animale lo
prenderà e lo pagherà?
“Questi due casi intendonsi del pagamento del prezzo, perchè ciò non
vuol dire: Se qualcheduno ha ferito il tuo cavallo, tu ferisci il suo;
ma bensì: Prendi il suo cavallo e pagati. Difatti non vi sarebbe per te
nessun vantaggio a colpire il cavallo. Così se qualcuno ti taglia la
mano, non è detto tagliagli a tua volta la mano, perchè non vi sarebbe
per te nessun vantaggio a tagliargli la mano. È inutile far notare tutto
ciò che vi sarebbe di contrario alla giustizia ed alla sana ragione in
sentenze pronunziate sulla base del principio: frattura per frattura,
ferita per ferita, cattiveria per cattiveria. Difatti come potremmo noi
misurare, graduare esattamente tali cose; uno, per caso, muore in
conseguenza d'una ferita ed un altro no. Possiamo noi essere giudici
esatti del più e del meno? Strapperemo noi un occhio tanto a chi ne ha
uno solo come a chi ne ha due? Così uno diverrebbe cieco, l'altro
soltanto monocolo. La legge dice: l'uomo sopporterà le conseguenze del
male che ha fatto” (167).
Le dottrine giuridiche del Talmud meriterebbero, del resto, da sole,
l'onore di uno speciale volume. “Quando è, dice un dottore, che
giustizia e benevolenza s'incontrano? Allorquando due litiganti vengono
ad un accomodamento pacifico.” Legislatori che tanto prediligevano la
conciliazione, non potevano dimenticarsi di reprimere l'avidità di
coloro che, troppo spesso, spiegano dinanzi ai tribunali azioni
temerarie. “Chi esige ciò che non gli spetta, nonchè veder frustrate le
ingiuste sue richieste perde pure ciò che di fatto possiede” (168). Le
più minuziose raccomandazioni sono fatte ai giudici, perchè non si
lascino in nessun modo influenzare da nessuna delle due parti
contendenti: “Non ti costituir giudice, nè del tuo amico, nè del tuo
nemico, poichè nel primo non sapresti ravvisare la colpa, nel secondo
l'innocenza” (169). Il precetto del Levitico (XIX, 15): _Non aver
riguardo alla qualità del povero_, vi è ampiamente sviluppato, e, mentre
da un lato si impiega ogni mezzo per impedire che il giudice faccia
traboccare la bilancia della giustizia a pro del ricco, gli si
raccomanda poi di non lasciarsi vincere dalla compassione verso il
povero a scapito della giustizia.
Si direbbe che il motto di Lessing “bisogna esser giusti anche col
diavolo,” sia il compendio delle dottrine talmudiche; e se,
sventuratamente per la magistratura francese, il famoso motto: _“La Cour
rend des arrêts et non des services”_ non venne mai pronunciato (170), i
giudici del Talmud si ispirano ad un principio di giustizia ancor più
completo: _I Tribunali non rendono servigio ai potenti e non beneficano
gl'indigenti_. Il fatto solo del resto che il legislatore abbia creduto
necessario moltiplicare i precetti per mettere in guardia i giudici
contro gli impulsi del cuore, troppo facile a favorire l'indigente a
danno del ricco ed a scapito della giustizia, mostra di qual tempra
fossero, in quei tempi, i giudici in Israello.
Nè men bella è la disposizione talmudica che mentre eccettua talune
classi di persone dal deporre in giudizio, dispone poi che tutti
indistintamente possano esser sentiti nelle cause criminali, ma
unicamente come testi a difesa. Le stesse formalità di cui è circondata
la pena di morte, che vedemmo del resto eseguirsi assai di rado,
mostrano quanto rispetto, anco in quelle epoche di ferrea
giurisprudenza, avessero i dottori del Talmud per la vita umana.
Prima di lasciare questo argomento ci si permetta notare un'altra
disposizione del Talmud, che mostra quanto quei dottori avessero
nettamente tracciata la distinzione tra la legge religiosa e la civile.
I Tribunali non potranno costringere chicchessia all'osservanza di un
precetto affermativo, quando la legge divina abbia sancito un premio per
l'osservanza di tale precetto.
E, come nelle dottrine giuridiche, così anche nelle sociali, il _Talmud_
precorreva i tempi. Nessun libro, crediamo, del medio-evo, inculca ed
esalta tanto i beneficii dell'istruzione quanto il _Talmud_.
Se la bella massima del Salmista, che la sapienza cristiana volle sempre
sotto gli occhi degli studiosi: _Initium sapientiae timor Domini_ non è
espressamente scritta nel _Talmud_ vi è in compenso quest'altra, prova
dell'infinita tolleranza dei Talmudisti anche in materia di dottrina;
“Chiunque pronuncia qualche sapiente parola, anche se idolatra, è sempre
savio” (171).
Frequentissime sono nel _Talmud_ massime come questa: “Chi istruisce il
compagno sarà ben accolto nel cielo. — Chi istruisce la plebe, la sua
preghiera sarà sì potente, da volgere in suo favore i divini
giudizi” (172).
Oppure: “Chi istruisce le masse ha ugual merito di chi offre
sacrifizi” (173).
E quest'altra, in cui all'amore dell'istruzione si congiunge il
sentimento della vera democrazia: “Curate l'istruzione dei poveri, che
da essi sorgeranno i veri cultori della scienza. Perchè ordinariamente i
dotti escono di mezzo a loro? Perchè non si creda che la scienza sia
un'eredità” (174).
Nè l'istruzione deve essere soltanto religiosa, ma anco professionale.
