INTRODUZIONE

Chi consideri superficialmente i fenomeni sociali, non può non essere

colpito dal risvegliarsi in molti Stati d'Europa di una agitazione più o

meno sorda contro gli Ebrei.

A primo aspetto, sembrerebbe che il soffio vigoroso della prima

rivoluzione francese avesse dovuto far sparire ogni distinzione fra

cittadini, basata sul semplice fatto della fede professata.

Sembrerebbe che il diritto di adorare Dio secondo la propria credenza,

fosse uno dei più saldi, dei più indiscutibili portati della moderna

civiltà.

Sembrerebbe, sopratutto, oltraggio alla umana ragione dover invocare

dagli scrittori discorrenti degli Ebrei, che applichino loro

quell'elementare principio di equità da Carlo V, Re di Francia, nel XIV

secolo sancito con apposita legge: non doversi l'intiera nazione ebrea

tener responsabile delle colpe di ogni singolo ebreo.

Eppure, non è così.

Non soltanto nell'Oriente di Europa, dove la questione si complica e si

innesta ad altre di svariata natura, si sveglia un movimento contro gli

Ebrei; ma da questo movimento non vanno immuni i paesi più civili

d'Europa.

In Germania, la terra classica della persecuzione contro gli Ebrei, come

sin dal diciassettesimo secolo avvertiva Basnage (1), si bandisce una

crociata contro di loro, ed a capo del movimento stanno un ateo,

dichiarato e riconosciuto, il signor Henrici (2), ed un ministro

protestante, il dott. Stöcker, predicatore di Corte a Berlino.

In Francia lo stesso movimento si accentua ed è già abbastanza vivo per

darsi il lusso di un organo speciale, l'_Antisémitique_, che vede la

luce in Montdidier, ed al quale ci sarà pur forza consacrare più innanzi

qualche parola, benchè ci sia noto che l'opera insensata dei redattori

di quel giornale non giova che ad ammassare sulle loro teste il generale

disprezzo.

Ed anche nella nostra Italia, dove, dal 1848 sino alla completa

unificazione della penisola, gli Ebrei sembrarono identificarsi col

resto della popolazione, colla quale avevano avuti comuni i patimenti

della oppressione ed i pericoli delle congiure e delle battaglie, oggi

non manca chi soffi nel fuoco, e libelli di propaganda antisemitica

vanno spargendosi a piene mani nelle campagne.

Se la guerra contro gli Ebrei avesse a ragione la differenza di fede; se

a capo di questo movimento fossero i Papi, i Vescovi, la Chiesa in una

parola; se agli Ebrei di oggi giorno si volesse far scontare la colpa

dei loro antenati, la pertinace convinzione con la quale, malgrado

persecuzioni d'ogni sorta, mantennero intatta la loro fede, noi non

avremmo che a constatare una nuova manifestazione di quel fanatismo di

cui tutti i secoli e tutte le credenze hanno dato numerosi esempî.

Le persecuzioni per ragione di fede non ci sorpresero mai. E se, mossi

da quello spirito di carità che è nel cuore di ogni uomo, quando l'alito

delle passioni non lo spegne, guardiamo inorriditi alle fiamme dei

roghi, li accenda, come in Ispagna, un domenicano fanatico, o, come in

Ginevra, il bieco Calvino, al nostro orrore non si mesce sorpresa.

La fede è il più nobile patrimonio dell'uomo, e per ciò appunto i suoi

eccessi generano il fanatismo più pericoloso. I più atroci delitti hanno

sovente origine dalla esagerazione delle più elevate passioni.

Ma sì, che i moderni antisemiti pensano proprio a tutto ciò! L'idea di

vendicare il Dio crocifisso è tanto lungi da loro, quanto lo era dalle

orde fanatiche che nell'XI secolo trucidarono gli Ebrei di Worms, che

affermavansi discendenti da una colonia giudaica, migrata da Palestina

ben prima della nascita di N. S. G. Cristo, e quindi ad ogni modo non

responsabili di quella morte, neppure se le colpe degli avi s'avessero a

vendicare sui tardi nepoti.

