La via larga era piena di sole, quasi deserta, quantunque dalla
piazzetta di Porto si potesse, attraversandola, arrivar presto alla
marina. Era come un silenzio fra que' due continui romori della
piazzetta e del Molo. A Porto, sotto gl'immensi ombrelli incatramati,
sotto le tende larghe, sotto le tettoie di zinco luccicanti, i
venditori urlavano dall'alba, le spighe bollivano nelle caldaie enormi,
le frittelle s'ammonticchiavano a piramidi, tra un fumo di tizzi
scoppiettanti, in un odore di strutto bollente ch'entrava in gola come
un'arsura e faceva venir la tosse stizzosa.
I marciapiedi sparivano sotto le ceste dai fianchi gravidi, una voce
gridava ai passanti il sapore e il colore bello de' pomodori, de'
peperoni gialli, delle prugna more ammucchiate su per le panchette,
in piattelli. Gli odori si confondevano: a volte dal gran magazzino di
coloniali usciva un profumo dolce di alcool travasato.
In giù il mercato del pesce era tutto un formicolio, lo favoriva la
giornata di magro. Dai tronchi immani dei tonni il sangue scorreva
gocciolando nelle pozze, metteva qua e là sul selciato sdrucciolevole
delle larghe macchie rossastre. La povera gente, la borghesia meschina
si decideva pei tonni, tentata dalle fette doppie e rotonde che ne
tagliavano, tutta carne. Pei signori i cuochi venivano a pigliare i
merluzzi e le orate rare e le triglie lucenti, macchiate di carmino sul
dosso, stese sul letto verde di musco, le bocche spalancate.
Al Molo era un commercio più largo, un movimento più romoroso.
Passavano i carri a tre, a quattro, in fila, carichi di balle, di botti
enormi, con un fracasso di frustate, di cigolii aspri di ruote, di
scricchiolamenti di balestre, di «arri», urlati alle bestie affaticate
arrampicantisi sulle rotaie del tramway che davano sbalzi improvvisi
alle carrozzelle frettolose, agli omnibus lenti e pesanti. A destra,
sul mare, l'inferriata a lance s'allungava perdendosi nel lontano,
come fusa in una parete di ferro luccicante, dietro cui s'intricava la
ragnatela de' pennoni, de' lunghi alberi delle navi ancorate. In cima
agli alberi le banderuole colorate pendevano nell'afa, immobili.
Questa via larga e deserta sbucava a Porto per un capo e per l'altro
metteva al Molo. Era una scorciatoia, ma i vicoli attorno, pieni
d'ombra e di frescura, la lasciavano abbandonata. Si passava per questi
vicoli girando quel tratto di strada lungo e soleggiato, ove scottavano
i lastroni, ove tutto era giallo di sole.
Le tre bambine, dopo aver guardato qua e là, si fermarono in questa
strada, andarono a cacciarsi sotto un androne, sedettero a terra e
cominciarono a chiacchierare, gesticolando.
Parlavano a bassa voce, dando a volle occhiate rapide nella via, quando
qualcuno passava discutendo. La più grande mise fuori delle strisce
di pannolino vecchio, infilò un ago, fece a pezzetti uno straccio. Le
altre guardavano attentamente, aspettando.
— Rosinella, — disse lei.
Rosinella stese il braccio e tirò in su la manica della camiciuola.
— Non mi pungere.... — mormorò.
— Via! — disse l'altra.
Le aggiustò attorno ai polso dei pezzetti di quello straccio, risalendo
sino a metà del braccino scarno.
Avvolse tutto in una delle bende e si tirò il braccino sulle ginocchia,
tenendovelo fermo, cercando l'ago. Poi cominciò a cucir la benda perchè
non si svolgesse. A Rosinella salivano de' brividi per tutto il corpo:
spalancava gli occhi e seguiva l'ago paurosamente. A un tratto, come
le parve che questo entrasse troppo, ritrasse il braccio con un piccolo
grido.
— Che è stato? — disse Peppina.
