VII.

Mentre la carrozzella mi trasportava dalla stazione di Valdigorgo a

Villa Moser, poco dopo il meriggio, io cercavo prepararmi al penoso

incontro con Claudio e all'incontro desiderato e temuto con Ortensia.

Dagl'ingarbugliati discorsi di Guido non avevo chiaramente compreso

quel che potessi fare a pro di Moser; tuttavia avevo inteso abbastanza

da rammaricarmi di non esser ricco e di non poter rendere il mio

intervento ben più profittevole. Se io avessi consumati gli anni

migliori della mia giovinezza a guadagnare, Claudio ora non sarebbe

stato alla mercè di amici venali! Invece ero vissuto quasi soltanto con

il reddito del podere de' miei vecchi, affittato al Biondo; uomo onesto

ma non abile forse a trar dalla terra tutto il frutto che poteva dare.

Vendendo quel po' di roba, che mi resterebbe? La professione che avevo

non curata sempre; ripresa da poco per disperazione o per necessità!

Immaginare se Claudio permetterebbe simile rinuncia! Ma al pensiero di

Ortensia cedeva ogni difficoltà: per risparmiarle dolore affronterei

anche la miseria, con o senza il permesso di Claudio!

La strada dilungava cinerea sotto il cielo caliginoso; non incontravamo

che qualche birocciaio intabarrato fino al mento.

Nei campi non c'era neve; appariva scoperto il tenero e pallido verde

del grano tra gli alberi scheletriti. Lembi di neve restavano qua e

là sul dosso dei monti, svelati solo di tratto in tratto; e la nebbia

fumava contro le oscure moli con pigre volute. Le case dei contadini,

chiuse, deserte, parevano avvolte nel freddo. D'improvviso, in quella

solitudine di morte, proruppero da un'aia e corsero alla strada, alcune

grida di gioia e risate. Eran poveri ragazzi mascherati con maschere di

carta e cenciose sottane di donna. E rammentai che eravamo agli ultimi

giorni di carnevale, e mi si riempiron gli occhi di lagrime. Quella

gaiezza puerile, quasi insorgente a dispetto dello squallore e della

tristezza che desolavan la campagna tutt'intorno, mi rattristò più che

se avessi intravvisto un festoso spettacolo di gioia, perchè riebbi

nella memoria il contrasto d'altre grida gioiose e d'altre risate: di

giorni pieni di sole e lieti di verde e di fiori, quando Ortensia era

ragazzetta felice...., lassù.

Come la rivedrei ora?

Con che palpiti scorsi, da lungi, la villa! Un raggio di sole

finalmente aveva rotto la nebbia proprio là perchè io la vedessi da

lungi!

Ma quando arrivai mi sorprese che nessuno si facesse vivo. Mi era

immaginato di vedermi subito accolto da Claudio, da Ortensia: invece un

nuovo e umile servo tardò a venire al cancello.

Ecco un primo contrattempo: Moser non c'era; era partito la mattina per

Milano..

— La signora? La signorina?

A stento il servo acconsentì a introdurmi nella bella sala a terreno;

ora gelida. Ma tra la cima degli abeti il sole riapparve, dalle

vetriate, nel giardino.... E d'improvviso una delle porte laterali

s'aperse: Eugenia.

— Lo sapevo che Sivori non ci avrebbe abbandonati! — Furono queste le

sue prime parole. Io, per prima cosa, mi avvidi che quella donna così

patita e debole nell'aspetto, con molti capelli bianchi, con le guance

scarne, conservava e manifestava negli occhi una meravigliosa forza; la

fede le diceva: «Devi sopportare e soffrire; e ne avrai bene per te e

per i tuoi!»

— Voi non ci avete abbandonati nella sventura — ripetè; e mentre io

stringevo e tenevo stretta nella mia la sua mano, aggiunse, chinando

gli occhi:

— Una sventura forse irreparabile....

— Non lo credo. Sì riparerà; supereremo questa prova!

Tal sicurezza di parola e d'intenzione in me fece rialzare lo

sguardo d'Eugenia; schiarì il suo volto, quasi s'accendesse di una

nuova speranza non solo ma si compiacesse dell'energia nuova che io

dimostravo. Proseguii lamentando di non aver trovato Claudio.

