In guardina

. . . . . . . . . . . . . .

_Aggio fatto n'ato penziero_

_arrubanno nun vogl 'i cchiù,_

_Vaco sempe carcerato_

_'A casa 'e mamma n'a veco cchiù!..._

Canzone di carcerati.

Ciro lo arrestarono l'ultima sera di dicembre. Fu un siciliano magro

e caparbio dell'ambulanza notturna; gli aveva messo l'occhio addosso

da quando successe l'omicidio di Carmine il rosso che nessuno mai ne

seppe niente e il delegato del Pendino si mordeva la polpa delle mani,

sfogandosi con gli appuntati che andavano acchiappando chi meno ci

aveva che fare. Ora il siciliano s'era pigliato la rivincita e bisogna

dire che l'aiutasse il diavolo del paese suo con quel Ciro che gli

sgusciava sempre dalle mani come un'anguilla. Lui quella sera se ne

andava assaporando un sigaro, col cappelluccio di sghembo e il bastone

animato sotto al braccio. Di colpo sentì un correre precipitoso,

un grido: arresta! arresta!, e Ciro gli venne proprio di faccia che

divorava la via. Era stato un bel colpo, altro! Aveva strappata la

catenella d'oro a un grosso borghese, che giunse poco dopo affannando e

non potette raccontar nemmeno come fosse andata la cosa, tanto la voce

gli s'era affiocata pel gridare che aveva fatto.

Il siciliano si prese Ciro sotto al braccio e non disse mezza parola

per tutta la via. Ma come arrivarono in Questura e gli aprì il cancello

della guardina, lo spinse denaro, sferrandogli un calcio nella schiena.

— Va muori, schefiuso! — esclamò, e gli sbattè in faccia il cancello.

Ciro lo guardò attraverso l'inferriata; una vampa di collera gli

salì alla faccia e fu a un pelo di rispondergli. Ma, come l'altro

se n'andava tranquillamente, strascicando la punta del bastone sul

selciato, quello che gli voleva dire gli morì sulle labbra. Gli tenne

dietro con l'occhio invelenito sino a quando si perdette nell'ombra,

rasentando la scala grande di cui biancheggiavano i primi gradini di

marmo sporco. Poi, lentamente attraversando il corridoio scuro, Ciro

fece due passi e si trovò in guardina.

— Buona sera a tutti, — brontolò, con le mani in tasca.

Una voce rauca rispose: buona sera; e per un pezzo cessò il rumore di

una moneta che un ragazzetto, seduto per terra, faceva rotolare fra

le gambe allargate. Non ci volle molto perchè Ciro facesse l'occhio a

quella semi-oscurità della stanzuccia; la guardina la sapeva come casa

sua e questa era la quinta volta che vi avrebbe dormito. Soltanto gli

entrava la malinconia nell'anima a vederla così deserta e silenziosa.

Una vera miseria; due compagni che non gli badavano nemmanco. Il

ragazzo ricominciava a giocare col soldo, mentre dei piccoli brividi

di freddo gli salivano pel corpo. L'altro, seduto sulla panchetta

con le spalle al muro, aveva chinata leggermente sul petto la testa:

forse pensava a' guai suoi o s'era messo a sonnecchiare. Da un angolo,

ove il muro faceva gomito, la lucernetta appesa nella stanzuccia

spandeva intorno una luce rossastra di cui la povertà lottava a sprazzi

subitanei e brevi con la tenebra degli angoli, con le oscurità fitte

dei vuoti ove, fondendosi, la parete spariva. A volte, d'un subito

l'aria si appesantiva; nell'afa tormentosa passava con una folata

irrespirabile il puzzo forte ed acre della latrina, che pungeva le

nari.

— Cristo! — fece quello della panchetta, che s'era levato e passeggiava

con le mani dietro la schiena, — ci hanno pigliati per cani, ci hanno

pigliati! Chi vuol morire di subito ha da star qui una nottata.

— A chi lo dite? — sospirò Ciro che si era messo a sedere sul

tavolaccio e masticava un mozzicone, sputacchiando al muro. — poveri i

figli di mamma che ci capitano!

L'altro seguitò a misurar la camera brontolando, poi disse:

— Manco male che poco ancora ha da durare l'incomodo....

— Uscite a libertà?

— Già, domani.

— Io pure! — esclamò il ragazzo che s'era avvicinato al tavolaccio.

— Che figlio di mala femmina! — soggiunse quello della panchetta,

ammiccando al monello che s'era ficcato in mezzo al discorso. —

L'hanno acchiappato che giocava a zecchinetto e aveva tre fazzoletti

addosso....

— Non è vero! — protestò il ragazzo, passando sotto al naso la manica

della giacchetta, — i fazzoletti se l'hanno inventati loro; m'hanno

preso perchè sono vagabondo e non ho mestiere....

Mentiva, con la sua spudoratezza di fanciullo viziato, senza levar gli

occhi che aveva neri e profondi, acconciandosi addosso gli stracci unti

che ad ogni strappatura lasciavano veder la carne di sotto. Succedette

un silenzio. Ora nell'ombra si esaminavano a occhiate rapide, si

riconoscevano nell'impronta di malizia e di sospetto che dava la mala

vita alle loro fisonomie.