— Tu mi pungi!... — mentì Rosinella, per trovar la scusa.
— Non è vero! — disse Carmela, la più piccola. — Non l'hai punta, vuol
far la preziosa.
— Non fare la preziosa! — disse Peppina.
Quand'ebbe finito, strofinò sulla fasciatura due ciliege, spremendone
il sugo, sporcandola di una macchia rossa che pareva sangue.
— E una, — disse.
Carmela stendeva il braccio, sorridendo. Era una piccola grassottella
scapata, con i capelli biondicci, con la bocca rossa fatta per ridere e
per mangiare.
— Oh! aspetta! — disse a un momento, — qui no, qui ci ho l'anello.
Infatti, si ricordava, al dito mignolo della manina aveva un cerchietto
di stagno, una galanteria che voleva mostrare. Stese l'altro braccio
e si lasciò fare tranquillamente. All'ultimo le due piccole fasciarono
Peppina.
Così le tre minuscole mendicanti si facevano storpie. S'avviarono.
Per le vie popolose e affaccendate di Porto allungarono il passo senza
chiedere; i piccoli affari, l'occupazione della vendita e delle compere
non potevano distrarre i passanti. Le urtavano, se le toglievano di
fra le gambe con una spinta, non le guardavano nemmanco. Solo Peppina
nella piazza si mise dietro a un marinaro russo, che arrotolava una
sigaretta, camminando con le gambe allargate. Lui da prima le sorrise
bonariamente, guardò il braccio ch'ella stendeva tutta piagnucolosa, le
borbottò qualcosa in una lingua che lei non capì.
— _Carasciò!_ — fece Peppina, chiamandolo con la sola parola russa che
i monellucci conoscono, — guardate, carasciò, mi son fatta male alla
mano, non posso lavorare....
Il marinaro le accarezzò i capelli, tornò a sorriderle, le offrì la
sigaretta....
— Grazie, — disse Peppina, — non so fumare, dammi un soldo.
Gli s'afferrava alla giacchetta, le dava delle strappatine,
invogliandolo, con gli occhi supplichevoli.
— Via, via, carasciò, un soldo!
Lui non le credeva, voleva scherzare, voleva acchiapparle il lobo
dell'orecchio in punta di dita. Allora lei, seccata, lo piantò.
Salì lentamente per via San Marco, andò alla fontanella accosto a cui,
per un momento, la tennero intenta delle parolaccie che si scambiavano
due femmine del popolo, scalmanandosi, con le braccia all'aria.
S'allontanò, sbadigliando, quando si rappaciarono. Camminava a caso.
Passando innanzi a una di quelle sorbetterie che hanno fuori nella
strada il gran banco, chiese al garzone un po' di sorbetto ch'era
rimasto in fondo a un bicchierino. Lo ingoiò in fretta, avidamente, con
gli occhi socchiusi. Più in là trovò per terra un mozzicone di sigaro,
quasi mezzo sigaro, ancora acceso. A qualcuno era caduto in quel
momento; un signore che passava in vettura si voltò indietro, era suo,
gli era scappato di mano. Lei se ne accorse, ma lo spense strofinandolo
contro il selciato e se lo mise in tasca lo stesso.
S'avvicinava a Toledo. Le sue curiosità ricominciavano innanzi
alle vetrine, alla varietà delle bacheche. Sovra tutto i giocattoli
l'attiravano. Contemplò lungamente, nella vetrina di un mercante di
giocattoli, un cosacco barbuto che ingollava soldati, afforchettandoli.
Se ne andava piena di desiderii. Vi fu a un tratto un affollarsi di
carrozze e di pedoni; si traevano da parte per far luogo a un mortorio.
Appariva in alto, a dieci passi, lo stendardo, barcollante, d'una
confraternita. La piccina si perdette in quella confusione.
Suonavano le tre. Il caldo diventava insopportabile, si camminava in
fila rasente i muri, sotto l'ombra delle tende che scendevano davanti
ai negozii.