— Vi siete incontrati per viaggio.

— Mino?... Ortensia?

— Mino è a scuola in paese; Ortensia è già avvertita: ora scende.

Per vincere e dissimulare l'impazienza narrai della mia visita a

Marcella e a Guido, e affrettai dimande su quanto era accaduto.

La signora mi riferì che il più ostinato avversario al concordato dei

creditori era il vecchio Learchi. Conoscendo bene costui, ormai Claudio

non sperava più che nessuna cosa o ragione riuscisse a smuoverlo: era

irremovibile, più che per altro, per il rancore del danno patito.

Lei, la povera Eugenia, appunto perchè persuasa essa stessa che nulla

valevano su Learchi le buone ragioni, era afflitta del non trovare

nessuno, non un amico, non un congiunto, il quale piegasse quell'uomo

toccandogli il cuore.

— Il male è che tanta cocciutaggine gl'impedisce, a Learchi, di vedere

qual è veramente il suo interesse. Se non si fa il concordato, perderà

tutto; se si fa, non perderà che una parte del suo credito.

Io chiesi:

— Siete certa di questo?

— Claudio e il curatore ne sono convinti.

Dunque all'ostinazione di un uomo così esoso doveva esserci un

incitamento segreto; qualche cosa o qualcuno l'acciecava! Dimandai

anche:

— Ed è vero che la disgrazia si sarebbe evitata se Learchi avesse

consentito a comporre la società?

— È vero.

— Chi l'ha acciecato, dunque? — esclamai. Eugenia intese a chi

alludevo, ma scosse il capo.

Io insistetti apertamente:

— Roveni?

— No, non credo che arrivi a questo punto. Learchi è acciecato dalla

rabbia; non ha più fiducia in nessuno....

Forse la buona donna difendendo Roveni difendeva Ortensia?

E Ortensia tardava. Perchè tardava così? Non avrebbe dovuto accorrere

come per un'attesa improvvisamente interrotta e non delusa? Non le

avevo io detto che sarei tornato a lei il giorno della sventura?

— Però al dire di Guido — io ripresi — anche Roveni è stato od è

ingrato con chi gli ha fatto del bene.

— Purtroppo anche lui ci è diventato nemico, per interesse; non per

altro. Sarebbe una cattiveria troppo grande! Sapete che colpa fa a

Claudio? Claudio si teneva certo che si farebbe la società, e un giorno

che aveva un pagamento urgente, non potè rifiutare una somma che Roveni

stesso gli propose. Ma il progetto della società andò a monte; e Roveni

adesso dice che Claudio l'ingannò.

— Di quanto è creditore, Roveni?

— Duemila lire.

Povera Eugenia! Non altra ragione per lei aveva l'odio dell'ingegnere!

Ma io, che tanta stima. avevo avuta di lui un tempo, io ora pensai che

per un meditato fine di vendetta egli doveva aver proposta la piccola

somma a Claudio.

In quel punto la porta laterale fu riaperta d'impeto. Ortensia

s'arrestò su la soglia quasi pentita di un errore, quasi cessasse d'un

tratto lo sforzo che l'aveva spinta di corsa fin là. Un istante; poi

s'avanzò risoluta verso di me, che le andavo incontro.

— Come sta?

Non risposi. Ogni mia dissimulazione cadde; non potei nasconderle la

violenza del mio cuore. E le sue labbra tremavano e il color roseo

che le era corso alle guance disparve. Imbarazzata al mio imbarazzo,

Ortensia attendeva ansiosamente che io togliessi lei pure di pena. Il

pensiero che Eugenia ci guardava, mi sospinse; mormorai:

— Cara Ortensia!

— Questa bambina è forte — Eugenia disse mentre ci riaccostavamo a lei;

e la trasse a sè e ne raccolse il capo sul petto a mo' di una volta. Ma

quando rialzò il viso, Ortensia mi apparve spaventosamente pallida; la

vidi mordersi le labbra prima di parlare, per contenere la commozione;

e parlando fissò su di me uno sguardo profondo. Io non mi sentii mai

così debole come in quegli istanti, sotto quello sguardo prepotente.