— A me, — disse quello della panchetta, — m'hanno preso per sbaglio.

Qualcuna n'ho fatta anch'io e per questo.... Ebbene, che volete?

Nella gioventù non s'ha mai la testa allo stesso posto, e poi quando

ho bevuto un bicchiere soverchio.... Ma stavolta, com'è vero Dio, non

ho fatto niente, m'hanno preso perchè m'hanno voluto prendere. C'è il

delegato che s'è messo in capo di volermi tribolare....

— Uh! — strillò il ragazzo. — la lucerna si smorza!

Difatti il lucignolo crepitava, lanciando nel muro di faccia le

sue ultime fiammate rosse, agonizzando nella spira di fumo denso

e puzzolente che serpeva pesantemente nell'aria. Essi guardavano,

seguendo quella vana lotta con le tenebre che trionfavano a vista,

avanzando nella camera. Di colpo il lucignolo si spense, l'oscurità

divenne profonda.

— Buona notte ai suonatori. — disse Ciro, con un riso ironico.

Stese la mano tastando; gli venne sotto la faccia magra e fredda

del ragazzo che si era stretto al muro tutto pauroso. Il ragazzo,

rabbrividendo, mise un piccolo grido di terrore.

— Chi è? — disse Ciro. — Sta zitto.... Per lo meno crederanno che

t'ammazziamo.... Dove sei?

— Qua, — piagnucolò il ragazzo senza muoversi. — Non ci vedo più.

— Si capisce, — fece Ciro con la voce ridente, a rassicurarlo. — O che

vorresti aver gli occhi del gatto, tu? Non aver paura, dammi la mano

che ti metto sul tavolaccio.... Come ti chiami?

— Peppino, — balbettò il monello nell'oscurità.

— Va bene.... Hai sentito?... Peppino? Dammi la mano....

Quello gliela stese; tremava tutto. Ciro lo tirò dolcemente sul

tavolaccio e lo allungò nell'angolo, mettendogli la giacchetta sotto

alla testa.

— Va bene? T'ho fatto anche il cuscino. Ora hai paura?

— No, — disse il ragazzo, guardando innanzi a sè nel buio, con gli

occhi spalancati.

Poi a poco a poco, nel silenzio, il sonno li vinse. Quello della

panchetta non s'era più mosso, russava con la testa abbandonata,

le braccia in croce, le gambe stese, nel suo cantuccio, sotto alla

finestra. E non vi fu più un rumore; solo dal cortile saliva di tanto

in tanto il suono cadenzato e secco del passo della sentinella sul

selciato.

Ciro per un pezzo era rimasto a occhi aperti, allungato sul tavolaccio

accanto al fanciullo dormente di cui gli passava sul viso l'alito

tepido in un respiro debole ed eguale. All'ultimo pigliò sonno anche

lui. Ora tutti e tre dormivano. Dal finestrone di faccia, sgusciando

per una larga strappatura alle stecche della gelosia sgangherata, un

vivo chiarore di luna entrava nella camera, risalendo dolcemente per la

parete. E, in quella tenera incertezza di luce che li lambiva appena,

ondulando, le faccie impallidivano lucenti di sudore, con le bocche

schiuse, le sopracciglia stese, le narici all'aria, nere e profonde.

Immoto, una mano aperta sul petto, il fanciullo sorrideva, sognando

di sguazzar nelle pozzanghere ove i compagni cadevano a spintoni,

impoltigliandosi come porcelli. Nella notte triste della stanzuccia

immagini di bimbo aleggiavano rapidamente in una luce indefinibile.

Tornavano col sonno al piccolo dormiente le care ingenuità d'infanzia,

pure e serene in quel torpore di malizia sopita.

All'alba, come il sole era già entrato nella stanza, allo svegliarsi

n'ebbero gli occhi così feriti che non si potevano guardar in faccia

e se li stropicciavano coi pugni chiusi, sbadigliando, stirando le

braccia che l'inerzia della nottata aveva addormite.

— Che tempo fa? — chiese Ciro a quello della panchetta che sbirciava

attraverso all'inferriata.

— Bella giornata, — rispose l'altro, senza voltarsi.

Il ragazzo s'arrampicò sul parapetto e dopo un momento ch'era stato a

guardare:

— Ecco Gennarino! — esclamò. — Ci vengono a chiamare....

Saltò a terra, sgambettando per l'allegrezza. L'altro, preparandosi,

s'acconciava i capelli sotto il berretto, riannodando la cravatta di

cui il fiocco gli era girato sulla nuca.

— Ve n'andate? — disse Ciro alzandosi.

— Ora ci chiamano, — rispose l'altro, — vi saluto. Se volete che porti

qualche imbasciata a casa vostra....

— Sentite, — disse Ciro pigliandogli la mano, — fatemi una finezza.

Conoscete l'acquafrescaia all'angolo di Porta Nolana?

— Sicuro! — disse l'altro.