“Come è dovere del padre di istruire il figlio nella religione, così
egli è obbligato a fargli apprendere una professione. Chi non fa
apprendere a suo figlio una professione è come se lo indirizzasse per la
via dell'assassinio” (175).
E, cosa strana, pel libro di una religione che fu accusata di trascurare
la donna, non mancano nemmeno, nel _Talmud_, precetti per raccomandare
l'istruzione della donna: “Ogni uomo è obbligato ad insegnare la legge a
sua figlia” (176).
Del resto se la parte assegnata alla donna nel mondo giudaico non è al
tutto conforme alle idee del nostro secolo, sarebbe ingiustizia il
negare che il Talmud curò con ogni mezzo di rinserrare i vincoli di
famiglia, di innalzare la dignità morale della donna. Valgano queste
massime a dimostrarlo.
“Dicono i savii, chi ama la propria moglie come se stesso, e la onora
più che se stesso, e chi indirizza i suoi figli e le sue figlie nella
via retta, e colloca questi quando sono giunti all'età del matrimonio,
di lui è detto: e riconoscerai che è pace nella sua tenda” (177).
“Chi ripudia la sua prima moglie, persino l'altare versa su di lui
lagrime” (178).
“Sempre dee esser l'uomo attento di non addolorar sua moglie perchè le
sue lagrime essendo pronte, anche la pena è pronta.
“Sempre deve essere l'uomo attento di onorare sua moglie, perchè la
benedizione non si trova in casa dell'uomo che in grazia della
moglie” (179).
“Per merito delle donne pie furon liberati gli Ebrei dall'Egitto” (180).
“Augusta ricompensa serba Dio alla donna. Rav diceva a Rabì Hiyà, grande
è il merito della donna, comecchè dessa sparga i primi più efficaci semi
della religiosa educazione nei teneri petti de' fanciulli, dessa
accuratamente veglia alle domestiche cose, mentre il marito s'occupa
degli affari e degli studi religiosi” (181).
“L'uomo deve nutrirsi d'alimenti che sieno al dissotto della sua
fortuna, vestirsi come la sua fortuna gli consente, ma provvedere ai
bisogni di sua moglie e dei suoi figli al dissopra della sua fortuna,
perocchè questi ultimi dipendano da lui, egli dal Creatore
dell'Universo” (182).
“Se la tua sposa è di bassa statura, e tu ti china per udirne il
parere” (183).
“Ogni perdita può ripararsi, eccetto che quella della donna del nostro
cuore. Il marito non muore che per sua moglie, e la donna che per suo
marito” (184).
Il Talmud del resto non è estraneo a nessuno di quei gentili sentimenti
dei quali la età nostra sembra reclamare il privilegio.
Fin dal XVI secolo il già citato Modena scriveva:
“Per effetto di pietà si guardano molto anco di non tormentare, nè
maltrattare, nè far morire crudelmente niun animale irrationale, e da
che tutte son cose create da Dio, dalle parole del Salm. 144. _Et
miserationes eius super omnia opera eius_” (185).
Ed infatti non mancano nel Talmud precetti che sembrano articoli
staccati dal regolamento di qualche moderna società zoofila, e che
farebbero balzare dalla gioia il cuore di qualunque vecchia pulzellona
protestante di Londra e di Boston:
“È proibito all'uomo di prendere alcun cibo, sino a che non abbia dato
da mangiare ai suoi animali” (186).
“Il divieto di maltrattare gli animali è divieto della divina
legge” (187).
“Deve l'uomo tenere per buon augurio, il vedere le proprie bestie
mangiare e saziarsi” (188).
E chiudo questa, troppo lunga, serie di citazioni con questa altra, che
basta da sola a provare, il concetto dell'uguaglianza degli uomini
dinanzi a Dio non essere monopolio esclusivo di nessuna religione:
“Presso di noi, il povero è spesso respinto mentre il ricco è ascoltato.
Ma dinanzi a Dio tutti gli uomini sono eguali; egli ascolta i ricchi ed
i poveri, le donne e gli schiavi” (189).
Altre citazioni non faremo, perchè queste bastano a dare un'idea esatta
del _Talmud_ a quelli che non apportano nessuna idea preconcetta
nell'esame delle questioni.
Quanto agli altri, anco se moltiplicassimo queste citazioni
all'infinito, non mancherebbero di opporci che abbiam citato i brani del
_Talmud_ che fanno onore a chi li scrisse, ed abbiamo taciuto gli altri.
E certamente, lo abbiamo già detto, lo ripeteremo, e lo grideremmo,
occorrendo, anche sopra i muricciuoli, vi sono nel _Talmud_ dei brani
che sono lungi dal deporre in favore di coloro che li dettarono.
Ma prima di tutto convien osservare che essi si trovano in quella parte
del _Talmud_ che dicesi _Agadà_ e che non è obbligatoria per gli
Ebrei (190).
Ma, dato pure e non concesso, che l'_Halahà_, cioè quella parte del
_Talmud_ che racchiude le prescrizioni rituali, contenesse qualche
precetto che non fosse intieramente in armonia colle idee larghe e
liberali del secolo, ogni uomo veramente imparziale dovrebbe incolparne,
più che gli autori del _Talmud_, i tempi e le condizioni, in cui
scrissero.
Ciò che ogni Cristiano, ogni uomo ha il diritto di conoscere, sono i
criteri coi quali gli Ebrei d'oggigiorno applicano il _Talmud_, e questi
criteri ce li dà il più illustre Rabbino italiano del nostro secolo, il
più volte citato prof. S. D. Luzzatto, di Padova.