Ora le piccine s'incontravano al luogo dell'appuntamento, lassù in via
del Museo. Peppina da lontano vide Carmela e Rosinella che discutevano
sotto il grande portone dell'Istituto di Belle Arti. Sedevano sugli
scalini, sotto uno de' grandi leoni di bronzo, in una striscia d'ombra.
— Rosinella ha i soldi! — annunziò Carmela, correndole incontro. — Ma
uno l'ha speso, ha voluto comprare una galletta.
— Non è vero! — gridò l'altra.
Tornavano a sedere sui gradini. Rosinella mise fuori tre soldi. Carmela
non possedeva nulla. Per un po' rimase mortificata, poi fece spallucce.
Era così piccola, era! Nessuno le aveva badato. E poi lei chiedeva, lei
faceva la faccia rossa e Rosinella intascava.
— Gesù! — fece costei. — Non le credere! È una bugiarda. E perchè non
te ne vai sola?
— Mi sperdo, — disse Carmela, gravemente.
— Io ho avuto un sorbetto, — disse Peppina.
E raccontò la sua fortuna, esagerando, con una cornice di piccole
bugie. Era stato un sorbetto bianco con la fragola in mezzo. Se
lo aveva sorbito col cucchiaino, in un bicchiere grande, sotto
il pergolato. Le bambine stavano a sentire sgranando gli occhi. A
Carmela, golosa, saliva l'acquolina alla bocca. Mai aveva assaporato un
sorbetto. Era dolce?
— Un po' dolce, un po' diaccio, — disse Peppina.
— Signore! signore! — gridò all'improvviso, levandosi. — Un soldo! Non
posso lavorare!...
Scendevano ridendo per le scale dell'Istituto due sposi, a braccetto.
L'uomo voleva tirar innanzi, continuava a ridere, parlava d'un quadro
che gli aveva fatto una impressione grottesca. Ma la donnina ebbe un
tremito, gettando gli occhi su quel braccio fasciato, su quelle macchie
vive di sangue.
— Oh! mio Dio! — mormorò.
— Signora bella! — pregava Peppina. — Un soldo, signorina bella....
— Ma come è successo?
— Sono caduta, m'è passata una ruota sul braccio....
— Oh! — fece l'altra, rabbrividendo.
Il marito avea cacciata in tasca la mano. La cavò con due soldi. Allora
Carmela e Rosinella s'accostarono, gli gironzarono attorno, mettendo in
mostra la fasciatura.
— Come! — disse il signore. — Anche voi?
— Sono caduta.... — balbettò Rosinella.
— Sono caduta.... — disse Carmela.
Il signore si mise a ridere. Carmela rideva anche lei, divertendosi,
senza paura; le pareva naturale.
— Ebbene-? — disse Peppina, dopo un silenzio e con tutta serietà. —
Dobbiamo metterci a far qualche altra cosa? È meglio questo!
Egli la guardò, meravigliato. Era una bimba a dieci anni, non più.
Pronunziava quelle parole gravemente, senz'arrossire, con l'incoscienza
infantile della colpa vera, ma con l'aria maligna delle figlie del
popolo, delle bimbe sperdute e libere che già sanno qualche cosa.
Vulite 'o vasillo?...
Napoli, marzo 1885.
_Carissimo Paolo,_
Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che mi
pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco alloggiate,
in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia con nessuno,
apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente allontanarsi
da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse il morboso
carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza, dalla
quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e un po'
la sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di caffè e
con un sigaro _napoletano_. Il caffè, per acquaccia nera che sia, mi
permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò mi fa
bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero, e interessandomi
a qualche cosa _fuori di me stesso_. Da qualche giorno, tuttavia, il
mio umore è ridiventato nero, pel tempo perverso che mette ovunque un
silenzio di malinconia e nelle povere anime sofferenti uno sgomento
indefinibile, una lunga e nervosa tristezza che a momenti si vorrebbe
mutare in tante calde lacrime piante tacitamente, la faccia nelle mani,
mentre, come ora che ti scrivo, seguita la pioggia a borbottar nelle
grondaie e lontano lontano muore un tintinnio di campanelle vaganti.