— Raffaele! — chiamò dal basso la voce rauca del guardiano. — Chi è

Raffaele?...

— Ora vengo! — strillò quello della panchetta.

— Abbiate pazienza, — supplicava Ciro, stringendogli la mano mentre

quegli cominciava a moversi. — Laggiù, dimandate di Teresa, è una

vecchia che tutti la sanno.... Ha un fazzoletto nero al collo....

Ditele che non abbia paura....

— Nient'altro?...

— Abbiate pazienza, — continuò Ciro accompagnandolo, — ditele che se

vuol venire a San Francesco domenica che è giorno d'entrata.... No,

no, non le dite così.... Ditele che è stata una rissa e m'hanno preso

ubriaco...

— Va bene.... va bene, — promise l'altro, scendendo la scaletta.

— Sentite.... le baciate la mano per me.... Vi ricordate?... Vi

ricordate?...

Nessuno rispose. Raffaele era sparito. Ciro risalì i due scalini

tremando sulle gambe. Si guardò attorno: ora lo lasciavano solo come un

cane, sbattendogli il cancello alle spalle, senza nemmeno guardargli in

faccia.

Andò a sedere sul tavolaccio e nascose la testa nelle mani puntando i

gomiti sulle ginocchia, le gambe penzoloni.

— Pazienza! — mormorò dopo un momento.

E si mise a passeggiar nella stanza, con gli occhi a terra, tutto

pensoso. Ora si stancava, non sapendo che fare per distrarsi. Si andava

fermando innanzi alle pareti sporche, contemplando curiosamente tutti

gli sgorbii che le macchiavano. Una era addirittura illustrata da

cima a fondo; una filza di numeri grossolani scendeva fino a terra,

qua e là sotto ai terni e alle quintine c'era una giocata a lettere

indecise, miscuglio ingenuo di maiuscole e di minuscole. Egli cercò in

un angolo la traccia del suo ultimo passaggio. Era ancora lì, segnata

con la carbonella in un quadratino fantastico: un cuore fiammante che

una lama di pugnale trapassava a mezzo. Lì tutto il suo amore ardente e

minaccioso, pieno di gelosie e di tenerezze, lì il ricordo degli occhi

grandi e della bocca rossa di Vincenzella, il preludio di un tradimento

e d'una rasoiata. Vi rimase innanzi, guardando, a lungo, con le labbra

strette e le mani convulse. Poi sputò nel muro con un moto di collera.

Ricominciò a passeggiare; la solitudine lo irritava; sbatteva i piedi

a terra, fremendo, sferrando il tacco sul tavolone che vibrava con un

rumore sordo e cupo. Andò al finestrone e sedette sul parapetto. Faceva

freddo; laggiù nel cortile la moglie del guardiano attizzava il fuoco

nel braciere, con una mano sul petto, nella piega dello scialle.

Di sotto alla gelosia, tagliato sino alla metà d'un cartellone da

teatro, il muro di faccia appariva nella strada, bianca e pulita in una

fredda giornata di capodanno.

Nessuno si vedeva; solo di tanto in tanto passava un mattiniero

frettoloso, con le mani nelle tasche del soprabito e il naso nel

bavero. A volte nell'aria fresca impazzivano sul vento migliaia di

scintille rosse, venute da fiammate vicine che l'angolo di un palazzo

nascondeva.

Più tardi, in quella malinconia, il sarto di faccia mise fuori ad

asciugare, innanzi alla bottega, un panciotto scuro fumante, su cui

aveva passato il ferro caldo.

Ciro guardava, rannicchiato nello spigolo del finestrone, le mani in

saccoccia sino ai polsi. Lo consolava una strana compiacenza di quello

che ora, a lui solo e chiuso, gli toccava soffrire; s'atteggiava con sè

stesso a vittima temuta, sorridendo all'abitudine sua di bassezza, alle

persecuzioni di cui era fatto segno.

E con la fronte appoggiata all'inferriata, la posa molle e abbandonata,

canticchiò fra i denti:

_Vaco sempe carcerato,_

_A' casa 'e mamma...._

Ma, alla distesa, la voce gli venne meno. Era stato uno sforzo. Ora una

tristezza atroce lo pigliava all'anima, spezzandogli le parole sulle

labbra.

— Che brutt'anno ho cominciato!... — sospirò.

E rimase a guardar nella strada deserta, con gli occhi arsi, mentre

il ferro della cancellata gli segava la fronte e il freddo malinconico

della giornata gli gelava il cuore.

Ah, non credea mirarti...