“Del resto qualunque proposizione e qualunque racconto, che potessero
trovarsi nel _Talmud_ o negli altri scritti talmudici, i quali fossero
in opposizione coi sentimenti di universale umanità e giustizia,
insinuati dalla natura egualmente e dalla Sacra Scrittura, debbono
riguardarsi non già come dettami della Religione, e nemmeno della
Tradizione, ma siccome sgraziati suggerimenti delle calamitose
circostanze e delle pubbliche e private vessazioni e sevizie cui gli
Ebrei andavano esposti nei secoli di barbarie” (191).
Riassumendo tutto quanto siam venuti dicendo, concluderemo:
1º Il complesso delle dottrine del _Talmud_ è ispirato a principii di
tolleranza, carità ed amore;
2º Vi si riscontrano per altro dei brani, frutto di opinioni
individuali, che ripugnano ai principii moderni.
3º Questi brani sono rigettati dagli Ebrei moderni, siccome il portato
naturale delle condizioni di altri tempi; sicchè sarebbe altrettanto
vano ed odioso far colpa ad essi di siffatte teorie, che solennemente
ripudiano, quanto far colpa alla Chiesa Cattolica di certi brani del
Molina, dell'Escobar e del Sanchez o delle espettorazioni stupide e
calunniose di quel sacerdote Rohling, di cui, sormontando il ribrezzo
che ispirano i rettili, dovremo occuparci più tardi.
Non faccia poi meraviglia il vedere che non abbiamo parlato dell'accusa
che si muove al _Talmud_ di eccitare gli Ebrei a frodare coloro che non
professano la fede mosaica, questo argomento si connette tanto
strettamente all'altro dell'usura che assieme li verremo svolgendo nel
futuro capitolo; paghi per ora di por fine a questo, con un'ultima
citazione, che ci pare abbastanza espressiva: “Chi commette ingiustizia
verso il forestiero è come la commettesse verso Dio” (192).
(54) _History of cristianyty from the birt of Christ to the extinction
of paganism by Dan H.H. Milmann._
(55) Lo stesso fatto si ripete per le tradizioni che servono di
spiegazione al Zend-Avesta e che si fanno risalire allo stesso
Zoroastro. (Cfr. SPIEGEL, _Erân_, pag. 365). Nella letteratura indiana i
nomi degli autori dei principali _Upanishads_ sono del paro sconosciuti.
“E deve essere così, nota l'illustre Max Müller, per questa sorta di
opere; perocchè contengono trattati sulle più elevate questioni, i quali
perderebbero ogni autorità se fossero presentati agli occhi del popolo
come opera dell'immaginazione di un uomo.” (_History of ancient sanskrit
literature_, ed. 2, pag. 327).
(56) AVOD, capo I, § 1.
(57) Questi, a nostro subordinato parere, dimenticano che il monopolio
dello studio della legge non è, e non fu mai nell'indole della religione
mosaica. Nei tempi biblici, sacerdoti e leviti non formarono mai una
casta privilegiata — _Lex major sacerdotio_ — ma costituivano la parte
più dipendente e meno provveduta di tutta la nazione: “_Tu non avrai
alcuna eredità nella terra loro e non avrai parte fra loro_” (NUM.
XVIII, 20). Moltissimi profeti e dottori non appartenevano a caste
sacerdotali o levitiche ma uscivano dalle infime classi del popolo. Nei
tempi talmudici poi, la maggior parte dei più eminenti dottori non
furono che umili artigiani: fabbricanti di tende o di sandali,
tessitori, falegnami, conciatori, fornai, cuochi. Un presidente
dell'accademia nominato in luogo di un altro, che era stato deposto per
la sua insolenza, venne trovato da coloro che si recavano ad
annunziargli la sua elezione, nero e sudicio fra i suoi mucchi di
carbone; nè di ciò potrà meravigliarsi chi sappia essere scritto nel
Talmud: “_È bella la scienza religiosa accoppiata al lavoro; congiunti
insieme salvano dal peccato. Scienza religiosa senza lavoro si perde e
mena al male._”
(58) Gli Ebrei non sarebbero stati i soli fra i popoli orientali a
diffidare dei commentatori. È notevolissimo su di essi, questo giudizio
che ci vien proprio dalla terra classica dei commentatori: “Quello che è
troppo oscuro lo tralasciano, e ti dicono: è cosa chiara; nelle cose
chiare si perdono in infinite lungaggini, con gran paroloni, con molte
chiacchiere che non fanno al caso, causano confusione a chi li sente:
insomma tutti i commentatori imbrogliano le cose.” Così Bhojatâjâ nel
commento al Pâtanjalam yogasutram (_The yoga aphorisms_, Calcutta, 1851,
Bibl. Indica).
(59) _Israelitischen Annalen_ del dott. JOST, anno 3º, vol. I, pag. 143
et _alibi_.
(60) È un fatto costante l'antipatia degli Ebrei per le leggi
codificate. Anche il Talmud, come vedremo, è ben lungi dall'aver forma
di legge; è una raccolta di discussioni e non più, sicchè si può dire
che il primo a dar forma di codice alla tradizione presso gli Ebrei,
fosse il Maimonide, che del resto fu perciò aspramente criticato da
molti ed anche ai nostri giorni da S. D. Luzzatto. (V. _Israelitischen
Annalen_ di JOST, Francoforte s. M. Anno III, 1841, pag. 21 e 22). Se un
giorno potrà stabilirsi che il divieto di scrivere la tradizione presso
gli Ebrei, proveniva dal desiderio di lasciar aperta la porta a continue
modificazioni della legge orale, senza scemarne il prestigio, sarà
curioso trovare, in tanta differenza di tempi e di costumi, presso gli
Ebrei, lo stesso sentimento che impedisce agli inglesi di codificare la
loro costituzione, sicchè mantenendosi fedeli al loro vecchio adagio
_Nolimus leges Angliae mutari_ camminano pur sempre alla testa di ogni
_vero_ progresso politico. Ed a questo proposito giovi, per completare
il parallelo, far notare che l'assioma talmudico, _la consuetudine
sradica la legge_, (TALMUD GEROSOL., _Bavà Mezià_, capo VII in
principio) è massima sempre viva in Inghilterra.
