IX.

Ero certo che l'amore non aveva ancor molestato il cuore di Ortensia e

che nessun corteggiatore le dava maggior pensiero di Pieruccio Fulgosi.

La breve dimora a Milano, l'inverno, le aveva consentito la molteplice

distrazione d'una grande città, ma le abitudini della famiglia

l'avevano sottratta alle occasioni di conversazioni e ridotti, che son

propizie agli innamoramenti.

A Valdigorgo non vedevo chi potesse innamorarla.

Quando le Moser passavano in paese — e fuor dei giorni festivi era

assai di rado — il giovane ufficiale postale e telegrafico esponeva il

capo dall'inferriata dell'ufficio; l'assistente del farmacista correva

sulla soglia della bottega; i perdigiorni del caffè interrompevan la

partita a carte o a bigliardo.

— Le Moser! le Moser!

Ma tutti costoro, e gli altri non da meno e non da più di essi,

restavano come a una visione celeste e tiravan di gran sospiri: il

cielo è solo per gli eletti!

Dell'ingegner Roveni io non sospettavo affatto, perchè ero sicuro

di questo: nelle poche ore che restava alla villa egli non trattava

Ortensia diversamente da Marcella, cioè con confidenza disinvolta e,

insieme, un po' rude.

— Un giovane serio! — ripeteva Ortensia. Infatti, nè con lei nè con

Marcella scherzava mai come con Anna Melvi; e con la Melvi, la quale

lo provocava, scherzava in modo che pareva dire: «Tu cerchi di farmi

cascare, ma non ci riuscirai. Sarà brava quella che ci riuscirà!»

E rideva, con Anna, quasi per togliersi di imbarazzo, quasi per forza;

in modo che — ridendo egli poco o punto con tutti gli altri — poteva

parere un po' volgare. Anche ciò mi confermava nell'opinione che

fosse un uomo lontano e libero da preoccupazioni sentimentali; libero

fors'anche per misura, forse per calcolo. Ma non poteva passarmi per la

mente l'idea che dissimulasse; nè, pensandoci, ci avrei potuto trovare

ragione alcuna.

Del resto, Ortensia, per parte sua, col suo carattere, mi persuadeva

che quando pur avesse avuto cento adoratori attorno, e uno più esperto

dell'altro, sarebbe stata ugualmente lontana dal pericolo di languir di

passione. Chi pensa a sè stesso, perchè ama o è in attesa di amare, non

ha di quelle impressioni improvvise, di quei rapidi entusiasmi per la

vita esterna che aveva lei.

In ciò rassomigliava alla madre quand'era giovane; ma mentre in

Eugenia l'ammirazione dei fenomeni naturali era temperata dall'affetto

raccolto nel marito e nella famiglia, in Ortensia la stessa ammirazione

prorompeva giù spontanea, più vivace, più grande; immediata. Ecco forse

perchè all'arte della poesia, che domanda, a comprenderla e a gustarla,

studio e riflessione, essa preferiva la pittura e la musica.

Con Ortensia non si facevan molti passi, non si stava un po' fuor di

casa, senza udirla ripetere: — Guardi! che bellezza! Stupendo, è vero?

— E mi chiamava spesso a voce alta: — Sivori! venga a vedere! corra!

Se non che per godere del tutto la libertà delle sue giornate, Ortensia

non avrebbe dovuto aver nulla da fare in casa. E, pur troppo, la

vecchia cameriera veniva in cerca di lei con gravi incombenze di

Marcella o della madre.

Uf! che pazienza! Di solito scappava in casa di corsa per trarsi

d'impaccio al più presto possibile; ma talvolta rispondeva:

— Sì, sì, ho capito! Subito! Vengo subito! — e allora a rivederci,

Marcella; o arrivederci, mamma!

Quando poi non poteva esimersi dal cucir qualche cosa, o dal rammendare

il bucato, si addossava in un giorno il lavoro di una settimana. In

quel giorno di clausura, che manteneva con fermezza eroica, io la

vedevo di giù, dal giardino, seder presso una finestra, contro al fondo

scuro della camera.

A capo un po' chino, con movimento ritmico, alzava il braccio e tendeva

il filo a ogni punto: ne scorgevo ad ogni volta la mano bianca; e come

di tratto in tratto elevava il capo a guardar fuori, al cielo, i suoi

occhi mi parevano più luminosi e profondi.

Ma ottenere di cotesti miracoli era impossibile per imposizione.

Aveva la ribellione nel sangue; al punto che si ribellava anche a

Sivori.

Una mattina ricorsero a me, l'una dopo l'altra, Marcella, la cameriera,

Eugenia.

— Sa dove sia Ortensia? —; dove sia la signorina? —; dove sia la

cervellina?

No, neppur Sivori lo sapeva. L'avrebbe saputo Mino; ma Mino appunto era

stato prescelto da lei ad accompagnarla nel bosco, di là dall'antico

convento, per raccogliervi bulbi di ciclami.

Senza di me! Quando tornò a casa, la rimproverai con acerbezza; come

avesse commessa una colpa grave davvero. Essa però prese i rimproveri

allegramente.

