E seguì il ritorno di Moser, l'incontro atteso da me e da lui con
desiderio protratto ma con aspettazione timida. In lui, insieme col
pudore dei suoi errori e della sua disgrazia, era il torto di non
avermi confessato in quali condizioni si trovava da tempo: troppe
cose io gli avevo celate e dovrei celargli ancora!; nè egli saprebbe
mai quanto male io avevo fatto a lui, che aveva il cuore pieno di
gratitudine per me.
«Cuor dei cuori» posso giustamente ripetere per Claudio Moser. A
rammentare quel periodo angoscioso della sua vita provo un sentimento
profondo e misto di tenerezza, di pietà, di ammirazione.
A che prezzo aveva scontato i suoi difetti!, primi la soverchia fiducia
in sè stesso e l'ostinazione. Era ostinato. Ma nel periodo di fortuna
favorevole questo difetto era pur stato la virtù per cui Moser aveva
potuto dare incremento a una industria, ed egli era potuto divenire
uno degli ingegneri più noti dell'Italia superiore. Al contrario e
più gli aveva nociuto una virtù vera: la generosità. Valdigorgo, prima
che egli aprisse la fabbrica, aveva la miseria dei piccoli paesi che
le ferrovie correnti tra città e città lasciarono in disparte; e la
fabbrica Moser ridiede la vita a Valdigorgo. Se non che quei primi
entusiasmi di pubblica riconoscenza appagarono il benefattore, e quanti
ne approfittarono! Quanti si rimpannucciarono a sue spese!
E mentre s'appagava d'essere benvoluto, egli veniva trascinato nella
lotta della concorrenza. Che vita la sua in quegli anni! Audacie non
impedite da affannose riflessioni; coraggio lungamente meditato ad
uscir dalle incertezze; tentativi ora prudenti ora arditi, eppur vani;
sconfitte saviamente dissimulate con rare vittorie. Poi le angustie
dei pagamenti; le ripulse di aiuti esosi; la resistenza inconcussa a
ogni slealtà; il disdegno dei birbanti fortunati; gli sforzi inani;
le lusinghe delle speranze e i ritegni dell'esperienza; la lenta
struggente apprensione di un'inevitabile rovina. Ma nessuno avrebbe
immaginato tutto ciò quando, nelle ore di tregua, Claudio attingeva
da sè stesso tanta giocondità e serbava tanta serenità nell'animo;
nessuno, neppur di noi che lo conoscevamo intimamente, avrebbe
indovinato così intensa fatica del suo cervello e dei suoi nervi
quando lo vedevamo gioire alle semplici cure del giardino, all'umile
distrazione di un giuoco alle bocce. E quel suo sorriso? Era il sorriso
di un gran cuore, ma consapevole; d'uomo che guarda alle cose e agli
uomini con bontà intelligente.
Avvenuta la catastrofe di tutte le speranze e le illusioni, la rovina
di una fortuna composta con tanti sudori, egli patì strazi di martire.
Aveva voluto il bene dei suoi cari, e anche negli occhi de' suoi cari
temeva scorgere il rimprovero; aveva creduto meritarsi la gratitudine
e la stima degli amici e gli amici (ben lo sapeva Ortensia!) lo
compassionavano chiamandolo «tre volte buono», o lo canzonavano:
«che bravomo!»; aveva accarezzato il segreto orgoglio di trarre dalla
miseria gran numero di operai, e gli operai lo maledicevano o dicevano:
«gli sta bene!». Egli conobbe gli affronti indegni e gli scherni mal
celati da conforti ambigui; provò l'amarezza d'impensati inganni; le
punture velenose della mala fede; le umiliazioni dinanzi agli umili di
ieri e dinanzi alla possente viltà dell'oggi; le insidie e la certezza
del tradimento. Tutto questo Moser conobbe e provò, ma non perdè il suo
nobile sorriso. Avvilito, affranto, fu visto sorridere e ristorarsi a
una parola buona di un buono, riconfortarsi come ricuperasse sè stesso
alla stretta di mano d'un galantuomo. Io lo vidi sorridere così, quando
egli aveva lo strazio nel cuore, la voce tremula e il tremito nelle
labbra per la passione e per lo sforzo di trattenere le lagrime....
Sorrise staccandosi dalle mie braccia e mormorando con espressione
d'immenso affetto per me:
— Vecchio mio! — Ma egli, egli era tanto invecchiato!: incanutito;
quasi del tutto aveva bianchi anche i baffi; la barba, non rasa da più
giorni, rendeva più smorte le guance flosce.