(61) Lo stesso accade agli Indiani: una parte della loro letteratura non
fu conservata che per tradizione orale: “Non si può farsi un'idea, dice
Max Müller (_Op. cit._, pag. 501), delle potenti facoltà che acquista la
memoria in un organismo sociale tanto differente dal nostro, quanto i
_Parishad_ indiani lo sono dalle nostre Università. La forza della
memoria, quale noi la vediamo e l'intendiamo, mostra come le nozioni che
noi abbiamo dei limiti di questa facoltà siano del tutto arbitrarie. La
nostra memoria fu da tempo remotissimo sistematicamente indebolita. Oggi
ancora che i manoscritti non sono nè rari, nè cari, i giovani bramini
non apprendono i canti dei Veda, i Brâhmana ed i Sutra se non per
tradizione orale e mandandoli a memoria.” A queste osservazioni
dell'illustre professore di Oxford aggiungeremo che oggi ancora nei
paesi dove gli Ebrei studiano il Talmud non è difficile trovare
giovanetti che lo sanno quasi intieramente a memoria, sicchè possono a
prima vista trovare, in quella immensa e disordinata farraggine, il
brano che da loro si richiede; sei o sette anni or sono tutti i giornali
parlarono di un giovane ebreo di 25 anni, David Rosenfeld, di Minsk in
Russia, che non soltanto sapeva tutto il _Talmud_ a memoria e poteva
indicare in qual pagina si trovasse ogni frase che gli si accennava, ma
aveva nello stesso modo presenti alla memoria i due vasti commentarii di
quell'opera: _Rascì_ e _Tossafot_. Ciò del resto non deve far meraviglia
allorquando si pensa che nella Legge di Mosè sta scritto: “Tu li
ripeterai ai tuoi figliuoli, e ne parlerai con essi, stando in casa,
camminando per la via e coricandoti ed alzandoti.”
(62) La _Mischnà_ venne pubblicata con una versione latina del testo e
dei commentari di Maimonide e di Bartenora ed accompagnata da note di
parecchi dotti, per opera del Surenusio in Amsterdam 1698–1703, volumi 6
in folio. Se ne ha pure cogli stessi commenti una versione spagnuola,
Venezia, 1601, ed una tedesca ne pubblicò il Rabe in Anspach nel 1761.
(63) _Tanà_ è verbo caldaico, corrispondente all'ebraico _Scianà_ che
vale _insegnare_, sicchè _Tanaim_ varrebbe _maestri_ come _Mischnà_
significa _insegnamento_.
(64) Voglia, signor lettore, notare che la legge orale di un popolo che
vedremo più tardi accusato di disprezzare i lavori della campagna, si
apre appunto con un trattato sull'agricoltura.
(65) Nelle novelle di Giustiniano la _Mischnà_ è designata sotto il nome
di δευτέρωσις (Cfr. NOVELLA 146, 1 e SANT'AGOSTINO, _Contra adversar.
legis et prophetarum_, II, 1). Questa parola greca che significa
_seconda legge_, non traduce esattamente la parola _mischnà_. L'errore
proviene dall'avere il verbo _scianà_ due significati, _insegnare_ e
_ripetere_, e dall'avere taluni creduto che in questo secondo
significato anzichè nel primo si dovesse cercare l'origine della parola
_mischnà_.
(66) ABOT, capo II.
(67) BAVÀ METZIÀ, 30, 6.
(68) PEÀ, cap. I.
(69) CHIDUSCIM, 40, 6.
(70) GHITTIN, cap. 5, Mischnà, 8.
(71) Il nome di _talmud_ deriva dal verbo _lamad_ apprendere, insegnare,
quasi a dire: dottrina, insegnamento.
(72) I professori S. D. Luzzatto e Graetz opinano, contro l'autorità del
Maimonide, che tanto la _Ghemarà_ di Gerusalemme, quanto l'altra di
Babilonia non sieno state poste in iscritto che molti anni dopo la morte
dei rispettivi compilatori. Come già osservammo a proposito della
_Mischnà_ è questione controversa assai, ed a noi basti averla
accennata.
(73) Sora, città della Mesopotamia, posta in una regione fertilissima,
sui laghi formati dall'Eufrate, e di cui uno appunto era chiamato Sora.
Rab, detto anche Abbà Areckha, vi stabilì una scuola importante, quella
di Neardeà non potendo bastare per tutta la popolazione ebraica fra il
Tigri e l'Eufrate. V. NEUBAUER, _La Géographie et le Talmud_, Parigi,
1868, p. 343.
(74) Heine giudicando, col suo istinto di poeta, il Talmud, che non
aveva mai letto, definisce nel _Romancero_, l'_Agadà_ un giardino, e
l'_Alachà_ una sala di scherma.
(75) La lettura del Talmud, dice STERN (_Ueber den Talmud_, Wurzbourg,
1875, p. 21), prova che i suoi compilatori sono a giorno della scienza
contemporanea e che accolgono la verità dovunque si trovi. L'osteologia
del corpo umano è spiegata nel Talmud in un modo quasi conforme ai
portati della scienza attuale. Il Talmud spiega diverse asserzioni della
_Mischnà_ mercè proposizioni geometriche che a quell'epoca dovevano
essere note soltanto ad un piccolissimo numero di matematici. Il
calendario elaborato da' dottori del Talmud può dirsi relativamente al
tempo in cui venne compiuto, un vero capolavoro per l'abilità con cui
seppero risolvere la duplice difficoltà che si parava loro dinanzi,
evitare che alcune date feste non avessero a cadere in alcuni dati
giorni della settimana, senza incorrere nell'altro gravissimo
inconveniente di una soverchia disuguaglianza nella lunghezza degli
anni. (Cfr. S. D. LUZZATTO, _Discorsi storico-religiosi_, Padova,
Crescini, 1870, pag. 16 e 17 in nota).