— Perchè non ho chiamato lei, invece di Mino? Perchè?... per farle,

dopo, una improvvisata! Non va bene? Una scusa che non va? Allora

perchè....: per evitare una sgridata! Raccoglier cipolle di ciclami

nel bosco.... Orrore! Ma no: neppur questo «perchè» la soddisfa? Ecco

dunque la verità: m'è parso un passatempo non da uomo così.... burbero!

Quindi a me non rimase da far di meglio che star a vederla a piantar i

bulbi nell'aiuola, solo sgridandola che s'interrava le mani, e lodando

Mino, il quale, più savio, scavava con un paletto.

— Che m'importa delle mani? — ella disse. — Vedrà, vedrà che ciclamini!

Io li preferisco a tutti i fiori.... E lei? Qual è il fiore che le

piace di più? Dica! Voglio saperlo!

E Mino anche lui: — Di' dunque, Sivori!

— Indovinate — risposi, ripensando al tempo che mi piacevano i fiori.

Mino esclamò, pronto:

— Le freddoline!

Ma Ortensia:

— I fiordalisi? Di giugno, quando il frumento è alto e giallo, i

papaveri e i fiordalisi, là in mezzo, non son belli forse?

Non era il fiordaliso che io ammiravo di più, un tempo....

— La rosa! — gridò Mino con l'entusiasmo di una scoperta indubitabile.

Via! Ortensia non poteva ammettere che il fiore che più piace a tutti,

più piacesse a me.

— La rosa _thea_?

Dissi:

— Anche le _thea_ hanno le spine....

Con alacre pensiero, cogliendo le immagini più vive che le venivano

alla mente, Ortensia proseguì:

— La camelia? È stupida! Il mughetto? Sì, è grazioso...., ma poi!

I tulipani? l'ireos? No, no, non credo. Il tuberoso? Niente di

straordinario! Le viole? Peggio!; le viole mammole le han fatte

diventar noiose a scuola, con la storia della modestia; le viole

del pensiero io non le posso soffrire! Dopo l'ortensia, la viola del

pensiero è il fiore più antipatico per me. Ortensia!: potevano ben

mettermi un altro nome!

— Il geranio è bello — disse Mino.

— Sta zitto, tu! L'orchidea?... — continuava l'altra. — Ma lo dica, una

volta! Il garofano?

Assentii.

Mino gridò: — È brutto!

Ma Ortensia riflettè un istante; e poscia:

— È vero; è molto bello il garofano!

Quanti anni eran passati da quando il mondo a me pareva bello anche nei

fiori, e il garofano il più bel fiore?

Rividi nella memoria il mio paese nativo, ai dì di festa; mia madre....

Era molto bello il garofano rosso; il fiore del popolo: fiore della

forza e della libertà; fiore dell'idea e fiore del sangue.

— Prendi! — disse Mino portandomene uno, di corsa.

Ecco.... Il calice capace e alto, merlato, ben munito al fondo;

i petali copiosi, con quelle brevi frange marginali che sembrano

moltiplicarli; il calamo così sottile e lungo, che ai nodi non si piega

ma si tronca — _frangar non flectar_ —; le foglioline del gambo esili

ma salde, forti, affilate come lame; e quel colore ardente fra l'umile

verde opalino della pianta, e lo sboccio impetuoso fuori dell'intricato

cesto, gli danno una apparenza di bellezza audace, di stranezza

semplice, di letizia rude, di vigoria nobile e selvaggia.

Al mio paese, tornando dai vesperi, i giovani portano il garofano

all'orecchio, quale segno di conquista; e le ragazze non se ne adornano

esse, ma li coltivano con gelosia in una pentola crinata, che adorna

la finestra della loro camera, e se ne valgono a prove d'amore;

tentazioni, sfide, promesse, premi e pegni d'amore.

Ma se ci son fiori che appaiono più belli quando sono sbocciati appena

appena, o in prima fioritura, il garofano non è bello che nella

virilità. Prima, allorchè gl'innumerevoli petali, vivi e freschi,

fanno forza al calice che li costringe a non espandersi e nascondono

le antere e i pistilli, come per un pudore di adolescenza, allora è

di una timidezza senza grazia, di una robustezza troppo impacciata e

quasi stenta. Ma quando è maturo e aperto, quando nella festa della sua

vita fende il calice, prorompe con vigore esuberante, e i petali, per

la fenditura, in basso, formano un bitorzolo bianco come son bianchi

gli organi generativi non più nascosti, e in alto i petali sorgono

pieni di colore e di sangue, e quelli esterni si chinano e soggiacciono

quasi alla stanchezza di una fatica, grande e gioconda; quando da tutta

quell'intima complessione tenera e viva sgorga il profumo intenso che

non cesserà nella morte, oh allora è mirabile il fiore del desiderio

ardente, dell'amore cupido e della voluttà!

.... Ebbene, da quel giorno, spesso Ortensia si mise, insieme, due

o tre garofani sul petto; e da quel giorno il garofano perdè ai miei

occhi ogni espressione sensuale, e mi parve più bello.

In faccia al destino · 第 14 / 75 题