_Fronn 'e vurraccia,_
_Se nun te piglie a me te taglio 'a faccia!_
Con Peppinella si volevano tanto bene che avrebbero fatto a morsi; così
di quello scandalo Nunziata n'empì tutto il quartiere per due giorni di
fila e ne parlava sempre, tanto che al sabato, quando Peppinella seppe
chi avesse data la voce e andò a trovare la spiona proprio innanzi alla
casa, vennero alle brutte e si strapparono i capelli a manate. Quando
le divisero, e ci volle molto, ansimavano che pareva avessero fatto una
corsa e si guardavano ancora con tali occhiate velenose che si credette
volessero ricominciar daccapo. La lotta era stata muta, senza un grido,
nè un'insolenza; ora pigliavano fiato per lanciarsi ingiurie da trivio
e giuravano sull'onore offeso ch'era un divertimento a sentirle.
— Parla mo', — disse Peppinella, mentre la tiravano via, — t'ho sciolta
la lingua, bruttona!
— Schifosa! schifosa! — urlava l'altra, con le braccia levate, —
sappiamo tutto, sappiamo! Sei stata vista, t'ho vista io e non è il
primo, va, ne hai di moscerini attorno, e ci mangi....
— Va, va! — disse Peppinella che stava a sentire e sorrideva di rabbia,
stringendosi alla vita la veste strappata. — E tu no? Fai l'onesta?...
Fa l'onesta, fa, vedete, e la sera Carmeniello le sciupa la faccia.
— Chi? — fece Nunziata, con un slancio terribile per gettarsele
addosso. — Io? La sentite? Io? Qui s'odora di rose e ci tengono in
palma di mano, ci tengono! Guardate chi parla: tu sei marcia.
A Peppina un tremito nervoso agitava tutto il corpo; diveniva pallida
per l'ira e quando sentì l'insulto, che provocava delle occhiate
ironiche nella folla, si voltò come se cercasse qualcosa. Sulla
panchetta del calzolaio c'era la gran pietra di marmo ove si battevano
le suola; l'afferrò a due mani, coi denti stretti, levandola alta per
lanciarla. Dei gridi di orrore la trattennero, spaventandola; d'attorno
a Nunziata le donne si scostavano, abbassando la testa, rasentando il
muro; ella stessa che non s'aspettava una cosa simile stendeva innanzi
le braccia e chiudeva gli occhi per non vedere.
Ma il calzolaio, un giovanotto che sino allora era stato soltanto a
sentire ridendo di piacere, s'era già levato.
— No! no! — disse, facendosi serio, — questo non si fa: lasciate stare
la roba mia.
Lei si lasciò togliere di mano la pietra, guardando Nunzia che
ripigliava fiato, e poi si riaccostava per ricominciare. Allora le
donnicciuole, che avevano paura che dovesse finir male, si misero a
strillare.
— Volete finirla o no? Nemmeno quelle di mala vita parlano così!... E
siete zitelle! Chi volete far ridere?
E nella folla, mentre i curiosi arrivavano da tutte le parti, una
di loro, Rosa Monaco, s'affaccendò a metter pace, scalmanandosi per
abitudine. Era già strano che non fosse capitata sino adesso in quel
chiasso femminile; ora la gente del quartiere, che di lei sapeva vita e
miracoli, se la disputava, cogliendo l'occasione per metterle le mani
addosso, mentre lei si dava da fare, zoppicando sulla gamba offesa.
E in mezzo a quella ressa, Rosa ancora vegeta e robusta coi suoi
quarant'anni addosso, s'agitava strepitando, con delle grandi risate
che mettevano in mostra i denti bianchi come l'avorio. Il ricordo
piacevole della sua gioventù le tornava adesso alla mente, risvegliato
da quella rissa di ragazze.
— Che c'è? Niente, — diceva, — sono le ragazze che si spennacchiano. E
ci avete colpa voialtri uomini, che Dio ne possa sperdere la semenza!
E come i giovanotti riescivano persino a darle dei pizzicotti, ella si
schermiva, affannandosi, con piccoli strilli di donna solleticata.
— Neh? Ebbene? Le mani a posto!... Guardate, fatemi passare, chè
s'accapigliano un'altra volta. Faranno correre le guardie!
In tutto questo diavoleto che metteva in moto la Concordia, lassù
ai vicoli di Toledo, ci aveva colpa quella benedetta leva che s'era
pigliati i poveri figli di mamma e anche Tetillo, l'innamorato della
Peppina; e lo scandalo era nato perchè solo cinque giorni dopo che
Tetillo era andato a Perugia, che qui non si sapeva se stesse in
Egitto, Peppinella fu veduta passeggiare a sera, con un giovanotto, sul
Corso Vittorio Emanuele.
A sentir Nunziata, la sfacciata camminava a testa alta, lungo il
parapetto, facendo gli occhi dolci al giovanotto che la teneva per mano
e le dondolava il braccio. Sotto al fanale, quando proprio s'erano
incontrate faccia a faccia, la brunetta aveva salutato Nunziata
sorridendo, senza scomporsi, come se non avesse fatto altro per tutta
la vita.