Guardiamoli in viso questi persecutori degli Ebrei, questi individui,

scarsi di numero e ricchi di audacia, che senza aver tampoco la scusa

del fanatismo religioso, vogliono ricondurci ai più tristi tempi del

medio evo; squarciamo il velo sotto cui si asconde questo movimento,

decorato del pomposo nome di _antisemitismo_, e vedremo che sotto di

esso si cela una nuova faccia di quel mostro che vuole avvolgere il

mondo nelle sue spire, e che, per usare una parola, oggi abusata,

chiamerò radicalismo (3).

L'ebreo è ricco, od almeno lo si crede tale — se lo sia, e perchè lo

sia, vedremo nel corso di queste pagine — ma è creduto tale, e per ciò

soltanto gli si muove guerra.

La sua ricchezza è e fu sempre il suo delitto.

L'industria, la coesione, la ricchezza degli Ebrei ebbero sempre il

triste privilegio di eccitare l'invidia e il malvolere. I Faraoni eran

gelosi di loro sin da quando i figli di Israele cominciarono ad

arricchire nella terra di Gessen, e gli idalghi ed i priori della Spagna

cattolica furono gelosi a loro volta, allorquando un Ebreo divenne

ministro delle finanze del Re Alfonso.

Ed oggi ancora i persecutori degli Ebrei appartengono a quel partito,

che potrebbe a buon dritto chiamarsi il partito dell'invidia.

Cerchiamo oggi gli agitatori delle passioni antisemitiche in quei paesi,

dove l'ignoranza dei più permette loro di mostrarsi a viso aperto, in

Ungheria per esempio, e li vedremo sedere in Parlamento sui banchi della

estrema sinistra (4).

In Francia, non son sei o sette anni, si combatteva dai radicali la

elezione a consigliere generale di un membro della famiglia Rothschild,

trattandolo da clericale!! Oggi che l'antisemitismo va facendo

progressi, lo si combatterebbe perchè ebreo!

Clericale od ebreo, è tutt'uno per coloro che mirano a scuotere la

società dalle sue basi, a distruggere la famiglia, la proprietà, la

religione.

E non è soltanto la ricchezza, vera o creduta tale, degli Ebrei che li

designa ai colpi dei loro avversarî.

L'ebreo, in qualsivoglia paese del mondo civile lo si consideri, è

essenzialmente liberale. — Mi sia concesso avvalorare questa mia

affermazione colle parole di uno dei più illustri scrittori del nostro

secolo, di Ernesto Rénan (5):

“Il giudaismo, scrisse il professore francese, che ha tanto giovato per

lo passato, gioverà anche in avvenire. Esso servirà la vera causa, la

causa del liberalismo, dello spirito moderno. Ogni ebreo è liberale. Lo

è per natura. I nemici del giudaismo, al contrario, guardateli da

vicino, e vedrete che sono generalmente i nemici dello spirito

moderno” (6).

In queste poche parole è mirabilmente riassunta la questione.

Sì; l'ebreo è liberale, essenzialmente liberale. Dalla sua lunga

persecuzione, dalle sue secolari tribolazioni, esso ha imparato una cosa

sola: ad odiare non i persecutori, ma la persecuzione, ad amare di vivo

affetto la libertà, ma la libertà vera, quella che come sole

fulgentissimo riluce per tutti gli uomini, qualunque sia la loro

opinione, qualunque l'abito che vestano.

E di questo spirito del giudaismo la letteratura, la storia offron prove

a bizzeffe. Ne addurremo soltanto due:

Uno dei più illustri fra gli scrittori ebrei, il più illustre forse dopo

il Maimonide, Abarbanello (7), che alla teoria dell'uomo di studî

congiungeva la pratica dell'uomo di Stato, ci lasciò nei suoi

_Commentarî_ delle dissertazioni di pubblico giure degnissime di studio.

In queste egli esamina le diverse forme di governo e dà la preferenza

alla forma repubblicana, od almeno alla monarchia temperata (notisi che

Abarbanello scriveva nel XV secolo!). Esaminando in seguito quale sia il

dovere dei sudditi, anche sotto un re malvagio e tiranno, insegna che il

popolo non ha nè il potere, nè il diritto di ribellarsi,

“contrariamente, dice egli, all'opinione dei saggi cristiani che

scrissero di questo argomento” (8).

