All'uscio di cucina il Biondo aveva attaccato il _Lunario del
Campagnolo_: Sant'Antonio in rozza stampa, lunga barba, col pastorale e
il campanello; il porco a destra e a sinistra, in terra, il sacro libro
e una gran fiamma; ai lati, l'ordine dei mesi con le insegne zodiacali,
e, sotto, la leggenda che rammentava i mali dell'anno già caduto «nel
numero dei più» promettendo migliore l'anno nuovo.
«Nel nuovo anno gli uomini fatti savi dall'esperienza, che è la miglior
maestra della vita; abbandonate le malsane idee, che per un momento
poterono turbare le menti umane sotto l'influsso di false massime,
vivranno fra loro nella maggior concordia. Tutte il male non vien
per nuocere. Avanziamoci fiduciosi incontro all'avvenire, e le nostre
speranze non saranno deluse; dopo la scarsità, avremo l'abbondanza....»
E sebbene non ancora a mezzo di quest'anno nuovo il Biondo si dolesse
delle stagioni avverse all'abbondanza e del socialismo avverso alla
concordia, io m'attenevo alla profezia e umilmente la rileggevo ogni
dì: fatto savio ormai dall'esperienza; abbandonate ormai le malsane
idee e le false massime, e quasi fiducioso nell'avvenire, io mi sentiva
in bastevole concordia col mio più fiero nemico e padrone: con me
medesimo.
Concordia, intendiamoci, non era tranquillità, e di pensieri ne avevo
anche troppi.
Ma senza dubbio il mutamento in me, da un pezzo incominciato, era
grande; era divenuto così grande che non mi perdevo nemmeno a indagarne
le cause. Quali esse fossero mi chiedo ora. Forse a riscuoter tutte le
mie forze, accidiate da tanto tempo; a darmi resistenza per le fatiche
del nuovo ufficio che esercitavo in campagne solitarie e lontane; a
tenermi desto la notte dopo giornate laboriose per studiar quanto di
medicina pratica o avevo disimparato o ignoravo; a ringiovanire insomma
nella vita attiva senza sforzo di volontà, forse mi bastò il consiglio
di Claudio, il dì della mia partenza per Molinella: — Lavoriamo! —?
Generoso esempio di un uomo la cui fibra non era stata infranta da
tante batoste e dolori, la cui riconoscenza per me non era limitata
dall'intenzione di sdebitarsi meco!
Ma la virtù che mi rianimava doveva esser ben altra che quella
dell'esempio; ben altra che il beneficio dell'attività!
E veramente nell'esercizio e negli obblighi di una professione
gravosa, ingloriosa, angusta, molte volte sentii e vidi, al letto
de' miei squallidi malati, che il compito assunto per necessità era
più importante, più attraente, più umano, più nobile che quello di
tendere alle cose inafferrabili. Se non che mi accompagnava per tutto
un sentore di lezzo, un'impressione di miseria avvilita e non domata,
un'eco di minacce segrete e di odî già palesi.
Piuttosto m'eccitava dunque a una vita forte e utile la virtù del
sacrificio da me compiuto a pro dell'amicizia?
Via! Contro le pene che mi dava il ricordo dei Moser, poco valeva
la soddisfazione del servigio reso a Claudio. Per Claudio era già
venuto il dì dell'ultimo strappo: dell'addio alla villa. Che cuore era
stato il suo in quel giorno? E Ortensia, che era rimasta con lui fino
all'ultimo momento?... Poi sapevo come Claudio, dopo aver trasferito la
famiglia a Milano con la speranza di trovarvi subito impiego, consumava
la smania di operare in una triste vicenda d'illusioni e delusioni.
Intanto Ortensia e Eugenia dimoravano a Milano, col pericolo
d'imbattersi in Roveni o d'esserne insidiate. Senza dirle quale
vendetta egli forse meditava, io, partendo, avevo scritto a Eugenia
affinchè stesse in guardia; invigilasse soprattutto alla posta e
sottraesse qualsiasi lettera indirizzata a Ortensia: dubitavo di una
lettera anonima. Eugenia mi aveva risposto che seguirebbe attentamente
il consiglio. Ma quel dubbio della lettera anonima mi era, in certi
giorni, un'ossessione; mi affliggeva anche il timore che Eugenia
potesse scoprire la calunnia incombente su di lei; e avevo un bel
dirmi: «avvenga che può, coscienza ci assicura».
Ortensia non l'avevo più riveduta. Per ripugnanza che io assistessi
più oltre alla sua distruzione, Claudio non aveva insistito che
l'accompagnassi a Valdigorgo, e io non avevo osato andar con lui, quasi
a raccogliere riconoscenza. Così non potevo raffigurarmi Ortensia che
con le attitudini e le parole dell'ultima volta che l'avevo vista,
l'unica volta dopo tre anni; e mi ripetevo: «Quel giorno, lassù, pur
nel momento in cui mi confidò il conflitto tragico dell'animo suo, pur
quando disperata invocò il mio consiglio, qualche cosa di misterioso
s'interpose a quella espansione».
Era stato l'ultimo rancore del male che le avevo fatto? Era stato
l'orgoglio ferito dal soccorso che io promettevo alla sua famiglia
o dallo stesso consiglio ch'ella si sentiva costretta a chiedermi? O
quali altri sospetti ottenebravano l'anima dolorosa mentre l'agitava lo
spavento del disonore paterno?
Questo, questo, il mio maggior tormento nelle tregue dalle fatiche
quotidiane, o nelle notti insonni!
E quando non ne potei più, sapete che feci? Scrissi a Ortensia,
col pretesto d'aver da lei notizie della famiglia. Per poco non mi
rimproveravo di soverchia audacia! Ella rispose subito. A leggere e
rileggere quelle poche righe — la prima lettera di Ortensia che io
ricevevo! — facevo rabbia a me stesso; tentavo esprimere da poche
parole un significato che non avevano; non sapevo persuadermi che dopo
tanto amore e con tanto amore io dovessi rassegnarmi a una letterina
di stile perfettamente amichevole. Stanco di me e della lettera, la
stracciai; mi pentii d'averla stracciata. Affettuosamente — e a me
pareva in modo freddo — Ortensia mi dava notizie di tutti: del padre
sempre in speranze; della madre sempre fidente in giorni migliori; di
sè che stava «discretamente». Aggiungeva:
Si parla ogni giorno di voi, Sivori; se ne parla non solo come di
un benefattore ma come di uno di noi, della nostra famiglia che
sia lontano.
«Già, un fratello! — io gridavo a me stesso: — Ortensia vuol dire che
non mi ama più e che non mi amerà mai più!»
E con tutto ciò, con tutti questi contrasti, io.... non me la prendevo
con Sant'Antonio! Ne consultavo il lunario e senza ironia me ne
ripetevo le parole: «Tutto il male non viene per nuocere. Bisogna aver
fiducia nell'avvenire».
Quali dunque le cause o la causa del mio mutamento? Forse
all'intendimento della vita e all'elevazione dell'animo il dolore può
anche più dell'amore? E una notte feci questo sogno:
Nella vecchia chiesa del paese, ove fanciullo io avevo pregato a fianco
di mia madre, si celebravano nozze solenni. Il Biondo gongolava; la
Rita piangeva di gioia.... Poi la chiesa con tutta la gente scomparve,
e vidi una nota camera: Ortensia, con me, entrava pallida e arridente
sposa nella camera dove mia madre era morta.