La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva
tristemente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell'imbrunire. A'
romori che nel giorno l'aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla
vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti, che il
tempo uggioso avea resi come sordi e sfiniti, succedeva adesso, dopo
un paio d'ore d'ozio snervante, l'impaziente rivoluzione della sera,
che pareva volesse reagire a quel torpore durato così a lungo tra
l'aspettare invano i soliti piccoli avvenimenti e il raggomitolarsi con
lo spirito e il corpo in un malessere d'insofferenza che la giornata
metteva ne' muscoli e nel sangue.
Alle quattro era venuta giù un po' d'acquerugiola fina e diaccia,
che filtrava i brividi nell'ossa, e a guardarla si sarebbe detto che
fosse bigia come il cielo e piagnucolosa come un'ostinazione di bimbo
malaticcio. Laggiù, in piazza San Ferdinando, i cocchieri del posto
bestemmiavano sottovoce, la testa insaccata fra le spalle, il tappetino
della vettura sulle ginocchia strette.
— Che divertimento, eh? — La gente s'era scordata d'andare in
carrozza. Ognuno casa sua la teneva a quattro passi, e poi col sole
che c'era veniva la voglia di farsela una passeggiata co' piedi nelle
pozzanghere! — E così la giornata se ne scivolava!... — Ohè?... Vengo?
Vengo?...
Ora tutte le fruste schioccavano; qualche signore dal marciapiedi di
faccia voltava gli occhi a destra e a manca, aspettando che spuntasse
una carrozzella di passaggio per risparmiare un paio di soldi, che,
tanto si sa, quelle del posto non si muovono se non le trattate a
dovere e vogliono la corsa intera per quattro passi come le hanno
avvezzate i signori ricchi che portano il collo stretto nel solino,
lo staio sulle orecchie e vanno a Chiaia senza sporcare i cuscini,
con le palme delle mani sulle cosce. Ma intanto con quel tempo e con
quella scarsezza il posto s'arrendeva, lasciandosi fare. — Otto soldi
al Museo! — diceva il signore. — Datemi mezza lira. — E l'altro, duro:
— Otto soldi! — Il cocchiere ci pensava un pezzo prima di decidersi a
pigliarlo per quella miseria, ma intanto come il signore s'impazientiva
e faceva per voltargli le spalle, e allora con una santa pazienza lo
chiamava:
— Sentite.... andiamo.... salite
Dal posto i compagni stavano a guardare, seguendo con gli occhi
il battibecco, indovinandone le offerte e le transazioni. Lui pel
sacrificio che aveva fatto si sfogava con la povera bestia, la quale
scotendosi tutta con un balzo alla prima frustata incollerita che le
toglieva il pelo, rabbrividiva di sorpresa e di dolore. E mentre nel
pigliar l'aire dava una strappannata al panciere, lui ritto in serpa,
mangiandosi la lingua, scoteva la mano all'aria due volte, e spiegava
le dita a mostrare ai compagni quanti soldi pigliasse.
Le ombre scendevano rapidamente: dalle basi rotonde de' fanali, di cui
la fiamma a gasse si dondolava leggermente fra i vetri appannati, la
striscia nera della colonnina si proiettava ad angolo su i marciapiedi
umidi, e in cima la lanterna ingrandiva smisuratamente, spandendosi.
C'era poi, sopra l'insegna di un magazzino, il grande orologio di
Riccio, che luceva da tutte e due le facce, pallido come la luna, e
faceva venir la malinconia, malgrado vi fossero sopra due grandi ali
dorate come quelle degli angioli a lato dell'altar maggiore.
Allungandosi lo sguardo arrivava sino al principio della scesa del
Gigante; laggiù il verde cupo degli alberi si fondeva col cielo tutto
d'un pezzo, nero come il carbone.
Ma nello spiazzato innanzi alla gran massa del palazzo reale, tutti i
lumi s'eran data la posta come ogni sera, e assieme ai fanali grandi a
cinque rami, di sotto alle colonne del peristilio, le lampade a bomba
rischiaravano la piazza deserta e silenziosa, ove pareva che andasse a
morire nell'immensità del vuoto tutto il romorio di Toledo.