Nè si creda che le teorie del dotto ebreo non siano seguite da coloro

che professano la religione mosaica. La rivoluzione francese fu per gli

Ebrei un'êra di redenzione; essa soltanto ha spezzato i ceppi in cui da

diciotto secoli gemeva la nazione ebraica; essa prima, dallo stato

vilissimo in cui vivevano, li ha elevati a dignità di uomini, di

cittadini. Nessuna meraviglia adunque che gli Ebrei favorissero quella

rivoluzione e ne sposassero con ardore i principî. Pure il filosofo

della storia non deve dimenticare che non un ebreo — non uno — si trova

fra gli uomini che bruttarono coi loro eccessi quella rivoluzione, non

uno fra i sicarî del 93 e fra coloro che colle più efferate licenze

coprirono di obbrobrio il sacro nome di libertà (9).

E ciò, ripetiamolo, perchè l'ebreo è assolutamente liberale, nel buono,

nel vero senso della parola.

Il radicalismo, invece, è essenzialmente nemico del liberalismo, perchè

è essenzialmente persecutore. E questa è una nuova ragione dell'odio che

il radicalismo nutre contro gli Ebrei.

Esso, che prova sempre il bisogno di nuove vittime, che oggi espelle i

RR. Padri della Compagnia di Gesù, che domani perseguita altri pel solo

fatto che nacquero da illustre prosapia, non può non esser nemico dello

Ebreo, il quale vuole per sè la libertà come la vuole per gli altri, e

combatte per essenza, per indole, per interesse, tutte le distinzioni

basate sulla nascita, sulla fede.

Ecco perchè, con mostruoso connubio, _Culturkampf_ ed antisemitismo

poterono nascere quasi ad un tempo e sulla stessa terra (10).

E qui ci si para spontanea dinanzi un'obbiezione.

Ci si dirà. Voi dipingete i radicali come i più feroci nemici degli

Ebrei; eppure noi tutti conosciamo radicali notissimi che sono ben lungi

dal partecipare a quest'odio, e vediamo invece assaliti tutto giorno gli

Ebrei da giornali e da uomini del partito che è notoriamente il più

avverso al radicalismo.

L'obbiezione è giusta, giustissima; ma è giusta solo per quanto

risguarda gli uomini, non per quanto risguarda il partito.

Spieghiamo il nostro concetto.

Se è vero che tutto si può pretendere dall'uomo fuorchè la logica, è

anche più vero che è specialmente nella politica che la logica si va

facendo ogni giorno più rara.

Tutto giorno udiamo uomini vantarsi conservatori, liberali, radicali, e

raramente li vediamo informare tutte le loro azioni ai principi di cui

si dicono seguaci.

Nei paesi specialmente, come l'Italia, da poco educati alla vita

politica, è accaduto che uomini appartenenti ad opposte scuole politiche

si trovarono per lungo tempo affratellati da un intento comune, la

liberazione della patria.

Questo intento comune, e l'azione comune che ne fu conseguenza, han

fatto sì che le idee degli uni esercitassero qualche influenza su quelle

degli altri, mitigassero la logica inflessibile dei principii, dessero

vita a quella specie di eccletismo politico di cui ogni giorno vediamo

prove in Italia.

Ecco perchè, sebbene il radicalismo sia per natura il peggior nemico

degli Ebrei, i radicali italiani si separano in ciò dalla maggioranza

del partito cui appartengono.

Se una serie di miracoli eguali a quelli, per cui l'Italia da ancella

divenne nazione, facesse domani risorgere la Polonia, l'Europa vedrebbe

uno spettacolo più singolare ancora; vedrebbe per alcun tempo i radicali

ed i clericali polacchi vivere assieme d'amore e d'accordo, tutti

assorti in un sol pensiero, la salute della patria (11).

Ma sarebbe tregua di anni, che nella storia dei popoli sono un momento,

e i due principî opposti non tarderebbero a darsi battaglia anche nella

terra degli Jagelloni.