Or io mi sono, solo solo, rincantucciato presso alla mia finestra e
guardo, per le vetrate, nella via deserta ove son tutte chiuse le
botteghe e taciti e frettolosi i rari passanti. Il cielo è grigio
come la veste d'una monacella di questua; si leva da una terrazza di
faccia a me e vi si disegna a carbonella il palo del telegrafo, irto
di capovolti interrogativi che irraggiano a destra e a manca fili
neri, i quali si vanno lontanamente a perdere. Sta in fondo Sant'Elmo,
vestito appiè delle mura di un cupo verde alimentato dalle piogge e
dall'umidità, sforacchiato da tanti buchi neri in fila. E una fila
d'uomini ritti, immobili, pare la cresta merlettata del castello,
dietro il quale impallidisce freddamente il cielo, come negli antichi
acquarelli de' trittici olandesi.
Ebbene, Paolo mio, dopo questo io non ho che o troppo poco ancora,
o tante, tante cose da dirti! Ancora parlarti di me, delle mie
incoerenze, dei contrasti che s'agitano e s'accapigliano in quest'anima
inquieta, delle aspirazioni, de' sogni a' quali tengo dietro col cuore
tremante? Non voglio; quest'altra stanzetta ove tu seguiti, in un paese
lontano dal mio, a innamorarti delle farfalle e degli scarabei verdi
scintillanti, a raccogliere pazientemente e ad ordinare famiglie di
crittogame o di fanerogame tra fascicoli di carta, mio buon Linneo
calmo e tranquillo, quest'altra stanzetta è ancora troppo piena _di
me_. Or le tue piante e i tuoi scarabei non mi sentono più; non più
la vecchia spinetta canta loro le semplici arie della nostra montagna
nelle beate dolcissime sere lunari. Paolo mio caro, vuoi raccontare una
storiella a questa tua silenziosa famiglia? Te la mando da Napoli, da
questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di
tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell'iperestasia, dei ribollimenti
subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi
malati.
Dunque, ascolta. La storiella potrebbe pur esser vera.
*
Tre giorni dopo arrivato, col mio bravo cassettino ad armacollo e
col mazzo di pennelli tra mani, infilavo, entrandovi da Borgo Loreto,
il lungo vicolo Giganti, pel quale si spunta alla Marinella. Tu non
sei stato mai a Napoli e non puoi sapere che sieno questi vicoli di
Borgo Loreto, topaie di marinari miserabili, vestiti di lana doppia,
puzzolenti, neri come il carbone. Tutta la vita grama di questi
lavoratori del mare s'agita, ripullulando, in case buie, profonde,
umide. Un triste e schifoso spettacolo, poco lontano dall'azzurro,
divino spettacolo del mare, innanzi al quale la mia mano freme sulla
tavolozza.
Io, dunque, per andare a dipingere alla riva, passavo pel vicolo
Giganti, guardando qua e là curiosamente e persino fermandomi a
contemplare, con meraviglia di forestiero e curiosità d'artista,
qualche _interno_ pittorico, pieno d'ombre e di mistero. Fu in una di
queste soste che una donna sui trent'anni, piccola, bionda come tutte
le figlie del mare, mi chiamò sulla soglia di casa sua, nella via, e mi
chiese, sorridendo, se volessi _disegnarla_. Rimasi sorpreso; avevano
dunque capito, questi del vicolo Giganti, che mestieraccio facevo?
— Io vi _disegnerò_, bella bionda, — le risposi, — ma com'è che sapete
ch'io _disegno_?
Ella mi disse che passavano sempre per quella via de' giovanotti, i
quali andavano a _disegnare_ le barchette e il mare e i pescatori;
ognuno di loro portava sotto il braccio un cassettino come il mio,
nelle mani i pennelli e in testa un cappelluccio a cencio, come il mio.