Solitaria e silenziosa, con la facciata dipinta di grigiastro, co'

balconcelli _alla romana_, dalla balaustra breve e senza pancia, la

piccola casa, posta ove più la stradicciuola si rinserrava, pareva di

quelle che lasciano immaginare a' lenti e pensosi peripatetici certe

nascoste miserie, la cui voce davvero risponde, umile e sommessa,

alle mute interrogazioni di questi osservatori meditativi. Camere

scure e sprovviste, taciturni loro abitatori nel silenzio della casa

e della via, strettezze patite senza lamenti, una quiete malinconica

— ecco quel che lasciava intendere. Ne' giorni del verno, quando

pioveva, era una tristezza pesante. Le grondaie mormoravano, con un

rauco e incessante borbottio: sullo sconnesso selciato del cortiletto

l'acqua che vi si raccoglieva gorgogliava alla bocca d'una feritoia: i

balconcelli restavano chiusi tutta la giornata e, dietro le vetrate che

si constellavano di goccioline, tutto si sprofondava in una misteriosa

oscurità. Talvolta un lume vi trascorreva, lento: e la fiammella

giallognola tremolava in quelle ombre. Talvolta, quando la pioggia

s'interrompeva, una giovane testa femminile si veniva a posare con

la fronte a' vetri, a un balcone del terzo piano. La donna rimaneva

qualche po' a contemplare, come assorta, i rigagnoli serpeggianti: poi

levava gli occhi, guardava attorno, guardava i muri umidi e giallognoli

del cortile — e quel delicato e pallido profilo si disegnava nettamente

sulla vetrata.

Abbasso, al secondo piano, una volta la cortina velata d'una finestra

si mosse: una mano piccola, gialla, rugosa, la sollevò. Poi la finestra

si schiuse, la mano lasciò cadere nel cortile i minuti brani d'un

giornale lacerato e quelli si sparsero sul selciato e vi rimasero due

o tre giorni, fino a quando non tornò la pioggia e se li portò con sè

e li travolse in quel vortice breve che roteava sulla feritoia. Ma per

que' due o tre giorni quelle farfalline bianche raccolsero tutta la

muta e insistente contemplazione della giovane del terzo piano. Ella

non riapparve più quando disparvero e il cortiletto tornò asciutto.

La stradicciuola, lontana da quelle popolate e attive della città,

prossima alla campagna, erta e anfrattuosa, era poco amata da' soliti

venditori, ambulanti. Vi si arrivava per una larga scala di pietra, da'

gradini traballanti e lubrici e sparsi di tutti i rifiuti. Un cagnuolo

randagio e affamato veniva lì a frugare col muso e con le zampe tra

quelle lordure e s'era fatto amico del ragazzetto d'un merciaio che,

una volta o due al mese, saliva fin lassù, lasciando abbasso, appiè

della scala, il ragazzo e il carrettino. La vecchia del secondo piano

gli comprava delle matasse di lana bianca e di filo: in un mese comprò

per otto soldi tra spilli, aghi e bottoncini per la biancheria. Il

merciaio s'annunziava dalla strada, con la sua distesa lenta e nasale,

a cui faceva eco l'argentina voce del ragazzetto. La vecchia signora

lo chiamava dal balcone, con un piccolo gesto della mano tremante, e

usciva poi sul ballatoio e si traeva addietro fin sotto l'uscio, appena

compariva il merciaio; e lì, sottovoce, contrattava, interrompendosi,

di volta in volta, quando le pareva di udir qualcuno che salisse

le scale. Accostava agli occhi le matasse di lana, le palpava, le

soppesava nel cavo della mano, trovava che gli aghi erano irrugginiti

e che il filo era poco ritorto. Il merciaio, buon uomo, l'ascoltava

pazientemente, sorridendo. Una volta la vecchietta gli domandò:

— Conoscete qualcuno.... qualche signora.... Si vorrebbe collocare otto

paia di calze di lana, ben fatte, a poco prezzo. È una signora, amica

mia....

— Le avete qui?

— Venite con me, — disse la vecchietta.

Lo fece entrare nel salottino vuoto, freddo, ov'erano due divani

logori, un tavolinetto sopra un tappeto assai consumato, e qualche

stampa ingiallita, attaccata alla parete. Lì il merciaio si sentì

stringere il cuore. La vecchietta aveva preparato le calze, avvolte in

un giornale, sul tavolino. E, come il merciaio faceva per aprire quel

pacchetto:

— No, no, — disse, — è inutile, sono otto paia: non mi credete?

Poi, quando furono sotto l'uscio:

— Sentite, — raccomandò, — quella che se le vende non vuol farlo

sapere.... È una signora scaduta....

Nella via, l'uomo aperse il pacchetto e riconobbe la sua lana. Ma la

vecchietta dava quelle calze così a buon mercato ch'egli trovò subito

chi le comprasse, e, due giorni dopo, le portò il denaro, tornando

apposta, senza il carrettino e senza il ragazzo. Tutta una notte aveva

pensato a quella necessità che si voleva nascondere, a quell'amor

proprio che così ingenuamente si credeva salvato. La vecchietta si fece

trovare sul pianerottolo, e con la mano gli accennò ch'entrasse, cauto.

— Non vi fate vedere, — mormorò.

Contò il denaro e gli mise cinque soldi nella mano, serrandogliela a

forza con una insistenza amichevole e battendogli un colpettino sulle

dita.

— Accettate! — disse. — Compratevi i sigari.

Poi, quando tornò, al venerdì, il merciaio fu chiamato dalla giovane

del terzo piano. Allo scendere, trovò la vecchietta dietro l'uscio

socchiuso. Ella gli chiese che cosa avesse venduto, lassù. Aveva

venduto dei merlettini e un'oncia di bambagia, forse — supponeva lui —

per qualche bimbo di là da venire: la signora pareva incinta.