La storia naturale ci insegna che animali, i quali allo stato selvaggio

sono nemici inconciliabili, possono allo stato di servitù vivere fra

loro d'accordo.

E se ciò avviene per animali di diversa razza, come non avverrebbe per

l'uomo?

Veniamo all'altra parte dell'obbiezione.

È vero del pari che gli Ebrei sono oggigiorno combattuti con violenza da

taluni giornaletti di provincia, che si dicono cattolici e si vantano

rappresentanti non già di Papi o di Vescovi, dinanzi ai quali ci

inchineremmo reverenti, ma di sodalizi più o meno ignorati ed in nessun

caso autorevoli.

Errerebbe di gran lunga chi credesse che quei giornali rappresentino lo

spirito, la parte pensante del loro partito (12).

È comune errore il credere alla disciplina della stampa cattolica, e

l'errore è tanto comune che i fatti i più lampanti, l'opposizione

accanita, per esempio, che taluni giornali sedicenti cattolici fanno ai

Presuli delle loro diocesi, non valgono a sradicarlo.

A provare che tutta la stampa non partecipa all'opinione dei suddetti

giornalucoli, addurrò quattro fatti quasi contemporanei.

1º Or sono due o tre anni, in occasione delle elezioni amministrative a

Roma, l'_Unione Romana_, associazione cattolica presieduta da S. E. il

signor Duca Scipione Salviati, venne ad accordi colla Associazione

Costituzionale. Quest'ultima portava un israelita siccome candidato al

Consiglio Provinciale.

Sarebbe stato impossibile, assurdo, pretendere che in Roma una

Associazione cattolica portasse fra i suoi candidati un non cattolico:

pure la lista fu concordata ed i giornali cattolici la sostennero,

togliendo, è vero, il nome del candidato israelita, ma sostituendolo con

una riga di punti. Se si ponga mente che ciò avveniva per una elezione

che aveva luogo su di un sol nome, si converrà, che il dichiarare

esplicitamente, che al candidato israelita non si opponeva nessuno,

equivaleva da parte dei giornali cattolici a dire: non possiamo

appoggiarlo, ma desideriamo vederlo eletto.

2º L'organo del partito cattolico di Genova, _Il Cittadino_, fu per

molto tempo, ed è ancora, arbitro assoluto delle elezioni amministrative

di quella città, e fra i suoi candidati fu sempre almeno un israelita.

3º La _Rassegna Nazionale_, importante rivista che vede da cinque anni

la luce in Firenze, che è l'organo della parte più liberale del partito

cattolico, ed in cui collaborano gli uomini più insigni di quel partito,

come il Cantù, lo Stoppani, ecc., ecc., pubblicava nel suo numero di

luglio u. s. una splendida difesa degli Israeliti dovuta a quel luminare

del giudaismo, che è il prof. Ad. Frank, dell'Istituto di Francia. E qui

cade in acconcio il ricordare che il signor Frank dettava, pregatone,

quel suo articolo per gli _Annales de philosophie chrétienne_ pubblicati

dal signor Roux con tanto zelo a Parigi (13).

4º Or son pochi mesi, infine, l'_Osservatore Romano_, il solo giornale,

ricordiamolo bene, che la Corte Pontificia riconosca come suo organo,

recava nel suo N. 165 del 21 luglio 1883 una corrispondenza da

Nyiregyhaza, 16 luglio, sull'iniquo processo di Tisza Eszlar, che ha

testè disonorato l'Ungheria, corrispondenza ispirata a sentimenti così

nobili ed elevati che non sappiamo resistere al desiderio di riferirne

un brano, per istruzione di coloro che della stampa cattolica giudicano

dagli ignobili giornali di provincia cui abbiamo testè accennato:

“Dopo l'ultima mia, che vi dava conto dell'8ª seduta, ebbe luogo una

pausa di tre giorni; quindi si continuò nell'audizione di testimonî a

carico e scarico, si aprì la discussione sul presunto trafugamento e

tentata sostituzione di cadavere, e furono uditi i periti medici

dell'università di Pest in contesto di quelli che esaminarono il

cadavere e stesero il _repertum facti_. Le varie scene a cui diedero

luogo queste diverse fasi dell'ormai sciaguratamente celebre processo

non valsero a portar miglior luce sui fatti, ma contribuirono purtroppo

a mettere in evidenza lo stato anormale dell'amministrazione della

giustizia in Ungheria, non che lo sfogo di passioni, crassa ignoranza,

corruzione, abbiezione di caratteri.

