Ero certo che l'amore non aveva ancor molestato il cuore di Ortensia e
che nessun corteggiatore le dava maggior pensiero di Pieruccio Fulgosi.
La breve dimora a Milano, l'inverno, le aveva consentito la molteplice
distrazione d'una grande città, ma le abitudini della famiglia
l'avevano sottratta alle occasioni di conversazioni e ridotti, che son
propizie agli innamoramenti.
A Valdigorgo non vedevo chi potesse innamorarla.
Quando le Moser passavano in paese — e fuor dei giorni festivi era
assai di rado — il giovane ufficiale postale e telegrafico esponeva il
capo dall'inferriata dell'ufficio; l'assistente del farmacista correva
sulla soglia della bottega; i perdigiorni del caffè interrompevan la
partita a carte o a bigliardo.
— Le Moser! le Moser!
Ma tutti costoro, e gli altri non da meno e non da più di essi,
restavano come a una visione celeste e tiravan di gran sospiri: il
cielo è solo per gli eletti!
Dell'ingegner Roveni io non sospettavo affatto, perchè ero sicuro
di questo: nelle poche ore che restava alla villa egli non trattava
Ortensia diversamente da Marcella, cioè con confidenza disinvolta e,
insieme, un po' rude.
— Un giovane serio! — ripeteva Ortensia. Infatti, nè con lei nè con
Marcella scherzava mai come con Anna Melvi; e con la Melvi, la quale
lo provocava, scherzava in modo che pareva dire: «Tu cerchi di farmi
cascare, ma non ci riuscirai. Sarà brava quella che ci riuscirà!»
E rideva, con Anna, quasi per togliersi di imbarazzo, quasi per forza;
in modo che — ridendo egli poco o punto con tutti gli altri — poteva
parere un po' volgare. Anche ciò mi confermava nell'opinione che
fosse un uomo lontano e libero da preoccupazioni sentimentali; libero
fors'anche per misura, forse per calcolo. Ma non poteva passarmi per la
mente l'idea che dissimulasse; nè, pensandoci, ci avrei potuto trovare
ragione alcuna.
Del resto, Ortensia, per parte sua, col suo carattere, mi persuadeva
che quando pur avesse avuto cento adoratori attorno, e uno più esperto
dell'altro, sarebbe stata ugualmente lontana dal pericolo di languir di
passione. Chi pensa a sè stesso, perchè ama o è in attesa di amare, non
ha di quelle impressioni improvvise, di quei rapidi entusiasmi per la
vita esterna che aveva lei.
In ciò rassomigliava alla madre quand'era giovane; ma mentre in
Eugenia l'ammirazione dei fenomeni naturali era temperata dall'affetto
raccolto nel marito e nella famiglia, in Ortensia la stessa ammirazione
prorompeva giù spontanea, più vivace, più grande; immediata. Ecco forse
perchè all'arte della poesia, che domanda, a comprenderla e a gustarla,
studio e riflessione, essa preferiva la pittura e la musica.
Con Ortensia non si facevan molti passi, non si stava un po' fuor di
casa, senza udirla ripetere: — Guardi! che bellezza! Stupendo, è vero?
— E mi chiamava spesso a voce alta: — Sivori! venga a vedere! corra!
Se non che per godere del tutto la libertà delle sue giornate, Ortensia
non avrebbe dovuto aver nulla da fare in casa. E, pur troppo, la
vecchia cameriera veniva in cerca di lei con gravi incombenze di
Marcella o della madre.
Uf! che pazienza! Di solito scappava in casa di corsa per trarsi
d'impaccio al più presto possibile; ma talvolta rispondeva:
— Sì, sì, ho capito! Subito! Vengo subito! — e allora a rivederci,
Marcella; o arrivederci, mamma!
Quando poi non poteva esimersi dal cucir qualche cosa, o dal rammendare
il bucato, si addossava in un giorno il lavoro di una settimana. In
quel giorno di clausura, che manteneva con fermezza eroica, io la
vedevo di giù, dal giardino, seder presso una finestra, contro al fondo
scuro della camera.
A capo un po' chino, con movimento ritmico, alzava il braccio e tendeva
il filo a ogni punto: ne scorgevo ad ogni volta la mano bianca; e come
di tratto in tratto elevava il capo a guardar fuori, al cielo, i suoi
occhi mi parevano più luminosi e profondi.
Ma ottenere di cotesti miracoli era impossibile per imposizione.
Aveva la ribellione nel sangue; al punto che si ribellava anche a
Sivori.
Una mattina ricorsero a me, l'una dopo l'altra, Marcella, la cameriera,
Eugenia.
— Sa dove sia Ortensia? —; dove sia la signorina? —; dove sia la
cervellina?
No, neppur Sivori lo sapeva. L'avrebbe saputo Mino; ma Mino appunto era
stato prescelto da lei ad accompagnarla nel bosco, di là dall'antico
convento, per raccogliervi bulbi di ciclami.
Senza di me! Quando tornò a casa, la rimproverai con acerbezza; come
avesse commessa una colpa grave davvero. Essa però prese i rimproveri
allegramente.