— Bellina, è vero?

— Bellina, sì, e poi tanto buona!

— Il marito è impiegato. Un bravo giovanotto. Ma....

E la vecchietta strinse un po' le labbra.

— La vita è dura, — disse il merciaio.

Lei voleva dire ancora qualche cosa e infine si decise.

— Non le avrete parlato delle calze, è vero? Oh! va bene, — aggiunse

subito, riprendendosi, — è una domanda stupida, perdonatemi. Ma,

sapete, vi sono certe persone che sono così suscettibili.... così....

E come parlando a sè stessa, a mezza voce: — Quest'amica mia, ad

esempio, — continuò, — tutto, tutto la punge, quest'amica che s'è

vendute le calze. E voi quando tornate? Venerdì? Per me tornate pure di

qui a una quindicina di giorni; della lana ho ancora quattro matasse e

poi gli occhi non m'aiutano più come una volta.... Vi dispiace?

— Che cosa?

— Tornare di qui a quindici giorni?

— Pensate alla salute, — disse il merciaio.

Così, per due settimane, non si fece vedere, poi tornò una volta allo

scorcio dell'ottobre piovoso, poi non tornò più.

Ora l'inverno cominciava a scuotere le vetrate con soffi furiosi

che fischiavano nella via; cominciavano le piogge eterne e l'eterno

gorgoglìo in mezzo al cortile. Un tramonto, a' primi giorni del

novembre, lasciò a quei solitarii pigionali meravigliati il suo

fantastico ricordo. Tutto il cielo s'era a un momento arrossato,

il riverbero di quel lume aveva empito le camere sulla strada d'un

chiarore dolcissimo e in quella tenerezza rosea i mobili, le tendine, i

bianchi letti, annegavano. La vecchietta schiuse il balcone e sorrise

alla via in una dolce espressione di pace. La giovane donna del terzo

piano rimase lungamente con gli occhi fissi in cielo, con le labbra

mormoranti, come in una stupefazione. In quella fusione di colore la

sua faccia pallida si irradiava della luminosità e dell'estasi delle

immagini di chiesa, davanti alle quali ardono i ceri.

Seguirono delle giornate angosciose a questo tramonto. La desolazione

della via era opprimente, ne' silenzii delle fredde mattinate,

ne' silenzii del pomeriggio, ne' silenzii delle serate lunghe,

insopportabili. Oh, romore! Ella era venuta di laggiù, da San Marco ai

Ferrari, una via tutta romore, una via chiassona, che si svegliava col

sole e rideva tutto il giorno. Nell'orecchio le era rimasta la gaia

voce d'un vecchio, uno di que' ramai che martellava le pentole e ci

cantava su le canzoni del quarantotto. Le rimaneva nell'orecchio la

distesa svenevole che saliva fino alla stanza sua:

_Comme chiagneno 'e ffigliole_

_ch'hanno perze 'e nnammurate!..._

e il tintinnio del rame sotto a' colpi, che pareva canzonasse, come

l'antica allegria di quel vecchio. Qualche circostanza, a cui non

aveva prestato che un'attenzione momentanea, ora pigliava rilievo,

l'afferrava senza più lasciarla, tornandole continuamente alla memoria.

Erano proprio bambinate, ma ecco, mai più avrebbe dimenticato il gran

vitello squartato che il beccaio di faccia aveva appeso a' ganci sotto

l'insegna, in una gioconda domenica di agosto: un enorme pezzo di

carne che sbarrava la bottega e sul quale, di tanto in tanto, si posava

la mano grassoccia della moglie del beccaio, la mano tutta anelli di

Grazia Jacono. Una vespa roteava attorno a quella carne, ronzando. Poi

un grido: il grido lungo di un garzone di caffettiere che la mattina

andava attorno con lo scaldino e le chicchere: _'O cafettière!_ E la

nenia di Malia, seduta all'angolo della via dietro la caldaia delle

ballotte: e quel lamento così languido, così penetrante del luciano che

vendeva i polipi....

Ah, sì, tutto ricordava, tutto ella rivedeva e quasi riudiva. Rivedeva

suo padre, don Michele, co' gomiti sulla balaustra del balconcello,

sotto i festoni delle sorbe a mazzi e dei poponi, con la pipa lunga

in bocca, con le babbucce ai piedi.... Quanto sole laggiù! Le sorbe

maturavano a momenti, l'odore de' poponi saporiti entrava nella

cameretta, e don Michele, dopo pranzo, si metteva al vecchio cembalo e

cantava l'aria della _Sonnambula_ con la sua stanca voce di baritono:

_Ah! non credea mirarti, sì presto estinto, o fiore!..._

Or ella si fermava sulle parole che pareva fossero fatte per lei.

Via, era morto tutto! _Sì presto estinto, o fiore!..._ Certe emozioni

invernali, certe paure del buio, certi strani sgomenti cominciava a

provarli ora. A volta le gambe le si piegavano e sentiva al cuore,

col respiro che le veniva meno, come la trafittura d'uno spillo.