“Ester Solymossy è scomparsa. Questo è l'unico fatto certo.

“Fu dessa vittima d'un sacrifizio rituale?

“Ne manca ogni prova attendibile. Non si ha per base dell'accusa che _la

denuncia d'un figlio contro del proprio padre_.

“Accetti chi vuole una tal base; io la respingo con orrore.

“_Onorerai il padre tuo e la madre tua!_ proclamò Iddio dall'alto del

Sinai. Chi calpesta questa legge divina, a cui fecero omaggio tutti i

popoli della terra, sanzionando nei loro codici per ogni caso e senza

eccezione alcuna il diritto dei figli di non deporre in giudizio contro

dei genitori; chi, ripeto, calpesta questa legge, non è più uomo, è un

bruto; ed i bruti non meritano fede in giudizio.

“Ciò sia detto in risposta ai fanatici, ai dilettanti di casuistica, ed

agli stolti, _quorum infinitus est numerus_, che stimano non si possa

essere buon cattolico senza essere antisemita e giudeofobo.”

Abbiamo trascelto a caso questi esempî, e molti ne tralasciammo dei

tanti che ci si affacciavano alla memoria; perocchè questi siano più che

sufficienti a dimostrare che lo spirito animante la stampa cattolica,

degna di questo gran nome, verso gli Ebrei non vada cercato in quei

fogliucciacci di provincia che seguono le pedate dell'_Osservatore

Cattolico_ di Milano, giornale più volte riprovato dalla Autorità

Ecclesiastica.

E chiudiamo la lunga digressione.

Il radicalismo, abbiam detto, combatte l'Ebreo perchè ne invidia le

pretese ricchezze (14); lo combatte, perchè vede in lui incarnati quei

principî di libertà e di tolleranza politica e religiosa, che sono

l'antitesi la più perfetta delle dottrine radicali, basate sulla

violenza ed ispirate al detto del gran satirista di Roma: _Stat pro

ratione voluntas_.

E non senza un perchè il radicalismo ha scelto l'Ebreo a bersaglio dei

suoi strali.

La società posa su basi solide, e i radicali, malgrado la loro buona

volontà, non riescirebbero certamente a scuoterla d'un tratto.

Perciò volsero prima le loro armi contro la Chiesa cattolica, sicuri di

aver a compagni nella lotta molti liberali di buona fede che credevano

giovare alle idee di progresso intellettuale e sociale, combattendo la

Chiesa e privandola non soltanto di quei privilegi che contrastavano

all'ordine politico degli Stati moderni; ma ponendola eziandio fuori del

diritto comune, e violando a suo danno i più elementari principî del

giure naturale, siccome fu fatto in Francia, in Germania ed in

Isvizzera.

Se la lotta contro la Chiesa offriva ai radicali il vantaggio di aver ad

alleati molti liberali, la lotta contro gli Ebrei assicurava loro il

concorso dei più esagerati campioni del fanatismo religioso.

Ora un partito, che apre in America pubbliche scuole per insegnarvi ad

usufruire la dinamite per giungere al progresso sociale, non può essere

schifiltoso nella scelta dei mezzi. Dopo aver combattuto a fianco ai

liberali contro Ignazio di Loyola, esso si allea ad Arbues e a

Torquemada per combattere contro gli Ebrei, per rinnovare contro di loro

gli eccessi onde vanno disonorati nella storia i nomi di Ferdinando ed

Isabella di Spagna, di Emanuele di Portogallo e di tanti e tanti sovrani

delle età media e moderna.

E così, applicando il vecchio precetto, tanto caro ai tiranni, _divide

et impera_, viene il radicalismo man mano sgretolando il vecchio mondo,

pronto poi, siccome disse il poeta, a cogliere i frutti del mal di

tutti.

