XV.

E seguì il ritorno di Moser, l'incontro atteso da me e da lui con

desiderio protratto ma con aspettazione timida. In lui, insieme col

pudore dei suoi errori e della sua disgrazia, era il torto di non

avermi confessato in quali condizioni si trovava da tempo: troppe

cose io gli avevo celate e dovrei celargli ancora!; nè egli saprebbe

mai quanto male io avevo fatto a lui, che aveva il cuore pieno di

gratitudine per me.

«Cuor dei cuori» posso giustamente ripetere per Claudio Moser. A

rammentare quel periodo angoscioso della sua vita provo un sentimento

profondo e misto di tenerezza, di pietà, di ammirazione.

A che prezzo aveva scontato i suoi difetti!, primi la soverchia fiducia

in sè stesso e l'ostinazione. Era ostinato. Ma nel periodo di fortuna

favorevole questo difetto era pur stato la virtù per cui Moser aveva

potuto dare incremento a una industria, ed egli era potuto divenire

uno degli ingegneri più noti dell'Italia superiore. Al contrario e

più gli aveva nociuto una virtù vera: la generosità. Valdigorgo, prima

che egli aprisse la fabbrica, aveva la miseria dei piccoli paesi che

le ferrovie correnti tra città e città lasciarono in disparte; e la

fabbrica Moser ridiede la vita a Valdigorgo. Se non che quei primi

entusiasmi di pubblica riconoscenza appagarono il benefattore, e quanti

ne approfittarono! Quanti si rimpannucciarono a sue spese!

E mentre s'appagava d'essere benvoluto, egli veniva trascinato nella

lotta della concorrenza. Che vita la sua in quegli anni! Audacie non

impedite da affannose riflessioni; coraggio lungamente meditato ad

uscir dalle incertezze; tentativi ora prudenti ora arditi, eppur vani;

sconfitte saviamente dissimulate con rare vittorie. Poi le angustie

dei pagamenti; le ripulse di aiuti esosi; la resistenza inconcussa a

ogni slealtà; il disdegno dei birbanti fortunati; gli sforzi inani;

le lusinghe delle speranze e i ritegni dell'esperienza; la lenta

struggente apprensione di un'inevitabile rovina. Ma nessuno avrebbe

immaginato tutto ciò quando, nelle ore di tregua, Claudio attingeva

da sè stesso tanta giocondità e serbava tanta serenità nell'animo;

nessuno, neppur di noi che lo conoscevamo intimamente, avrebbe

indovinato così intensa fatica del suo cervello e dei suoi nervi

quando lo vedevamo gioire alle semplici cure del giardino, all'umile

distrazione di un giuoco alle bocce. E quel suo sorriso? Era il sorriso

di un gran cuore, ma consapevole; d'uomo che guarda alle cose e agli

uomini con bontà intelligente.

Avvenuta la catastrofe di tutte le speranze e le illusioni, la rovina

di una fortuna composta con tanti sudori, egli patì strazi di martire.

Aveva voluto il bene dei suoi cari, e anche negli occhi de' suoi cari

temeva scorgere il rimprovero; aveva creduto meritarsi la gratitudine

e la stima degli amici e gli amici (ben lo sapeva Ortensia!) lo

compassionavano chiamandolo «tre volte buono», o lo canzonavano:

«che bravomo!»; aveva accarezzato il segreto orgoglio di trarre dalla

miseria gran numero di operai, e gli operai lo maledicevano o dicevano:

«gli sta bene!». Egli conobbe gli affronti indegni e gli scherni mal

celati da conforti ambigui; provò l'amarezza d'impensati inganni; le

punture velenose della mala fede; le umiliazioni dinanzi agli umili di

ieri e dinanzi alla possente viltà dell'oggi; le insidie e la certezza

del tradimento. Tutto questo Moser conobbe e provò, ma non perdè il suo

nobile sorriso. Avvilito, affranto, fu visto sorridere e ristorarsi a

una parola buona di un buono, riconfortarsi come ricuperasse sè stesso

alla stretta di mano d'un galantuomo. Io lo vidi sorridere così, quando

egli aveva lo strazio nel cuore, la voce tremula e il tremito nelle

labbra per la passione e per lo sforzo di trattenere le lagrime....

Sorrise staccandosi dalle mie braccia e mormorando con espressione

d'immenso affetto per me:

— Vecchio mio! — Ma egli, egli era tanto invecchiato!: incanutito;

quasi del tutto aveva bianchi anche i baffi; la barba, non rasa da più

giorni, rendeva più smorte le guance flosce.