In questa brutta serata di marzo, come sonarono le sette all'orologio
di piazza Dante, tanto debolmente che appena lui potette seguirne i
rintocchi, Manlio si decise ad uscire. Dopo aver leggiucchiate le prime
pagine di un romanzo nuovo, di cui si era annoiato a morte, fra le
cinque e le sei di sera s'era buttato sul letto, volendo gustare, per
la prima volta dopo un mese, la voluttà del sonno a quell'ora. Così tra
l'appisolarsi e il rimaner cogli occhi aperti per un pezzetto a guardar
nel soffitto le ragnatele lasciate in pace, stette un'ora buona,
in forse se dovesse uscire o rimanersene a casa, ora che il tempo
minacciava.
Manlio: un bel nome, di cui doveva la romanità severa alla madre buona
e intelligente che s'era ridotta in provincia a seguire il marito
e c'era rimasta perchè lui contava di raggranellare il suo po' di
sostanza, vendendo dei fondi che da assai tempo lacerava a furia di
liti l'ostinato accanimento di tre eredi, fra i quali egli era primo.
Con le buone parole, co' sacrificii e la pazienza lui si era fitto
in capo di spuntar la faccenda, e le cose andavano bene. La signora
Maria scriveva al figliuolo, ogni settimana, lettere piene di cuore e
di rimpianti, promettendo, a rassicurarlo, che sarebbe tornata subito,
arrischiando timidamente, con una dolcezza di parole che nascondevano
la severità, dei piccoli ammonimenti nei quali tremava, inconsapevole,
il suo grande amore di madre lontana. Manlio, leggendole, si commoveva.
Ora la solitudine, che fra tutte le sue vaghe aspirazioni di fanciullo
nervoso, era stato sempre il desiderio più intenso, lo spaventava,
rimettendogli innanzi agli occhi il ricordo di certe sere calme
d'inverno, quando la pioggia batteva a' vetri ed essi chiacchieravano
sottovoce nel tepore della stanza, mentre il padre leggeva la gazzetta
e fumava. Nei brevi momenti di silenzio, quando la signora Maria s'era
lasciata scappare una maglia della calza che lavorava, s'udiva dal
lettuccio il respiro uguale della bimba che dormiva con una manina sul
petto. Che sere! Lui raccontava i suoi progetti, si animava facendo
mille castelli in aria, lasciandosi trasportare, gesticolando sottovoce
e la brava donna sorrideva, contemplandolo tutta pensosa, e le maglie
della calza scappavano. Ma eran sogni d'oro quelli che lo cullavano
allora; dormiva sino a giorno tutto d'un fiato sotto la coltre spessa
che, a volte, quando non aveva ancor chiusi gli occhi, si sentiva
rimboccare sotto al mento dalle mani leggere della madre....
Questo pensava Manlio in quella sera di marzo, smaniando sul letto, che
scricchiolava, voltandosi da tutte le parti come se fosse sulle spine.
All'ultimo, mentre l'oscurità empiva la stanzuccia e lui non vedeva
altro se non, di faccia, il vano della porta anche più nero dell'ombra,
una strana inquietudine lo prese. Quasi gli venne paura che da un
momento all'altro, così, solo com'era, in quel silenzio, in quella
oscurità avesse a mancargli la vita. Quando si levò, cercando tentoni i
fiammiferi, le mani gli tremavano e durava fatica a tirar su il fiato.
— Impossibile, — mormorò, com'ebbe acceso il lume e gli tornò l'animo,
— impossibile!... Questa è vita che non può durare....