Questo abbiamo voluto dire per spiegare il perchè prendiamo oggi a

difendere gli Ebrei. Non ci muove interesse di casta, non spirito di

religione, ma convinzione profonda, immutabile, che in essi non si

osteggia la credenza religiosa, ma si combatte uno dei ripari della

moderna società.

Come oggi difendiamo gli Ebrei, avremmo ieri difeso le corporazioni

religiose espulse di Francia (15), difenderemmo domani qualsivoglia

setta, corporazione o sodalizio cui si volessero negare i beneficî del

diritto comune, e questo non per uno spirito alla Don Chisciotte, ma

perchè crediamo necessario mettere in guardia la società moderna contro

gli assalti del radicalismo, il quale rinnova precisamente la tattica

riuscita tanto bene ai precursori della prima rivoluzione francese.

Come costoro, prima di attaccare la monarchia di fronte, vennero man

mano scalzando tutti i principî su cui essa poggiava; così i radicali,

prima di assalire di fronte la società, la minano sotterra, e vellicando

stolte ed abbiette passioni, tentano inocularle l'odio per la libertà,

il disprezzo pel diritto, l'amore per le leggi di violenza partigiana,

di persecuzione ingiustificata.

A questo lavorìo deleterio bisogna tutti si oppongano: e per opporvisi

con frutto, per combattere vittoriosamente questa santa battaglia della

civiltà e del progresso, occorre stringersi intorno al labaro dei nuovi

tempi su cui sta scritto: Libertà per tutti.

Recoaro, agosto 1883.

CORRADO GUIDETTI.

_Dott. in lettere._

(1) _Hist. des Juifs_, p. 2852.

(2) _Rassegna Nazionale_, Firenze, 1º luglio 1883, p. 42.

(3) Per evitare una confusione altrettanto perniciosa quanto, ai tempi

nostri, comune, quella che proviene dal non intendersi sul significato

che si annette alle parole, spieghiamo qui ciò che intendiamo per

radicalismo.

Lungi da noi il pensiero di designare con questo nome coloro che

aspirano ad una piuttosto che ad un'altra forma di reggimento politico.

Radicale può essere tanto il monarchico quanto il repubblicano, e sì

l'uno che l'altro possono esser liberali. Per noi la distinzione fra

liberali e radicali sta in ciò soltanto: che il liberale vuole

raggiungere i più alti ideali dell'avvenire rispettando i diritti, la

libertà, la vita di ognuno; il radicale, invece, è disposto a violare ad

ogni momento la libertà ed i diritti altrui, per conseguire il suo

intento.

Posta così nettamente la questione, diremo subito che fra quel prototipo

leggendario di inquisitore che, dinanzi a un massacro in cui cadevano

egualmente vittime eretici e cattolici, avrebbe sclamato: _uccideteli

tutti, Dio riconoscerà i suoi_, e Barnave, il girondino, che di fronte

alle prime stragi che insozzarono la rivoluzione francese, sintetizzando

in una frase cinica e crudele i concetti del radicalismo, nella seduta

del 23 luglio 1789, chiede ironicamente dall'alto della tribuna: _Le

sang qui coule est-il donc si pur?_ non sentiamo preferenza alcuna.

(4) Appartenevano del pari all'estrema sinistra intransigente del

Parlamento romeno quei quattro deputati che nel 1878 escogitarono una

mozione intesa ad un tempo a inorpellare l'Europa, che insisteva perchè

agli Ebrei si accordasse l'eguaglianza civile, ed a rendere a questi

impossibile o quasi il conseguirla. V. MARCO ANTONIO CANINI. _La verità

sulla questione degli Israeliti in Rumania._ Roma, Barbera, 1879.

In Italia poi, uno dei rarissimi deputati che faccia pompa del suo

antisemitismo, e che si diverta a parlare nelle sue corrispondenze

giornalistiche di _Giornali della Sinagoga_ e di altre simili amenità da

medio evo, è quello stesso che in piena Camera dichiarò egli non

conoscere un Papa Pio IX, ma soltanto un conte Giovanni Mastai Ferretti

di _professione_ Vicario di Dio! ho nominato l'on. Petruccelli della

Gattina. Anche in Francia la questione semitica fu sollevata per la

prima volta, in questi anni, da un articolo, perfidamente abile,

intitolato: _Dieu des Juifs tu l'emportes!_ pubblicato dal noto

mangiapreti signor Francisque Sarcey, nel XIX _Siècle_ di Edmond About

nel maggio o giugno 1875.