Dubitosi a vicenda, di non contenere abbastanza la nostra commozione,

cercavamo una frase per cui attaccar discorso, e tacevamo. Alla fine

io dissi con aria di chi perdonando un torto ricevuto vuol passare ad

altro:

— Ebbene?

E allora lui con l'aria di chi domanda schiarimento di una colpa,

benchè già perdonata:

— Come hai fatto, tu, a trovar quella somma?

La bugia era pronta da un pezzo:

— Un prestito....; un mutuo col Biondo.

Claudio si mise a sedere, abbassò gli occhi. Quanto più grande sarebbe

stato il suo dolore se gli avessi detta la verità: che avevo preferito

vendere il podere!

— Hai ipotecato il fondo? a che frutto?

— Al cinque.

— E hai pensato che io non avrò più di quindici anni di lavoro utile

davanti a me? I frutti ti saranno pagati puntualmente ogni anno; ma il

capitale? Farò in tempo a renderlo?

— Sì — risposi scuotendo le spalle. — Non mi sembra una gran somma!

A poco a poco, per i miei modi bruschi, egli si rianimava; nè tacqui il

rimprovero:

— Però debbo dirti che ci saremmo risparmiate molte pene, tutti, se mi

avessi avvertito a tempo....

— Hai ragione — mormorò ancora a capo basso. Ma d'un tratto balzò in

piedi (io avevo ottenuto l'intento!): — No, hai torto! Che gli altri mi

giudicassero male, mi dessero dell'imbecille, pazienza! Ma tu, no! Non

volevo!

Ribattei: — Sapendo che io ero qua, potevi almeno avvertirmi che non ti

credevi sicuro.

— Perchè tu mi persuadessi a rimanere, a lasciarmi arrestare? Ti giuro,

perdio! che non mi sarei lasciato prendere vivo, mai! La mia vita era

legata a un filo; intendi? La mia difesa, la difesa della mia innocenza

non mi avrebbe salvato. Dunque? Sono un galantuomo! — aggiunse con un

grido di rabbia.

La commozione lo stringeva alla gola; e si mise a percorrere la camera

su e giù: il suo sguardo pareva misurare un abisso.

Io non trovavo più alcun rimprovero che potesse impedire la crise.

Finchè egli ridendo come non l'avevo mai sentito ridere, esclamò:

— Il costruttore Moser dovrà assistere alla sua completa distruzione!

— Sì — dissi io freddamente —: ma per ricostruire dopo. È necessario,

mi pare!

Altro silenzio; altri passi concitati. Eppoi affrontandomi:

— Voglio sapere una cosa che tu devi sapere!

— Quale?

— Il perchè del voltafaccia di quell'assassino!

Continuò violento:

— Roveni, Roveni arrivar a questo punto? Perchè? Che cosa gli

ho fatto io di male? Era appena uscito dal Politecnico; me lo

raccomandarono....; aveva patita la fame; trovargli subito un buon

impiego non era facile. Lo presi con me, lo trattai come un figliolo.

No? E perchè dunque questa parte di Giuda? C'è un mistero! Non

ha tradito, lui, per trenta denari: ci ha rimesso duemila lire, a

tradirmi! Perchè? Tu ne sai qualche cosa! Parla una volta!

Mentire ancora e del tutto era inutile, oramai.

Risposi: — La spiegazione è facile. Immagina che Ortensia da

qualche anno non sia più una bambina; immagina che Roveni ne fosse

innamorato....

Claudio spalancò gli occhi come alla cosa più inverosimile di questo

mondo; ne parve atterrito.

— Immagina — proseguii — che Ortensia abbia risposto un bel no, uno

dei tuoi no, a tutte le speranze, a tutte le richieste, a tutte le

insistenze di Roveni, e che Roveni, dopo aver tentata invano la via

buona, abbia mutato strada.... per piegarla....

Claudio intravide in confuso un eroismo nella fierezza e nella fermezza

della figliola....

— Ortensia! — fece a voce strozzata, e coprendosi il volto con le mani

scoppiò in singhiozzi.

Fu uno sfogo non breve. Ma si riscosse con l'impeto dell'antica

energia, sorrise, mi prese e strinse forte la mano. Riapparve il Moser

di una volta mentre diceva:

— Hai ragione, Carlo! Per Ortensia; per la mia famiglia; per te ho

ancora molto da fare! Lavoreremo!

In faccia al destino · 第 50 / 75 题