Si vestì e scese. Mettendo il piede nella strada si ricordò di non
aver preso il paracqua. Stette un momento in forse se dovesse risalire
o tirar via facendone a meno, tanto era un'acquerugiola minuta che
non faceva male, e poi rifar daccapo settanta gradini era una cosa
che lo seccava abbastanza. Si mise in cammino, scendendo per Toledo,
con le mani in tasca e la testa china, tutto pensoso. Che si sentisse
dentro lui stesso non lo sapeva: era un malessere, un'oppressione,
un'insofferenza, che lo rendevano odioso a se stesso; fra tutto lo
impensieriva ora come un intuito delle disillusioni che gli toccherebbe
di sopportare; indovinava le aspettative insoddisfatte, a cui da
un momento all'altro si troverebbe di contro nella sua piccola vita
serale, della quale si faceva il conto che il tempo cattivo dovesse
stornare le abitudini. Difatti, entrando nel caffè ove gli amici erano
soliti a raccogliersi accanto alla gran tavola di marmo, trovò ch'essa
era deserta, e andò a sedervi aspettandoli. Chiese il caffè e gli parve
addirittura acqua calda; lo sorbì tutto d'un sorso dopo averlo fatto
raffreddare, non volendo avere la pazienza di centellinarlo col gusto
che ci pigliava ogni sera. Nel caffè c'era una piccola orchestra che
di colpo si mise a suonare un walzer fritto e rifritto, un'antipatia
di musica frettolosa e saltellante, che mise una gaiezza stupida fra
i consumatori. Lui, di faccia a un borghese che batteva il tempo col
cucchiaino nel vassoietto, si sentiva un formicolio nelle mani; gli
avrebbe voluto buttar la chicchera in faccia.
Cominciava a dolergli la testa; gli occhi, in quella nebbia che il
fumo dei sigari spandeva nel locale chiassoso, gli s'intorbidivano e
gli diventavan piccoli. A un momento, mentre uno spilungone di maestro
di musica batteva sconciamente sui tasti del pianoforte, egli sentì
il colpo secco e la vibrazione, per un secondo, d'una corda che si
spezzava facendo «zin!», cosa che gli raggricciò la pelle. S'alzò, e
guardò all'orologio sul banco del padrone; erano le nove, gli amici non
sarebbero più venuti.
E, lentamente, con le labbra strette, infilò la porta che metteva sulla
piazzetta innanzi al Municipio. Pioveva sempre allo stesso modo. Lui
si mise a camminar dritto avanti a sè, non sapendo che via pigliare
per tornare a casa più presto, ora a piccoli passi, ora affrettandoli
per trovarsi subito fra le sue quattro mura. E camminando si rodeva
dentro con gli amici che non erano venuti, con la umana leggerezza
che dimentica tutto, con se stesso che era tanto ingenuo da contare
su tutti. Avrebbe voluto che i compagni avessero indovinata la sua
solitudine in quella sera, avrebbe voluto che fra essi uno solo almeno
avesse pensato a farsi trovare per tenergli compagnia — che diamine!...
I suoi nervi in quel momento avevano acquistata una tensione
straordinaria. Gli scoppii romorosi delle fruste, quando gli passavano
accosto le vetture, lo irritavano; bestemmiava sotto voce, sbuffando,
come inciampava nell'oscurità col piede in una rotaia di tranvai che
lo sbalzava da un lato, sorprendendolo dolorosamente. La luce dei
magazzini gli abbagliava gli occhi; a volte sentiva fra le spalle come
delle punture di aghi, che gli davano per un momento l'irritazione
d'una bestia inquieta.
Ora si trovava di faccia al teatro San Carlo. Entrò lentamente sotto il
porticato. Si fermò a leggere un cartellone mezzo lacerato che pendeva
a uno de' muri. S'accorse che sotto a quel muro una persona, che lui
conosceva molto da vicino, stava tranquillamente accendendo un sigaro.
Si adocchiarono nello stesso momento; Manlio s'accostò, con la mano
stesa.
— Buonasera, signor Roberto.
— Buonasera, Manlio; come va?
— Eh! — disse lui, facendo spallucce. — Son seccato....