(5) Errerebbero a gran partito coloro che credessero il signor Rénan un

amico degli Ebrei; egli, nel suo libro sull'_Ecclesiaste_, ne ha

ultimamente schizzato un ritratto dal quale risulterebbe che essi sono

oggi quello che erano or sono quattromila anni alle falde del Sinai: gli

adoratori del vitello d'oro. E nei suoi _Souvenirs d'enfance et de

jeunesse_ parla degli Ebrei in guisa da meritarsi che il primo numero

dello _Antisémitique_ di Montdidier gli consacri una colonna di elogi.

Ciò avvertiamo non per far colpa allo scienziato francese delle sue

tendenze; ma perchè gli avversari nostri, ogni qualvolta citiamo il

Rénan, non ci rinfaccino di appoggiarci all'autorità di chi ha negata la

divinità di N. S. Gesù Cristo. Il Rénan potrà essere anticristiano fin

che si vuole, ma non certo per filosemitismo.

(6) Ernest Rénan. _Le Judaïsme et le Christianisme._ Paris, Calmann

Levy, 1883, p. 24 e 25.

(7) Nacque a Lisbona nel 1437; fu intendente delle finanze di Alfonso V,

re di Portogallo, di Ferdinando il Cattolico, re di Castiglia, di

Ferdinando il Bastardo, re di Napoli, di Alfonso II suo successore che

non abbandonò quando i francesi lo cacciarono dal Regno. Abarbanello si

stabilì in Italia e fu preso per arbitro in una questione commerciale

fra il Re di Portogallo e la Repubblica di Venezia. Morì a Venezia nel

1508 e fu sepolto in Padova. Veggansi per maggiori notizie: Bartolocius,

_Bibl. Rabb._; Bayle, _Dict. Crit._; Boissi, _Dissert._, p. 2; Schwab,

_Abravanel et son époque_; S. Honel, _Lien d'Israel_, 5º anno, pag. 355

e segg.; e tutte le biografie.

(8) I. Bedarride. _Les Juifs en France, en Italie et en Espagne._ Paris,

Michel Levy, 1861, p. 294. È appena necessario avvertire che, riferendo

l'opinione di Abarbanello, facciamo sulle ultime parole sue le più ampie

riserve. Nè S. Tommaso, nè scrittori approvati ed autorevoli, nè tanto

meno la Chiesa Cattolica si espressero nel senso della liceità di

ribellarsi o peggio di uccidere il tiranno, anzi la negarono

recisamente.

(9) Merita a questo proposito di esser riferito il giudizio che uno dei

più dotti Rabbini del nostro secolo, il professore S. D. Luzzatto di

Padova, dava della rivoluzione francese.

Trascriviamo un brano di una sua lettera inedita del 26 dicembre 1836

inserita nel _Vessillo Israelitico_ di Casale, ottobre 1876, p. 325.

“Nello scorso secolo gli spiriti della Francia, scatenandosi ad un tempo

con un diluvio di scritti religiosi e contro i Governi assoluti e contro

il Cristianesimo, produssero nelle menti quello stravolgimento, che poi

si sviluppò nella funestissima rivoluzione francese, la quale pose in

trambusto per tanti anni il mondo intero.”

(10) Vi sono taluni ingenui che si chieggono come il principe di

Bismarck tolleri il risvegliarsi dell'antisemitismo in Germania. A

questi ingenui osserviamo che il _non cade foglia che Dio non voglia_ si

avvera anco in politica, specialmente quando il Dio si chiama: il signor

di Bismarck. Le vere dottrine di libertà sociale ed economica che furono

la gloria dei quattordici primi lustri del nostro secolo non ebbero, non

hanno nemico più mortale del cancelliere di ferro. E chi è nemico di

libertà è nemico naturale degli Ebrei. Lo stesso Bismarck in una

conversazione avuta con un diplomatico straniero, telegrafata al

_Morning Post_ nell'agosto dello scorso anno, diceva per assicurarlo

delle sue intenzioni pacifiche: “La Germania non è nelle mie mani, come

crede la gente. La Germania è nelle mani degli Ebrei, _che hanno orrore

per la guerra_ in causa dei loro interessi e delle signore che hanno

orrore della guerra per la vita dei loro mariti e dei loro figli.” _Aver

orrore della guerra_ vuol dire esser fattori di civiltà, ma vuol dire ad

un tempo esser odiati a morte dal signor di Bismarck.