(76) _Jerusalem and Tiberias, Sora and Cordova, an Introduction to the
study of Hebrew, Literature by J. W. Etheridge M. A. Ph. D._
(77) J. SALVADOR. _Hist. des Institut. de Moise et du peuple Hebreu._
Paris, Levy, 1862, tome II, p. 311.
(78) BLANQUI, _Hist. de l'Ec. Pol._ Paris, 1860, vol. I, pagina 143.
(79) Imparziali sempre, non negheremo che vi siano nel Talmud
sciocchezze puerili. Vi si discute quanti peli bianchi può avere una
giovenca rossa, perchè si possa chiamar rossa; se il gran sacerdote
doveva indossare prima una od altra parte dei suoi indumenti; se è
lecito di sabato uccidere una pulce od un pidocchio; quando e come si
possa mangiare un uovo fatto da una gallina in giorno festivo; ed altre
simili insanità. Ma, di grazia, coloro che a siffatte questioni legarono
il nome di _bizantine_ erano ebrei? Passiam oltre dunque ridendo, perchè
c'è di che ridere, ma ripetendo con Terenzio: _Homo sum umani nihil a me
alienum puto._
(80) Trattato SOFERIM.
(81) FRANZ DELITSCH, _Gesch. der jüd. Poesie_, p. IX.
(82) _Revue Britannique_, 1868, tomo I, pag. 424.
(83) _Op. cit._, p. 451, nota n. 8 al cap. II.
(84) _Cozri_, discorso III.
(85) Non a caso, fra le stupide fole con cui si tentò, da fanatici
imbecilli, disonorare la religione di Cristo, cito questa di Maria
Lateau. Nel corso di questo lavoro dovremo occuparci di un tale
professore dell'Università di Praga che colla stessa penna con cui
sciolse anni sono un peana alla ciurmatrice belga va ora accatastando
calunnie e menzogne contro gli Ebrei; ho nominato il famigerato prof.
Rohling.
(86) MACCOT, cap. III.
(87) Saadia ben Josef, capo dell'Accademia di Sora, ed il più illustre
fra gli ebrei del X secolo, nella sua opera _Haemunoth Vehadeoth_
riconosce assieme alla scrittura ed alla tradizione l'autorità della
ragione, proclama non soltanto il diritto, ma il dovere di esaminare la
credenza religiosa, e dimostra come la religione, ben lungi dall'avere a
temer la ragione, possa trovarvi un solido appoggio. MUNK _Melanges de
phil. juive_, p. 478.
(88) Nulla, più della storia del Talmud, giova a provare come la
violenza sia impotente a combattere le idee. Il Talmud fu proibito in
epoche nelle quali il divieto della Chiesa non si limitava, come ora, ad
una platonica iscrizione nell'_Index librorum prohibitorum_.
Giustiniano, nel 553 dell'êra nostra, lo proscrive, consacrandogli una
intiera novella, la CXLVI. Il re di Francia, San Luigi, fece bruciare,
nelle vie di Parigi, 24 carrettate di scritti talmudici. A Cremona, un
monaco fanatico vantò di averne bruciato dodici mila esemplari. In un
periodo di meno di cinquanta anni, durante la ultima metà del secolo
XVI, il Talmud venne bruciato non meno di sei differenti volte e non ad
esemplari isolati, ma in massa, a carra. Giulio III pronunciò il suo
bando, contro quello che egli chiama erroneamente il _Talmud Gemaroth_,
nel 1553 e nel 1555; Paolo IV nel 1559; Pio V nel 1566; Clemente VIII
nel 1592 e nel 1599. Pio IV autorizzandone una nuova edizione stipulava
espressamente che sarebbe pubblicato col nome di Talmud. _Si tamen
prodierit sine nomine Talmud tolerari deberet._ Ai tempi di Massimiliano
imperatore, il dottissimo Reuchlin potè, soltanto dopo fierissima lotta,
ottenere che non si assecondassero i voti di un Pfefferckorn, fanatico
ebreo rinnegato, che eccitava l'imperatore a far bruciare tutti gli
esemplari di questo libro. I particolari di questa strana contesa, che
divise il mondo dotto di allora in due grandi partiti si possono leggere
nelle _Epistolae obscurorum virorum_. Fino al principio del
decimosettimo secolo la persecuzione verso i detentori di libri ebraici
era spinta al punto che una famiglia di ebrei portoghesi stabilitasi a
Londra, conserva tuttora preziosamente come una rarità ereditaria un
esemplare della scrittura, stampato in caratteri romani anzichè in
ebraici, perchè nei giorni oscuri della persecuzione bisognava ingannare
i domestici cattolici sulla natura ed il contenuto del libro. Eppure
malgrado tutto ciò le edizioni ed i manoscritti del Talmud ci pervennero
in tanta copia, che una sola descrizione bibliografica di essi ci
occuperebbe molte e molte pagine! È proprio il caso di esclamare, con
Terenziano Mauro: _Habent sua fata libelli_.