Ora i _disegnatori_ li conoscevano subito.
— Sta bene; vuol dire che un bel giorno ripasso e vi _disegno_....
— Quando?
— Al più presto possibile, bella bionda.
— Io non mi chiamo bella bionda. Mi chiamo Fortunata. Volete passare
lunedì?
— Passerò lunedì.
Al lunedì, di buon'ora, mi trovai al vicolo Giganti. Fortunata, ritta
sulla soglia di casa sua, lavorava all'uncinetto, sorridendo. Mi aveva
visto da lontano.
— Dunque? Siamo pronti?
— Entrate.
La seguii in una piccola stanza, dal pavimento tutto sconnesso e
sporco. Attorno appesi ai muri, immagini di santi, olivo benedetto,
nasse di pescatori, corbelli di paglia, piccole bombole pe' polipi. Una
tavola, un lettuccio, due o tre seggiole zoppicanti.
— Sentite, — disse lei, appoggiandosi col dosso alla tavola e giuocando
col gomitolo, — io vi volevo chiedere un favore....
E come io la interrogavo con gli occhi, non sapendo che cosa mi stesse
per capitare addosso, ella soggiunse prestamente:
— Ebbene, ecco, non sono io che volevo _esser disegnata_; non sono
proprio io, perdonatemi....
— E chi?
Ella volse lo sguardo al lettuccio, confusa. Allora m'accorsi che nel
lettuccio c'era qualche cosa. Un piccino. Due grandi occhi azzurri mi
guardavano spaventati, una testina bionda come quella di Fortunata si
levava dal capezzale, intenta.
— Ndriuccio, — mormorò lei.
Ma come m'accostavo al lettuccio il piccino fu preso da gran terrore.
Ricacciò il capo sotto le coltri e si mise a urlare.
— È malato, — disse Fortunata, — ha una gran febbre da cinque giorni. È
mio figlio Andreuccio. _Ndriù? Bell' 'e mamma, te vuo' fa disignà?_ Il
signore, lo zio, ti farà il ritratto, e mamma te lo metterà qui appeso,
in faccia a te, e quando _tata_ verrà e vedrà il ritratto di Ndreuccio,
dirà: Questo è Ndreuccio bello, tale e quale....
Il piccino ascoltava, con gli occhi lucenti di febbre, senza mostrare
di decidersi.
— Guarda.... — gli dissi mostrandogli un soldo in punta di dita. — Se
sarai buono io ti darò questo soldo.
Sorrise, guardò la madre che sorrideva anche lei, incitandolo.
Finalmente accettò, nascondendo il soldo e la manina, nella quale
lo avevo lasciato cadere, sotto la coltre. Fortunata gli pose due
cuscini dietro la testa, si mise a sedere, appiedi, sul letto, e
ricominciò il suo lavoro di uncinetto, seguendo curiosamente i miei
preparativi. Valeva la pena d'interessarmi a questo fanciullo. Nella
luce fredda era una testa d'un sol tono di colore, senza rossi, senza
rilievo accentuato, pallida, caratteristica. I grandi occhi azzurro
scuro lucevano tra i riccioli; della piccola bocca, puerilmente, il
labbro inferiore saliva sull'altro in una smorfietta sdegnosa. Hai
tu mai visto qualche pallido bambino malaticcio, dipinto da Rubens?
Così lui. Pareva che si fosse messo a pensare a cose molto serie;
nessuna curiosità; lo sguardo di lui scendeva lentamente da lunghe
contemplazioni del soffitto al volto della madre, e vi si posava. Era
Fortunata che pativa di curiosità. A ogni cinque minuti si levava per
venire a guardare di sopra alle mie spalle e per esclamare: Quando
si vedrà qualche cosa? Ci vuole ancora molto tempo? Lo _ritrattate_
ridendo? Verrà bene?