(11) Cade proprio in acconcio notar qui che lo stesso Governo russo, che

deportava in Siberia monsignor Felinsky, il venerando Arcivescovo di

Varsavia, puniva più volte colla carcere e coll'esilio il patriottismo

dell'illustre Michel B. Meisel, Rabbino di quella città.

(12) I nostri lettori troveranno fra i documenti un discorso

dell'eminentissimo cardinale Manning, il quale ci dà la vera opinione

della parte pensante del partito cattolico sulla questione semitica.

(13) Ci sia concessa una lieve digressione. È uno spettacolo che solleva

l'animo del pensatore quello che ci offrirono quasi contemporaneamente

gli _Annales de philosophie chrétienne_, invitando un ebreo a discutere

nelle loro colonne la questione semitica, e la _Société des Etudes

juives_ di Parigi, chiamando nel suo seno un non israelita a dissertare

“sul Giudaismo e sul Cristianesimo.” Malgrado i gufi, che tentano di

oscurare il sole, è d'uopo convenire che siamo assai lontani dai tempi

di San Luigi, Re di Francia (Cfr. _Joinville_, p. 11) quando un

cavaliere, trovandosi presente ad una di quelle discussioni che allora

frequentemente avvenivano fra sacerdoti cattolici e rabbini ebrei, sulla

prevalenza delle rispettive religioni, vedendo come gli ebrei avessero

il sopravvento nella discussione, stese morto ai suoi piedi con una

bastonata l'ultimo rabbino che aveva parlato, dicendo ai preti

cattolici, in atto di rampogna: “_Vous avez fait folie d'avoir occasioné

telle dispute d'erreur._”

(14) Queste linee erano già scritte, allorchè ci venne fatto di leggere

nella _Revue Britannique_ (luglio 1883) un dotto articolo, tolto

dall'_Edimburgh Review_, nel quale si accenna appunto allo spirito di

odio e di persecuzione che oggi si manifesta sotto il falso nome di

liberalismo repubblicano.

(15) Non faccia meraviglia se in questo nostro lavoro, ispirato, osiamo

vantarcene, ai principî della maggiore tolleranza, ci accada di

paragonare sovente i Gesuiti agli ebrei. Sì gli uni che gli altri furono

perseguitati da nemici, i quali, ben più che osteggiarne i principî,

miravano ad attribuirsene le ricchezze; contro gli uni come contro gli

altri si ripeterono le stesse accuse di usure, di accaparramenti, di

massime antisociali, sicchè non è raro vedere nelle opere antigesuitiche

del secolo scorso i Gesuiti paragonati agli Ebrei. Ho sott'occhi, per

esempio, i “_Lupi smascherati_, Ortignano, nell'officina di Tancredi e

Francescantonio padre e figlio Zaccheri di Strozzagriffi, MDCCLX”

libello antigesuitico, attribuito all'abate Capriata, ed a pag. 57

(nota) trovo: “_I principi l'hanno rigettati da loro_ [i gesuiti] _e

sono omai riguardati come Giudei._”

Che se qualcuno ci rammentasse le prediche di qualche gesuita contro gli

Ebrei, risponderemmo ricordando il _Qui gladio ferit_; e se ci si

obbiettassero certi articoli antisemitici della _Civiltà Cattolica_,

l'organo massimo della Compagnia, diremmo che ad essi la persecuzione

non ha nulla insegnato, e compiangeremmo quei perseguitati che dalle

violenze di cui furono vittima non appresero la sublime virtù della

tolleranza.

Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti · 第 2 / 85 题