Non era un'accusa; era una condanna!

— Glielo dica anche lei, Sivori, alla mamma, che non bisogna

affliggersi tanto. Piangere perchè non siamo più ricchi! Non è

una sciocchezza? — Anche nel tono della voce c'era un'acerbità,

un'asprezza, quasi ostile. E un velo oscurò quel fervido sguardo.

Non era in lei la semplice concitazione del parlane; non era più la

commozione protratta dal rivedermi: l'agitava un'eccitazione nervosa;

si premeva con una mano al cuore.

Risposi ricuperando del tutto me stesso e rivolgendomi a Eugenia:

— Le cose non sono certo al punto che il timore vi fa vedere e che io

non vedo. Moser è tal uomo che in ogni caso saprà riparare. Intanto la

stima dei buoni sarà cresciuta per lui.

— I buoni? — Ortensia esclamò stupita di udir questo da me. Con

sguardo di nuovo ardente, iroso, aggiunse: — Oh dove sono i buoni? —

Poi sorrise di un sorriso che io ben conosceva, che avevo sol visto

fugacemente sulle sue labbra, e che ora v'insisteva: il mio sorriso

d'una volta!

— Un amico buono è qui — disse la madre.

A che la figliola, sforzandosi a non ripetere quel sorriso:

— Un'eccezione! La sola. Ma gli altri! Cattivi; tutti cattivi, perfidi,

vili! — Aumentava ad ogni frase, ad ogni parola la concitazione

violenta. — Si divertono a tormentar mio padre coi rimproveri, con le

accuse, coi consigli! Ci compiangono! Oh la compassione di certa gente

che male fa! Ipocriti!: godono del nostro male; ne sono felici; e ci

compiangono!

— No, Ortensia.... — mormorava Eugenia invano.

— E le promesse? «Vedremo; cercheremo; chi sa?; bisogna sperare!»;

eppoi nulla. Non è un'agonia questa? Non sono atroci questi alti e

bassi? Ora tutto piano, tutto liscio, tutto accomodato; ora tutto a

monte, tutto perduto! L'ostacolo che pareva piccolo diventa enorme;

una difficoltà da nulla diventa, un disastro! E tutti dicono, l'uno

dell'altro: — Io vorrei aiutarlo quel disgraziato, ma non posso, e chi

può non vuole.

— Non è un martirio? C'è da impazzire! Lo dica lei, Sivori, alla mamma

ch'è meglio finirla, uscirne una volta, a qualunque costo!

Indovinavo che Ortensia, senza più speranza, cercava il mio aiuto per

preparare la madre all'ultimo crollo. Io riflettevo. Ma nello stesso

tempo, e pur così turbata, come Ortensia mi pareva bella! I capelli,

sfuggenti al grosso pettine e diffusi, eran sollevati sulla fronte e la

fronte bianca aveva un lume che non aveva avuto mai; il pallido viso

dall'ovale perfetto aveva un lume che non aveva avuto mai! Bella di

dolore, bella d'orgoglio!...

La madre taceva, a capo chino. Le chiesi:

— Se andassi io, ora, a tentar qualche cosa con Learchi?

Eugenia annuì; Ortensia, al contrario, scosse il capo come per un

tentativo inutile; e la madre mi guardò quasi a dire: — Vedete?

Finchè ella trovò un pretesto perchè la figlia uscisse; e allora mi

susurrò:

— Ortensia è forte, ma anche questa forza mi dà una pena! C'è in lei

una sfiducia, un vuoto, una disperazione!... Sembra disprezzare anche

la sventura; ma come soffre!

Vinta, Eugenia, proseguì piangendo:

— La rimproveravo una volta perchè stava oziosa; adesso ricama, cuce

tutto il giorno per imparar a guadagnare: mangia pane asciutto per

prepararsi alla povertà!

La signora Learchi m'accolse quale un messo del Cielo. A esprimere la

sua gioia, quasi non le bastasse il viso roseo e lucido d'inverno come

d'estate e la bocca ridente quant'era larga, s'aiutò con complimenti

strepitosi:

— Che miracolo! che improvvisata! che degnazione! che bella visita!

— E trafelate scuse: la casa in disordine, lei vestita male, col

raffreddore! Il raffreddore infatti l'obbligava a farmi festa

sternutando.