Così la notizia si seppe la sera stessa, perchè a Nunziata bruciavano
i piedi d'arrivar subito alla Concordia e gridarla anche ai muri; fatto
sta che gliene venne male, perchè, nella rissa, Peppinella, ch'era più
forte, se la mise sotto e Nunzia le prese e le prese davvero, tanto che
n'ebbe un orecchino strappato e lo scialle in brandelli.
Quando le divisero daccapo, Nunziata sedette innanzi alla porta di
casa e rannodò dietro la testa i capelli che le si erano sciolti e
le cadevano pel volto. Di tanto in tanto un sussulto nervoso, come un
singhiozzo, le saliva alla gola e negli occhi le passavano lagrime di
rabbia. E in silenzio, raccogliendo a una a una le peripezie di quella
lotta, si rodeva della sconfitta che ora le dava delle strane idee di
vendetta, e pensava al male che avrebbe potuto fare a Peppinella con un
desiderio di rivincita rumorosa.
— Hai fatto peggio a darle retta, — le disse un'amica, appressando la
sedia a quella di lei, — ci si perde sempre con questa gente....
— Va bene, — disse Nunzia, mordendosi le labbra bianche, — s'è fatto
qualche cosa.... poi è stata lei che è venuta qui. Non ne parliamo più.
Intanto guardava sempre di sottecchi Peppina che, pochi passi distante,
aveva l'aria di non badarle e girava con aria distratta attorno alla
panchetta del calzolaio. E guardava sempre finchè l'altra s'allontanò a
piccoli passi, le mani dietro le spalle, impettita e sorridente, mentre
un mormorio la seguiva. E quando così giunse allo sbocco del vicolo
ove c'era ancora qualcuno, come se niente fosse stato, mentre aveva la
morte nel cuore, dondolandosi leggermente, si mise a cantarellare:
_Me faie na pena, ah!..._
Ma quando si trovò sola nella strada solitaria, il canto le morì sulle
labbra, portò il grembiale sciupato alla bocca, lo strappò con un
impeto convulso e si volse indietro fermandosi, guardando innanzi a
sè con gli occhi rossi nel vicolo oscuro ove indovinava dei commenti
arrischiati e una opinione già dubbia sulla sua onestà.
— Hai ragione! — mormorò torcendosi le mani. — Ma t'ho da far piangere
sangue, va!
Pure si tennero il broncio soltanto due giorni, perchè, al martedì,
quando Carmeluccia _la capera_ venne da Nunzia a pettinarla e le
fece intendere, mettendole le forcinelle nei capelli, che Peppinella
voleva far pace e le mandava a dire che quella brutta sera l'aveva
dimenticata, Nunzia si trovò a dire di sì senza che l'avesse
nemmeno pensato. E lo stesso giorno, innanzi a tutto il vicinato,
s'abbracciarono e si baciarono; Peppinella, che in fondo era una
ragazzona e aveva il cuore tenero, si mise a piangere; l'altra non ebbe
un sussulto, le restava ancora nell'anima il pensiero della rivincita
che nessun conforto poteva addolcire. Così del fatto non se ne parlò
più. Intanto Peppinella cambiava innamorati a settimana, tornava a casa
tardi e a volte tutta rossa come se fosse stata a cenare in compagnia,
e non ci badava nemmeno agli sguardi di curiosità maligna di cui,
mentre passava, la investivano le comari del quartiere. Tanto lei non
se ne dava per intesa. Era venuta su tutta in una volta, passando in un
momento dalle forme indecise di fanciulla a quelle forti e voluttuose
di giovane fatta, e correva ora su questa via poco sicura con una
sbadataggine da bambina, punta solo dai desiderii ardenti della sua
gioventù. Per questo, lassù alla Concordia, lo scandalo cresceva giorno
per giorno, e quando, dopo due anni, Tetillo ritornò da Perugia, sul
conto di Peppinella se ne dicevano di nere come il carbone.
Due anni fanno presto a passare; Peppinella se lo vide addosso appunto
quando meno se l'aspettava; egli capitò alla Concordia la mattina di
santa Teresa, quando c'era la festa alla strada vicina.
Nunzia lo fece appena arrivare, e la stessa sera mentre lui tornava da
salutare la siè Rosa, che lo conosceva da bambino, gli disse le cose
come stavano.
— Per la Madonna del Carmine! — balbettò Tetillo, diventando bianco
come un cencio. — Ma è vero quello che mi dite, Nunzia?
— Per chi m'avete pigliata? Credete che voglia attizzar fuoco per
ridere? Tant'è, adesso anche le pietre della via lo sanno.
— Ah! sangue di Cristo! — mormorò lui. — Per questo, quando sono
venuto, lei non m'ha detto nemmeno ben tornato, e la gente mi guardava
in faccia come se rivenissi dall'altro mondo! Ah, va bene! E chi è
questo signore?