L'altro, passando il sigaro nell'angolo delle labbra, fece per
incamminarsi. Manlio gli tenne dietro, stringendoglisi accosto. Gli
pareva, che quegli non gli avesse detto addio per stare un po' assieme,
e intanto già s'annoiava della compagnia.
Costui era un uomo sui quaranta, scriveva per i giornali, era tenuto
in molta stima nel suo paese e godeva d'una certa fama di serietà e
di onestà. Quella sera aveva l'aria d'uno a cui è capitato un guaio e,
piccolo piccolo com'era, col gran cappello su gli occhi, il bavero del
soprabito alzato, faceva quasi compassione.
Dopo un momento di silenzio, camminando sempre, disse:
— Dove andate?
— A casa.
— Che brutto tempo!... — fece l'altro, senza guardarlo in faccia.
— Tempo canaglia.... — rispose Manlio, coi denti stretti.
Vi fu un altro momento di silenzio, poi, lentamente, quello del sigaro
mormorò, con un risolino forzato:
— Come mi vedete ho perduto poco fa duecento franchi.
— Ah? — disse Manlio, senza commuoversi, come se non avesse capito bene.
Poi non vi fu più una parola. Il signor Roberto camminava tutto
astratto, a capo basso, studiandosi di mettere il piede sempre nel
mezzo delle lastre del selciato, provando una piccola contrarietà
quando per inavvertenza gli capitasse tra le commessure. Manlio
non vedeva l'ora di toglierselo d'accanto. Ora una collera sorda
lo disponeva contro quest'uomo che perdeva duecento lire come se
niente fosse e se ne andava passeggiando in una serata come quella. E
l'altro, mentre badava stupidamente a regolare il piede in modo che si
trovasse sempre nel mezzo del lastrone, pregava tutti i santi perchè
mandassero via questo giovinotto pittimoso, del quale la muta e pesante
compagnia gli cadeva addosso come un incubo. Così per venti minuti di
cammino, tornando a poco a poco ciascuno alle sue idee nere, quasi
non accorgendosi più della loro vicinanza, non aprirono bocca. A un
punto, sul marciapiedi, poco lontano dalla casa di Manlio, una donna,
una signora bellissima, sola, stretta in un lungo scialle nero, alta,
pallida, fiera, passò loro accosto. Fu come una visione.
— Che bella donna! — mormorò Manlio, come parlando a se stesso.
— Bellissima.... — sospirò l'altro, senza alzar gli occhi.
Di colpo si guardarono, si tesero le mani contemporaneamente,
stringendosele. Si erano fermati per un secondo.
— Addio, — disse il signor Roberto.
— Addio, — rispose Manlio.
Lentamente entrò nel palazzo ove abitava e si mise a salir le
scale. Quando fu in casa, senza togliersi il soprabito umido, buttò
sulla tavola il cappello a cencio, provando uno strano batticuore,
un'emozione nuova e misteriosa. Tentò di mettersi a scrivere, pensando
che questo dovesse distrarlo, compilando in mente, rannicchiato
sulla seggiola innanzi al tavolino, una lettera alla mamma, piena di
tenerezze e di sfoghi.
Ma quando cercò invano i fiammiferi si ricordò d'averli dimenticati
al caffè. E innanzi a questa piccola contrarietà ebbe un momento di
immensa disperazione. Si gettò bocconi sul lettuccio, mordendo nella
furia il cuscino, torcendo le lenzuola nel pugno, singhiozzando.
Pioveva sempre, ma la pioggia non batteva ai vetri con lo stesso ritmo
dolce delle lunghe serate in famiglia, nè alcun lume nella stanzuccia
poteva mostrargli la faccia pallida e sorridente della madre e in
fondo, nella penombra, il lettuccio della piccola sorella dormente....
Così, in quella triste serata umida e tetra, in quello scompiglio
nervoso che infuriava sul suo morale tormentandogli il fisico a scosse
dolorose, egli solo, solo nella sua amarezza incosciente, in quella
oscurità fitta della cameretta si mise a urlare come un pazzo.