— Innocenzo! Innocenzo! — invocava.

Il signor Learchi, nuovo sindaco di Valdigorgo (mi ero dimenticato di

dirlo), se ne stava davanti al camino nella camera da desinare, pipando

pensoso più di se stesso che de' suoi amministrati ed economizzando con

le molle le brace che rimanevano del ceppo ormai del tutto consunto.

Alle esclamazioni e alle apostrofi della moglie si mosse, mentre io

entravo, e senza far parola depose le molle; si levò di testa con

una mano il cappellaccio (un cappello fuor d'uso, estivo ma buono a

riparare dall'umidità invernale, tant'era unto); emise un lungo _oh_!

levandosi di bocca la pipa con l'altra mano, e m'attese seduto, non

restandogli più mani libere da reggere le brache che si era sbottonate

per far largo alla digestione.

— Vedete chi è qua, Innocenzo! — ripeteva la moglie. — Che onore! Chi

se lo sarebbe aspettato, con questo freddo?

Il marito era così lontano dall'aspettarsi una mia visita che tardava

a dissipar dal volto da beone l'ombra della improvvisa seccatura; e mi

fu visibile lo sforzo che fece di ricoprirsi con la maschera di uomo

cordiale.

— Il signor Sivori! — ruppe a dire finalmente. — Il signor dottore!

Oh oh oh! Proprio vero che le montagne.... Bravo! Sta bene?... Un

piacerone!... Qui vicino a me, a scaldarsi! Senza complimenti!

— Si scaldi! — diceva, la moglie. — Si metta a sedere.... Su, della

legna, Innocenzo!

E il signor Innocenzo, ancora imperfettamente mascherato ma di nuovo

col cappello in testa:

— Perchè non è venuto un po' prima? Avrebbe desinato con noi; alla

buona...., si sa, da montanari.... come siamo.

— Redegonda! Presto!... qualche cosa al signor Sivori, al signor

dottore!

— Che cosa? — Ella correva intorno alla tavola, avanzava, retrocedeva

domandandomi:

— Caffè? cioccolata? latte? cognac? un zabaglione? Le faccio un

zabaglione? un vino brulè? un punch?

— Moscato bianco! — urlò il sindaco. — Il mio moscato bianco, che

riscalda le budella: riservato per gli amici!

Quindi, dopo avermi lasciato un po' schermire:

— Lei non era a Vienna? Che c'è di bello a Vienna?

— A Berlino, vorrete dire! Era a Berlino! — correggeva la signora

Redegonda, mentre usciva per la bottiglia e qualche altra cosa.

Sì, venivo da Berlino; ma già m'ero fermato a Milano....

A queste parole la Learchi ristette sulla soglia, con la bocca ridente

e gli occhi sbigottiti, e tornò indietro quasi per soccorrermi.

— L'ha visto? Li ha visti? — Sopprimendo i nomi sperò di attutir lo

sdegno che prevedeva.

Infatti il signor Innocenzo le volse due occhi rabidi:

— Eh! Aveva obbligo di vederli?

Forte e senza titubanza io rispondevo:

— Ho visto Guido, Marcella, il bimbo; una famiglia che consola a

vederla...

Povero me! Sempre ridendo in silenzio la donna spalancò le braccia in

segno di disperazione. Ma il sindaco riaccendeva la pipa per ingoiar

l'ira.

— Bah! bah! — fece aspirando. — Altro è il parlar di morte, altro è

il morire! A lei sembran consolazioni...., perchè ha avuto giudizio,

lei! Non ha voluto provarle, queste consolazioni.... che costano! Mio

figlio...., povero imbecille...., le ha pagate care.... carissime!...

Ma lasciamo andare!; parliamo d'altro! Dunque, a Berlino bella vita,

eh?

Per assecondarlo un po' dissi qualche cosa di Berlino nel frattempo che

la sindachessa usciva e rientrava recando in braccio un vaso di ciliege

nello spirito e la serva sturava la bottiglia e mesceva.

— Alla sua salute!

— Alla sua!

Lodai il moscato e subito aggiunsi (per cogliere quel momento di

dolcezza) che tanta cortesia mi dava a sperar bene dalla mia visita.