— Sì! — disse Nunzia, che s'era trovata ad aprir la bocca e voleva
snocciolarle tutte. — Uno? Dimandate quanti sono stati; è il resto di
quelli che sappiamo noi.
— Ah? — esclamò lui con un sorriso forzato, mentre le mani gli
tremavano. — Me l'ha fatta bella, Peppinella! E va bene!... Privo di
mamma mia se stasera non le dico una parola all'orecchio!
— Dove andate? — fece Nunzia, mentr'egli s'avviava senza nemmeno
salutarla. — Volete pigliare un guaio per lei? Lasciatela stare; a un
giovanotto come voi d'innamorate non ne mancheranno....
Lo aveva afferrato pel braccio e lo tratteneva, pentita di quello che
s'era lasciato scappare di bocca. Egli si svincolò dolcemente, senza
parlare, ma a guardarlo in faccia era più bianco della camicia che
aveva addosso. Nunziata lo seguì; egli andava innanzi a piccoli passi,
barcollando come se avesse alzato il gomito.
— Sentite! — arrischiò ancora. — Che volete fare?
Tetillo si volse; era tutto stralunato, ma sorrideva come se niente
fosse.
— Non abbiate paura, vedete, non ci penso più; torno a casa, una buona
dormita e passa.
Si fermò sotto il fanale e riaccese il sigaro, che si era spento: poi
s'allontanò zufolando, con le mani in tasca.
Quella sera Peppinella, come giunse in mezzo alla piazzetta, ancora
illuminata, se lo vide sbucare innanzi dalla bottega del pizzicagnolo,
ove era stato ad aspettarla. A guardarlo con quella cera che aveva,
lei indovinò subito che le belle cose gliele avevano già soffiate
all'orecchio. Ebbe un fremito di paura; prima che si rimettesse egli
le stava accanto, col cappello di sghembo e le mani nelle tasche della
giacchetta.
— Buona sera, — disse lei.
— Buona sera.
Rimasero un pezzo in silenzio, camminando di pari passo; a un tratto,
dove la strada si faceva buia, egli si fermò e, toccandole il braccio,
come se del fatto ne stessero parlando da un'ora:
— Dunque? — disse.
— Dunque che?
— Sapete che m'hanno detto? — disse lui, dandole ironicamente del voi,
— lo sapete?
— Che v'hanno detto, se è lecito?
— M'hanno detto che vi siete messa a far l'amore con un altro....
— Le male lingue sono come le forbici, — disse lei; — e voi ci credete?
— Ah! mannaggia! se fosse vero!...
Peppinella ci pensò un poco a testa bassa, poi la risoluzione la pigliò
subito e gli volle dir tutto in una volta, per liberarsi presto.
— Mettiamo che fosse, — mormorò, — e poi?...
Ma non potè finire; egli aveva già messo fuori il rasoio e le fu
addosso con un urlo di rabbia.
— E poi? E poi tèh!...
Peppinella non ebbe tempo neppure di gettarsi addietro che già lui, con
un movimento rapido, le aveva tagliata la guancia e il rasoio le era
passato nella carne come una staffilata. Fu un momento: ella non aveva
sentito neppur dolore, ma quando portò le mani alla faccia e se le vide
piene di sangue, mise un grido terribile:
— Ah! mamma mia! Ah, che m'ha fatto!...
E cadde di peso come uno straccio.
Tetillo rimase sbalordito, guardandola stesa lunga nel rigagnolo,
ove non si moveva più. Si chinò a toccarla, ma lo spaventarono le
grida delle femminucce. S'accorreva da tutte le parti e due guardie
gli furono sopra prima che se n'avvedesse. L'afferrarono pel collo,
spingendolo contro il muro; lui non si mosse nemmeno e si lasciò
prendere senza aprir bocca. Ma aveva fatta una faccia così strana
che nessuno volle dirgli niente. Solo una guardia, mentre lo tenevano
stretto, gli gridò in viso:
— Carognaccia!
Tetillo la guardò negli occhi e si morse le labbra tanto forte che ne
spicciò il sangue vivo, poi tese le mani con un lieve tremito nelle
braccia. Quando gli misero le manette, e ci volle fatica, che aveva
i polsi grossi come le sbarre, mentre stringevano la catenella, egli
guardò nella folla con un sorriso di feroce compiacenza e con un'aria
cretina si mise a canterellare fra i denti:
_Fronn 'e vurraccia...._
Cosa che dette i brividi a quanti gli stavano attorno e che per la
bravata ringalluzzì gli sbarazzini di tutto il quartiere.
E così fu che Tetillo andò a scontare tre anni di carcere a San
Francesco, e Peppinella, quando lo sfregio ricucito le dette un'aria
di bellezza guastata, si dette alla mala vita e cinque mesi dopo gettò
alla ruota dei trovatelli un suo bambino, pel quale non aveva nè latte,
nè amore.