Dubitosi a vicenda, di non contenere abbastanza la nostra commozione,
cercavamo una frase per cui attaccar discorso, e tacevamo. Alla fine
io dissi con aria di chi perdonando un torto ricevuto vuol passare ad
altro:
— Ebbene?
E allora lui con l'aria di chi domanda schiarimento di una colpa,
benchè già perdonata:
— Come hai fatto, tu, a trovar quella somma?
La bugia era pronta da un pezzo:
— Un prestito....; un mutuo col Biondo.
Claudio si mise a sedere, abbassò gli occhi. Quanto più grande sarebbe
stato il suo dolore se gli avessi detta la verità: che avevo preferito
vendere il podere!
— Hai ipotecato il fondo? a che frutto?
— Al cinque.
— E hai pensato che io non avrò più di quindici anni di lavoro utile
davanti a me? I frutti ti saranno pagati puntualmente ogni anno; ma il
capitale? Farò in tempo a renderlo?
— Sì — risposi scuotendo le spalle. — Non mi sembra una gran somma!
A poco a poco, per i miei modi bruschi, egli si rianimava; nè tacqui il
rimprovero:
— Però debbo dirti che ci saremmo risparmiate molte pene, tutti, se mi
avessi avvertito a tempo....
— Hai ragione — mormorò ancora a capo basso. Ma d'un tratto balzò in
piedi (io avevo ottenuto l'intento!): — No, hai torto! Che gli altri mi
giudicassero male, mi dessero dell'imbecille, pazienza! Ma tu, no! Non
volevo!
Ribattei: — Sapendo che io ero qua, potevi almeno avvertirmi che non ti
credevi sicuro.
— Perchè tu mi persuadessi a rimanere, a lasciarmi arrestare? Ti giuro,
perdio! che non mi sarei lasciato prendere vivo, mai! La mia vita era
legata a un filo; intendi? La mia difesa, la difesa della mia innocenza
non mi avrebbe salvato. Dunque? Sono un galantuomo! — aggiunse con un
grido di rabbia.
La commozione lo stringeva alla gola; e si mise a percorrere la camera
su e giù: il suo sguardo pareva misurare un abisso.
Io non trovavo più alcun rimprovero che potesse impedire la crise.
Finchè egli ridendo come non l'avevo mai sentito ridere, esclamò:
— Il costruttore Moser dovrà assistere alla sua completa distruzione!
— Sì — dissi io freddamente —: ma per ricostruire dopo. È necessario,
mi pare!
Altro silenzio; altri passi concitati. Eppoi affrontandomi:
— Voglio sapere una cosa che tu devi sapere!
— Quale?
— Il perchè del voltafaccia di quell'assassino!
Continuò violento:
— Roveni, Roveni arrivar a questo punto? Perchè? Che cosa gli
ho fatto io di male? Era appena uscito dal Politecnico; me lo
raccomandarono....; aveva patita la fame; trovargli subito un buon
impiego non era facile. Lo presi con me, lo trattai come un figliolo.
No? E perchè dunque questa parte di Giuda? C'è un mistero! Non
ha tradito, lui, per trenta denari: ci ha rimesso duemila lire, a
tradirmi! Perchè? Tu ne sai qualche cosa! Parla una volta!
Mentire ancora e del tutto era inutile, oramai.
Risposi: — La spiegazione è facile. Immagina che Ortensia da
qualche anno non sia più una bambina; immagina che Roveni ne fosse
innamorato....
Claudio spalancò gli occhi come alla cosa più inverosimile di questo
mondo; ne parve atterrito.
— Immagina — proseguii — che Ortensia abbia risposto un bel no, uno
dei tuoi no, a tutte le speranze, a tutte le richieste, a tutte le
insistenze di Roveni, e che Roveni, dopo aver tentata invano la via
buona, abbia mutato strada.... per piegarla....
Claudio intravide in confuso un eroismo nella fierezza e nella fermezza
della figliola....
— Ortensia! — fece a voce strozzata, e coprendosi il volto con le mani
scoppiò in singhiozzi.
Fu uno sfogo non breve. Ma si riscosse con l'impeto dell'antica
energia, sorrise, mi prese e strinse forte la mano. Riapparve il Moser
di una volta mentre diceva:
— Hai ragione, Carlo! Per Ortensia; per la mia famiglia; per te ho
ancora molto da fare! Lavoreremo!