— Perchè non ho chiamato lei, invece di Mino? Perchè?... per farle,
dopo, una improvvisata! Non va bene? Una scusa che non va? Allora
perchè....: per evitare una sgridata! Raccoglier cipolle di ciclami
nel bosco.... Orrore! Ma no: neppur questo «perchè» la soddisfa? Ecco
dunque la verità: m'è parso un passatempo non da uomo così.... burbero!
Quindi a me non rimase da far di meglio che star a vederla a piantar i
bulbi nell'aiuola, solo sgridandola che s'interrava le mani, e lodando
Mino, il quale, più savio, scavava con un paletto.
— Che m'importa delle mani? — ella disse. — Vedrà, vedrà che ciclamini!
Io li preferisco a tutti i fiori.... E lei? Qual è il fiore che le
piace di più? Dica! Voglio saperlo!
E Mino anche lui: — Di' dunque, Sivori!
— Indovinate — risposi, ripensando al tempo che mi piacevano i fiori.
Mino esclamò, pronto:
— Le freddoline!
Ma Ortensia:
— I fiordalisi? Di giugno, quando il frumento è alto e giallo, i
papaveri e i fiordalisi, là in mezzo, non son belli forse?
Non era il fiordaliso che io ammiravo di più, un tempo....
— La rosa! — gridò Mino con l'entusiasmo di una scoperta indubitabile.
Via! Ortensia non poteva ammettere che il fiore che più piace a tutti,
più piacesse a me.
— La rosa _thea_?
Dissi:
— Anche le _thea_ hanno le spine....
Con alacre pensiero, cogliendo le immagini più vive che le venivano
alla mente, Ortensia proseguì:
— La camelia? È stupida! Il mughetto? Sì, è grazioso...., ma poi!
I tulipani? l'ireos? No, no, non credo. Il tuberoso? Niente di
straordinario! Le viole? Peggio!; le viole mammole le han fatte
diventar noiose a scuola, con la storia della modestia; le viole
del pensiero io non le posso soffrire! Dopo l'ortensia, la viola del
pensiero è il fiore più antipatico per me. Ortensia!: potevano ben
mettermi un altro nome!
— Il geranio è bello — disse Mino.
— Sta zitto, tu! L'orchidea?... — continuava l'altra. — Ma lo dica, una
volta! Il garofano?
Assentii.
Mino gridò: — È brutto!
Ma Ortensia riflettè un istante; e poscia:
— È vero; è molto bello il garofano!
Quanti anni eran passati da quando il mondo a me pareva bello anche nei
fiori, e il garofano il più bel fiore?
Rividi nella memoria il mio paese nativo, ai dì di festa; mia madre....
Era molto bello il garofano rosso; il fiore del popolo: fiore della
forza e della libertà; fiore dell'idea e fiore del sangue.
— Prendi! — disse Mino portandomene uno, di corsa.
Ecco.... Il calice capace e alto, merlato, ben munito al fondo;
i petali copiosi, con quelle brevi frange marginali che sembrano
moltiplicarli; il calamo così sottile e lungo, che ai nodi non si piega
ma si tronca — _frangar non flectar_ —; le foglioline del gambo esili
ma salde, forti, affilate come lame; e quel colore ardente fra l'umile
verde opalino della pianta, e lo sboccio impetuoso fuori dell'intricato
cesto, gli danno una apparenza di bellezza audace, di stranezza
semplice, di letizia rude, di vigoria nobile e selvaggia.
Al mio paese, tornando dai vesperi, i giovani portano il garofano
all'orecchio, quale segno di conquista; e le ragazze non se ne adornano
esse, ma li coltivano con gelosia in una pentola crinata, che adorna
la finestra della loro camera, e se ne valgono a prove d'amore;
tentazioni, sfide, promesse, premi e pegni d'amore.
Ma se ci son fiori che appaiono più belli quando sono sbocciati appena
appena, o in prima fioritura, il garofano non è bello che nella
virilità. Prima, allorchè gl'innumerevoli petali, vivi e freschi,
fanno forza al calice che li costringe a non espandersi e nascondono
le antere e i pistilli, come per un pudore di adolescenza, allora è
di una timidezza senza grazia, di una robustezza troppo impacciata e
quasi stenta. Ma quando è maturo e aperto, quando nella festa della sua
vita fende il calice, prorompe con vigore esuberante, e i petali, per
la fenditura, in basso, formano un bitorzolo bianco come son bianchi
gli organi generativi non più nascosti, e in alto i petali sorgono
pieni di colore e di sangue, e quelli esterni si chinano e soggiacciono
quasi alla stanchezza di una fatica, grande e gioconda; quando da tutta
quell'intima complessione tenera e viva sgorga il profumo intenso che
non cesserà nella morte, oh allora è mirabile il fiore del desiderio
ardente, dell'amore cupido e della voluttà!
.... Ebbene, da quel giorno, spesso Ortensia si mise, insieme, due
o tre garofani sul petto; e da quel giorno il garofano perdè ai miei
occhi ogni espressione sensuale, e mi parve più bello.