Che silenzii, che silenzii! Addio! Tutto era morto, tutto! E moriva

pur lentamente l'anima sua in questo ritiro ove non aveva eco la

vita esteriore, ove il suo amore troppo casto di sposa borghese,

di fanciulla destinata alla famiglia, languiva senza sfoghi, senza

ribellioni, senza impetuosità. Quella casa era acconcia piuttosto a un

folle amore, a una solitudine breve di amanti nevrotici, forse a uno

scioglimento drammatico d'amore! Era fatta per altri. Questo suo era

semplicemente un tedio in cui s'avvicendavano ore di sconforti nuovi,

di terrori inesplicabili, che ricordava d'aver provati la prima volta

che fu chiusa in collegio, a Sant'Eligio.

Triste sorte, era una triste sorte. Eppure, accanto all'uomo che da un

anno era suo marito, ella non osava chiamarsi infelice. Ella si salvava

nella immensa bontà di questo afflitto che pareva le aprisse le braccia

a raccorvela piangente. Fino allora nessuna insofferenza scambievole,

mai. Si volevano bene. Ma in questa casa, ove un rovescio di fortuna

li aveva ridotti, ove pagavano una pigione modestissima e soffrivano

scarsezze che nessuno sapeva, si sentivano troppo soli, troppo soli —

da un anno.

Una sera, lei che era venuta a sedergli di rimpetto mentr'egli

ricopiava, sotto alla campana verde del lume, un processo di fallita,

levò la testa dal ricamo e, lentamente, col dubbio nel sorriso

timidissimo, mormorò:

— Avrà fatto un anno, da quando siamo qui?

— Eh? — fece lui, levando gli occhi da una cifra.

La guardò tutto raccolto, addizionando mentalmente, stringendo gli

occhi, stringendosi ii labbro inferiore tra' denti. Poi scrisse la

cifra, ripose la penna e ripetette:

— Eh?

Vi fu un silenzio. Egli rimase un momento a contemplarla, mentre lei

taceva, sotto la tenera calma dello sguardo di lui. Poi allungò il

braccio di sopra alla tavola, le pigliò la mano, si trasse accanto la

piccola moglie, dolcemente, sorridendo.

— Siedi qui, vicino a me: chiacchieriamo.

Allora, quando ella si sentì così vicina a lui, così vicina all'anima

di lui, all'amore di lui, lì nelle sue braccia, sotto il suo alito

lieve che le passava sulla nuca, quando si sentì il suo bacio sulla

gota, presso alla bocca, volle dir tutto, come se avesse aspettato

quell'abbandono per confidarsi. No, no, non potevano rimanere in

quella brutta casa, in quella casa fredda, senza vedere nessuno,

senza sentir la voce di nessuno! Anche lui v'invecchiava, non se n'era

accorto? Aveva fatto de' capelli bianchi sotto alle tempia, accosto

all'orecchio.

— Non è stata la casa, — disse lui, sorridendo.

No, era stata la casa. Ella non avrebbe saputo lavorare con la mente

calma qui, come lui lavorava. Non sentiva niente lui? Non provava

nessuna oppressione di spirito, nessuna stretta al cuore? Oh! due

camerette, niente altro: due camerette col sole, coi venditori sotto le

finestre, col sole sul letto!

La voce le si empiva di lacrime. Egli era rimasto a udirla, in un

tenero sbigottimento, meravigliandosi della violenza dello sfogo.

— Via, — promise, — si rimedia, si rimedia. La mattina di buon'ora,

prima dell'ufficio, mi metterò in giro. Troveremo un'altra casa....

— Guarda. — ella interruppe, — se vuoi, uscirò io; vuoi ch'esca io?

— Tu?

E la guardò, con una maliziosa dolcezza.

Ella arrossì tutta; volse la faccia dall'altra parte, mortificata, in

un pudico sentimento di maternità.

E venne finalmente questo aspettato, venne in una mattina rigida di

gennaio, all'alba opalina di una giornata minacciosa. La vecchietta

del secondo piano rimase di stucco quando, all'aprire l'uscio, si vide

davanti il marito della signora Carolina, l'impiegatuccio, pallido e

tremante.

— Oh! mio Dio! — esclamò. — Forse la sua signora....?

— Sì!... — disse lui, rapidamente. — Fatemi la carità, non abbiamo

nessuno in casa.... non posso chiamare nessuno.... non avevo

preveduto.... Venite su!...

— Oh! mio Dio! — balbettava la vecchietta, con le mani giunte.

E si affaccendava, smarrita, cercando attorno una cuffia nuova,

cercando un altro grembiule, sciogliendo le fettucce a quello che aveva

davanti. Lui fremeva d'impazienza, porgeva orecchio, s'avviava, tornava

ad avviarsi verso l'uscio, credendo ch'ella si movesse una buona volta.

Ma lei s'indugiava ancora, piegava e ripiegava un fazzolettino e si

passava la mano su' capelli, ammaccandoli leggermente alle tempia....

— Non importa, se vengo così, come mi trovo?