(89) Gli Arabi, al tempo della loro dominazione in Ispagna non avevano
del Talmud il triste concetto che ne hanno molti cristiani, e ciò per
una buona ragione, che essi cioè lo conoscevano nella sua integrità,
Rabi Joseph avendone, verso la fine del X secolo, compiuta una
traduzione in arabo per ordine del califo Haschem II. Fu forse per ciò
che due secoli dopo molti fra gli Ebrei di Spagna avendo preteso negare
ogni autorità al Talmud, e la questione essendo stata portata dinanzi al
Re Alfonso VII, questi proscrisse quelli fra gli Ebrei che non volevano
osservare le leggi talmudiche.
Il Talmud era ancora troppo noto in Ispagna perchè lo si potesse
calunniare impunemente! (Cfr. BASNAGE, _Hist. des Juifs_, libro VII,
cap. VIII, t. 4, pag. 1611; BARTOLOCCIUS, _Bibl. Rabb._, t. III; DAVIDE,
_Ganz Tzemach David._, p. 130; JOCHASSIM, p. 126).
(90) Il celebre Alfonso de Candolle nella sua _Histoire de la science et
des savants_ così parla degli Ebrei: “Se l'Europa fosse abitata da soli
Ebrei, avremmo uno spettacolo stupendo. Non più guerre, non più leso il
sentimento morale, nè milioni d'uomini strappati alle industrie ed agli
studi. I debiti degli Stati sarebbero minimi e quasi sconosciute le
contribuzioni. Il culto fiorirebbe altamente. L'industria ed il
commercio prenderebbero sviluppo assai maggiore. Pochi delitti. La forza
non si impiegherebbe quasi mai. La ricchezza del popolo in generale si
eleverebbe immensamente, mercè un intelligente e moderato lavoro
congiunto a sana economia. Queste ricchezze servirebbero a spandere una
carità senza limiti. La potestà religiosa, i ministri del culto non
verrebbero mai a conflitto collo Stato.”
(91) Usiamo espressamente in questo caso la parola rinnegato anzichè
quella di convertito, perocchè altrettanto ci sembrano degni di rispetto
e di venerazione coloro che, mossi da profonda convinzione, abbandonano
la fede avita per abbracciare quella che credono migliore, e si adoperan
poi con mezzi di carità a procacciare ciò che essi reputano la salvezza
morale dei loro antichi correligionari, altrettanto sentiamo disprezzo
ed esecrazione per coloro che, da qualsivoglia sentimento mossi,
scagliano calunnie contro la fede in cui sono nati ed in cui vissero i
loro genitori. Ai convertiti come i Lehmann, i Ratisbonne, i Pasquali
ogni onesto deve rispetto; ai rinnegati come il Medici, come il Padre
Alfonso Spina, rettore dell'Università di Salamanca, il quale nel
_Fortalitium fidei_ afferma — e niuno più di lui sapeva di mentire — che
gli Ebrei perdono ogni mese una certa quantità di sangue, a tutti coloro
infine dei quali il Talmud ha detto: _Tal fiata si toglie dalla foresta
un tronco per farlo manico a scure che ne abbatta tutti gli altri_
(SANHEDRIN IV), sia condegna mercede il fico di Giuda.
(92) Il dotto talmudista signor R. N. Rabinowitz di Monaco sta
pubblicando un lungo lavoro intitolato _Dikdukè soferim_ in cui riduce
alla vera lezione i passi del _Talmud_ di cui si hanno varianti. Questo
lavoro è il frutto del confronto da lui fatto non soltanto di infinite
edizioni del Talmud, ma di quanti mss. gli fu dato confrontare nelle
diverse biblioteche d'Europa. Il compimento di questa opera paziente è
tanto più ardentemente atteso che il Talmud è ormai reso irriconoscibile
dalle continue e spesso inintelligenti mutilazioni che vi introdussero i
censori. La stessa edizione di Basilea 1578 che è fra le antiche la più
nota e la più facile a trovarsi fu in siffatta guisa mutilata e
snaturata per opera del censore Marco Marino da Brescia, da divenire in
varii punti grottesca. Più integra, ma difficilissima a rinvenirsi, è
l'edizione che ne diede il Bamberg a Venezia (1520–3) e che è la prima,
dopo quella dei celebri Soncino, di cui non rimangono che pochi
trattati. Chi volesse farsi un'idea di ciò che era negli scorsi secoli
la censura dei libri ebraici, legga un articolo di Emanuele Deutsch,
l'eminente conservatore del _British Museum_, nella _Quarterly Rewiew_
di ottobre 1867, ed un altro _Un curiosissimo incidente storico_ del
cav. Mortara a pag. 161 dell'_Educatore Israelita_ di Vercelli, anno
1862.
(93) SANHEDRIN, fol. 38.
(94) SOFERIM, fol. 15, 10.
(95) Malgrado questo odio inesplicabile contro i medici il Talmud
contiene nozioni preziose di medicina. (Cfr. GINSBURGER, _Medicina ex
thalmudicis_; HALLER, _Bibl. medica_, lib. 2); questa scienza era da
lungo tempo praticata dagli Ebrei. Oltre i precetti di igiene che
occupano tanta parte nella legge di Mosè, l'Esodo pare accenni proprio
in vari punti (XV, 26 — XXI, 19) all'esistenza di medici. Sotto i re,
medicina e chirurgia fanno progressi. Salomone si occupa della ricerca
delle virtù delle piante, e il libro dei Re ci mostra Isaia curare e
guarire il re Ezecchia. L'uso del balsamo ed i medici son noti a Geremia
(VIII, 22): “Non vi è egli alcun balsamo in Galaad? non vi è egli alcun
medico?” E ad Ezechiele (XXX, 21): “Figliuol d'uomo, io ho rotto il
braccio di Faraone re d'Egitto; ed ecco non è stato curato applicandovi
de' medicamenti, e ponendovi delle fascie per fasciarlo e per
fortificarlo per poter tenere in mano la spada.” [Cfr. PRUNELLE,
_Discours sur l'influence de la médecine sur la renaissance des lettres_
(nota 3, p. 92); SALVADOR, _Op. cit._, p. 264; PASQUALIGO, _Della
condizione delle mediche scienze presso il popolo Ebreo_, Piacenza,
Mancherotto, 1870]. Quanto poi gli Ebrei, malgrado lo strano anatema
talmudico, coltivassero con profitto la medicina, è a tutti noto, come
del paro è noto che nei primi secoli del Medio Evo, e prima che
venissero in fiore le scuole di Salerno e di Montpellier, che del resto
furono fondate principalmente da Ebrei, (cfr. PRUNELLE, _Op. cit._, p.