Entrando in argomento dissi che quale amico comune, di Moser e del

signor sindaco, io ero venuto a sentire quel che si potrebbe fare....

— Caro amico: niente! niente da fare! — E allontanando la pipa il

signor sindaco sputò. — Meglio non parlarne per non sputar veleno!

M'han guastato il sangue. (Bevve). È amaro, per me, adesso, anche il

mio moscato!

La signora Redegonda da dietro le spalle maritali traeva lentamente,

ascoltando, le ciliege dal vaso con un cucchiaio e le deponeva in un

piattello; e poichè non poteva impedire alla sua bocca di sorridere

ancora, scuoteva il capo per significare come disapprovasse quel che il

marito diceva e direbbe, e con languide occhiate chiamava il soffitto

in testimonio del suo dispiacere; delle sue buone intenzioni; delle sue

rinnovellate speranze nel mio intervento.

Io ripigliai: — Da Eugenia e Ortensia non ho avuto che notizie confuse;

ma ho potuto comprendere il loro dolore perchè lei, che ha fatto tanto

per Moser, debba essere o voglia essere sacrificato....

— Dolore? Ah ah! Ci vuol altro! Dolore! parole! Altro è il parlar di

morte altro è il morire!

— Io credo si possa almeno attenuare le conseguenze....

— Parole, caro il mio amico! Parole! niente da fare! Meglio non

parlarne....

— È vero o no — esclamai — che chi non vuole l'accordo dei creditori è

lei?

— Io? — Parve cascar dalle nuvole brandendo la pipa — Vede?; vedete chi

è che inganna? Ci prendon tutti per imbecilli...., come mio figlio!

— Le senta....; — intervenne allora la Redegonda porgendomi il

piattello delle ciliege.

— Lei dunque è disposto — proseguii rivolto al marito — a trattar

dell'accordo?

— Io.... Io dico, ripeto, torno a dire per l'ultima volta che non

voglio più pasticci, non voglio avvocati e liti, non voglio curatori,

non voglio crepare! Vogliono, quegli altri signori, il concordato? Mi

diano una garanzia che tutto andrà liscio....; la garanzia che piace

a me....; e son qua! Se no, vada il resto, vada tutto!... Ci rimetto

tutto.... Che cosa pretendono di più? Che ci rimetta anche il sangue?

la pelle? l'anima?

— E la garanzia che lei desidera sarebbe....?

— La garanzia dell'ingegner Roveni.

— Ma che garanzia può essere quella di uno che non possiede niente?

— Garanzia che non nasceranno altri imbrogli. Mi basta! Ma se non ci

fosse questo pericolo, degl'imbrogli, Roveni la farebbe la garanzia! E

non la fa! non la fa! non la fa!

Me la cantava in musica battendo il tempo con la pipa: — Non la fa!

Il mistero mi pareva chiarito del tutto; sicchè la Redegonda sorrise

fino alle orecchie per la luce che mi vide in faccia; scosse,

sorridendo, il capo, per assicurarmi che adesso ero su la buona strada;

sternutò e si soffiò il naso; accennò coll'indice al piattello delle

ciliege, e uscì piano piano, lasciandomi libero il campo alla vittoria.

Procedetti:

— Il perchè Roveni non fa la garanzia è un altro! Non ha inteso dire

anche lei, signor Innocenzo, che costui aveva pretensioni su Ortensia e

che Ortensia l'ha rifiutato? È una vendetta! Si vendica della ragazza

con la rovina del suo benefattore! Ecco che uomo è costui! E ha

ingannato anche un uomo sagace come Innocenzo Learchi!

Due, tre copiose e formidabili boccate di fumo uscirono dalla bocca

del mio interlocutore, in cui le ultime mie parole fecero un effetto

del tutto contrario a quello desiderato. La lode di sagacia parve

offenderlo più che l'accusa di essersi lasciato ingannare e, livido,

stentando a frenar la rabbia con un ultimo sforzo di ipocrisia:

— Signor dottore.... stimatissimo! — esclamò. — Lei è lei; ma se non

fosse lei....!; con tutto il rispetto.... Che storia mi tira fuori?