— Ma venite! — proruppe, afferrandola pel braccio, trascinandola quasi

a forza per le scale, mentre ancor ella si scusava della veste sciupata

e delle babbucce vecchie.

Nella cameretta di Carolina rimase a lungo e ne uscì con la cuffia di

traverso, con le ciocche grigie dei suoi capelli scomposte, tutta seria

di fronte a quell'avvenimento in cui erano scomparse le sue riserve, al

cospetto di costei che le ricordava le figlie.

— Un maschio.... — annunziò sottovoce, minacciando con la mano

l'impiegatuccio, come se ammonisse un colpevole.

Egli, in piedi, accosto alla tavola, sorrideva nervosamente, e passava

la pezzuola sulla fronte sudata. Non poteva parlare. All'improvviso la

trasse bruscamente da parte, rovesciò una seggiola e si precipitò nella

piccola stanza da letto.

La vecchia, rimasta sola, girò gli occhi intorno, esaminò la camera,

esaminò i mobili da presso, rialzò e rimise a posto la seggiola caduta.

Le tornavano le sue curiosità di vicina, alimentate sino allora,

giorno per giorno, dal mistero di quei pigionali, di cui le rimanevano

ancora sconosciute le abitudini. Un'occhiata all'altra camera l'aveva

pur data nel primo momento di calma; era una camera piccola, pulita,

col letto d'ottone a colonnine, con una grande immagine della Vergine

a capo al letto. Non aveva potuto capir bene se fosse l'Assunta o

l'Immacolata. Due tappetini a' due lati, un armadio di faccia, un

cassettone accosto al balcone. Senza un mobile per la toeletta; questo

la meravigliava. Ma dietro la porta, uscendo, aveva visto appesi uno

specchio e un tovagliuolo. Quest'altra camera, ove si trovava ora, era

più sprovvista; appena un divano rosso sotto una gran carta geografica,

un tavolinetto davanti al divano, con su il canestrino del lavoro, tra

due pastorelle di gesso dipinto, e alla parete principale la fotografia

di un quadro che rappresentava _Gounod che scrive il Faust_.

La vecchia si mise gli occhiali per leggere quello ch'era scritto a

mano, sotto il titolo stampato. Lo scritto diceva: _All'egregio maestro

Michele Fioretti, l'autore._ Dopo un esame accurato, ella argomentò che

uno dei tre ritratti messi in fila sotto la fotografia dovesse essere

quello del padre della signora: le rassomigliava assai nella linea

fine della bocca, e negli occhi scuri ed espressivi. L'altro ritratto

di chi era? Forse della madre. Sì, sì, la madre, si capiva. Del terzo

non seppe pensar nulla. Qualche amico di casa o un fratello. Poi lo

saprebbe.

Allo scendere, dopo i caldi ringraziamenti dell'impiegatuccio, parlò di

tutto questo al marito, un gottoso confinato nella sua poltrona, con

sulle ginocchia un eterno scialle di lana. E per mezz'ora gli rifece

l'inventario, girando attorno per la camera, osservando che quella casa

al terzo piano avrebbe fatto per loro e che vi si pagavano sei lire

di meno al mese. Glie lo aveva detto la signora. E sarebbe stato bene

se si fosse fatto amicizia con _quelli_ di sopra; ottime persone, si

vedeva. La signora era una bambina, proprio una bambina; aveva avuto

vergogna di lei, poveretta, non aveva detto nemmen quattro parole, da

principio. Poi a poco a poco.... Bisognava frequentarsi. Un po' loro da

quelli del terzo piano, un po' quelli da loro. Aveva visto un ricamo

a uncinetto attorno a una pezzuola, sul letto. Lo voleva imparare....

Ora cominciavano le serate lunghe d'inverno; si sarebbe rimasti in

compagnia fino alle dieci.... Quanto credeva lui che potesse guadagnare

al mese l'impiegatuccio?...

— Mah!... — fece il vecchio, seccato.

Leggeva il _Templario_ di Walter Scott, con una mano spiegata sul gran

fazzoletto scuro che aveva appeso a un bracciuolo della poltrona.

— Un centinaio di lire, — borbottò la vecchia. — Forse anche meno....

— Quando lo rivedrai — disse il vecchio, interrompendosi con una

piccola tosse stizzosa, — dimandagli se gioca al _mercante_. La sera

potremmo giocare al _mercante_....

Allora lei il giorno dopo mandò sopra Candida, una trentenne pinzochera

che le veniva a spazzar la casa tre volte alla settimana e le portava i

numeri pel lotto.

— Dirai — raccomandò — che, per tutto quello che può occorrer loro, io

son pronta a servirli. Mi chiamino pure....

Poi, sul pianerottolo, soggiunse:

— Tu offriti per la cucina, per la spesa.... Ti compenseranno. Senti,

guarda in cucina se hanno rame. Se non ne hanno, lo presto io: faglielo

capire.

Candida tornò portando i ringraziamenti dell'impiegato. Era venuto lui

ad aprirle la porta e sotto la porta avevano parlato. La signora non

aveva potuto vederla. Non desideravano niente, la ringraziavano, le

avrebbero restituita la visita appena la signora fosse guarita.