44 e 60, e AUSTRUC, _Hist. de la fac. de méd. de Montpellier_, p. 14),
essi furono quasi i soli ad esercitare l'arte salutare nel mondo allora
conosciuto.
(96) Il Talmud stesso deplora talvolta queste discussioni interminabili
che fanno considerare la legge come due leggi, ed altrove attribuisce
queste controversie all'orgoglio dei dottori (_Archives Israélites de
France_, anno I, 1840, pag. 586–587). A parer nostro queste controversie
non sono che la conseguenza naturale dell'opinione che i rabbini
esprimono con una delle solite iperboli, dicendo che la legge ha
settanta faccie, ciò che vuol dire che ogni parola uscita dalla bocca di
Dio è suscettibile di almeno settanta interpretazioni diverse; dottrina
questa che il Santo Vescovo di Ippona accetta nelle sue confessioni;
dove dice varii e numerosi essere i sensi della Scrittura. Se poniam
mente oltre a ciò che i dottori del Talmud furono duemila e duecento
otto, c'è da meravigliare che i trentasei trattati del Talmud che
pervennero soli sino a noi, abbraccino soltanto (coi due commentarii più
importanti; il Rascì e Tossafot) 2947 fogli, ripartiti in 12 vol. in
foglio.
(97) SANHEDRIN, fol. 58.
(98) _Hiruvim_, fol. 63.
(99) Tomo 2, pag. 903.
(100) KAMÀ, fol. 38.
(101) Si allude qui al passo del Levitico (XVIII, 5) dove è scritto:
Osservate, dico, i miei statuti e le mie leggi, le quali chiunque
metterà in opera vivrà per essi.
(102) SIFRÀ, sez. _Acharè-Mod_ verso la fine.
(103) JEVAMOT, 61 a.
(104) NUMERI XIX, 14.
(105) Veggansi TOSSAFOD, JEVAMOD, fol. 61. _Smemagheâgn_ e l'opera del
rabbino MOSÈ KUNCHYED, intitolata _Ben Jochai_, pag. 27.
(106) Credo aver provato la falsità della accusa mossa al Talmud, ma se
qualcuno riescisse proprio a convincermi, locchè non credo, che gli
Ebrei consideravano gli altri popoli siccome bestie, risponderei che chi
è senza peccato lanci la prima pietra, certo che non potrebbero
lanciarla neppure i Cristiani. Trovo infatti nel dottissimo libro del
signor Dumont: _Justice criminelle des Duchés de Lorraine et de Bar, de
Bassigny et des Trois Evêchés_ (Nancy, 1848, 2 vol. in 8º), questa
curiosissima notizia. Dopo aver parlato delle leggi criminali contro
coloro che si rendevano colpevoli di atti di libidine contro natura
sulle bestie, soggiunge (p. 184, v. II): “Ciò che si durerà fatica a
credere è che a questa categoria di delitti venivano ascritti anche i
rapporti naturali dei due sessi cogli infedeli, come per esempio Turchi
ed Ebrei, per la ragione che la nostra santa religione LI CONSIDERA COME
BESTIE, non per natura, ma per la loro durissima malizia, la Fede
proibendo di conversare con loro ed a maggior ragione di giacere e di
conversare carnalmente con essi loro.” Si noti che mentre la frase del
Talmud rimaneva nella peggior ipotesi _telum imbelle sine ictu_, la
disposizione benignissima che ho testè riferito conduceva a questa
pratica applicazione. Siccome nel caso di bestialità, la bestia,
strumento passivo, veniva bruciata assieme al colpevole, perchè,
dicevano, bisognava annientare tutto quanto poteva rammentare un così
orribile scandalo, così un'ebrea od una mussulmana anche se
violentemente stuprata da un cristiano, doveva venir con esso bruciata!
E dire che noi Europei, con questi esempi in casa nostra, osiamo tuttodì
calunniare l'Islam e parlare di giustizia turca!
(107) AVOD, 3, 19.
(108) N. 3 del 16 giugno 1883.
(109) Veggasi quanto su questo argomento scriveva tre secoli or sono il
dottore Davide de Pomis (_De Medico Ebreo_, _sectio septima_): Cfr.
LAMPRONTI, _Dizionario Rituale_ e BENEDETTO, _Apologetica_. Mantova,
1775.
(110) HOLIN, fol. 13 b.
(111) TALMUD PERCK HELEK, pag. 105. — TOSSAFTÀ, cap. XIII.
(112) SANHEDRIN, 56 a.
(113) HAGHIGÀ, 13, 1.
(114) LUZZATTO, _Teol. morale israelitica_. Padova, Bianchi, pag. 27.
(115) PLANTAVITIUS, _Florilegium rabbinicum_, pag. 216, n. 1428.