Dica la verità: per chi m'ha preso? Per un imbecille come....

Rise sgangheratamente.

— Ah povero signor dottore! Come l'hanno imbottito bene! E lei ci ha

creduto? Ha creduto che Roveni avesse intenzione di sposar una ragazza

senza dote? Ah! Ah! E pensare che la ragazza non l'ha voluto lei! lei

non l'ha voluto, Roveni! non lo vuole! Spera in un partito migliore, la

ragazzina!... Ah povero signor dottore!

Strappargli la pipa di mano e sbattergliela sul muso!

— Anche la signora Redegonda deve saperne qualche cosa — riuscii a dire.

— E io dovrei credere quel che han dato a intendere a mia moglie? Ah!

Ah! Ma non lo sa che mia moglie è la madre di mio figlio?

Non ne potendo più, mi alzai.

— La verità è questa che le ho detta io! Lei non la crede? Ebbene: lei

da tutti gli onesti sarà giudicato quale un complice di Roveni e avrà

il rimorso d'aver messo in miseria i suoi parenti.

— Parenti, serpenti! — Ricaricava con mano tremante la pipa. — E i

rimorsi.... non li proverò io, caro amico; no no: stia pur sicuro! Io

sono tranquillo! Non ho falsificato niente, io....; sono un galantuomo,

io! un uomo onesto....

In piedi con la pipa in bocca il sindaco di Valdigorgo abbottonava i

calzoni per congedarmi.

Allora l'investii domandando:

— Falsificato.... che cosa? chi?

Ma egli retrocesse.

— Zitto! C'è mia moglie.... Se vuol spiegazioni, si rivolga a

Roveni.... Io non so niente! Non voglio dir più niente! Non voglio

saper più niente!... Un altro bicchiere, e amici più di prima....

— Altre due ciliege — pregava, la signora Redegonda sorridendo, ma con

voce di pianto, a vedere che avevo perduta la battaglia.

Non tutto era scoperto. Un'infamia mi restava da scoprire!

Ritornavo inveendo entro di me contro gli onesti che insultano

impunemente all'innocenza e alla sventura, perchè fatti ricchi e

potenti dalla fortuna e dall'abilità di commettere il male all'ombra

della legge.

Ortensia mi venne incontro. Tacque a lungo poichè io le ebbi detto: —

Non ho ottenuto niente per ora, ma....

D'improvviso si accese in volto.

— Com'è vile quell'uomo! Non capisce quell'uomo senza cuore, nessuno

capisce che non è la miseria che ci spaventa? che ci son patimenti più

grandi che la fame? Vili! Non conoscono mio padre! L'ammazzano! È un

assassinio!

Io mi provavo a quietarla, turbato da quella sua alterazione; da quella

violenza di passione manifesta per gli occhi più che per le parole.

— Quietati — le dicevo —; riparto subito per Milano e qualche cosa

so di poter fare! Il tuo dolore è santo — aggiunsi — ma non bisogna

esagerare.

Ella sollevò in me lo sguardo affievolito da una infinita tristezza.

— Ah Sivori! anche per lei (si corresse), anche per voi esagero!

Conoscete mio padre; sapete che dovrà abbandonare la sua casa

(accennava alla villa), che era il premio di una vita di lavoro, che

era il luogo dove voleva morire, dove nacquero i suoi figlioli; e io

esagero! Mio padre non vuole abbandonarla la sua casa; non può credere

di dover abbandonarla! Ieri mattina, con un operaio, nel giardino,

disegnava nuove aiuole; diceva: — Quest'altr'anno leveremo i ligustri;

pianteremo altri abeti nel prato. — Quest'altr'anno, diceva. Invece

quest'altr'anno nuovi padroni raccoglieranno i fiori del nostro

giardino; dormiranno nelle nostre camere. E io esagero! Quassù mio

padre è stato un benefattore, ma gli operai, per cui faticava, non lo

salutano più, lo incolpano della loro rovina.... E io esagero! E questo

è nulla! La colpa di tutto quello che è avvenuto e che avverrà, è mia!

E io esagero!...