— È malata?

— Lui crede che abbia un po' di febbre. Ho data un'occhiata alla cucina

mentre lui è andato a dire alla signora che c'ero io di fuori. Hanno

tutto, e il rame luccica. Hanno pure la macchinetta pel caffè...

— Sai? — disse la vecchietta al marito, quando Candida se n'andò, —

hanno tutti gli utensili in cucina, e il rame luccica.

— Vuol dire che non lo usano, — sentenziò il lettore di Walter Scott.

Passarono tre settimane. La vecchia, in tutto questo tempo, non aveva

saputo più nulla. Non aveva più visto alcuno. Al sabato aspettò che

tornasse Candida, pensando al mezzo con cui mandarla sopra a chieder

notizie. Lei non aveva coraggio di presentarsi, le pareva che quelli

di lassù non la desiderassero, che non volessero essere sorpresi,

che non volessero essere nemmeno compatiti, via. Ognuno a casa sua.

Una sola volta, in fine di settimana, mentre chiudeva la porta,

sentì sbatacchiare quella di sopra. Era lui che scendeva, forse.

Rimase a origliare dietro l'uscio. Infatti era lui. Passò davanti

alla porticella del secondo piano senza fermarsi, senza guardarvi:

pareva preoccupato. Lei lo vide pel finestrino a graticciata. Certo

non era quella la prima volta che egli usciva dopo il parto della

signora; lo aveva visto tornare una mattina di buonissima ora, con un

fagottino sotto al braccio. Usciva all'alba, dunque. Che gente strana!

La vecchietta non ci capì nulla. Ricominciavano le giornate piovose,

ricominciava il brontolio delle grondaie, ch'era la musica di tutti

i giorni. Erano passati quattro mesi. E pioveva, ora, pioveva sempre

e s'era nel gennaio. In un mercoledì, dopo l'Epifania, l'aria si fece

così nera ch'ella dovette accendere il lume tre ore dopo il tocco. E

invano tormentò le cortine della finestra che affacciava sul cortile.

Guardò lungamente in su alle finestre del terzo piano: ma nessuno vi

apparve.

Improvvisamente, mentre rattoppava una manica a un soprabito del

marito, la vecchietta sobbalzò sulla seggiola. Ah, finalmente! Qualcuno

saliva le scale. In punta di piedi andò a guardare pel finestrino

dell'uscio. Era un giovane dalla barba bruna e portava gli occhiali:

alto, vestito per bene, dall'aria grave, dall'incesso grave delle

persone serie. Faceva colare, camminando, l'ombrello immollato, che

rigò d'acqua il pianerottolo. Andava sopra. E vi rimase tre quarti

d'ora: ma ora lei, decisa, lo avrebbe aspettato sino a sera. Gli fece

la posta dietro l'uscio, provando da sola i sorrisi e le gentilezze

con cui doveva accostarlo. Quando lo sentì scendere tossì leggermente,

fece cigolar l'uscio, e gli si trovò di faccia sul ballatoio, con una

piccola riverenza.

— Ella scusi, — fece rapidamente, — ella scusi, se mi permetto.... Ma

lei, certamente, è un amico di casa dei signori di sopra.... Io sono

stata malata, non ho potuto visitarli com'era mio dovere.... e poi....

lei capisce, non voglio tediar nessuno. Potrebbe favorire di dirmi come

va la signora?

Lui, molto riguardoso, s'era scappellato, e l'ascoltava.

— La signora sta bene, — rispose. — Ma l'emozione ancora le dura.

E come lei, un po' sorpresa, lo interrogava con lo sguardo:

— Io non so — aggiunse — se lei.... Lei non sa?... Il bambino le è nato

sordo....

— Oh, figlio mio! — esclamò la vecchietta.

— .... e forse anche muto, — finì lui, scuotendo dolorosamente la testa.

Alla vecchietta corse un brivido per tutta la persona. La sua mano

tremante s'afferrò alla balaustra.

— Io.... non sapevo.... — ella balbettò, — io.... Oh, mio Dio!... Oh,

poverini!... Povera signora!...

Entrò in fretta e furia nella camera del marito. Egli, al solito,

leggeva. Cominciava ad annottare.

— Il bambino della signora è nato sordomuto, — balbettò la vecchietta,

con uno sforzo, fermandosi in mezzo alla stanzuccia.

Il vecchio si volse, bruscamente. La guardò.

Ella guardava a terra, con le braccia penzoloni, addossata alla tavola.

Il vecchio chiuse il libro sulle ginocchia e vi fissò gli occhi

astratti, rimanendo immobile, agitando lievemente le labbra. Poi, a un

tratto, menò un gran pugno sul bracciuolo della poltrona.

In quel punto un lampo illuminò la camera.

— Santa Barbara! — fece la vecchietta.

Si segnò. Cominciò a mormorare un'avemaria, sottovoce. E, avendola

cominciata per Santa Barbara, la terminò per _quelli_ di sopra....

Novelle Napolitane · 第 15 / 58 题