(116) TALMUD, _Tahanid_, cap. 3. Chi ne avesse agio legga in _Parabole,
leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici_ dal prof. Giuseppe
Levi, Firenze, Le Monnier, 1861, la novella di cui questa massima non è
che la morale, e legga l'intiero libro chi vuol formarsi del Talmud un
esatto concetto.
(117) SABAT, I.
(118) ABOT di Rabbi Natan, XLI.
(119) Leggi Ripuarie, tit. XLVI; MONTESQUIEU, _Esprit des lois_, libro
XXX, cap. 20.
(120) BARAIDÀ DERIBBI ISMAEL.
(121) TALMUD JERUSALMÌ, _Nedarim_, IX.
(122) RABOT, pag. 28, a.
(123) Hillel fu, siccome è noto, illustre caposcuola del tempo di Erode.
(124) TALMUD, _Trattato Sciabad_, pag. 31. Cfr. PLANTAVITIUS, _Flor._,
p. 261, n. 1393.
(125) BERESCID RABBÀ, cap. 24, Cfr. GENESI, V, 1.
(126) TALMUD, _Jevamot_, pag. 13.
(127) TALMUD, _Hiruvim_, fol. 41.
(128) Vedi fra i documenti.
(129) _Op. cit._
(130) TANHUMÀ, Sez. _Scimini_.
(131) AVOD, II. 5.
(132) RABOT, fol. 225, a.
(133) TALMUD, _Berahot_, fol. 2.
(134) TALMUD, _Sanhedrin_, 98 b. Cfr., ib. 396 e _Meguillà_ 106.
(135) JALKUT, pag. 20, 2.
(136) JALKUT, _Jeossua_, fol. 9, 2.
(137) LEON MODENA, RABI ebreo da Venezia. _Historia dei riti ebraici_,
Venetia, MDCLXIX. Appresso li Prodotti, p. IV e XI, 109 e 110.
(138) Lettera inedita di S. D. LUZZATTO, Padova, 26 dicembre 1836; in
_Vessillo Israelitico_, ottobre 1876, p. 325.
(139) Da una circolare con cui ordina le preghiere d'uso per
l'inaugurazione dei lavori parlamentari nell'anno 1876.
(140) PAOLO MEDICI, _Riti e costumi degli Ebrei confutati_. Venezia,
Bartoli, MDCCXLVI.
(141) MEDICI, _op. cit._, pag. 101–102.
(142) Più esattamente _Tahanid_, 27, 2.
(143) _Op. cit._, pag. 129.
(144) I. RE, XX, 31.
(145) JEVAMOD, fol. 79.
(146) JOM TOV, fol. 32.
(147) TALMUD _Betzà_, 32, 6.
(148) GHITTIN, 61, a. Nello stesso trattato è raccomandato agli
israeliti di non impedire agli stranieri idolatri di prendere la loro
parte di quanto avanza dopo la mietitura e la vendemmia. Cfr. MAIMONIDE,
_De jure peregrini_, V. 12.
(149) MODENA, _op. cit._, parte 1ª, cap. 14, pag. 33.
(150) DE GERANDO. _Della beneficenza pubblica_, in Bibl. dell'Econ.,
serie II, vol. 13, pag. 1599.
(151) _Revue des deux Mondes_, 1º luglio 1883.
(152) BERACHOD, 59.
(153) GHITTIN, capo I.
(154) SOTÀ, 14, a.
(155) AVOT, capo I.
(156) SMÀ, 49 b.
(157) TALMUD SOTÀ, 14 a.
(158) AVOT, V.
(159) HAVOD DERIBI NADAN, cap. 31.
(160) SOTHÀ, fol. 6.
(161) SOTHÀ, VIII.
(162) SCIABBAD, 39.
(163) PEÀ V, Cfr. AVOT DE R. NATHAN, III.
(164) Ecco sulle leggi ebraiche un non sospetto giudizio: _Patres
christiani summopere jura hebraeorum commendarunt et apud Grecos
philosophos placita juris Hebraici plurima reperire licet._ UGOLINI,
tomo X, pag. 513 e 514, ex SELDENO, _De jure naturali et gentium_, cap.
X.
(165) MISCHNÀ MACOD, capo I, § 10.
(166) SANHEDRIN, fol. 45, a.
(167) GIUDA LEVI, _Cosri_.
(168) SOTHÀ, I.
(169) CHEDUVOD, capo XIII.
(170) FOURNIER, _l'Esprit dans l'Histoire_, Paris, Dentu, 1852, pag.
425.
(171) MEGHILÀ, 16, 1.
(172) BAVÀ MEZIÀ, 85 a.
(173) HAVOD DERIBI NATAN, capo 4.
(174) NEDARIM, 81.
(175) KIDDUSCIM, I.
(176) SOTHÀ, cap. 3. — _Mischnà_ 4 al nome di _Ben Azai_.
(177) JEVAMOD, capo V.
(178) GHITTIN, capo IX.
(179) BAVÀ MEZIÀ, capo 4.
(180) SOTHÀ, II.
(181) BERAHOT, 2.
(182) HOLIN, VI.
(183) BAVÀ MEZIÀ, capo IV.
(184) SANHEDRIN, II.
(185) _Op. cit._, parte I, capo 14, pag. 33.
(186) GHITTIN, 62 a.
(187) BAVÀ MAZIÀ, 118 b.
(188) SIFRI Sez. Ekev, capo 43.
(189) RABOD, fol. 139.
(190) ISAAC LEVY, _Défense du Judaïsme_. Paris, Librairie
Internationale, 1867, pag. 56.
(191) LUZZATTO, _Lezioni di teol. morale Israel._ Padova, Bianchi, 1862,
pag. 33 e 34.
(192) HAGHIGÀ, 5.