Come io cercavo parole di protesta, essa con mano convulsa m'afferrò

a un braccio, mi fece ristare, e disse più piano, severa, in

quell'agitazione contenuta con la fatica che esprimeva il suo sguardo

fiso nei miei occhi:

— Sentite, Sivori! Voi siete sempre per noi l'amico di un tempo; siete

per me quello di un tempo: un fratello. Non voleste così allora?

Così doveva essere! Un fratello: non altro dovevate essere per me

in passato; non sarete altro in avvenire.... È vero?; così! Dunque,

sentite! Se domani io potessi trar d'agonia mio padre, tutti noi,

con una sola parola, e questa parola mi ripugnasse come una viltà,

un'abiezione; se con una sola parola io domani potessi salvar la vita

di mio padre, dovrei vincere la ripugnanza del mio animo, della mia

coscienza, di tutto il mio essere, e pronunciarla, questa parola? Dite!

dite!

— No! Mai!

— E se con questa sola parola io potessi salvare.... potessi salvare

l'onore di mio padre?

Risposi, freddo e sicuro:

— L'onore di Claudio Moser è al disopra d'ogni sventura e d'ogni

vendetta!

Ma Ortensia sorrise con quella ironia quasi spasmodica.

— L'avete conosciuto bene, voi, Roveni! Credete che sia uomo da

minacciare invano!

— Quando, come ti ha minacciata?

— Me l'ha detto.... e scritto, che ha tanto in pugno da far condannare

mio padre.... per ladro! È lui, lui che non vuole che Learchi ceda

perchè ceda io! Se io cedo, mio padre è salvo!

Ristette; congiunse, per scongiurarmi, le mani:

— O Sivori...., Carlo...., dite, Carlo....: sono ancora in tempo! Debbo

cedere?... salvar mio padre?

— Tu non gli avrai risposto.... — Questo dubbio mi affliggeva più che

non mi afflisse quella affannosa preghiera. — Non devi cedergli. Mente!

È un'insidia!

— No..., non gli ho risposto....; ma se arresteranno mio padre....,

come un ladro...; se lo condanneranno.... per colpa mia...., io

morirò....

Si compresse con la sinistra al cuore; e aggiunse:

— Non è meglio finirla? Tutte le speranze in Learchi non sono perdute?

Bisogna preparar la mamma, a tutto....

Riafferrandole la mano io, con un'attitudine che esprimeva, di me,

la sincera e profonda commozione e la preoccupazione di un monito

solenne: — Ortensia! — dissi —. Per tutto quello che hai sofferto,

che ti ho fatto soffrir io; per il bene che voglio a te e a tutti

voi altri; per tuo padre e tua madre, ti scongiuro: non t'abbandonare

alla disperazione, così; abbi in me, ora, la fiducia che non meritai

in passato. È impossibile che io non riesca a sventar le trame di un

birbante, perchè è impossibile che tuo padre non sia stato sempre un

galantuomo! Resisti; tu sei forte!

E dando alla mia voce, alle mie parole tutta la tenerezza e la dolcezza

che potei attingere dal mio amore:

— Solo, tu hai il cuore di tuo padre. Bisogna frenarlo, questo cuore,

che la bontà fa pulsare troppo in fretta.... Mi prometti, sorellina,

di confidare in me....; almeno un giorno o due...? Via! Riceverai

la buona novella.... Trionferà la giustizia; supereremo l'infamia di

quell'uomo....

Non pianse; mi guardava stupita come non potesse credere alle mie

parole e alla speranza che io dimostravo di esser creduto.

Poscia mormorò percuotendosi il cuore:

— Carlo! Carlo! non c'è più bontà qua dentro! C'è solo del male!

Io le accennai sua madre, che veniva verso di noi.

Le dissi, a Eugenia, che benchè Learchi mi fosse sembrato ostinato più

di un mulo, il colloquio con lui mi aveva confermato nel proposito di

recarmi subito dal curatore del fallimento.

Credevo d'aver trovata una via....; e altre bugie pietose dissi, per

confortarla.

Ella esclamò rivolta a Ortensia:

— Vedi se bisogna sperane?

.... Io ripartii senza avere in me la fede di Eugenia. E mi seguiva lo

sguardo di Ortensia: lo sguardo di una vittima.

In faccia al destino · 第 42 / 75 题