Dopo la prima _seduta_, il piccino volle vedere un po' anche lui, e si
contemplò abbozzato appena, senza meraviglia di non riconoscersi, come
consciente dello sviluppo che poi avrebbe avuto il dipinto.
— Lo lascio qui, — dissi a Fortunata, — mettetelo in un cantuccio, con
la faccia al muro, e badate a non toccarlo.
— Quando tornate?
— Domani.
— Certamente?
— Certamente. Addio, piccolo!
E mi chinai su di lui per fargli un bacio. Egli mi mise la mano sulla
faccia, respingendola.
— Che hai? — gli disse Fortunata. — Su, fagli un bacetto.
E soggiunse, sottovoce:
— Dategli un altro soldo.
— To', eccoti un soldo.
Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il
secondo soldo scomparve, con la manina in cui era stretto, sotto le
coltri.
— Ah, signorino, — mi disse Fortunata presso la porta, — il piccino
è molto malato! Dice il medico che l'ha visto, ch'egli ha male ai
polmoni. Il primo figlio, signorino mio! — e le lagrime le lucevano
agli occhi. — È una sventura grande! Avete visto com'è serio?
— Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?
— È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con tutta
la _paranza_. E torna di qui a un mese, signorino mio. Per quel figlio
è pazzo, se sapeste!...
La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della
casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra.
Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il
mio lavoro. Il _modello_ mi si dimostrava più amico, arrivava perfino
a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per
licenziarmi, egli mi fece con la sottile vocina:
— _Vulite 'o vasillo?_
Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su
tutte e due le guance. Mi volsi, uscendo. Egli mi salutava con la mano,
levando il braccio nudo, sorridendomi.
Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era venuto
somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e d'intonazione.
Il bianco dei cuscini col sole.... Ma via, io non mi voglio fare delle
lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia settimana. In tutti
quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto a me con tutte le
ingenue espansioni infantili con le quali la fanciullezza trattiene una
mano carezzante e un dolce amore pietoso. Ogni giorno, all'uscire dalla
stanzetta piena di sole, fingevo di scordarmi della sua offerta, per
sentire subitamente la vocina di lui, balbettante:
— _Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?_
*
Gli avevo promesso di recarmi a vederlo due o tre volte nella
settimana; lo avevo promesso anche a Fortunata. Cominciato novembre,
dovetti abbandonare i miei studi di mare e il vicolo Giganti. Questa
Napoli ha un clima variabilissimo; una bella giornata calda, soleggiata
e poi, al giorno appresso, acqua, vento e tempesta. A novembre pigliai
una mezza bronchite che mi inchiodò nel letto per dodici giorni.
Pioveva, pioveva sempre. Una grande malinconia, caro Paolo, dei tristi
giorni e il padrone di casa che mi spediva messaggi, e tutte le mie
pratiche andate a male e tutte le mie speranze fallite....
Nei primi di dicembre, in un sabato, il tempo era bello. Uscii, tornai
al vicolo Giganti che in quel punto era pieno di centinaia di femmine
che aspettavano l'estrazione dei numeri del lotto e ne discutevano a
gran voce. Cercai Fortunata. Era lì in casa, a lavorare all'uncinetto,
accosto alla tavola, sulla quale si raffreddava la minestra in un
piatto. Quando mi vide si levò, pallidissima; levò le braccia in atto
disperato e balbettò, tra' singhiozzi:
— _Signo'! È muorto! È muorto!_
Ti giuro, cominciai a piangere anche io, come un fanciullo. Ella,
ricaduta a sedere, aveva poggiato le braccia sulla tavola e sulle
braccia nascondeva il volto, singhiozzando. Io era rimasto in piedi,
dinanzi a lei, muto; non sapevo che dirle. Fortunata levò la testa e mi
guardò con occhi così spauriti, che parve fossi io che le portassi la
mala notizia.
Il mio ritratto del piccino era accapo al letto, tra un ramo di olivo
e la palma benedetta. Accompagnandomi fino alla porta, Fortunata mi
diceva:
— Voleva vedervi.... Dimandava sempre del _pittore_....